|
|
4) Rifondazione della città del Terzo millennio4.1) Crisi della modernità e dell’individuo Il paradigma economico della crescita (quantitativa)
illimitata, che ha dominato il modo di pensare allo “sviluppo” per tutti gli
anni ’60, ha considerato il territorio secondo un’ottica riduzionista,
limitativa, statica. Dalla seconda metà del XXI secolo “scompare” la città
e tutte le forme di insediamento precedenti; la società industriale inizia a
costruire siti funzionali collegati, che formano la struttura della metropoli
moderna; si genera uno smembramento ed una funzionalizzazione degli spazi, una
“semplificazione” del luogo. Il territorio, o ciò che ne resta, è ridotto a
contenitore di funzioni, e quando queste occupano tutti i luoghi, il territorio
muore; con esso scompare anche qualcosa di più: l’intero sistema di relazioni
tra ambiente fisico, antropico e costruito[1]. La società post-industriale, insediata in un
territorio “non suo”, omologando i luoghi in vista dei fini produttivi, si
è ritrovata a dover fronteggiare uno stato di perenne emergenza, attraverso la
lotta a nuove forme di povertà e la ricerca di nuovi equilibri per consentire
la sopravvivenza dei corpi biologici[2]. Se la deterritorializzazione è il risultato
emblematico, come si è visto, dell’impatto devastante della “modernità”
sul territorio, all’interno della metropoli essa si materializza sotto la
forma di ampi quartieri-dormitorio, di quartieri delegati alla produzione e
altri finalizzati al commercio. Una infinità di non-luoghi che si
aggiungono alla grande, vecchia città di un tempo, i quali non riescono ad
avere più nessun elemento di continuità, di interattività con essa, se non
attraverso i grandi stradoni moderni che ne fanno da contorno. E’ in questo contesto che nasce la nuova periferia
urbana, costituita da ampie zone esterne alla città di un tempo; con essa
nascono anche il degrado, l’emarginazione e tutte le nuove tipologie di
emergenze che la produzione invasiva ha generato; ma anche la grande emigrazione
dalle zone rurali, dalle comunità locali verso i siti astratti della metropoli
moderna. La deterritorializzazione passa anche attraverso la perdita di identità,
attraverso la distruzione di culture specifiche, di attività autonome,
artigianali, che di quei luoghi erano parte. Alla progressiva, ma inarrestabile, occupazione
territoriale da parte del sistema industriale, sfugge una parte, non marginale,
della città: la città storica. L’appiattimento territoriale, l’omologazione
delle differenze, in questo “piccolo” spazio ritrovato non riescono a
espandersi: è la resistenza di luoghi storici che risultano troppo diversi,
troppo complessi, troppo “vivi” per il paradigma della modernità[3]. La città storica è però circondata, assaltata da
tutti i fronti, è una enclave in un ampio spazio desertico meccanizzato,
omologato, in espansione. La resistenza alla modernità, a questo tipo di
modernità, si concretizza nelle stradine storiche del centro cittadino,
affollate di persone che riescono ancora ad interagire tra loro; in zone
eterogenee che riescono a soddisfare il bisogno di abitazione, di produzione e
di commercio, cercando, e trovando, nella razionalizzazione dello spazio un
giusto equilibrio tra le necessità dell’abitare; nelle piazze, luoghi di
incontro tra gli abitanti, le quali riescono a ereditare il ruolo dell’agorà
di un tempo, con la sua moltitudine di personaggi, tutti protagonisti.
Grazie al loro contributo ritrovato, il paesaggio
storico potrà resistere all’omologazione del paesaggio “urbano”,
indifferente alla qualità dei luoghi e alla qualità dell’abitare. L’impatto della modernità sulle città
“storiche”, ha generato, senza dubbio, una grande eco protrattasi sino ai
nostri giorni. Ciò che la rivoluzione industriale ha prodotto un
tempo, attraverso le grandi zone destinate al nuovo tipo di produzione, sembra
una sorta di appiattimento progressivo dell’individuo, rispetto ai contesti
urbani, e non, che lo circondano. La rivoluzione industriale ha
segnato un momento epocale nella storia della civiltà occidentale; le
agglomerazioni urbane vincolate ai ritmi di produzione delle macchine,
rappresentano una forma embrionale della disumanizzazione dell’individuo[4]. Se sono state individuate delle tracce di
“cedimento strutturale” in questo tipo di modernità, allora analoghe crepe
dovranno rintracciarsi nel suo più eloquente prodotto: la città moderna. Segno
inequivocabile di un passaggio storico senza precedenti, la crisi della città
rappresenta l’altra faccia dei grandi cambiamenti che la modernità ha
generato: la rivincita dell’individuo nei confronti di una società oppressiva
e autoritaria, come quella fordista, da sempre troppo occupata a scandire i
tempi della produzione, e ben poco attenta a quelli della vita umana. La città, luogo di socializzazione, tende a
soccombere all’avanzata dell’ “altra” città: la città-merce, la città-prodotto. L’identità dell’individuo si fonda sul complesso
sistema di rapporti interpersonali che stabilisce con il mondo circostante;
nella città moderna spesso questi rapporti non hanno lo spazio per svilupparsi,
per crescere, ed hanno generato un individuo alla continua ricerca di se stesso[5]. Nella grande macchina banale eretta sulle ceneri
delle fabbriche dell’industrialismo di inizio Novecento, appaiono sacche di
resistenza alla “rivoluzione” modernista: forme di “autogoverno” per la
riappropriazione di spazi, di diritti negati, centri sociali e di accoglienza,
associazioni di volontariato, organizzazioni non governative. Queste manifestazioni dello “stare assieme”, le
nuove e le vecchie forme di socializzazione, evidenziano bene il ruolo che
l’individuo cerca e costruisce nella città moderna; piccole “resistenze”,
si è detto, che però possono contribuire alla riappropriazione di un’identità
negata per troppo tempo, e all’edificazione di una città per l’abitare[6].
[1] Magnaghi A. (2000), op. cit. , pp.16 e segg. . [2] Magnaghi A. (1991), Per una nuova carta urbanistica, in Magnaghi A. (a cura di), Il territorio dell’abitare,lo sviluppo locale come alternativa strategica, Milano, Franco Angeli, pp.22 e segg. . [3] Ibidem, pp. 22 e segg.. [4] Cfr. Scandurra E. (1999), op. cit. , pp. 140 e segg. [5] Cfr. Scandurra E. (1999), op. cit. , pp.131 e segg.. [6] Ibidem pp.120 – 122. |