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OTTAVA RIMA

di Renato Simoni


La saga delle elezioni nel Mugello

Passano gli anni, volan le stagioni
Ma qui il rituale rimane sempre quello
Nel Chianti placido senza le passioni
Che infiamman le contrade del Mugello.
Tra filari d’ uva e tanti cibi buoni,
E giunti a sera ci scappa il ritornello
Vi canterò se la mente non ha falle
Dopo un bicchiere di buon Monteficalle.

Qui nel castello di Montefioralle
Vi canto del Mugello la tenzone
Tra Di Pietro ex-magistrato con le palle
E Curzi ex-TV giornalista d’ opinione.
Per dare poi alla storia tinte gialle
Scese in campo Ferrara il gran panzone,
Poero Mugello trattato con cinismo
In questa fiera di sordo trasformismo.

Nelle italiche praterie del bipolarismo
S’ aggirava Di Pietro il giustiziere
Divenuto un campion di populismo
Ch’ ogni parte volea nelle sue schiere:
Sotto i labari stinti dell’ ex-comunismo
Fini e Gasparri nelle camicie nere
E lo volean vestir del lor mantello
CCD, CDU e PPI bianco drappello.

Se ne stava pacifico il Mugello
Coi suoi problemi di treni e Bilancino
Tra fiere agricole e sagre del tortello
Quando D’ Alema solleva il suo baffino
Che tosto accende una lampadina del cervello
Eureka ecco l’ idea per far nostro Tonino
In questi borghi che son di rosso ardore
Noi lo faremo elegger senatore

Accettò il giustiziere l’ offerta con calore
D’ un buon posto a sedere in Parlamento
Ma poi pensò: qui hanno rosso il cuore
Dove li trovo i voti per il mio avvento
Ch’ io son di destra e grigio è il mio colore.
Massimo non muove ciglio nè storce il mento
Lì son fedeli ma non proprio a Dio
Faranno quello che gli dico io:

E il viaggio di Tonino prese avvio
con proclami, querele, colpi e botti
Sollevando a sinistra il mugugnìo
Dei sindaci locali e di quei di Bertinotti:
Qui dei princìpi si fa un gran tritìo
Quello ha i coglioni ma a noi ce li hanno rotti
In queste contrade dove son rossi i cuori
Già abbiamo eletto Dini il rospo e Cecchi Gori.

Non vogliam personaggi imposti coi favori
E’ un modo di procedere bislacco
Che c’ azzecca Di Pietro con i tòschi bollori
Insorse Curzi calcandosi il colbacco.
Quello sceriffo abruzzese io lo metto fuori
Cojak mi chiamano che ben suona cosacco
Tornino tutti i rospi nello stagno
Chi è eletto qui ha da essere un compagno.

Nei boschi che odoran di leccio e di castagno
Iniziò aspra tra Curzi e Di Pietro la tenzone
Ben stretti nei loro calzoni di fustagno
Mezzogiorno di fuoco, una sfida da emozione.
Ognun si chiuse in casa come un ragno
Le piazze furon vuote, restò solo il lampione
I muscoli scaldavano i due da solo a solo
Nei castelli di Trebbio e Cafaggiolo.

Rimestato come polenta nel paiolo
Dei borghi ogni sindaco rientrò nei propri ranghi
Agendo in guisa di prodigo figliolo
Senza il pudor che dignità s’ infanghi.
Il leader Massimo traccia il solco nel suolo
Dietro ci vuole quello che lo vanghi.
A schiere fatte s’ udiron per la via
I primi colpi dell’ artiglieria.

Questo è un’ offesa alla democrazia
Che c’ azzecca Di Pietro, è un impostore
Curzi divide la sinistra, è una follia
Fa il gioco della destra, è un traditore.
E continuava questa litania
Quando al voto ancor mancavano tant’ ore,
Mentre era in cerca di un proprio alfiere
Col sorriso spento il Berluscon Cavaliere.

Della politica nuova era stato il pioniere
Delle libertà chiamato aveva il polo
Ma di cani mordaci eran fatte le sue schiere
Previti, Sgarbi, Mancuso e la Maiolo.
Con Fini il nero e Bossi il giocoliere
Di governare s’ era assunto il ruolo
Ma era caduto dal trono malamente
E petulante annaspava cercando un salvagente.
 

Selfmademan era l’ uomo vincente
Or da difendere aveva il patrimonio
Costruito dal nulla in odore di tangente
Durante il regno di Craxi il demonio
Che da Hammamet in esilio guidava la sua gente
E in odio aveva lo sceriffo Antonio.
Berlusca era in un angolo dopo l’ abbuffata
Ed ecco escogita una malandrinata.

Prende il telefono e fa una chiamata
Trova Giuliano mentre va la notte
Con la sua enorme stazza da pirata
Dicon ch’ è un uomo ma a me pare una botte.
E insieme metton su una zingarata
Da amici miei ne fan di crude e cotte
Pace non deve aver l’ ex-magistrato
Che al tangenziale impero avea attentato.

Signorsì dice al padron che l’ ha lanciato
Re che l’ ha fatto fante di denari
Morale non conosceva e avea cambiato
Cento bandiere ed ogni sorta di compari.
Sghignazza e sbuffa con un riso sgangherato:
Davanti a me io vedo buoni affari,
Il cosacco è finito anche se non lo ammette
Dello sceriffo ne farò polpette.

Eccolo in piazza, non teme le manette
Non ce ne sono della sua misura
Si ribaltan le parti come tra marionette
E’ il bandito che allo sceriffo fa paura
Intorno a Tonio ch’ è messo alle strette
Si crean difese e tirano su mura
Onde proteggerlo dagli assalti del budello
Come alla cena del popol del Cestello.

Così va avanti la saga del Mugello
Dirvi non so qual ne saranno i fini
Non credo sia da prendere a modello
La lotta che fu tra Guelfi e Ghibellini.
Le parti erano chiare e senza orpello
Quelle che ci sono or non sono affini
Non saprei dir lo confesso con candore
Chi è il papa e chi è l’ imperatore.

Diversi sono i tempi ed il valore
Dei personaggi che fan d’ oggi la storia
Col gran sorriso da Comunicatore
Per conquistare il consenso alla lor boria
Ma mancan della stoffa che fa grande l’ attore
E i salmi non finiscono più in gloria
Le genti hanno il cervello e la passione
Libera è ogni loro decisione.

Qui finisce del Mugello la canzone
Spero che voi vi siate divertiti
Se v’ è piaciuta applaudite ma con discrezione
Se v’ ho annoiato non siate troppo contriti
Per la fatica di questa mia creazione
Merito un bicchier del prodotto delle viti.
Poi non chiedemi di vestire del cantore i panni
Per le vendemmie dei prossimi dieci anni.

(Montefioralle 1997)


 Brindisi all’ Application

Io brindo all’ avvenir dell’ application
Che il mago è del turbocompressore
Sia petrolchimico o una compression station
Inventa la macchina ch’ è dell’ impianto il cuore.
Con rendimento massimo, signori, e no vibration,
Dà al Pignone prestigio e grande onore, 
Le sue tasche non diventeran mai ricche
Ma salgon le azioni di General Electricche!

Valeva prima come il due di picche,
Dal Valdarno e dalla montagna pendolare,
Su corriere e treni incollati con lo sticche
Ora siede su jumbi verso mète rare.
“Do you want something to drinke”
Ode una voce suadente sussurrare
Non proprio nell’ idioma che alligna
Tra Campi, Fegghine, i’ Mugello e Lastra a Signa.

Lavorando sotto l’ emblema della pigna,
Di storia e strada ne ha percorsa tanta,
Calcolava sul regolo con la sua vista arcigna,
Ora diventato è il re del centonovanta.
Ma pare che un faccia uva questa vigna,
Di fattoria che d’ esser prima al mondo si vanta,
Che di mercato conquista un’ altra fetta,
Mentre lui è qui a tirare la carretta.

E’ un gran subbuglio e tutto muove in fretta,
Da quando è arrivato qui l’ Americano
Stretching lo chiamano ma è una cavezza stretta,
OM, CTQ, ITO non si traslano in toscano.
Arno, Sieve, Certaldo e Porretta
Son Carneadi d’ un mondo metropolitano
All’ application che tanto allarga il suo sociale
Vo’ augurare buon anno e buon Natale.

     (23 dicembre 1997)


  L’ esubero

Un anno, un solo anno è ormai trascorso
Ch’ io vi cantai dell’ application la ballata
Audace, ardito e allegro era il percorso
Di carriera d’una professionalità invidiata.
Un anno è tempo breve per giudicare un corso
Ma ben si sente che l’ atmosfera è cambiata
Ché pesante s’ è fatto il ferro del tallone
Del cowboy yankee, tirannico padrone.

Tosto è cambiata la mia condizione
M’ alzo un mattino e scopro d’ essere un esubero.
Tra parole e fatti non c’ è più relazione
Mi chiaman “risorsa umana” e trattan come un tubero.
Nel procelloso oceano della globalizzazione
senz’ ancora galleggio come un tappo di sughero.
M’ attacco al Niccoli come barca alla bitta del porto
Spero che la Mac Kinsey non infili il mio nome nel rapporto.

E’ qualche tempo che mi sono accorto
Ch’è cambiata la qualità delle vita e dell’ ambiente,
trovavo tra i colleghi un umano conforto,
Ora assisto a risse, liti e rancori tra la gente.
“Divide et impera” è un motto nato nel nostro orto,
Ora lo usa con  noi il transatlantico potente.
Con l’ animo triste ed il cuore che fa male
Che il mondo si rivolti è il mio augurio di Natale.

 
     (23 dicembre 1998) 
  
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