Trattato

L'Amicizia

Di Aelredo di Rievaulx

È ora che vediamo come l'amicizia va coltivata. Perché essa sia stabile e costante, deve avere alla base una scambievole Fedeltà.

Un rapporto incrinato da giustificati sospetti non sarà mai solido.

Estratto

Estratto dal Trattato sull'amicizia di Aelredo di Rievaulx.
De spiritali amicitia, III, 88-89.91. PL 195-692.

La fedeltà esige che gli amici siano tra loro semplici, comunicativi, condiscendenti, mossi da interessi somiglianti. Una persona complicata e contorta non può ispirare fiducia. E quando non sussiste omogeneità di intenti e affinità di ideali il rapporto è ambiguo e instabile.

Guardati soprattutto dal sospetto, che è il veleno dell'amicizia: non pensare mai male dell'amico e non prestar fede a chi lo denigra. Invece il garbo nel parlare, il sorriso del volto, la gentilezza del tratto, lo sguardo sereno, danno all'amicizia tutto il sapore. Certamente un'aria austera, severa a volte, potrà conferire una gravità rispettabile, ma l'amicizia deve essere meno compassata, più libera, più affabile, più socievole, pur senza cadere nella leggerezza e nella dissipazione.

Non preferirti mai all'amico; ma se talvolta ti vedi superiore a lui, non esitare a farti più piccolo ai suoi occhi, dagli fiducia, annulla la sua soggezione. Sappi onorarlo quanto meno lo esigono la sua condizione o la sua povertà.

Gli uomini avrebbero una vita perfettamente felice, diceva un sapiente, se si togliessero di mezzo le parole "mio" e "tuo". Difatti la santa povertà, santa perché volontaria, conferisce una grande stabilità all'amicizia spirituale, mentre la cupidigia la mette a morte. Perciò una relazione d'amicizia si conserva più facilmente, se l'animo è libero da simili peste.

Ci sono ancora altri benefici nell'amore spirituale grazie a cui gli amici possono assistersi e aiutarsi a vicenda.

Anzitutto avranno una reciproca sollecitudine: proveranno gioia o vergogna l'uno per l'altro e scambievole sarà il rincrescimento degli errori compiuti o la soddisfazione del progresso realizzato. Ognuno dei due incoraggi l'altro se depresso , lo accolga quando non sta bene, lo consoli se triste, ne sopporti la collera. Sia così rispettoso dello sguardo di lui da non osare mai un'azione o una parola disonesta o sconveniente.

Siccome ogni sbaglio ricade sull'amico, ciascuno dei due non solo ne arrossisce e se ne dispiace interiormente, ma se ne rimprovera come di colpa qualora l'abbia vista o udita nell'altro. In conseguenza, ognuno stima di dover all'amico quel riguardo che magari non ha per se stesso.

Per finire, la riservatezza è la compagna migliore dell'amicizia, per cui questa perde il ornamento più bello quando le viene tolta la delicatezza della discrezione.

L'amico saprà consigliare il bene con chiarezza e con tono libero e rassicurante. Agli amici però non vanno solo offerti avvertimenti ma, se occorre, rimproveri.

C'è a chi la verità dà fastidio, tanto da generare avversioni, secondo il detto: "I complimenti fanno gli amici, la verità produce i nemici". Tuttavia, indulgere per compiacenza ai peccati dell'amico è cosa gravissima, se permette che lui vada in rovina. Perciò si deve soprattutto incolpare l'amico e rimproverarlo, se lui disprezza la verità e scivola nel male sotto la spinta di moine e lusinghe. Ciò non significa che da parte nostra dobbiamo escludere dolcezze e modi carezzevoli con gli amici.

In tutto occorre conservare la giusta misura che ammonisce senza durezze e rimprovera senza offendere.

Usiamo pure gentilezze e complimenti, ma che siano delicati, corretti, leali. Mettiamo invece al bando la bassa adulazione, complice del vizio, indegna non solo di un amico, ma della persona umana.

Se puoi chiude gli orecchi alla verità al punto da non ascoltarla neppure da una bocca amica, possiamo disperare della sua salvezza.

Anche se l'amico si sente offeso, tu continua a correggerlo. Anche se l'amaro della correzione lo ferisce, tu continua a correggerlo. Le ferite d'un amico sono più intollerabili dei baci degli adulatori.

Riprendi dunque l'amico quando sbaglia. Soprattutto, però bada di correggere senza irritazione e senza asprezza, per non sembrare che stai sfogando la tua stizza invece di rimproverare l'altro. Ho conosciuto della gente che maschera l'intimo astio o il bollore della propria collera con il nome di zelo e di franchezza. Seguire le proprie reazioni istintive non hai mai giovato a nessuno, anzi fa molto male. Tra amici questo comportamento è inescusabile.

Dobbiamo saper compatire l'amico, comprendere la sua fragilità, considerarne i limiti come se fossero nostri, correggerlo con umiltà e simpatia. Il rimprovero sarà fatto con volto mesto, a mezza voce, mescolando lacrime e parole.

Non basta che l'altro veda: deve sentire che la correzione scaturisce dall'affetto e non da rancore. Se lui rifiuta il primo rimprovero, forse accetterà il secondo. Intanto tu prega, piangi, mostrati afflitto e conservagli un tenero affetto.

L'amico si adatterà all'amico in modo da conformarsi adeguatamente al carattere di lui. Deve, si, essergli vicino nelle difficoltà esterne, ma soprattutto venirgli in aiuto nelle prove spirituali.

Poiché il fatto di ammonire ed essere ammoniti connota l'amicizia, l'uno lo farà liberamente, ma senza acredine; l'altro lo accetti con pazienza e non di mal animo. Entrambi saranno convinti che il cancro peggiore dell'amicizia sono l'adulazione e le smancerie: atteggiamenti di gente falsa e volubile che parla a capriccio, non secondo il vero.

Nessuna ambiguità dunque tra amici, nessuna finzione, perché ciò ripugna moltissimo all'amicizia. Al nostro caro dobbiamo dire la verità, altrimenti parlare d'amicizia non ha più senso.

C'è però una dissimulazione necessaria che consiste nel differire il castigo o il rimprovero in funzione delle circostanze di luogo, di tempo, di persone, pur senza approvare interiormente la mancanza. Se un amico ha mancato in pubblico, non va rimproverato subito davanti a tutti. Occorre invece far finta di nulla, adeguandosi alla situazione e persino scusando la colpa quanto si può senza offendere la verità. Per la meritata correzione si aspetterà un incontro familiare in privato.

Bisognerà pure saper dissimulare quando l'animo, preso da varie cose, non è capace di attenzione a quel che vien detto, oppure il cuore si è agitato ed è un po' inquieto per il sopraggiungere di altri motivi. Quando il tumulto interiore si sia placato, l'ammonizione potrà trovare un orecchio più disposto ad accoglierla.

Supponiamo un amico assai potente, capace di promuovere ad onori e a dignità chiunque voglia. Dovrà dar la preferenza a coloro che ama e da cui è amato? E fra di essi favorire chi ama più di tutti?

Vale la pena indagare come vada coltivata l'amicizia sotto tale aspetto. Ci sono di quelli che pensano di non essere amati perché non li si può far avanzare di grado. Costoro si immaginano di essere disprezzati se non ricevono incarichi e uffici. Sappiamo che questo fa nascere non pochi dissapori tra quelli che si credevano amici; al dissenso segue poi la rottura, alla rottura le maledizioni.

In questo campo, bisogna soprattutto seguire la ragione, non il sentimento. L'onore e l'onere delle cariche non vanno affidati a coloro che ci sono più amici, ma a chi vediamo più atto a portarli. Tuttavia, a parità di competenza, non disapprovo che l'affetto entri un po' in gioco.

Nessuno pensi di non essere amato, perché non è promosso a qualche dignità. Il Signore preferì in un senso, Pietro a Giovanni, senza peraltro togliere a Giovanni l'affetto perché dava a Pietro il primato. A Pietro affidò la Chiesa, a Giovanni la madre teneramente amata. A Pietro diede le chiavi del Regno, a Giovanni scoprì i segreti del cuore.

Vi ho dato l'esempio - ha detto il Signore - perché come ho fatto io, facciate anche voi.

Diamo all'amico tutto l'affetto, tutto il favore, tutta la tenerezza, tutta la carità. Cariche e vani onori assegnamoli a coloro che la ragione avrà designato.

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