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©1998 |
La guerra dimenticata Iraq: si spengono i riflettori ma il dramma continua di Yvonne Rivelli A pochi giorni dalla fine di una guerra (almeno come conflitto armato) sembra che tutto sia stato dimenticato. Saddam Hussein rimane una primula rossa e continua a fare i suoi proclami, alla maniera di Osama Bin Laden. Al momento solo un’ombra sulla pesante realtà quotidiana del popolo iracheno. Un popolo rimasto nelle stesse condizioni in cui era prima dell’intervento americano: nella fame, nella disperazione e dilaniato dalle cruente lotte interne. Non è più un popolo schiavo. Ha conquistato la libertà. Questo, almeno, è quello che c’è stato propinato da mass media, dai commentatori, politici e non. Sì, hanno conquistato la libertà… di continuare ad essere sfruttati, di rimanere nella disperazione e nella fame. Tirando le somma, la guerra, "portata" dagli americani in Iraq, ha dimostrato tutta la sua inutilità. Ovviamente, non quei poteri occulti che, "con tutte le loro forze", l’hanno voluta. Ma, come ha affermato il Papa, si è trattato di un crimine contro l’umanità. Adesso l’intervento di ricostruzione stenta a decollare. Anzi sembra proprio che gli iracheni non abbiano voglia di essere aiutati da chi li ha bombardati. Ed è esplosa la violenza, la rabbia, la disperazione di chi si è visto, nonostante tutto, attaccato. Gli americani hanno dovuto sparare ad altezza d’uomo, in alcuni quartieri, per disperdere la folla inferocita. La normalizzazione stenta a decollare poiché gli iracheni non hanno nessuna voglia di farsi governare da uno stato straniero. E neanche vogliono sostituire Saddam Hussein con Gorge W. Bush. Hanno detto, a chiare lettere, che gli americani devono andare via. L’Iraq non è l’Italia del 1943 e Baghdad non è Napoli. Allora si capiva chi erano i dittatori. Hitler in primo luogo. Oggi è più difficile. Chi sono i dittatori del mondo globalizzato? Il mondo islamico ha altre tradizioni, un’altra cultura un’altra economia e tante etnie. I conflitti etnici si sono moltiplicati e la gente incomincia a nutrire seri dubbi sull’intervento liberatorio degli americani. Il risultato finale è l’acuirsi di un odio contro l’Occidente, oltre che contro il popolo americano. L’odio, fatto serpeggiare tra i popoli, è quanto di più pericoloso possa alimentarsi, in un’epoca dove la ricchezza mondiale è tutta accumulata nelle mani di pochi paesi occidentali, e degli americani. L’effetto immediato, una guerra tra le etnie nella "migliore" delle ipotesi, o addirittura una guerra civile su larga scala, inarrestabile. Ora tutta l’attenzione degli americani sembra orientata ai paesi vicini, come l’Iran o la Siria o la Corea del Nord. Non è certamente una mania di persecuzione degli americani. Ma questo strano desiderio di voler, con la forza, liberare tutti i popoli dalle tirannie ci preoccupa, poiché potrebbe significare altre guerre. Guerre virtuali che virtuali non sono, visti gli effetti causati sul popolo iracheno. Guerra infinita così come recita Gorge Bush. Allora c’è da preoccuparsi molto e seriamente. Forse si vuole far capire, a tutti i costi, che il mondo intero è soggetto al dominio della nomenklatura americana. Non si tratta nemmeno di istaurare un altro periodo di guerra fredda, come lo fu tra i sovietici e gli americani, con i primi alla guida dei Paesi del socialismo reale e gli altri con i paesi del Patto Atlantico. Oggi si rischia di alzare un muro virtuale tra i popoli. Un muro che nessuno più potrà abbattere, vista la globalizzazione. Non certamente il muro di Berlino che, sia pure dopo quarant’anni, è stato abbattuto. Un muro contro l’umanità. |