Terzo venerdì del Mese

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Sommario Prima meditazione

"I laici troveranno in quest'amabile devozione tutti gli aiuti necessari al loro stato".

È il contenuto della prima promessa fatta dal Cuore di Gesù. Non mi fermo a elencare i doveri: ognuno conosce i propri. Dico solo che il nostro lavoro in questo mondo si compendia in questo: conoscere, amare, compiere i doveri del proprio stato.
Conoscerli, amarli e compierli tali e quali Dio ce li impone, e perché Egli ce li impone. È qui che bisogna saper evitare le illusioni dell'interesse, le fluttuazioni del capriccio, i meschini calcoli del timore, i falsi pretesti delle passioni.

Il dovere è dovere! Esso si impone a noi, non siamo noi che lo creiamo. Dobbiamo prenderlo qual è. Se lo mutiliamo secondo le convenienze, non avremo più che i resti di un cadavere. Del resto dobbiamo notare che il dovere è qualcosa di mio, composto di un'anima e di un corpo. Il corpo del dovere è la lettera delle prescrizioni, l'anima è la volontà di Dio, che ispira, penetra ed anima le prescrizioni. Se si vuol vivere del nostro personale dovere, non si deve ucciderlo; perciò si deve prenderlo nella sua integrità, con la sua anima e con il suo corpo.

Quando si fa una scelta fra le prescrizioni tra quelle che ci convengono e quelle che non ci convengono, prima di tutto non si ha più l'effetto del dovere, perché facendo tale scelta, si segue la nostra volontà e non quella di Dio! Poi non si hanno più che brandelli di un corpo, poiché se ne prendono alcuni e se ne lasciano altri. In condizioni simili, quale vita interiore si potrebbe trovare?

Se si vuole vivere il proprio dovere, bisogna prenderlo nella sua interezza! E attaccarci alla sua anima, cioè alla volontà di Dio, fintanto non si vedrà nel proprio dovere quella grande cosa che ne è la vita. Fino a quando non lo si accetterà senza calcolo, senza diminuirlo, senza dividerlo e non sarà un peso fastidioso. Niente è bello e soave, niente è forte e gratificante come il dovere vivente; niente è odioso e schiacciante come il dovere sbocconcellato e morto.

Se il dovere c'è costato tanto fino ad ora, siamo onesti: prendiamocela con noi stessi; perché l'abbiamo ucciso? Vediamo di essere persone del dovere, del dovere integrale, non persone dei nostri capricci e delle nostre passioni; non delle persone dei compromessi e degli espedienti; e non ci lagneremo più del suo peso, come fa l'uccello che non si lamenta del peso delle sue ali; e comprenderemo e gusteremo quelle parole del Salvatore: "Il mio giogo è soave e il mio carico leggero". (Mt 11,30).

Non sono qui per indicare la particolarità dei doveri dello stato di ognuno: non sono consigli particolareggiati che si desidera dare; ma principi generali della nostra vita, la linea direttiva della nostra vita. Ci basta indicare il compiuto e il posto dei doveri del nostro stato, nell'economia dell'opera della nostra perfezione, ed indicarci il modo sostanziale secondo il quale li dobbiamo mettere in pratica. Aspetta poi a ciascuno aggiungere tutte le particolari virtù.
Quello che si cerca di formare in noi, non è la regolarità di una vita più o meno meccanica. Non è un regolamento che si vuole dare.

Con questo non si vuol dire che non ce ne occorra uno; un regolamento ci è necessario, come è necessaria la corteccia all'albero, perché è attraverso di essa che scorre la linfa.
Il succo o linfa non può circolare nell'albero senza la protezione della corteccia, né la corrente della vita divina nell'anima senza la protezione del regolamento. Ma né la corteccia, né il regolamento sono la vita. Regolamenti se ne trovano dappertutto, abbondano e sovrabbondano; non c'è bisogno che se ne aggiunga un altro a quelli già esistenti. Quello che scarseggia, quello che trova poco spazio nella maggior parte delle nostre organizzazioni fittizie, è il succo; il succo, cioè lo spirito interiore che costituisce la vita. Questo è lo spirito Cristiano capace di rinnovare la nostra vita.


Seconda meditazione

Abbiamo stabilito che lo Spirito Cristiano è capace di rinnovare la nostra vita. E dove lo si prende questo Spirito? Già avete capito! Lo si prende alla scuola di Dio - Naturalmente tale apprendimento va di pari passo con il modo e lo spirito con il quale si frequenta Dio - Sappiamo che Dio parla e agisce per mezzo di tutte le creature. Egli tiene dunque scuola dappertutto; per essere ammaestrato non rimane che ascoltarlo e seguirlo. Gli insegnamenti di Dio non mancano poiché Egli ammaestra ciascuno in particolare. Quello che Egli fa per ogni creatura ha un insegnamento, una condotta, un'azione speciale per lei. Ciò che manca sono i discepoli docili.

Che cosa insegna Dio nella sua scuola? Insegna tutto, assolutamente tutto ciò che la vocazione personale esige che ognuno sappia, ami e faccia. La vocazione personale impone di perfezionare la propria mente, il proprio cuore e i propri sensi, in modo da servire Dio, secondo tutte le esigenze della sua gloria e del proprio stato. Questo suppone che ognuno dovrà praticare tutte le virtù cristiane, proprie della sua situazione.

Ora, sono appunto queste virtù che Dio cerca di formare in noi. Difatti il succedersi degli avvenimenti, diretti da Lui e nei quali la nostra vita è divisa, ci conduce nel momento voluto a praticare gradatamente la pazienza o la fede, la generosità o la confidenza, l'abnegazione o la dolcezza, la fortezza o la prudenza, la carità o la giustizia ecc.

In che momento e in che ordine dobbiamo praticarle? Nel momento nel quale si presenta l'occasione e nell'ordine nel quale gli piace domandarcele. Quello è il momento buono e l'ordine voluto. Dio è abilissimo nella formazione delle anime. Cosa non saremo se, lasciandoci formare da Lui, non praticassimo nel momento e nell'ordine voluto dalla Provvidenza le virtù del nostro stato personale!

Che penitenze faremo? Quelle che Lui seminerà ogni giorno nel nostro cammino. "A ogni giorno basta la sua pena" (Mt 6,34), ha detto. Prendiamo le sue, quelle che ci sono imposte o proposte dal dovere, dagli avvenimenti o dalle ispirazioni che vengono da Lui. Queste sono le sue e sono migliori delle nostre che, inventate dal capriccio, non hanno la grazia, mentre le sue l'hanno sempre con sé; le nostre sono spesso imprudenti, pericolose, fallaci, mentre le sue non lo sono mai; le nostre sono incostanti, incoerenti, le sue misurate, continuate, ragionate; le nostre rispondono spesso assai poco e male ai bisogni del nostro sviluppo, le sue sono sempre proporzionate.


Terza meditazione

È molto utile per il progresso della vita spirituale la meditazione prolungata sugli atteggiamenti interiori del Cuore di Gesù. Essi spiegano le sue parole, danno il motivo delle sue scelte. Dai suoi sentimenti abituali e profondi, sgorgano le decisioni del suo agire. Ogni uomo, quando è sincero, assume il comportamento esterno secondo le disposizioni del suo animo. Ora Gesù ha fatto vedere questo fondo aprendoci il Suo Cuore e invitandoci a penetrarlo perché fossimo confortati e incoraggiati ad imitarlo.

La pazienza di Gesù. Da libro dell'Apocalisse: "All'angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: Così parla l'Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca". (Ap 3,14-16)
Tu dici: "Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla", ma non sai di essere infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comprare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la tua vergognosa nudità e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrasti dunque zelante e ravvediti, ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui e lui con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.

Il Cuore di Gesù è un amore che aspetta instancabilmente. Ho visto un'immagine di Gesù che bussa ad una porta senza maniglia al di fuori; è una porta che si apre solo dal di dentro. Nel pensiero dell'autore è rappresentato Gesù che desidera entrare, vuole entrare ma non fa violenza, aspetta sopportando anche la grettezza di chi gradisce la sua visita, non apprezza il dono della sua amicizia. Quanto deve attendere? Non si stanca, non si impazientisce finché la persona si renda conto, diventi disponibile, gli apre la porta del cuore. Così il padre del figlio prodigo non è un risentito, ma attende con fiducia il ritorno.
L'amore del Cuore di Gesù, paziente e misericordioso, non solo merita fiducia, ma la dona largamente, la restituisce instancabilmente. Il tratto di Gesù con Pietro che, dopo lo spergiuro, viene riammesso nell'amicizia, in compito di grande responsabilità, rivela la pazienza e la fiducia che il Cuore di Gesù è pronto a ricordare. "Entrerò da lui, cenerò con lui e lui con me". Sembrerebbe giusto un richiamo severo, anche una qualche punizione per la scortesia, ma il Cuore di Gesù, il Salvatore desideroso di portare la sua salvezza, la sua grazia, prende quel filo di buona volontà e ne fa una corda di acciaio. La delicatezza del suo amore che aspetta pazientemente diventa una forza potente di conquista; vince il male con il bene, sconfigge con la magnanimità del perdono.

Venite a Me. Dal Vangelo secondo Matteo: "In quel tempo Gesù disse: Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli". Sì, o Padre, perché così è piaciuto a Te. Tutto mi è dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, ed io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero". (Mt 11,25-30)
L'invito di Gesù è quanto mai soave e insistente. Chi è stanco spiritualmente ed oppresso moralmente, ha un titolo particolare per essere accolto da Gesù e trovare riposo nel suo Cuore. Le promesse sono allettanti e lusinghiere: "Io vi ristorerò, troverete riposo, il mio giogo è soave, il mio carico è leggero".
Non sono semplici dichiarazioni, sono garanzie e impegni dell'amore Onnipotente. Gesù è l'amico fedele, quanto promette mantiene; gli uomini, di solito, dicono e non fanno, Gesù quando dice, realizza con larghezza e generosità di amore. Occorre però andare alla sua scuola facendosi suoi discepoli, mettendosi fedelmente alla sua sequela, imitando i suoi esempi. "Io sono mite e umile di cuore".

Quanto dice sono note distintive del suo Cuore, lo caratterizzano, lo definiscono, lo qualificano. Nell'ultima cena Egli compie un gesto profetico sul quale richiama l'attenzione degli Apostoli: la lavanda dei piedi. Gesto che stupisce tutti, sembra esagerato, disdicevole allo stesso Pietro, Gesù però riafferma la sua volontà decisa a presentarsi così: "Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque, io, Maestro e Signore, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato". (Gv 13, 13-16).

Mitezza: significa furiosa rinuncia ai propri diritti fatta per amore di Dio nel servizio operoso al bene dei fratelli.
Questo è il significato della parola di Gesù. Questa mitezza ed umiltà ci avvicinano intimamente a Gesù mite ed umile e ci aprono il suo Cuore che è la vena dei tesori divini disponendoci a grazie sempre maggiori della sua inesauribile bontà. Così il Cuore di Gesù diventa realmente il luogo del nostro riposo.


Quarta meditazione

Un'altra promessa di Gesù è questa: "Io spanderò le più abbondanti benedizioni sopra le loro imprese".

Nella lettera al suo Padre Spirituale Santa Margherita Maria Alacoque così si esprime: "Le persone secolari avranno, per mezzo di questa amabile devozione ... celesti benedizioni in tutte le loro imprese". Per intendere bene il significato di questa promessa ed evitare illusioni e delusioni, bisogna tener presente quel che la medesima Santa scrive in un'altra lettera alla sua Madre: "Egli non mi dice che i suoi amici non avranno nulla da patire; infatti Egli vuole che essi collochino la loro beatitudine nel gustare le Sue amarezze". Ed in un'altra lettera alla medesima religiosa scrive: "Sinceramente non penso che le grazie a voi promesse riguardino l'abbondanza delle cose temporali, perché Egli dice che ciò piuttosto ci rende poveri della sua grazia e del suo amore. Egli invece vuole arricchire le vostre anime e i vostri cuori". Del resto, a parte di ogni commento della Santa, c'è Gesù stesso che dice: "Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua".
Dobbiamo dunque inserire questa promessa di benedizioni del Cuore di Gesù sulle imprese temporali dei suoi devoti nel contesto della grazia e dei benefici che anche dell'ordine temporale il Signore ci ha detto che dobbiamo chiedere "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" e che la Chiesa ci fa chiedere nelle nostre orazioni liturgiche.

Vuol dire che nel piano della Provvidenza di Dio, sui suoi devoti il Cuore divino spanderà in maniera speciale e con maggiore abbondanza le sue benedizioni, le quali dovranno sostenerci nel capire e nel disimpegno del proprio dovere; e questo riguarda tutto ciò che ci è richiesto o dovuto perché, la missione affidateci, possa compiersi.
Ora sappiamo che il dovere - del quale già altre volte abbiamo parlato - è la nostra unica occupazione, la quale occupazione quando è compiuta come si deve ci porta alla perfezione cristiana. E questa è l'unica cosa che dobbiamo fare, perché Dio non ce ne domanda che una; l'osservanza dei doveri del proprio stato, i quali doveri poi sono contenuti nei comandamenti e nei consigli. Noi non dovremo mai da uscire da lì. Non si tratta affatto di fare cose eccezionali: Esse sono proibite; quando nella vita dei santi vi sono cose eccezionali, è Lui che le fa. Noi dobbiamo semplicemente seguire la linea comune del dovere pratico di tutti i giorni, nella condizione nella quale Dio ci vuole; tutto il dovere e niente altro che il dovere; è la nostra perfezione. La perfezione cristiana è di tutti gli stati ed è alla portata di tutti e chi non può fare il proprio dovere? E fare il proprio dovere è tutto quello che Dio comanda, non ha mai domandato e mai domanderà altro. Sovente siamo tentati e, forse, anche lo diciamo: "È difficile essere cristiano nella tale condizione, la perfezione è impossibile nel tale stato".

In tali situazioni ci viene consigliato di non fare calcoli con le difficoltà; un uomo coraggioso le supera sempre. In quel tale stato c'è un dovere da compiere? Sì! Compi il dovere di questo stato e contentati di esso. Quando ci viene detto: "Compiere", si intende compierlo tale e quale Dio lo impone e finché Egli lo impone. È impossibile questo? No, mai; sarebbe una bestemmia solo il dire che Egli impone doveri impossibili!
Ci viene ancora l'esortazione di andare al fondo del proprio dovere, del proprio non di quello del proprio vicino, e si giungerà alla completa perfezione che Dio esige da ciascuno. Chi rinuncia, o si tira indietro sotto la spinta della cattiva natura, si getta spesso in una deplorevole illusione.
Chi dice: "Se io fossi in quella condizione farei meglio; a questo od a quest'altro è più facile che a un essere cristiano. E si ricomincia a desiderare un altro stato, e intanto non si fa dovere del proprio stato. È proprio questo che vuole il nemico della nostra perfezione. Siamo ancora esortati a essere più positivi; a tenerci sempre là dove ci troviamo, e lì dove ci troviamo, cominciare a fare quello che c'è da fare. Se più tardi, od avanti, o dopo Dio ti conduce ad uno stato diverso, faremo anche allora il dovere di quello stato, e così sempre, vivendo praticamente della vita nella quale ci troviamo.

Non c'è niente di tanto positivo come la vita cristiana; non è con il cullarci in vuote utopie né divagando in più immaginazioni, che si fanno dei cristiani. Il dovere, il dovere del momento, il dovere puro e semplice, nella sua realtà concreta, qualunque essa sia; tutto sta lì, essere fermi e costanti nell'adempimento del dovere, è essere veri cristiani. Siamo fedeli al dovere della prima vocazione: perché ogni vocazione ha il suo proprio dovere, ed è questo che bisogna compiere. Ognuno ha necessariamente un dovere proprio e personale, perché ha necessariamente una vocazione.
Ora Iddio sa quando abbiamo bisogno di essere incoraggiati, consolati, fortificati, e secondo le necessità ci procura le gioie e le consolazioni. Egli sa quando abbiamo bisogno di essere agitati, da scosse che faranno cadere le nostre scorie, purificati dalla prova, santificati con l'espiazione, distaccati con il sacrificio, e a questo scopo dispone l'azione delle creature che ci provano. Gli uomini e gli animali, gli avvenimenti fisici e gli avvenimenti naturali; dalla puntura di un insetto fino ad una ispirazione soprannaturale, tutto lavora in noi secondo i disegni di Dio. Per capire e credere a tutto questo movimento occorre tanta ma proprio tanta preghiera.

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