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5) Verso l’edificazione di ecopolis[1]5.1) Una città per l’abitare La città globale, di stampo occidentale, è una
tipologia senza più controllo; nasce dall’esplosione di frammenti della città
industriale, e diventa onnivora, si espande in modo esponenziale, inglobando
ogni cosa al suo passaggio. Un progetto di “sostenibilità forte”, prevede
un’implosione della città globale attraverso una drastica riduzione della sua
impronta ecologica e dello spazio ambientale “consumato”; una città di
villaggi che si fonda sulla scomposizione degli agglomerati urbani-metropolitani
e che cerca di superare l’insostenibilità strutturale delle città-megalopoli
del terzo mondo[2]: la fondazione di
Ecopolis. Modello “implosivo”, che ritrova all’interno
del territorio i valori profondi dei luoghi dimenticati, Ecopolis evolve verso
una moltitudine di città solidali che ristabiliscono delle relazioni dinamiche
con il proprio patrimonio territoriale e ambientale. Una città come regione
urbana, un “insieme di sistemi territoriali locali fortemente antropizzati,
connessi tra loro da relazioni ambientali che generano una bioregione (un
sistema vallivo, un sistema collinare) e caratterizzati al loro interno dalla
presenza di una pluralità di centri urbani e rurali[3]”. Una riduzione dell’impatto ambientale, possibile
con lo sviluppo di economie locali a base territoriale, la riduzione della
mobilità delle merci e degli individui, e soprattutto con la chiusura dei cicli
dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti: uno spazio urbano come ecosistema,
che riesca a mantenere costante il proprio livello di qualità ambientale, senza
dover prelevare “all’esterno” quantità crescenti di risorse[4]. Il progetto degli spazi aperti si pone in
controtendenza rispetto alle teorie che li consideravano come “vuoti”
residuali, senza valore, “luoghi” da occupare con le più diverse forme
dell’avanzata modernista. Gli spazi aperti divengono le figure generatrici del
nuovo ordine territoriale e urbano, una produzione di capitale naturale che
cerca di bilanciare il degrado ambientale delle città[5].
E’ necessario, inoltre, abbandonare la dicotomia tra la maggior parte del
territorio, in cui dominano le leggi economiche del mercato, l’inquinamento è
“controllato” attraverso metodologie semplificatrici e banali, e gli spazi
residuali, nei quali si cerca di conservare e preservare la natura (parchi
naturali, riserve, spazi “verdi”). Partendo dalla progettazione dei “vuoti”, intesi
come sistemi di ecosistemi (progetto del territorio agricolo – forestale,
delle reti ecologiche, delle zone fluviali) è possibile “riqualificare” e
riprogettare i “pieni” (città, spazio costruito, infrastrutture). Se
consideriamo che la stragrande maggioranza degli spazi aperti è occupata da
attività agricole, una pianificazione delle stesse si rende indispensabile. Il paradigma industriale del produttivismo
illimitato, ha “influito” negativamente anche sull’agricoltura: produzioni
intensive, monocolturali, che non hanno permesso la rigenerazione naturale,
riuscendo ad astrarre anche la natura da un contesto ambientale. Si tratta di sviluppare un’agricoltura “colta”,
un settore trainante anche per l’economia, ma che riesce a essere
“sostenibile”, a rispettare i cicli naturali, a riqualificare le colture. Un
“coordinatore naturale” di politiche di sviluppo sostenibile, in cui si
recuperano i saperi delle comunità tradizionali, e le attività agricole e
forestali diventano attività produttive di qualità ambientale e territoriale
(attraverso agriturismo, parchi protetti, aziende agricole “sostenibili”,
zone verdi in espansione). “Un territorio costellato di monasteri laici e
ville fattoria, che disegnano il paesaggio rurale della regione urbana di
Ecopolis” [6]. La reintroduzione del limite serve a
bloccare l’occupazione e il consumo del suolo, a riqualificare le aree
dismesse e periferiche, a ridurre il consumo energetico e la produzione di
rifiuti; a ricercare nuovi confini “ambientali” per delimitare il paesaggio
urbano, nelle “cinture verdi” che connettono i parchi urbani e periurbani
(agricoli, naturali). Ciò che si vorrebbe edificare, però, non è una
sorta di fortino, chiuso in se stesso, senza contatti con l’esterno; è
piuttosto un progetto di recupero, prima, e conservazione, poi, di una
complessità urbana, locale, sempre più dimenticata. Se la città globale si
denota per la sua aspazialità, atemporalità, asocialità, Ecopolis cerca di
ritrovare le profondità temporale dei luoghi attraverso le tradizioni locali,
ma anche l’identità culturale, estetica, paesaggistica. Se non si è in grado di “vedere” il proprio
sistema territoriale, poiché si considera il territorio come un “tutto
pianificabile”, non si è in grado di identificare neanche i confini ed i
limiti che la città può “occupare”. Il “limite” ci riconduce alla misura della
capacità massima di carico del sistema territoriale (oltre la quale si
verificano gravi ecocatastrofi)[7]; il “confine”, invece,
indica il luogo del cambiamento, una soglia che separa l’abitare dal
non-abitare[8]. Nelle aree metropolitane l’obiettivo da
raggiungere, per uno sviluppo autosostenibile, è la creazione di una
moltitudine di centralità e identità eterogenee, attraverso la scomposizione
della metropoli in un sistema complesso di piccole città o villaggi; ogni
“villaggio” ha una propria “centralità”, un proprio “confine”, vive
grazie ad attività locali improntati sulla auto-produzione, consente una
mobilità ridotta. E’, per certi versi, il superamento della relazione di
dipendenza centro – periferia; una dissoluzione della perifericità verso un
sistema reticolare multipolare, formato da importanti nodi di interscambio
“locali”[9]. Lungo queste linee si potrebbe edificare una città
per l’abitare: un luogo che riesce a trarre dalla sua storia e dal suo
territorio una propria cultura, un proprio sviluppo; un luogo che “vede” i
confini ecosistemici della propria crescita, restituisce valore alle risorse
locali utilizzate, istituisce forme di autogoverno attraverso forme dinamiche di
partecipazione dei propri abitanti.
[1] Cfr. Magnaghi A. (1991), op. cit. [2] Cfr. Magnaghi A. (2000), op. cit. , pp. 160 e segg. . [3] Ibidem p. 163. [4] Cfr. par. 4.6 sulla differenza tra ecosistemi aperti e ecosistemi chiusi. [5] Cfr. Magnaghi A. (2000), op. cit. , pp. 166 e segg. [6] Cfr. Magnaghi A. (2000), op. cit. , p.175. [7] Per i concetti di carrying capacity e ecosistema complesso cfr. par. 4.4. [8] Cfr. Magnaghi A. (1991), op. cit. , pp.53 e segg. . [9] Cfr. Magnaghi A. (2000), op. cit. , pp. 185 e segg. . |