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Parabole della gioia

La vite e i tralci.

Sommario

La vite e i tralci

Dal Vangelo di Giovanni Capitolo 15, Versetti 1-11

"Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunziata. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena".

Esegesi parabola Giovanni

In tutta la Bibbia la vite è simbolo di fecondità, benedizione, benessere; ad essa è collegato anche il vino, simbolo di festa nuziale, di alleanza, di gioiosa condivisione. Nel libro dei Numeri gli inviati da Mosè, a esplorare la terra promessa, tornano da lui portando un tralcio di vite con un grappolo di uva a dimostrazione dell'abbondanza e della ricchezza di quella terra. (Nm 13,23-25).

La vite, oltre a rappresentare la fecondità della terra donata dal Signore, esprime anche una vita che si svolge nella tranquillità e nella pace: "Giuda e Israele erano al sicuro; ognuno stava sotto la propria vite e il proprio fico, da Dan fino a Bersabea per tutta la vita di Salomone". (cfr.1Mac 14,2; 1Re 5,5).

Nel Nuovo Testamento, il simbolo della vite è impiegato soprattutto dall'evangelista Giovanni, che nel suo Vangelo riporta la parabola nella quale Gesù, precedentemente identificatosi come il buon pastore, la porta dell'ovile, il pane disceso dal cielo, ora si presenta come "vite"; e se Gesù è la vite, il vignaiolo è il Padre che, per far fruttare la vite, la pota dei tralci secchi nel tempo opportuno. Occorre dunque capire il perché di questa identificazione con la vite. In essa c'è il principio vitale, perché è la linfa che permette al tralcio di dare i suoi frutti: i contadini lo sanno bene, visto che ormai da secoli danno vita alle radici di nuove viti (e il bisticcio di parole vita/viti è quanto mai significativo) non piantando semi, ma ricorrendo a tralci preesistenti e a un sistema di propagazione per talea.

Il significato quindi è che la vite contiene in sé la vita, il motore primo per restare vivi per sempre; per questo Gesù si definisce "la vite" e si presenta come chi ha in sé quel principio vitale che è la verità di Dio, è la presenza stessa di Dio. L'immagine della vite è pertanto una similitudine utilizzata da Gesù per affermare che in Lui si incontra la pienezza di Dio, ossia la fonte stessa della Vita. Senza Dio l'uomo cammina verso la morte; infatti se il tralcio rimane attaccato alla vite vive, altrimenti si secca; Gesù, in questo senso, è la fonte sicura della vita: se viviamo uniti a lui, come il tralcio vive per mezzo della linfa della vite, potremo godere della vita piena e portare frutti; altrimenti i tralci si staccheranno dalla vite, si seccheranno o verranno potati e poi bruciati.

L'immagine del tralcio secco che viene bruciato è ripresa dalle parole del profeta Ezechiele che, quando avvertì il popolo su quanto gli sarebbe accaduto se non fosse rimasto fedele al Signore, asserì: "Come il legno della vite fra i legnami della foresta io l'ho messo sul fuoco a bruciare, così tratterò gli abitanti di Gerusalemme" (Ez 15,16). Lo stesso concetto di "linfa vitale" viene ribadito ancora da Gesù alla samaritana quando, incontrandola al pozzo, le si rivolge dicendo: "Chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna" (Gv 4,14). Gesù è la vite che infonde la Vita, è una presenza decisiva che induce a una scelta altrettanto decisiva tra la vita o la morte, tra la gioia eterna o la disperazione senza fine: "Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto [...]. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca", perché senza di Lui non si può fare nulla, né tanto meno sarà possibile raggiungere la piena beatitudine, che significa stare con Dio. Senza di Lui si è condannati alla morte e all'eterna arsura, quella stessa descritta dal ricco appena spirato che, rivolgendosi al Padre Abramo, chiede di essere lenito dal suo tormento: il fuoco lo sta divorando e implora Abramo per un solo un goccio d'acqua. (cfr. Lc 16,19-31); ecco l'identificazione del bruciare, che è la situazione in cui si incorrerà l'uomo nella sua disperazione eterna, nella sua morte senza fine.

Sta a te decidere se stare attaccato alla vite, oppure allontanarti; l'invito che Gesù fa ai suoi discepoli è di stare con Lui, ma non rimanendo tiepidamente nell'ombra, bensì vivendo strettamente solidali come tralci alla vite, perché solamente se il tralcio è attaccato alla vite può servirsi e nutrirsi della sua linfa. E per convincerci amorevolmente, Gesù usa un'altra espressione bellissima: "Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunziata": per il fatto stesso di aver potuto accogliere la Sua parola, siamo resi degni di poter vedere Dio "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5, 8). Il rimanere con lui o non rimanere dipende dunque dal rapporto che noi abbiamo con la sua Parola, la cui potenza è ben espressa nella “Parabola del seminatore”, nella quale il seme che cade sulla terra buona e porta frutto è paragonato da Gesù a coloro che odono la parola e la accolgono mettendola in pratica; invece, se il seme cade su un terreno sterile o poco adatto, prima o poi muore, e dunque la Parola si spegne.

Rimanere con Gesù significa ascoltare e mettere in pratica la sua parola, dargli fiducia, credere, impostare il nostro agire, il nostro essere su quanto ci ha lasciato in eredità attraverso i suoi insegnamenti. Anche San Paolo ci incoraggia su questa strada, perché "dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria" (Ef 1,13-14). Viviamo secondo i suoi insegnamenti, lasciamoci guidare da Gesù: allora la linfa entrerà in noi e porteremo molti frutti.

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