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Una dieta a base di "vaccino"

di Sonia Sarnataro

La lotta contro le malarie infettive ha radici storiche e i progressi raggiunti per debellarle sono stati lodevoli, tanto che i ricordi del vaiolo e della poliomielite ormai sono stati consegnati alla storia.

Tuttavia, da queste vittorie perseguite, nascono delle gravi e ingiustificabili lacune, sia nella distribuzione dei vaccini creati per distruggere le medesime malattie che nella prevenzione delle stesse. Sto parlando del 20 per cento dei bambini ancora esclusi dalle sei vaccinazioni – contro tetano, pertosse, rosolia, poliomielite, difterite, tubercolosi- nonché dei milioni di persone che muoiono a causa delle malattie infettive per le quali non esiste ancora un vaccino sicuro.

Agli inizi degli anni novanta si cominciava ad affacciare la possibilità di introdurre sul mercato dei vaccini poco costosi (essendo il prezzo alto uno dei problemi condizionanti la diffusione), facilmente accettabili dalla gente perché somministrabili per via orale. Era ancora una idea, ma questa cominciò a serpeggiare nella testa dei ricercatori allo scopo di sfruttare una delle applicazioni delle Biotecnologie. Cioè l’idea era quella di creare delle tecniche per introdurre dei geni selezionati all’interno delle piante affinché le stesse potessero facilmente produrre dei vaccini selezionati per combattere una specifica malattia.

Dall’inizio di quella magnifica intuizione, sono stati effettuati numerosi tests su animali e tests preliminari anche sull’uomo: i risultati hanno portato alla conclusione che i "vaccini commestibili" possano funzionare.

Uno degli obiettivi più importanti da raggiungere però, sarebbe quello di creare vaccini commestibili che possano sopprimere il processo dell’autoimmunità, cioè quel processo secondo il quale le difese dell’organismo non riescono più a riconoscere i tessuti non infetti, attaccandoli come se lo fossero. Questa a dire il vero è una lacuna presentata anche dagli attuali vaccini oggi in uso e sarebbe una delle conquiste più formidabili quella di riuscire, se non a rendere nullo, almeno a mitigare l’effetto dell’autoimmunità dell’organismo.

Ma qual è lo scopo della somministrazione di un vaccino?

Quella di rendere il sistema immunitario dell’organismo pronto a riconoscere e distruggere eventuali agenti patogeni (virus) con cui può venire a contatto nel mondo esterno.

Ciò è possibile perché il vaccino porta con sé un organismo patogeno attenuato, che quando viene a contatto con il sistema immunitario, rende quest’ultimo in grado di produrre delle sostanze liberate da cellule specifiche del nostro organismo, in grado di distruggere l’invasore. Molte di queste cellule conserveranno, nella loro memoria, il ricordo dell’invasore presentato dal vaccino al sistema immunitario, e quando verranno in contatto seriamente con l’invasore di cui hanno conservato il ricordo, saranno in grado di debellarlo liberando tutto l’esercito di sostanze offensive.

Alcuni dei vaccini che conosciamo devono essere somministrati solo una volta nella vita, altri invece, come per esempio quello del tetano e del colera, devono essere somministrati periodicamente. Inoltre c’è da tenere presente che i vaccini classici presentano il rischio che gli agenti patogeni di cui sono portatori ritornino in vita perché il processo di attenuazione non è stato efficace al cento per cento. Questo come prima dicevo potrebbe essere un rischio per i tessuti sani dell’organismo e le reazioni ai vaccini possono essere più o meno serie. Il problema tutt’ora non è stato risolto.

Una delle domande più ricorrenti nel mondo della scienza è quella della potenza dei vaccini commestibili. Una volta infatti che una parte della pianta o frutto sia stato ingerito, chi assicura che non sia completamente distrutto nel suo viaggio attraverso l’organismo per arrivare al flusso sanguigno, dal momento che deve superare la barriera digestiva? Questo è un quesito importante visto che la via di somministrazione è quella orale e non quella endovenosa. I risultati di alcune ricerche hanno dimostrato che la parete della cellula vegetale che veicola il vaccino sarebbe in grado di resistere all’attacco dei succhi gastrici, ma c’è da tenere presente che i trials clinici nel settore sono appena cominciati e se i vaccini possano realmente proteggere da alcune malattie resta ancora da dimostrare.

Inoltre resta ancora un punto a sfavore della tecnica: quello della quantità di vaccino prodotto da una pianta e della forza della pianta coltivata in tal senso. Infatti si è visto che una pianta biotecnologia per il vaccino cresce con difficoltà, cioè cresce molto lentamente. Si è pensato allora di somministrare alla pianta dei geni regolatori che possano far produrre le proteine ingegnerizzate per il vaccino in un momento preciso della loro vita. Gli esperimenti sono tutt’ora in corso.

C’è da dire comunque che il vegetale più adatto allo scopo è rappresentato dalla patata. Questo nasce dal fatto che alcuni vegetali vengono mangiati dopo cottura, e l’elevata temperatura può effettivamente denaturare il vaccino. Sembra però che in alcuni paesi, come il Sud America, la patata venga mangiata e preferita cruda. Perciò i riceratori pensano che il candidato più adatto agli esperimenti possa essere rappresentato proprio da questo vegetale.

Meno opportuno sarebbe l’utilizzo dei pomodori o o delle banane, visto che marciscono molto facilmente. Buoni candidati invece sono le carore, la lattuga le arachidi, la soia .

Un punto finale che vale la pena tenere in considerazione è la sfida di carattere meno scientifico che accompagna l’ingegnerizzazione delle piante. Ricordiamo che infatti che i vaccini commestibili rientrano nel settore delle piante modificate geneticamente. Una compagnia inglese, la Axis Genetics, che stava finanziando la ricerca in tal senso è recentemente fallita. Uno dei suoi direttori ha attribuito la vicenda ai timori dei finanziatori.

Resta quindi un punto fondamentale da affrontare che consiste nel giudizio dell’opinione pubblica, dell’eticità di alcune scelte, che la scienza magari non affronta o affronta da un punto di vista diverso da quello del consumatore o del malato.

E’ quasi fuori di dubbio che le piante produttrici di vaccini potranno essere coltivate solo se sarà superata la barriera della coltivazione delle piante ogm, per le quali è ancora in corso una strenua lotta.

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