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Sulla rotta di Ulisse, dai Campi Flegrei alla Grotta di Tiberio a Sperlonga

L'Odissea di marmo, a Sperlonga (Latina)

L'itinerario unisce idealmente due località legate al mito di Ulisse: Baia, sul cui lido il re di Itaca avrebbe seppellito il compagno Baios, morto durante il viaggio, e Sperlonga, al cospetto del monte Circeo, individuato come l'isola della maga circe presso cui l'eroe omerico si sarebbe trattenuto a lungo. La leggenda trova riscontro in due gruppi statuari. Il primo, appartenente al Ninfeo di Claudio, presso Punta Epitaffio, a Baia, raffigura Ulisse e un compagno nell'atto di porgere vino a Polifemo per inebriarlo. Il secondo, proveniente dalla grotta di Tiberio, è presentato nel Museo archeologico di Sperlonga, e viene definito "l'Odissea di marmo". Sono state ricostruie le scene raffiguranti l'accecamento di Polifemo e l'assalto di Scilla alla nave di Ulisse. Esso si snoda lungo il tracciato delle antiche vie Domitiana, Appia e Flacca, nelle province di Napoli, Caserta e Latina:  dai Campi Flegrei al Sud Pontino. Offre innumerevoli spunti di interesse storico, archeologico, geografico e ambientale. Può essere variamente articolato, in base al tempo a disposizione: mezza giornata o una giornata intera.

 

Lago d'Averno: mito e storia - Detto anche Cannito, è l'unico lago d'acqua dolce dei Campi Flegrei, formatosi in un cratere vulcanico nato da un'eruzione avvenuta circa 5.000 anni fa. Esteso 55 ettari e profondo 34 metri, è collegato al mare mediante un canale emissario fatto scavare nel 1855 da Ferdinando II di Borbone nell'ambito di un imponente programma di bonifica e rilancio. La mitologia greca (ripresa da Virgilio nel VI libro dell'Eneide) vi individuò una delle porte dell'Ade. In precedenza, Omero aveva scritto che Ulisse sarebbe passato attraverso l'Averno per recarsi nell'Aldilà al fine di cercarvi Tiresia. Insieme al lago Lucrino, a esso collegato, nella seconda metà del I secolo a.C., fu sede del Portus Julius, realizzato da Marco Vipsanio Agrippa per conto di Ottaviano per ospitarvi la flotta da guerra allestita per sconfiggere Gneo Pompeo. E' delimitato verso sud ovest dal Monte Nuovo, nato dall'eruzione del 1538: il cratere vulcanico più giovane d'Europa. Nerone vi fece iniziare i lavori (progettati e diretti dagli architetti Severino e Celere) di un canale navigabile che avrebbe dovuto collegare Puteoli con Roma. Sul lago si affacciano le imboccature della grotta di Cocceio (che collegava il porto realizzato da Agrippa con quello di Cuma) e la cosidetta grotta della Sibilla (in realtà, un camminamento militare che metteva in comunicazione l'Averno con il Lucrino). Sulle sponde, i resti del cosidetto tempio di Apollo (si tratta, invece, di una grande aula termale di epoca adrianea). Sullo sfondo, nel golfo di Pozzuoli, il promontorio su cui sorge il castello aragonese di Baia, sede del museo archeologico dei Campi Flegrei in cui è esposto il gruppo marmoreo dell'accecamento di Polifemo da parte di Ulisse rinvenuto nel Ninfeo di Claudio, sul fondo del mare dinanzi alla Punta dell'Epitaffio.

 

Cuma: la Magna Graecia - Prima colonia greca dell'Occidente mediterraneo, fondata dagli Euboici nell'VIII secolo a.C.: fu capitale di uno stato il cui territorio andava dalla foce del Volturno a nord alla Penisola Sorrentina a sud. Resistette agli attacchi etruschi per terra (Licola, 524 a.c.) e sul mare (Cuma, 474 a.C.), ma dovette cedere ai Sanniti (421 a.C.) e ai Romani che ne fecero un municipio che conservò per secoli lingua e cultura greche. Contesa fra Goti e Bizantini nel VI secolo d.C., fu occupata dagli Arabi nel 915 e distrutta da Napoletani e Aversani nel 1207. Sede del culto di Apollo sin dai tempi più antichi, legò il suo nome al mito della Sibilla, ripreso e rilanciato da Virgilio nel VI libro dell'Eneide.

Golfo di Gaeta - L'itinerario si sviluppa lungo il golfo di Gaeta, vasta insenatura del mar Tirreno, ripartita fra il Lazio, nella sezione settentrionale, e la Campania, in quella meridionale. Il golfo è limitato a nord dal promontorio del Monte Circeo e a sud dal Capo Miseno. Lo fronteggiano le Isole Pontine. Le coste laziali sono in più punti alte e frastagliate, per l'avvicinarsi al mare dei Monti Aurunci e dei Monti Ausoni. Vi sorgono varie e importanti città, a cominciare dall'omonima Gaeta, quindi Terracina, notevole centro portuale già in epoca romana, Formia, Scauri e Minturno, in provincia di Latina. Vi sfocia il fiume Garigliano. Le coste campane del golfo, un tempo paludose e successivamente bonificate, sono generalmente basse. Vi si affaccia la vasta e fertile pianura della Terra di Lavoro, attraversata dal fiume Volturno, che qui sfocia a mare. In provincia di Caserta, si incontrano i centri abitati di Castelvolturno, Mondragone, Cellole e Sessa Aurunca. In provincia di Napoli: Lago Patria, Varcaturo e Licola.

Bonifica del bacino inferiore del Volturno -  La bonifica del bacino inferiore del Volturno, infestato dalle paludi, iniziò nel XVII secolo per volontà del Vice Re spagnolo Fernando Ruiz de Castro, Conte di Lemos, sotto la direzione dell'architetto Giulio Cesare Fontana ed ebbe un impulso decisivo nella prima metà del XIX secolo da parte del Re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone, che affidò la progettazione e il coordinamento dei lavori all'ing. Giacomo Savarese. Ulteriori opere sono state realizzate nella prima metà del XX secolo per iniziativa dell'Opera Nazionale per i Combattenti. Oggi le opere di bonifica sono affidate al Consorzio generale di bonifica per il bacino inferiore del Volturno, con sede a Caserta.  Grazie alla bonifica, tutta la fascia compresa fra i Campi Flegrei e il Monte Massico (per una larghezza di 22 miglia, dall'Appia fino al mare, per una superficie di 240 miglia quadrate) potette essere recuperata agli usi agricoli e produttivi. A determinare l'impaludamento erano stati tutti i corsi d'acqua che lo attraversavano senza argini e senza regole: il Clanio, la Regia Agnena, il torrente Savone e altri corpi idrici minori. Il 13 agosto 1839 fu firmato il decreto reale che dava il via  all'imponente bonifica finanziata con i contributi raccolti fra i proprietari delle terre, i Comuni e le Province interessati. La tesoreria del Regno anticipò 50.000 ducati annui. I lavori andarono avanti senza sosta, anche durante i moti del 1848. In quell'occasione, Ferdinando II donò alla provincia di Terra di Lavoro la tenuta reale del Pizzone, estesa 1.000 moggia e capace di una rendita annua di 6.000 ducati. Nel 1851 si ebbe una straordonaria inondazione e molte fra le opere reaòizzate vennero compromesse: il Governo napoletano stanziò altri 34.000 ducati e i danni vennero riparati.  Questo il bilancio finale di quell'opera memorabile: 53 miglia quadrate di paludi bonificate e restituite al lavoro agricolo; 100 miglia di canali di bonifica realizzati, muniti di argini e controfossi; 150.000 alberi posti a dimora lungo i canali; 70 miglia di strade costruite ("decorate da punti in fabbrica e da altri 120.000 alberi")  attraversavano la campagna in tutti i sensi fra Napoli e Mondragone. L'ing. Savarese, a conclusione del suo lavoro, nel 1856, scrisse: "Le campagne, altre volte deserte, si ricoprono di abitazioni rurali. Gli abitati, composti altre volte da meschine capanne, assumono l'aspetto di villaggi e grosse borgate. Le popolazioni, deposto l'aspetto malsano e malaticcio che costituiva il tipo degli abitanti del Mazzone, riprendono le forme atletiche comuni degli abitanti della Campania. Infine, per le gratuite distribuzioni di terre comandate dal Re, il ruolo dei proprietari fondiari si è aumentato di 1.314 nomi e l'agiatezza e l'attività sono succedute all'ozio e alla miseria".

Scipione l'Africano

Lago Patria, Literna Palus - Laguna salmastra a forma di cuore con un perimetro di 6,5 km. e una superficie di 188 ettari e una profondità massima di un paio di metri. E' la Literna Palus degli antichi, così detta perché sulle sue rive, e precisamente a sud ovest, alla foce dell'antico fiume Clanis, che in questo tratto si chiamava Liternus, sorgeva la città di Liternum. Successivamente, con la bonifica del bacino inferiore del Volturno, il corso d'acqua è stato spostato 12 km. più a nord, con la canalizzazione dei Regi Lagni. Il nome del lago, secondo alcuni, dovrebbe essere ricollegato all'scrizione fatta apporre da Publio Cornelio Scipione l'Africano e riferita da Valerio Massimo: "Ingrata patria, non avrai mai le mie ossa".

Liternum, la tomba di Scipione - Sorto presso la sponda meridionale della Literna Palus, era un piccolo e povero abitato quando, dopo la seconda guerra punica, per fortificare il litorale campano, vi fu dedotta una delle più antiche colonie (194 a.C.) della regione. Aveva il rango di Colonia maritima civium. Deve la sua celebrità a Publio Cornelio Scipione l'Africano, il vincitore di Annibale, che vi si ritirò disgustato dalle accuse e dal processo che gli avevano intentato i suoi nemici. Abitò in una modesta e austera villa (Seneca, Epistolae 86), dove morì nel 183 a.C. circa.. La città, ricordata anche da Cicerone, decadde per l'isolamento rispetto alle vie di comunicazione e per l'impaludamento della fascia costiera. Ebbe una breve rifioritura all'epoca dell'apertura della Via Domitiana (95 d.C.), ma si trattò del classico canto del cigno.

Foce Volturno - Fu sede della colonia Vulturnum, istituita parallelamente a quella di Liternum, nel 194 a.C.,  sul luogo dove l'esercito romano aveva avuto il suo accampamento durante l'assedio di Capua, nei pressi della costa in cui il fiume di riversa nel Mar Tirreno. Il Volturno scorre nel Molise e in Campania per 175 km. ed ha un bacino idrografico di 5.455 kmq: è il fiume più importante, più lungo e con il bacino più esteso dell'Italia meridionale. Il suo regime è caratterizzato da magre estive e da piene autunnali e primaverili. Ha origine a 548 m. di altezza, sulle pendici del Monte Rocchetta, nel massiccio delle Mainarde, nell'Appennino Abruzzese. Scorre per 45 km. nel Molise, poi, con andamento prevalente verso sud, entra in Campania, dove è raggiunto dal suo principale affluente, il Calore (108 km.). Bagna Capua, in provincia di Caserta, attraversa un'ampia pianura oggi bonificata e assai fiorente di colture, la Terra di Lavoro, e sfocia con un piccolo delta nel golfo di Gaeta. Il 2 ottobre 1860 si svolse sulle rive del Volturno, fra Capua e i Ponti della Valle, lo scontro decisivo della spedizione guidata da Garibaldi che portò alla fine del Regno delle Due Sicilie.

Sinuessa, città del golfo - L'abitato dell'attuale città di Mondragone, esteso notevolmente lungo la via Domiziana, si trova a non molta distanza dal luogo ove sorgeva Sinuessa, l'ultima città della costa tirrenica toccata dalla antica Via Appia e che, secondo Strabone, si chiamò così per il fatto di trovarsi in fondo al golfo (sinus) di Gaeta. Non è certo se la località fosse abitata allorchè, nel 295-94 a.C., i Romani vi dedussero una colonia. Per la posizione sull'Appia e per le sue terme, raggiunse in breve una notevole importanza. Nel 217 a.C. il suo territorio fu devastato da Annibale. Il poeta Orazio incontrò, a Sinuessa, Virgilio e del fatto parla nella descrizione del suo viaggio a Brindisi, nel primo libro delle "Satire". Accolse, poi, una seconda colonia, ma rimase sempre allo stato di città municipale ordinaria, come ultimo centro del Latium adiectum. Non si sa quando fu distrutta. Non lontano sorse, nel Medio Evo, Mondragone, con una rocca sul vicino Monte Petrino (m. 412), ultima propaggine a sud del Massico. Agli inizi del XV secolo fu, per breve tempo, feudo di Jacopo Sannazzaro, avo del poeta omonimo, cui fu donato dal Re di Napoli Ladislao di Durazzo.

Foce Garigliano - Il Liri-Garigliano (lunghezza 158 km. e bacino idrografico di 5.020 kmq.) nasce, con il nome di Liri, in Abruzzo alle pendici medio-orientali dei monti Simbruini (vetta massina 2.014 m.) e scorre fra il Lazio e la Campania, segnando il confine tra le due regioni. Il suo regime, che dipende dalle precipitazioni, è caratterizzato da magre estive e piene primaverili e autunnali. In pianura è raggiunto dal Sacco (87 km.), suo principale affluente di sinistra, e, quindi, dal Gari. Dopo questa confluenza assume effettivamente il nome di Garigliano. Le sue acque sono utilizzate per alimentare varie centrali idroelettriche.

 

Ponte borbonico "Real Ferdinando" - Al lato dei 2 ponti moderni che congiungono la riva campana con quella laziale del Garigliano è visibile il pregevole ponte borbonico, detto "Real Ferdinando", di recente restaurato dall'Ente Nazionale per le Strade (ex ANAS): si tratta del primo esempio di ponte sorretto da catene realizzato in Italia. Lo progettò, su incarico del Re delle Due Sicilie Francesco I di Borbone, l'ingegnere Luigi Giura nel 1828 e fu inaugurato nel 1832 alla presenza del nuovo Re Ferdinando II. Fu parzialmente distrutto del 1943 dalle truppe tedesche in ritirata. Tutti i ponti costruiti precedentemente erano crollati.  A cominciare dai 3 costruiti in epoca romana: il ponte di Cicerone, il ponte delle Mole e quello che la tradizione popolare definiva Ponte Rutto. In età moderna avevano seguito la stessa sorte il ponte degli Aragonesi e il ponte del vice Re spagnolo Duca d'Alba. Nei periodi intermedi, tra la caduta di un ponte e la costruzione del successivo,  le due sponde del fiume, all'altezza dell'Appia, erano unite da una "scafa". Tra il 1788 e il 1823 ben 10 progetti vennero messi a punto per risolvere il problema dell'attraversamento del Garigliano con ponti in legno, in ferro e in fabbrica all'altezza della strada regia, ma l'epilogo era stato sempre lo stesso: i progetti avevano dovuto essere accantonati, spesso a lavori già iniziati. Il Garigliano, corso d'acqua a carattere alluvionale, era un fiume veramente difficile.  La rivoluzione industriale, però, offrì gli strumenti per riuscire in quella quasi impossibile impresa. Già nel XVII secolo l'italiano Fausto Veranzio aveva intuito la possibilità di costruire un ponte sospeso a catene di ferro e ne aveva disegnato anche un prototipo, ma a quell'epoca i metalli non davano sufficienti garanzie  di sicurezza. Dopo alcune realizzazioni negli USA e in Inghilterra, è il Regno delle Due Sicilie a cimentarsi nell'impresa: 4 colonne di architettura egizia s'innalzano sulle sponde del Garigliano e sorreggono 4 fasci di catene disposti in 2 piani verticali e paralleli, in modo da formare un arco rovescio con la corda di circa 80 m. e con la freccia di circa 5,20 m.. Sono i cosidetti rami di sospensione che attraverso i rami di ritenuta vanno a conficcarsi sottoterra, a una profondità di 10 m.; 108  aste di ferro pendono dalle catene di sospensione e sorreggono il tavolato del ponte lungo 74 m. e largo 5,72 m., diviso in 3 segmenti di cui il mediano è riservato alle vetture e i laterali, rialzati, ai pedoni.  A guardia del ponte, 4 sfingi vigilano sulle piazzette di accesso.

 

Le terme di Minturnae: ingresso

Minturnae: fra ausoni e romani -  Presso la foce del Garigliano sorgeva l'antica Minturnae. E' ancora visibile, sulla sinistra della strada, la serie degli archi di un acquedotto della prima metà del I secolo d.C., che, lungo 5 km, portava l'acqua dalla sorgente in località Capodacqua alla città, verso la quale si dirige un secondo tratto a destra. Oltrepassato a sinistra un cimitero di guerra inglese, si incontrano gli avanzi dell'antico centro urbano, con i ruderi risalenti agli Ausoni e quelli d'epoca romana. Tra questi ultimi spicca il grandioso teatro, presso cui è stato allestito un interessante Antiquarium.  Alleata con i Sanniti nella guerra contro Roma, la prima Minturnae fu distrutta insieme a Vescia e Ausona nella guerra romano-latina. Nel 296 a.C. vi fu dedotta una colonia e la città, attraversata dalla via Appia e dotata di un porto fluviale presso la foce del Garigliano, si accreditò come uno dei principali centri commerciali fra Lazio e Campania. Nell'88 vi si rifuggiò Gaio Mario, fuggito da Roma dopo la proscrizione di Silla: fu condannato a morte dai magistrati cittadini, ma lo schiavo cimbro incaricato di ucciderlo ("Oserai tu uccidere vincitore della tua gente?") non ebbe il coraggio di eseguire la sentenza e Gaio Mario potette imbarcarsi per l'Africa. La città ebbe nuovi coloni da Cesare e Augusto. Ma un progressivo impaludamento rese i luoghi inabitabili e il territorio si spopolò. Gli edifici furono spogliati delle loro decorazioni marmoree, alcune delle quali furono utilizzate per il Duomo di Gaeta. Gli scavi archeologici furono iniziati, per concessione del Re delle Due Sicilie Ferdinando I, dal marescallo Laval Nugent nel 1817: molti reperti, in seguito a complicate peripezie, furono trasferiti al Museo di Zagabria, dove tuttora si trovano. Si riprese a scavare nella prima metà del XX secolo: le statue rinvenute sono sparse fra i Musei di Napoli e Philadelphia , oltre che nell'Antiquarium locale. Dell'antica città ausone resta il tracciato quadrangolare delle mura in opera poligonale con i resti delle torri angolari. La città romana si sviluppò a ovest con una propria cinta muraria: di questa zona sono noti il teatro, affacciato nel foro a sud della via Appia, e l'acquedotto. Il teatro (lungo 78 metri, profondo 50 e con un raggio di 39,5) fu realizzato in opera reticolata e successivamente restaurato in opera laterizia. Si compone di una cavea con le gradinate per gli spettatori, della scena sopraelevata e dell'orchestra, situata fra le gradinate e la scena. Sono visibili i resti del Macellum (mercato di generi alimentari), delle terme e dei fori di età repubblicana e imperiale.

 

L'Appia: "Regina viarum". La visita agli scavi di Minturnae consente di vedere (e di percorrere) un discreto tratto dell'antica via Appia, straordinariamente conservato. Si tratta della più antica via romana e della più importante strada dell'Italia meridionale, con il suo lungo percorso da Roma fino a Brindisi, considerata già nell'antichità come la Regina viarum. Fu incominciata nekl 312 a.C. dal censore Appio Claudio Cieco, il quale, rettificata una via preesistente fra Roma e i Colli Albani, la tracciò con un piano battuto e massicciato fino a Capua. Di qui fu prolungata dopo il 268 fino a Benevento. Poi, verso il 190, fino a Venosa e, più tardi, fino a Taranto e Brindisi, dove due colonne di marmo cipollino - una ancora in piedi e l'altra conservata in parte - segnavano il limite estremo di questa via. I lavori di pavimentazione in blocchi di tufo comimciarono nel 258 per opera dei fratelli Ogulnii e continuarono, successivamente, fino a Capua (191) con blocchi poligonali di lava basaltica. Fu restaurata e abbellita da vari consoli e imperatori, fra i quali Traiano, che rettificò il tracciato dell'Appia presso Terracina, tagliando, per evitare un faticoso dislivello, un grande sperone di roccia che impediva il passaggio presso il mare. A questa via soprintendeva un magistrato particolare, istituito da Giulio Cesare. Uscendo da Roma dalle mura severiane per porta Capena e dalle mura aureliane attraverso la porta Appia, la via era per un lungo tratto fiancheggiata da magnifici monumenti funebri, in gran parte ancora esistenti e identificati, fra i quali la tomba di Cecilia Metella. A Benevento si ebbe la biforcazione dell'Appia antica con la nuova via costruita da Traiano, in onore del quale sul luogo della biforcazione sorse il magnifico arco trionfale ancora conservato.  La via Appia Traiana seguiva un percorso quasi parallelo alla prima per raggiungere direttamente Bari e Brindisi. Sulla via Appia convergevano o da essa si dipartivano altre strade minori. A Terracina si univa a essa la via Severiana, da da Ostia seguiva il litorale per Anzio, Astura e Circei. A Capua la raggiungeva la via Latina e altre vie locali provenienti da Lucrino, Cuma e Napoli. Dopo Sinuessa, si staccava dall'Appia la via Domitiana. Aveva stazioni con alloggio e cambio cavalli ogni 8 o 9 miglia nei luoghi meno popolati. Queste stazioni sono segnate, in genere, nella Tabula Pentigeriana e in altri itineraria. Orazio descrive argutamente il suo viaggio sull'Appia, da Roma a Brindisi, nelle Satire.

Formia - Per la particolare ubicazione geografica sul versante nord del golfo di Gaeta (Formianus sinus) e per le caratteristiche del sito, alcune fonti erudite (Strabone, Festo) ne fecero derivare il nome dal greco hormai, cioè ormeggio. Di probabile origine aurunca, nel V secolo a.C. fu occupata dai Volsci che, attraverso la valle del Liri, si stanziarono nel Lazio meridionale. Nel 338 a.C. fu istituita in municipio romano. Esclusivo centro di soggiorno estivo sin da tarda età repubblicana, fu prediletta da aristocratici e uomini politici del tempo: vi ebbero ville Cicerone, Mamurra e Pompeo. Sede vescovile nel VI secolo d.C., fu distrutta dai Saraceni nel IX secolo. La città era divisa in due dalla Via Appia. L'acropoli era nella zona alta (oggi Castellone), mentre l'abitato si sviluppava verso il mare che presentava residenze prestigiose dotate di peschiere e spesso anche di approdi.

Gaeta: porta del Regno - Per secoli baluardo settentrionale del Regno fondato da Ruggero II d'Altavilla che riuniva l'Italia centro-meridionale e la Sicilia, è una storica città che si estende sul promontorio del Monte Orlando, che divide in due l'ampio golfo cui Gaeta da il nome. Secondo Virgilio, il toponimo deriverebbe da Cajeta, la leggendaria nutrice di Enea. Apprezzato luogo di villeggiatura già in epoca romana, subì  dal Medio Evo ben quattro assedi: l'ultimo dei quali, il 13 febbraio 1861, portò alla conclusione della quasi millenaria esperienza statale del Regno delle Due Sicilie. Da Gaeta partì per l'esilio romano l'ultimo Re, Francesco II. L'abitato è costituito da tre nuclei: il quartiere medio evale, raccolto intorno al castello, con vie tortuose e case che risalgono al XII e XIII secolo; quello di Porto Salvo, quartiere di pescatori e contadini oggi fuso con Formia e, il più moderno, Sèrapo, che si allunga con un'ampia spiaggia sulla costa settentrionale del promontorio. Il Duomo, in stile romanico-gotico, ma con aggiunte moresche e più volte rimaneggiato, spicca nel nucleo medio evale. Fu consacrato nel 1106 e include una torre campanaria del XII-XIII secolo. Il castello, costruito nel XIII secolo, è diviso in due corpi: uno angioino e l'altro aragonese. Interessante è anche la Chiesa della SS.Annunziata (1320), che vanta una cappella rinascimentale, detta Grotta d'Oro, con decorazioni di Giovanni Filippo Criscuolo (XVI secolo). Il mausoleo di Lucio Munazio Planco, generale di Cesare, si trova in cima al Monte Orlando. All'estremità sud occidentale del monte si trova il santuario benedettino della Montagna Spaccata (dell'XI secolo). Altre all'agricoltura (ortaggi in serra), le attività economiche più significative sono legate al turismo, al porto e all'industria (raffinerie, cantieri navali e vetrerie).

         Sperlonga: l'Odissea di marmo - Sul litorale fra Sperlonga e Terracina la leggenda colloca Amyclae, città abitata dai Greci Laconi fuggiti in seguito alla lunga guerra del Peloponneso e poi scomparso nel nulla, probabilmente distrutta da Etruschi e Umbri. Si pensa che gli abitanti di questa città si sarebbero rifuggiati nelle grotte del promontorio, dando vita ai primi stabili insediamenti di Sperlonga, chiamata dai Romami Lucus speluncae. Il riferimento è al luogo in cui fu costruita una grande villa dell'imperatore Tiberio. Essa copriva i due lati del promontorio, dove si apre la grotta da lui fantasiosamente ornata, fra la Spiaggia dell'Angolo e quella di Bazzano. All'interno della grotta sono stati rinvenuti i resti di quattro notevoli gruppi marmorei di età ellenistica che raffigurano l'accecamento di Polifemo da parte di Ulisse (150 a.C. circa),  l'attacco di Scilla alla nave di Ulisse, Ulisse che minaccia Diomede dopo essersi impossessato del Palladio e Ulisse che recupera il cadavere di Achille (inizio I secolo a.C.). Si tratta di opere firmate da tre artisti di Rodi (Atenodoro, Agesandro e Polidoro), gli stessi che, secondo Plinio il Vecchio, realizzarono il celebre Laocoonte. I resti delle statue e molti oggetti rinvenuti nella villa di Tiberio sono esposti nel museo archeologico, da cui si scende, fra gli uliveti, fino al mare per raggiungere la grotta con le vasche per la piscicoltura che sono state portate alla luce a partire dal 1963, nel corso di una campagna di scavi ricca di sorprese. La residenza imperiale di Sperlonga venne realizzata su possedimenti della madre di Tiberio, che era originaria di Fondi, e si accrebbe attorno a un nucleo edilizio usato in precedenza come masseria agricola: in breve, il complesso si estese a buona parte del promontorio e alla fascia costiera che separa la grotta dal sito occupato dal centro storico fortificato della Sperlonga medioevale. Sull'ngresso della grotta di Tiberio è stata sistemata una copia della statua di Ganimede, il cui originale si trova nel museo. L'ambiente si configura come una sorta di suggestivo ninfeo, la cui parte centrale è occupata da una vasca circolare con un basamento di pietra sistemato al centro dello specchio d'acqua: qui era collocato il gruppo marmoreo dell'assalto di Scilla alla nave di Ulisse. In una grande rientranza della roccia, in posizione centrale nella grotta, era ubicato il gruppo scultoreo dell'accecamento di Polifemo da parte di Ulisse e dei suoi compagni, Sui lati, gli altri due gruppi che costituivano "l'Odissea di marmo". La grande vasca era (ed è) alimentata da sorgenti di acqua dolce, che si mescola con quella salata del mare con cui la vasca stessa è collegata mediante il sistema delle peschiere. Dall'interno della grotta, un canale porta nella vasca le acque piovane raccolte per caduta nell'intero promontorio che la sovrasta. Lungo il camminamento circolare che contorna la vasca sono ancora visibili diversi sedili pregevolmente scolpiti nella viva roccia e avanzi di affreschi e decorazioni che presentano ancora gli antichi colori. Sul lato sinistro della grotta si apre un locale scavato, a sua volta nella roccia, che presenta, sullo sfondo, una porta attraverso cui si accede in locali interni: gli archeologi hanno avanzato l'ipotesi che si tratti di una sorta di palcoscenico su cui si esibivano attori, mimi e musici. Il locale attiguo potrebbe essere interpretato come uno spazio di servizio. Accanto alla grotta di Tiberio, a fronte della spiaggia, si trova un'altra cavità di una certa grandezza: si tratta del luogo dove monaci benedettini, nel V/VI secolo d.C., realizzarono un proprio luogo di culto. Sarebbero stati loro a distruggere, per spirito di rivalsa nei confronti dell'antica religione pagana e accecati da un fanatismo allora piuttosto diffuso, le statue della grotta di Tiberio, nascondendone i pezzi delle vecchie peschiere.  Superata la fase delle invasioni barbariche e dei primi insediamenti monastici, la storia di Sperlonga fu legata a quella di Fondi. La cittadina fu devastata dai Turchi nel 1534 guidati dal Barbarossa, nel tentativo di catturare Giulia Gonzaga, e nuovamente aggredita nel 1622. Le quattro torri di difesa (Centrale, del Nibbio, Truglia e Capovento) non furono sufficienti a salvare l'incolumità degli abitanti del borgo fortificato sul mare.

  • L'itinerario della Riviera di Ulisse può essere modulato in modo da durare mezza giornata (ore 9,30-13,30) o una giornata (ore 9,30-17,30). Nel primo caso si effettuano soste soltanto al ponte borbonico Real Ferdinando, agli scavi di Minturnae e al museo archeologico di Sperlonga. Nel secondo, si include il borgo medievale di Sperlonga e la spiaggia di Serapo ai piedi della fortezza di Gaeta. 

Informazioni: Feder Mediterraneo, tel. 081-8540000 e 081-5795242, cell. 338-3224540 e 347-4475322, fax 081-8044268, e-mail feder-mediterraneo@libero.it

 

 


 

 

 

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Aggiornato il: 04 febbraio 2003