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La Risurrezione

 

 

L'APOSTOLO PAOLO ANNUNCIA CRISTO RISORTO

LE APPARIZIONI PASQUALI NEL VANGELO DI MARCO

LE APPARIZIONI PASQUALI IN LUCA E NEGLI ATTI DEGLI

 APOSTOLI

LE APPARIZIONI PASQUALI NEL VANGELO DI GIOVANNI 

 


   

 L’APOSTOLO PAOLO ANNUNCIA CRISTO RISORTO

 

   L’origine storica del Cristianesimo risale alla metà del primo secolo, allorché in varie parti del mondo antico troviamo la presenza di comunità cristiane formate da convertiti dalla religione ebraica e dal paganesimo. E’ in queste comunità che si riverbera la fede in un figlio del popolo di Israele, Gesù di Nazaret, ucciso a Gerusalemme agli inizi degli anni trenta, e che ora viene riconosciuto come il Cristo, equivalente greco del termine ebraico Messia, e come il Signore, il cui termine greco è Kyrios.

   Secondo la maggior parte degli studiosi  i primi scritti cristiani databili sarebbero le epistole attribuite a Paolo di Tarso, scritte per circa un decennio dall’inizio degli anni cinquanta. E’ in queste lettere che quasi tutti gli studiosi riconoscono essere presenti le più antiche professioni di fede nella risurrezione di Gesù.

   Secondo alcuni, Paolo sarebbe stato il vero iniziatore della religione cristiana. Secondo altri egli sarebbe stato un secondo creatore.

   In realtà, dopo la sua conversione, Paolo viene catechizzato da Anania, capo della chiesa di Damasco e da lui apprende i fondamenti della fede cristiana, venendo introdotto al culto della fede cristiana ed alla celebrazione dell’Eucaristia, ricevendo quel patrimonio di insegnamento e di formule di fede e di preghiera che rimarrà il fondamento di tutta la sua missione  apostolica.

   E non sarebbe neanche di Paolo la più antica testimonianza della risurrezione di Gesù, anche se tale testo è presente nel capitolo 15 della prima lettera scritta, dall’apostolo, ai cristiani di Corinto:

   “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto”(1Cor 15,3-8).  

 

   Dalla prima espressione si comprende che quanto Paolo annuncia lo ha mutuato da

 altre fonti:

paredwka gar umin en prwtois o kai parelabon oti cristos apeqanen uper twn amartiwn hmwn kata tas grafas”.

   “Vi ho trasmesso....quello che anch’io ho ricevuto”. Si tratta indubbiamente di un annuncio che insieme ad altro materiale orale è stato trasmesso a Paolo da Anania, capo della Chiesa di Damasco, ed anche da altri membri di quella comunità cristiana. E se la lettera è stata scritta negli anni 54-55, ed è assodato che verso l’anno 50 Paolo si trova a Corinto, si può dedurre che l’annuncio ricevuto da Paolo è anteriore di molto a questo periodo. Possiamo, forse, risalire alla seconda metà degli anni trenta, se non addirittura all’anno 33  e successivi. Quindi in un periodo molto vicino all’evento Gesù.

   Poiché alcuni cristiani di Corinto non credono alla risurrezione dei morti, Paolo parte dall’annuncio fondamentale del messaggio evangelico, dichiarando apertamente che quanto egli proclama lo ha ricevuto da altri.

   Da un esame del termine kata tas grafas , che significa: “secondo le scritture”, presente solo nei versetti 3 e 4 del capitolo 15 della prima lettera ai Corinti, ed assente in tutto l’epistolario Paolino, si comprende che la terminologia non appartiene a Paolo, ma è stata da lui attinta ad una tradizione più antica. Nelle sue lettere, l’apostolo preferisce usare altri termini, come “sta scritto”.

   Anche il termine apparve, in greco wfqh,  “ophthe” al di fuori di questo testo, dove è presente quattro volte, è invece praticamente assente nell’epistolario Paolino, ad eccezione della prima lettera a Timoteo (1Tm 3,16).

   Infine, un altro segno della diversità di questo testo dagli altri attribuiti a Paolo, è nella citazione degli apostoli, chiamati, qui, i Dodici. E’, questa, l’unica volta in cui il termine è presente nelle epistole di Paolo.

   In conclusione, la proclamazione della risurrezione di Gesù da parte dell’apostolo Paolo, così come è presente in questo testo, appartiene indubbiamente ad una tradizione più antica dello stesso Paolo e della sua esperienza di Cristo Risorto, visto che egli raccoglie tale formula e la ripropone di sana pianta nella prima lettera ai cristiani di Corinto.

   Nell’annunciare la storicità di Gesù risorto dalla morte, Paolo si appella alle testimonianze oculari di coloro che hanno vissuto con il Maestro: Cefa, i Dodici, cinquecento fratelli, di cui alcuni sono ancora vivi quando egli scrive ai Corinti. Poi Giacomo, e, dulcis in fundo, lui stesso, definitosi come un aborto, quasi ad indicare il modo violento, radicale, col quale Cristo lo ha chiamato alla sua sequela.

   Considerando questi testimoni oculari, non si può non sottolineare il loro disincanto e scetticismo verso Gesù. A cominciare da Pietro che lo aveva rinnegato, a Paolo che aveva perseguitato i suoi seguaci, a Giacomo che, come membro della famiglia di Gesù, aveva, forse, condiviso, un certo scetticismo nei suoi confronti.

   Confrontando queste testimonianze con quelle dei Vangeli, si nota l’assenza della Maddalena. Ma la testimonianza delle donne nel mondo ebraico è considerata senza fondamenti, e Paolo, non può certamente aver trascurato questo elemento nella proclamazione della risurrezione di Gesù, anche perché è conosciuto un suo larvato maschilismo.

   In conclusione,  noi non diciamo certamente delle amenità quando affermiamo che il testo che annuncia la risurrezione di Gesù, presente nella prima lettera di Paolo ai cristiani di Corinto, appartiene certamente ad una tradizione antichissima che risale solo a qualche anno dopo gli eventi in questione.

   Si tratta, quindi,  di una preziosa reliquia appartenente alla prima comunità aramaica, quella nella quale Gesù ha vissuto ed operato.

 

 

LE APPARIZIONI PASQUALI NEL VANGELO DI  MARCO

       Nel passare da Paolo ai Vangeli occorre innanzitutto porre l’accento sulla diversa collocazione delle apparizioni di Gesù Risorto da parte degli evangelisti. Come avremo modo di vedere, i testi mostrano delle convergenze e delle divergenze, diversamente interpretate dagli studiosi.

   E partiamo proprio dal testo accreditato come il più antico tra gli evangeli attualmente in nostro possesso. E’ quello redatto da Marco. 

   Prendiamo in esame, per ora, solo il testo che va dal versetto 1 al versetto 8 del capitolo 16. E’ ritenuto propriamente dell’evangelista, mentre quello che va dal versetto 9 al 20 è considerato posteriore e non scritto da lui.  

    “Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro:  «Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era gia stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura.  Ma egli disse loro:  «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E` risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».  Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura”(Mc 16,1-8).

    “Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù”.  Non pare tanto possibile che le pie donne vadano al sepolcro per imbalsamare il Maestro, visto che è trascorso un giorno e mezzo dalla sua sepoltura. Del resto, come vedremo nel Vangelo di Giovanni, redatto per ultimo, questo pio esercizio dell’unzione del cadavere di Gesù è già stato fatto, da Nicodemo e Giuseppe D’Arimatea, nelle ore successive alla sua morte (Cfr. Gv 19,39 ss.).

   Ci sarebbe quindi una discordanza tra Marco e Giovanni?  Oppure ci sarebbe un completamento tra i due racconti. Del resto sia le donne che Nicodemo e Giuseppe D’Arimatea, secondo le testimonianze evangeliche, sono stati presenti alle ore successive della morte del Maestro. E’, quindi, probabile, che ad un primo intervento di unzione, eseguito dai due discepoli di Gesù, le pie donne intendessero aggiungerne un altro, anche per onorare quel Maestro che hanno seguito fin sotto il Calvario, diversamente dagli apostoli che sono scappati, anche se nel quarto Vangelo è scritto che “il discepolo che egli amava” era presente anche lui sotto la croce.

   Quando il sole è appena sorto, le pie donne vanno al sepolcro ponendosi la domanda su come faranno a rotolare la pietra davanti al sepolcro.  Giungono al sepolcro e vedono che “il masso era gia stato rotolato via, benché fosse molto grande”. E qui avviene che entrando nel sepolcro le donne vedono “...un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca”. Di fronte al loro timore, il giovane reagisce rassicurandole:  «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E` risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».

   Colpisce quel senso di continuità che il giovane, vestito di una veste bianca, quindi un angelo, conferisce tra la scena del Calvario (voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso) e quella della risurrezione ambientata proprio qui, nella tomba vuota (E’ risorto, non è qui). Il termine greco che traduce l’italiano svegliarsi, indica chiaramente che il morto non c’è più. “Egli vi precede in Galilea”, dice l’angelo alle pie donne, invitandole a riferire ai discepoli ed a Pietro. Ed aggiunge: “Là lo vedrete, come vi ha detto”.

   Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura”(Mc 16,1-8).

   Secondo la critica storica qui terminerebbe il racconto di Marco, mentre il testo che segue sarebbe posteriore al testo e, per di più, sarebbe opera di un altro autore, in quanto oltre a mancare in vari manoscritti tra quali il codice Vaticano ed il Sinaitico, si presenta in uno stile diverso da quello concreto e pittoresco di Marco. Uno dei segni di questa diversità di stile lo possiamo cogliere nel termine seguaci (Mc 16,10), che è presente solo qui, mentre è assente in tutto il vangelo di Marco e tra i testi del Nuovo Testamento, ha un unico riscontro, e precisamente nel versetto 2 del capitolo 9 degli Atti degli apostoli(At 9,2).

   Marco, invece, per designare gli amici di Gesù, preferisce usare il termine discepoli.

   E allora il testo in questione potrebbe essere stato aggiunto nel secondo secolo, e certamente non all’inizio del terzo, visto che Ireneo, morto nel 202, cita chiaramente Marco 16,19 come conclusione di tale Vangelo. Quindi, come annota la Bibbia di Gerusalemme a proposito del testo che costituisce la conclusione del Vangelo di Marco, “se non si può provare che ha avuto Marco per autore, resta sempre, secondo l’espressione di Swete, «una autentica reliquia della prima generazione cristiana»”.

   Andiamo, allora, all’ascolto di questo testo posteriore a Marco e redatto da un altro autore.

 

   “Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto.  Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere.  Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch'essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro:  «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno».  Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano”(Mc 16, 9-20).

  

   Il testo che abbiamo letto pare proprio che sia stato aggiunto per compensare la chiusura tronca del Vangelo di Marco, visto che esso termina   quasi drasticamente con le donne che fuggono atterrite dalla tomba senza dire niente. 

   Insomma, questo testo appare come una sintesi delle apparizioni di Gesù risorto ed anche se non è attribuito a Marco, è ritenuto canonico.

 

 

LE APPARIZIONI PASQUALI NEL VANGELO DI MATTEO

    Il Vangelo di Matteo contiene sostanzialmente la stessa tradizione che è presente in Marco. Anche Matteo, nel suo scritto, ci tiene ad annunciare, seppur in forma rielaborata ed approfondita rispetto a Marco, la risurrezione di Gesù, situandola nel contesto tipico di uno scenario apocalittico. E infatti l’immagine del terremoto che precede la risurrezione, quella della manifestazione di Dio che invia l’angelo al sepolcro, stanno ad indicare finalmente la  vittoria di Cristo sulla morte.

   Come appare nel testo che stiamo per ascoltare, Matteo mostra un Gesù più elevato rispetto a Marco. E’ evidente che lo scrittore sacro ha avuto più tempo per riflettere sulla missione del Nazareno. Tempo che gli ha permesso di approfondire ed elaborare non solo i dati dell’evangelista Marco ma anche le fonti dei lógia, i Detti di Gesù.

   E veniamo al racconto della risurrezione, così come ci è presentato da questo Vangelo tenuto in alta considerazione nell’antichità cristiana:

    “Passato il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l'altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve.  Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite.  Ma l'angelo disse alle donne:  «Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. E` risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: E` risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto». 

   Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annunzio ai suoi discepoli.  Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo:    

   «Salute a voi».  Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro:  «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno». 

   Mentre esse erano per via, alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto. Questi si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati dicendo: «Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo. E se mai la cosa verrà all'orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia». 

   Quelli, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi.

   Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro:  «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»”(Mt 28,1-20).

    La visita al sepolcro da parte di Maria di Màgdala e dell'altra Maria, che è forse Maria madre di Giacomo e di Giuseppe (Mc 16,1; Lc 24,10; cfr. Mt 27,56 e 61), ripete testualmente quello che già Marco ha scritto. Ma quello che viene dopo mostra già delle divergenze, nella narrazione, rispetto al vangelo di Marco che è più antico. Qui la notizia della risurrezione di Gesù, data dall’angelo, avviene nella cornice di una scena di sapore apocalittico, caratterizzata dal terremoto,  dalla manifestazione dell’angelo che rotola la pietra che ostruisce la tomba e vi si siede sopra, quasi ad indicare, emblematicamente, il dominio di Dio sulla morte.

   Diversamente da Marco e da altri evangelisti, Matteo narra della presenza di guardie al sepolcro, le quali alla vista dell’angelo tremano tramortite. Un dato singolare che oltre ad far voler far riconoscere il miracolo della risurrezione anche da parte di chi non fa parte della cerchia dei discepoli, come le guardie, sembra essere una risposta dell’evangelista a coloro, e sono le autorità religiose ebraiche, che hanno rifiutato l’idea della risurrezione del Nazareno, attribuendo la tomba vuota ad un trafugamento di cadavere operato da parte dei discepoli di Gesù per dimostrare la sua risurrezione.

   E’ evidente che se la storia delle guardie al sepolcro è presente solo in Matteo, mentre è assente in Marco, vuol dire che Matteo Levi vuole dimostrare come sia assolutamente impossibile trafugare il cadavere del Maestro, con la presenza delle guardie al sepolcro. Insomma, Matteo ha voluto rispondere già qui all'accusa del trafugamento del cadavere di Gesù da parte dei discepoli; accusa che in seguito diventerà assai comune tra gli ebrei non cristiani.

   Eppoi la storia del trafugamento di cadavere sembra proprio inaccettabile da un punto di seriamente oggettivo. Visto che la decomposizione del cadavere comincia nelle ore successive alla morte, solo nella notte tra venerdì e sabato, gli amici di Gesù avrebbero potuto rubare il suo cadavere dal tomba. Tra l’altro essi si trovano nel tempo dello Shabbat, il Sabato dei Giudei. Anzi un sabato solenne caratterizzato dalla coincidenza con la solennità della Pasqua. Sembra strano che i discepoli abbiamo potuto fare questo nel giorno solenne del Sabato e della Pasqua ebraica. Non bisogna trascurare, del resto, un elemento molto importante: nel mondo religioso ebraico il trafugamento di cadavere è condannato con la pena di morte. Del resto lo stesso vangelo di Giovanni, come vedremo successivamente, con la notizia delle “...bende per terra e il sudario,  non per terra con le bende, ma piegato  in un luogo a parte”, sembra voler dare un’altra picconata alla tesi del trafugamento. Infatti, se il corpo di Gesù fosse stato trafugato dagli apostoli o da qualcun altro, certamente lo avrebbero fatto con tutte le bende addosso, senza prendersi il fastidio di srotolargliele, anche per non percepire, umanamente, i cattivi odori del cadavere. E poi il sudario sarebbe stato buttato, così, senza cura, da qualche parte. Invece è piegato accuratamente e deposto in un anfratto del sepolcro. Ma delle bende e del sudario avremo modo di parlarne quando prenderemo in esame il testo di Giovanni.

   E allora, chi avrebbe potuto rubare il corpo di Gesù, se gli stessi Giudei  sanno che la sua scomparsa può alimentare certe voci sulla risurrezione e quindi essi per primi tengono  a dimostrare che il Crocifisso è morto e giace in un sepolcro. Solo molti anni dopo si comincerà a diffondere la diceria del trafugamento di cadavere, altrimenti già in Marco, che è il primo tra Vangeli scritti tra quelli in nostro possesso, ci sarebbe una risposta a tale diceria. Risposta, invece, che è presente nell’attuale testo di Matteo, redatto alcuni decenni dopo gli eventi pasquali.

   Infine, non bisogna trascurare un fattore molto importante: Troppo turbati e timorosi sono gli amici di Gesù in seguito ai giorni drammatici e cruenti della sua passione e morte. Figurarsi se possono, con un colpo di mano, trafugare, di notte, durante lo Shabbat, durante la solenne Festa di Pasqua, il corpo del loro Maestro. 

     Ma torniamo a Matteo rileggendo l’annuncio della risurrezione di Gesù. E’ l’angelo a fare tale annuncio.  Visto che le guardie del sepolcro sono rimaste tramortite, l’angelo si rivolge alle pie donne, dicendo:  «Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. E` risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: E` risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto». 

   Anche Matteo, come Marco, evidenzia questo invito dell’angelo rivolto alle donne perché vadano ad avvertire i discepoli che, evidentemente, stanno ancora in Gerusalemme, forse rinchiusi in quella stessa casa che li ha ospitati nell’ultima Cena. Anche gli altri due evangelisti, Luca e Giovanni confermano questo dato, anche se quest’ultimo presenta l’apparizione  di Gesù alla Maddalena solo successivamente alla scoperta della tomba vuota.

   Riprendiamo in mano il testo di Matteo. Le donne abbandonano il sepolcro e, con una grande gioia e, nello stesso tempo con timore, corrono a dare l’annunzio ai discepoli di Gesù.  Ed ecco Gesù viene loro incontro dicendo:  cairete ”,  un termine che la Bibbia della CEI traduce con “Salute a voi”.  Ed esse, “avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono”. Allora Gesù disse loro:  «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno». 

   L’evangelista Matteo, a questo punto, unico tra i redattori evangelici, inserisce un proprio particolare, e cioè che i sommi sacerdoti vengono informati, di quanto è successo, da alcuni soldati della guardia. E allora essi deliberano di ricompensare in denaro gli stessi soldati, ingiungendo loro di dichiarare che i discepoli di Gesù sono andati alla tomba, di notte, e l’hanno rubato mentre la scorta stava dormendo. E poi aggiungono: «…E se mai la cosa verrà all'orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia».  I soldati osservano quanto ordinato e così, come testimonia Matteo, “questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi”.

    A questo punto sorge la domanda circa questa notizia esclusiva solo di Matteo. E’ evidente che l’evangelista vuole rispondere alle dicerie circa il trafugamento del cadavere di Gesù da parte dei discepoli. Come lui stesso precisa, queste dicerie sono presenti nel tempo stesso in cui il Vangelo viene alla luce.

   Intanto, ecco la manifestazione del Risorto che avviene in Galilea: “Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.

   Nell’apparizione di Gesù, che secondo Marco e Matteo avviene in Galilea, egli: “avvicinatosi, disse loro:  «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»”(vv.18-20).

   Si tratta indubbiamente un un’espressione di alto contenuto Cristologico che si può dividere in due parti.  Nella prima il Risorto comunica, ai suoi discepoli “prostrati” davanti a lui – ecco la manifestazione della sua Divinità avvenuta in pienezza con la risurrezione - . Dicevamo, nella prima il Risorto comunica solennemente, ai suoi discepoli, l’investitura ricevuta dal Padre,  “ogni potere in cielo e in terra”. Poi, nella seconda parte, egli comunica questo suo potere esclusivo ai suoi discepoli. Essi dovranno annunciare la Buona Novella ammaestrando tutte le genti e battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, ed insegnando loro ad osservare “Tutto ciò che vi ho comandato”.

   Poi, la promessa della sua continua presenza in mezzo ai suoi: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

   E’ la sua Promessa. Il suo essere Presente. Non una presenza esclusivamente spirituale. Egli è Presente in tutti coloro che sono stati battezzati nella Trinità. Egli è Presente in tutti i luoghi dove due o più persone sono unite nel suo nome: Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”(Mt 18,20). E’ lo stesso evangelista Matteo a ricordarcelo. Egli è Presente dove la Chiesa lo Proclama e lo Invoca: quindi, nelle liturgie e soprattutto nel memoriale della sua Cena: la Santa Messa. E qui la sua diviene una Presenza Sacramentale. Quasi Fisica. La Sua Viva Presenza.

 

 

LE APPARIZIONI PASQUALI IN LUCA E NEGLI ATTI DEGLI

 APOSTOLI

   Man mano che i Vangeli vengono messi per iscritto, i racconti pasquali si arricchiscono sempre più. L’evangelista Luca distingue quattro momenti legati ai racconti pasquali:         L’annuncio della risurrezione, da parte degli angeli alle donne (Lc 24,1-12); L’apparizione del Risorto ai discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35); L’apparizione di Gesù agli apostoli (Lc24,36-49); L’ascensione da Betania (Lc 24,50-53).

Partiamo, allora, con l’annuncio della risurrezione, che appartiene alla tradizione formulare:

   “Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù”.

   Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro:  «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno».  Ed esse si ricordarono delle sue parole. E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri.

   Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse. Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l'accaduto”(Lc 24,1-12).

   Anche nel testo di Luca, come abbiamo visto per quelli di Matteo e Marco e come vedremo con Giovanni, c’è una straordinaria concordanza circa la notizia della tomba vuota. Un elemento, questo, che abbiamo considerato brevemente ma che continueremo a farlo, in modo più approfondito, dopo l’esame dei vari racconti evangelici.

   Quindi tutti e quattro i vangeli concordano sulla tomba vuota. Non solo, ma anche sulla visita al sepolcro delle pie donne, trova concorda tutti e quattro gli evangelisti, anche se Giovanni, come vedremo, accenna solo a Maria Maddalena.

   Le donne si recano alla tomba portando gli aromi con cui  ungere il corpo del Maestro, ma una volta arrivate, trovano la pietra rotolata ed il sepolcro vuoto.

   Entrate nella tomba, “Mentre erano ancora incerte, -  come scrive Luca - ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti”. Di fronte a questi due uomini dalle vesti sfolgoranti, le donne reagiscono impaurite e chinando il volto per terra. I due, che sono angeli, annunciano solennemente alle donne: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato”. Questa presentazione di Gesù come “colui che è vivo” è esclusiva del pensiero di san Luca ed è presente, oltre che nel presente testo, anche verso la fine di questo capitolo, “e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo”(Lc 24,23).

   C’è un altro elemento importante da considerare, in questo testo, ed è racchiuso nella dichiarazione degli angeli, i quali ricordano, a quelle stesse donne che hanno seguito il Maestro dalla Galilea, che quanto è accaduto era stato già preannunciato da Gesù in terra di Galilea: “Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno”. Quindi, nel pensiero dell’evangelista, l’annuncio solenne degli angeli alle pie donne raffigura la piena realizzazione delle parole profetiche del Maestro circa il suo destino, quello del Figlio dell’uomo, che è rifiutato dagli uomini(Lc 9,22; 18,31-33) ma è risorto da Dio. Tutto avviene in piena conformità alle Scritture. Infatti l’evangelista usa, ancora una volta, un termine che è suo esclusivo, ed assente negli altri vangeli sinottici, e cioè Matteo e Marco, mentre è presente in Giovanni e in alcuni scritti Paolini. Il termine “compirà”, che indica chiaramente come la vicenda di Gesù Crocifisso e risorto corrisponde al piano di Dio, rivelato nella storia Biblica(Cfr. Lc 9,22; 18,31-33).

   Ecco, allora, che le donne si ricordano delle parole che Gesù aveva detto in Galilea e portano l’annuncio angelico della risurrezione agli Undici ed agli altri discepoli. Solo ora Luca dice il loro nome. Si tratta di Maria di Màgdala, Giovanna, che è certamente la moglie di Cusa, amministratore di Erode, Maria di Giacomo ed anche altre donne che l’evangelista non cita.

   Ma l’annuncio di Gesù risorto, portato dalle donne andate al sepolcro, non convince i discepoli, i quali interpretano la notizia come “un vaneggiamento”. A questo proposito è opportuno porre l’accento sul fatto che, essendo giuridicamente poco credibile la testimonianza delle donne, sembra impossibile che gli evangelisti l’abbiano inclusa nella tradizione pasquale. A meno che non sia effettivamente storica, e quindi difficilmente oggetto di invenzione, tale testimonianza. Se avessero inventato il tutto, avrebbero scelto degli uomini, e non delle donne.

   Tuttavia, in seguito a tale racconto, Pietro corre al sepolcro. Giunto, si china per guardare dentro ma vede solo le bende che avvolgevano il corpo di Gesù. Pietro torna a casa “pieno di stupore per l'accaduto”(v.12).

   Sia questa visita di Pietro al sepolcro che i racconti delle donne sembrano non essere, nell’intenzione dell’evangelista, elementi fondanti della fede pasquale.

   Il risorto non è stato visto finora,  e questo almeno secondo il testo del vangelo di Luca.

     Poiché non appartiene alla tradizione delle formule pasquali, ma a quella narrativa, che è più antica, l’apparizione del Risorto ai discepoli di E`mmaus (Lc 24,13-35), è considerata meno arcaica rispetto alle prime, a cui appartiene, invece, la prima parte del racconto pasquale di Luca.

      “Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome E`mmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro:  «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?».  Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse:  «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?».  Domandò:  «Che cosa?».  Gli risposero:  «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto». Ed egli disse loro:  «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».  E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

   Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero:  «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino».  Egli entrò per rimanere con loro.

   Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un l'altro:  «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».  E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano:  «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». 

   Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane”(Lc 24,13-35)

   Innanzitutto vogliamo commentare questo bellissimo brano evangelico nel quale appare evidente come i due discepoli siano istruiti, dal forestiero (Gesù), sulla necessità che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella gloria.

   Lentamente il forestiero comincia a rivelarsi. Per ora lo fa con la Parola di Dio racchiusa nelle Sacre Scritture. E’ essa stessa a testimoniare l’Evento glorioso della Risurrezione. E cominciando da Mosè, per indicare i primi libri della Bibbia attribuiti a Mosé, e attraverso tutti i profeti, il forestiero comincia ad illuminare i cuori senza speranza di questi due viandanti.

   Arrivati al villaggio il misterioso forestiero fa come se dovesse proseguire, ma i due discepoli insistono: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino».

   “Resta con noi perché si fa sera”.  Sul loro volto la tristezza di prima si è stemperata in un barlume di speranza. Le parole del forestiero sono state un salutare unguento per il loro cuore ferito ed angosciato dagli eventi dolorosi della morte di Gesù, che hanno proiettato la comunità apostolica in una crisi profonda. E il loro invito viene raccolto dallo straniero. Egli entra per “rimanere con loro”. E qui, mentre il piccolo gruppo è raccolto nell’intimità della Cena, avviene qualcosa di straordinario: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”.   Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista.  Ed essi si dissero l'un l'altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”. 

   Gesù aveva cominciato a rivelarsi ai due discepoli con la Parola, ora lo fa con lo spezzare il pane, questo gesto registrato per sempre nella memoria dei suoi amici, in quella Cena di Addio che aveva segnato l’ultimo momento di comunione e di intimità prima della passione.

   E mentre poco prima la sua parola aveva fatto rinascere la speranza, ora il suo gesto di spezzare il pane fa sì che i loro occhi si aprano e lo riconoscano. E, nello stesso momento in cui il loro cuore esplode di gioia, al vedere il Maestro e Signore, Egli scompare ai loro occhi. Ma ormai non c’è più posto per la tristezza. E’ tempo di muoversi, di tornare a Gerusalemme, alla comunità riunita nel Cenacolo che è in attesa di qualcosa, di qualche notizia, di qualche indizio, anche se c’erano state delle visioni da parte delle donne; ma si sa, le donne, specialmente al tempo di Gesù, non sono molto credibili. E allora via, a prendere nuovamente la strada del ritorno. A Gerusalemme trovano riuniti gli Undici e gli altri della comunità che li ragguagliano su un’apparizione del Risorto: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. Ma i due di Emmaus riferiscono ciò «che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane». Gesù ha spezzato il pane con loro, ripetendo il gesto Eucaristico dell’ultima Cena.

   I discepoli di Emmaus attribuiscono a Gesù il titolo di profeta. Essi, in realtà, si aspettavano molto da lui se è vero che speravano che fosse lui stesso il liberatore di Israele (v. 21). Ciò mostra, quindi, come fosse stata presente, nei discepoli, l’idea dell’attesa di un messia politico, che fosse in grado di restaurare l’antica grandezza di Israele.

   Ma questa idea del messia non si accorda con quella che il misterioso viandante (Gesù) prospetta ai due accompagnatori: «il Cristo doveva percorrere l’itinerario della sofferenza per giungere fino alla risurrezione» (v.34). Quindi, attraverso il racconto di Emmaus veniamo a sapere come, attraverso gli eventi pasquali, l’idea del Messia-Cristo passa dalla prospettiva trionfalistica alla necessità della passione, così come preannunciato nelle  Sacre Scritture.

   A questo punto ci chiediamo se questo racconto possa avere una sua attendibilità storica, visto che è presente solo in Luca. Ma questo è un elemento che non deve trarre in inganno, circa l’attendibilità storica del brano, perché è probabile che Luca abbia attinto questo racconto da qualche fonte, così come – nel suo spirito oculato di ricerca – ha attinto i racconti dell’infanzia di Gesù.

   Del resto il racconto appare scritto secondo lo stile inconfondibile di Luca. Infatti alcune espressioni, come per esempio, “potente in opere e in parole”, che esprimono tutto il ministero di Gesù, sono presenti solo nel terzo vangelo, quello appunto di Luca.

   Anche nel libro degli Atti degli apostoli, scritto dallo stesso Luca, troviamo un’espressione analoga: “Così Mosè venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere”(Atti 7,22).

   Pure l’espressione “spezzare il pane”, in greco “kai autoi exhgounto ta en th odw kai ws egnwsqh autois en thklasei tou artou”, appartiene esclusivamente a Luca, il quale la utilizza anche nell’altro suo scritto degli Atti degli apostoli (Atti 20,7).

   Considerando, quindi, questi elementi importanti – ma ce ne sono altri dello stesso valore – non si può dubitare del fatto che il racconto di Emmaus appartenga all’evangelista Luca ed alla sua ricerca storica.

   E allora non potrebbe, Luca, aver avuto notizie da questi parenti di Gesù, così come, si pensa, potrebbe averle avute sui racconti dell’infanzia. Del resto egli stesso, all’inizio del suo Vangelo, afferma solennemente: ”Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.”(Lc 1,1-4).

   I racconti della resurrezione, come quello di cui stiamo parlando, non sono quindi frutto di una fede ingenua. Luca, e con lui gli altri evangelisti, scrive fedelmente gli avvenimenti “come ce li hanno trasmessi”. Quindi egli non crea ma ritrasmette ciò che ha ricevuto. E lo fa utilizzando lo stesso linguaggio di Paolo, quando nella prima lettera ai Corinti annuncia solennemente: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto(1Cor 15,3).

   Non può essere privo di fondamento storico un racconto narrato con queste basi, anche se appartenente allo stesso stile del narratore. E’ lo stesso contenuto del racconto a dimostrarlo. Quelli che riconoscono nel misterioso viandante il Gesù Risorto non sono dei creduloni, ma giungono a questa presa di coscienza solo dopo un lungo pensare sulle parole scritturistiche del misterioso accompagnatore. Infine lo riconoscono allo spezzare del pane. Come si può spiegare questo riconoscere Gesù nel misterioso accompagnatore?

   Innanzitutto, se Luca avesse voluto creare ad arte questo racconto avrebbe facilitato questa conoscenza, senza aspettare il momento della cena.

   Poi, il momento dello “spezzare il pane”, terminologia esclusiva di Luca, evidenzia certamente lo stile inconfondibile col quale il Maestro aveva compiuto questo gesto nel Cenacolo ed anche altre volte. Quindi nel gesto di “spezzare del pane” i due discepoli riconoscono Gesù Risorto, e forse a favorire questo riconoscimento è stato l’atto di spezzare il pane, che ha costretto il misterioso forestiero ad alzare le mani, lasciando intravedere i segni della passione: le stigmate.

     “Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse:  «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse:  «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».  Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse:  «Avete qui qualche cosa da mangiare?».  Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».  Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto»”(Lc 24,36-49). 

     Il brano evangelico si ricollega a quello di Emmaus, di cui è la continuazione. Gesù appare, ai suoi discepoli, la stessa sera di Pasqua. Pensano di vedere un fantasma e perciò sono impauriti e stupiti di fronte a questa apparizione.

   Dopo averli salutati con la parola "Shalom",  che significa “Pace a voi”, si presenta in tutta la sua corporeità, come per dire: “Eccomi, sono io, Gesù, il Vostro Maestro. Guardate le mie mani ed i miei piedi e toccatemi. Uno spirito non ha carne ed ossa come me”.    

   Lo aveva ricordato spesso ai suoi amici, che avrebbe dovuto sopportare l'ignominia della croce; che sarebbe morto disprezzato, reietto tra gli uomini, ma che alla fine avrebbe rivisto la Luce. Ed i suoi non avevano capito tutto questo discorso fatto loro, in precedenza, da Gesù.

   La gioia dei discepoli, così intensa, potrebbe essere seguita da una delusione, ecco perché essi restano ancora increduli, come sottolinea Luca nella veste di illuminato cronista dei fatti. Ed è proprio per dimostrare che Egli è veramente risorto, ecco che Gesù chiede da mangiare. Vuole dare un’ulteriore e definitiva prova, dopo quella delle ferite ancora visibili alle mani ed ai piedi. Vuol mangiare, per dimostrare che è proprio lui; lo stesso Maestro morto sulla croce ed ora risorto corporalmente, come appare dalla richiesta di cibo. Questa sottolineatura della risurrezione corporea, da parte di Luca, che scrive per le Chiese di origine pagana, è voluta proprio per dimostrare la veridicità di tale risurrezione, specialmente ai cristiani di origine pagana, che sotto l’influsso del Pensiero ellenistico avevano forti dubbi sulla risurrezione corporea. Anche se il versetto 40,  è assente in alcuni manoscritti importanti come il Vaticano ed il Sinaitico, è presente nel Codice di Beza (D) e nella Volgata.

   O forse Luca, a cui appare conforme anche il pensiero del quarto Vangelo, vuole porre fortemente in evidenza la corporeità di Gesù anche in polemica culturale con il docetismo, un’eresia, nata nel primo secolo, secondo la quale Gesù Cristo si era rivestito di un corpo solo apparente e solo in apparenza era nato, aveva sofferto ed era morto. Le origini del docetismo sono oscure, ma risalgono già all'età apostolica.  La lotta a questa eresia è molto presente, nei primi tre secoli, tra i temi della letteratura cristiana.

   Viene offerta al Risorto una porzione di pesce arrostito che lui prende e mangia davanti a loro. E’ evidente, nella logica del racconto, l’intenzione del Risorto nel voler mostrare la propria corporeità.

   Poi, in continuazione con quanto detto sulla strada per Emmaus, Gesù dice: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi», lasciando, quindi, chiaramente intendere che è tutta la Bibbia a parlare di questo evento: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto»”.

   E torniamo, qui, a ripetere che, secondo alcuni, gli evangelisti hanno rielaborato molti dei ricordi appartenenti al Gesù storico, per cui la profezia della sua morte sarebbe non autentica, in quanto Gesù avrebbe trovato la morte in Gerusalemme in maniera inaspettata. Noi, invece, ribadiamo quanto abbiamo scritto altrove. E cioè che Gesù ha avuto, certamente, una consapevolezza fuori dei canoni comuni circa il proprio destino di sofferenza e di morte.

   Luca pone in evidenza, un dato suo originale che è già presente nel capitolo 22, versetto 37 dello stesso vangelo: “Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine»”(Lc 22,37). Quindi, ciò che è stato scritto di Gesù «deve» (dei) compiersi. E’ soltanto in un secondo momento che i discepoli comprenderanno questa necessità divina della passione. Anzitutto i discepoli di Emmaus ai quali Gesù spiega la Scrittura: «Doveva soffrire»(Lc 24,25-26), quindi tutti i discepoli: “Poi disse:  «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi»”(Lc 24,44).

   Nel nostro discorso sull’ultima cena abbiamo già trattato di questo argomento e lo ripetiamo ancora una volta: alla base di tutto quanto detto finora, noi crediamo che Gesù sia stato storicamente cosciente di andare incontro ad una morte violenta. Una morte cruenta seguita dalla sua risurrezione.

   Nelle grandi apparizioni di Gesù ai discepoli, come questa riportata da Luca, sono presenti alcuni temi che ritornano come questo di Gesù Risorto che appare ai suoi discepoli ed affida loro un incarico missionario, mentre nei vangeli di Marco e di Matteo si tratta di un incarico affidato per la missione universale, per il battesimo e l’insegnamento. In Giovanni, come vedremo in seguito, c’è l’incarico a Pietro sulla guida della chiesa, il suo martirio e il suo rapporto con il discepolo amato.

  E veniamo all’ultimo brano del Vangelo di Luca dedicato all’evento Pasquale: l’ascensione di  Betania. Si tratta di una tradizione tipicamente Lucana, nel senso che non è descritta in altri Vangeli, mentre in Luca è presente due volte: nel brano che leggeremo ora, e nel libro degli Atti degli apostoli(Atti 1,9-11).

  “Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio”(Lc 24,50-53). 

   “Li condusse fuori verso Betania…”.  Quindi,  la scena è ambientata a Gerusalemme. L’itinerario è quello usuale percorso da Gesù e dai suoi amici: dal colle di Sion, attraverso il declivio collinare, giungere al torrente Cedron e, di qui, salire verso il Getsemani ed il monte degli Ulivi.  Gesù conduce i suoi amici verso Betania che si trova dall’altra parte del monte degli Ulivi. Secondo la tradizione tramandata dai primi cristiani, il luogo dell’ascensione sarebbe costituito dalla cima del monte degli Ulivi. Infatti qualche secolo dopo, al tempo di san Girolamo (IV secolo) vi si trova un tempio a forma di rotonda a cielo aperto, detto «Imbomon», cioè posto «sulla cima», con un diametro di circa 32 metri. Al centro di questo tempio una «roccia sacra» ricorda il luogo preciso sul quale, secondo la tradizione, Gesù ha posato per l’ultima volta i piedi prima di elevarsi verso il cielo. L’attuale cappella, costruita dai Crociati e modificata dai Musulmani, che nel 1187 ne avevano fatto una moschea, murandovi le arcate e aggiungendovi una bruttissima cupola, è a forma ottagonale ed ha un diametro di 6,60 metri.

           Quindi, seguendo il filo della narrazione, Gesù conduce i suoi amici verso Betania.  Negli Atti degli apostoli l’Ascensione avviene sul “monte detto degli Ulivi”. I due siti sono vicinissimi, come abbiamo detto prima. 

       Colpisce il testo di Luca che presenta Gesù in maniera corporea, quando dice che è egli stesso a «condurre» i suoi amici.

   Poi, «alzate le mani li benedisse». A parte il riscontro del Vangelo di Marco, nel quale Gesù «benediceva»(Cfr Mc 10,16) i bambini, l’espressione «benedisse» è tipicamente di Luca e la troviamo presente anche nel miracolo della moltiplicazione dei pani (Lc 9,16).

   Poi Gesù compie un gesto solenne benedicendo i suoi amici proprio mentre si «stacca» da loro per essere portato verso il cielo. Quest’ultima espressione è omessa dal codice D, il codice di Beza, oltre che da altri codici, forse perché si vuole evitare l’Ascensione il giorno stesso della risurrezione, mentre, invece, negli Atti degli Apostoli, attribuiti allo stesso Luca, l’Ascensione avviene  quaranta giorni dopo la risurrezione.

   E dopo che Gesù è asceso al cielo, i suoi amici, «dopo averlo adorato» - espressione assente nel codice di Beza - tornano a Gerusalemme con grande gioia, frequentando il tempio e lodando Dio. Davvero una degna finale per un evangelista dallo stile elegante e raffinato come Luca.

   Così il Vangelo termina nello stesso modo in cui era cominciato. Era iniziato nel tempio di Gerusalemme, dove Zaccaria «officiava davanti al Signore» e termina in quello stesso tempio dove gli apostoli lodano Dio con il cuore colmo di gioia.

   E come la nascita di Gesù era stata annunciata come «una grande gioia» (Lc 2,10), così il Vangelo si chiude con la gioia degli amici di Gesù.

  Anche dagli altri evangelisti ebrei ci saremmo aspettati il racconto dell’Ascensione, visto che si tratta di un tipo di narrazione presente nell’Antico Testamento, dove si narra che personaggi Biblici come Enoch (Gen 5,24; cfr. Siracide 44,16; 49,14), ed Elia (2 Re 2,9-11; Cfr. Siracide 48,9-11; 1 Mac 2,58) vengono sottratti alla morte e rapiti verso il cielo. Infatti tali tipi di narrazioni sono stati presi a riferimento anche in seguito, nella storia Biblica, fino ad influenzare avvenimenti successivi nei quali personaggi come Esdra e Baruc, hanno potuto godere, anch’essi, di questo privilegio che li esenta dalla morte.

   Pure se nel mondo greco romano è presente l’immagine di grandi personalità rapite prima o dopo la morte, nella rivelazione Biblica i personaggi vengono rapiti al cielo a causa della loro amicizia con Dio e di un comportamento retto ed esemplare. Questo tipo di narrazioni è certamente molto conosciuto nella religiosità ebraica. Per questo, come già detto prima, ci saremmo aspettati che Marco, Matteo e Giovanni, avessero presentato più di Luca, che non è ebreo, il racconto dell’Ascensione. Invece essi tacciono, contrariamente a Luca che per ben due volte presenta tale momento culminante della vita di Gesù. Almeno Giovanni, che ha scritto il suo Vangelo per ultimo, avrebbe potuto presentare questo episodio. Invece non lo ha fatto, nonostante che lo stesso evangelista abbia certamente conosciuto l’opera di Luca.

   Ed è proprio quest’assenza del tema dell’Ascensione di Gesù negli evangelisti di ceppo ebraico a creare degli interrogativi negli studiosi.  Dubbi che, a nostro parere andrebbero spiegati col fatto che l'ascesa di Gesù al Padre non è avvenuta in questo modo, perché è nel momento stesso della sua risurrezione che Gesù è asceso al Padre. La scena dell’ascensione, presente due volte negli scritti i Luca, non sarebbe altro che un’ultima apparizione del Risorto ai suoi amici, prima di tornare per sempre al Padre. In tal caso l’Ascensione non sarebbe altro che l’ultimo momento dell’esperienza visibile del Risorto. Ma già con la risurrezione, Gesù vive in un’altra dimensione, anche se Luca e Giovanni si preoccupano di porre l’accento sulla corporeità del Signore risorto.  Si tratterebbe, più che altro, di un’azione pedagogica, dimostrativa, per dire che quel Gesù che si fa toccare non è un’immaginazione, né un’illusione collettiva né frutto di autosuggestione. Ma è lo stesso Gesù, morto il venerdì santo, ed ora risorto a tutti gli effetti.

   In tal caso, possiamo vedere che negli altri evangelisti, pur essendo assente il genere letterario delle «ascensioni», sono presenti degli interessanti riscontri.

   In Marco, che è il primo vangelo scritto di quelli attualmente in dotazione, c’è la seguente espressione che conferma il dato di Luca: “"Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio" (Mc 16, 19-20). E’ bene precisare, però, che il brano appartiene alla finale tardiva di Marco, quindi scritta successivamente al secondo Vangelo. Inoltre il testo sarebbe opera di un altro autore, in quanto oltre a mancare in vari manoscritti tra quali il codice Vaticano ed il Sinaitico, è messo per iscritto in modo diverso dallo stile concreto e pittoresco di Marco.

   C’è qualcosa che lo mette in rapporto con Luca, in quanto nella finale tardiva di Marco è presente, come già abbiamo detto in precedenza, il termine seguaci (Mc 16,10), assente in tutto il vangelo di Marco e tra i testi del Nuovo Testamento, mentre è presente nel versetto 2 del capitolo 9 degli Atti degli apostoli(At 9,2). Quindi è probabile che l’espressione Marciana «fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio»  derivi, in qualche modo, dalla tradizione di Luca.

   Occorre, però, aggiungere che il racconto dell’Ascensione di Luca ha influenzato anche il quarto Vangelo, se è vero che al capitolo 20, versetto 17, Gesù dice a Maria di Màgdala: "Non sono ancora salito al Padre: ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro" (Gv 20,17). 

  Prima di affrontare la tradizione Giovannea della risurrezione, vogliamo considerare il testo presente nel libro degli Atti degli apostoli. E lo facciamo qui, in appendice al Vangelo di Luca con il quale il libro degli Atti dovette costituire, in principio, una sola opera. E’ probabile che la separazione tra il vangelo di Luca ed il libro degli Atti degli apostoli sia avvenuta nel momento in cui i cristiani hanno voluto possedere i quattro Vangeli in un solo codice.

   Del resto sia il terzo Vangelo che il libro degli Atti degli apostoli sono unanimemente attribuiti all’evangelista Luca e “né nell’antichità, né ai giorni nostri è stato mai proposto con seri argomenti altro nome”.

   Non si può dubitare dell’unitarietà letteraria dei due testi, anche perché al tema dell’Ascensione, più degli altri evangelisti,  è direttamente interessato Luca.

   E’ ovvio che, nel momento storico in cui è messo per iscritto il libro degli Atti, la tradizione sulla risurrezione di Gesù è giunta già ad un momento di elaborazione dei dati. Elaborazione che, considerando lo stile di Luca e la sua fedeltà storica ai fatti (Cfr. Lc 1,3), non significa creazione, ma elaborazione e sistemazione dei dati tradizionali.

     “Nel mio primo libro ho gia trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo.

   Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre  «quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni».  Così venutisi a trovare insieme gli domandarono:  «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?».  Ma egli rispose:  «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra»(At. 1,1-8). 

     I primi due versetti di questo testo fanno da trait d’union con l’opera precedente di Luca, e cioè i Vangeli, dei quali, tali versetti, riassumono l’intero contenuto e nello stesso tempo collegano l’opera precedente a quella che l’autore intende sviluppare ora. C’è una continuità tra i due testi attribuiti a Luca. Poi c’è la testimonianza della risurrezione di Gesù. Scrivendo: “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio.”(v.3), Luca sottolinea la permanenza del Risorto in mezzi ai suoi amici.  Non c’è frattura, quindi, tra l’esperienza che essi hanno avuto, di Gesù, prima di Pasqua e quella che hanno in questi quaranta giorni. Anche perché, come prima la sua predicazione verteva sul Regno di Dio, così in questo periodo Gesù ha parlato del regno di Dio. E sarà appunto questo il grande tema della predicazione apostolica(Cfr. 8,12; 19,8; 20,25; 28,23.31).

   Quindi Gesù invita i suoi a non allontanarsi da Gerusalemme, fino a quando non si adempia “la promessa del Padre”(v.4) fatta attraverso di lui, e quindi saranno “battezzati in Spirito Santo” (v.5). 

   Gli apostoli sembrano ancora legati ad una prospettiva terrena del Regno di Dio. Essi infatti chiedono a Gesù: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?(v.6)”.  Il Risorto non soddisfa la loro curiosità, limitandosi a dire: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”(v.7).  Ai suoi amici che aspirano ancora ad una prospettiva terrena del Regno di Dio ponendovi finanche dei limiti geografici, Gesù risponde dicendo che essi dovranno diventare suoi testimoni fra tutti i popoli, fino ai confini della terra. Ancora una volta emerge la forbice tra le prospettive interessate dei suoi amici e la dimensione universale del Regno di Dio, proclamata da Gesù già prima della Pasqua ed ora riaffermata  (Cfr. Mt 21,43; Lc 13,29).

   Ed è questa chiusa solenne che  precede il momento dell’Ascensione di Gesù.

   “Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n'andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo»”(At. 1,9-11). 

   L’elevazione di Gesù in alto sta ad indicare che egli entra nella sfera celeste, nel mondo di Dio ed è insediato alla destra del Padre. L’immagine della nube che lo sottrae agli occhi dei suoi amici è chiaramente riconducibile alle teofanie dell’Antico testamento (Cfr. Es 13, 21s.) ed anche a quelle del Nuovo Testamento (si legga per esempio Lc 9,34-35).

   Quest’immagine è presente anche nella parusia del Figlio dell’uomo (Mt 24,30). Ed è proprio la parusia, tema che sarà molto sentito nelle prime comunità cristiane, ad essere anticipata dagli angeli (uomini in bianche vesti)(v.10) che esortano gli amici di Gesù ad andare oltre questa fase di struggente distacco dal Maestro: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo”(v.11). Ma quella di Gesù non è una vera separazione. Egli si è impegnato a restare con i suoi amici “tutti i giorni fino alla fine del mondo”(Mt 28,20). Ed è proprio con la prospettiva della fine dei tempi e del suo ritorno, tema preponderante nei sentimenti delle primitive comunità cristiane, che si conclude il racconto di Luca.

 

 

LE APPARIZIONI PASQUALI NEL VANGELO DI  GIOVANNI

  Insieme con quella di Luca, la tradizione pasquale di Giovanni è indubbiamente la più lunga tra quelle contenute nei Vangeli. Certamente l’autore del quarto Vangelo, che potrebbe essere l’apostolo Giovanni, il discepolo che Gesù amava, ha avuto più tempo, rispetto agli altri, per ordinare e rielaborare i dati della risurrezione ed anche per rispondere alle obiezioni di coloro che mettevano in dubbio la risurrezione di Gesù.

   Nel quarto vangelo sono distinti quattro momenti legati ai racconti pasquali: La tomba vuota (Gv 20,1-18) e l’apparizione del Risorto a Maria Maddalena (Gv 20,11-18); l’apparizione di gruppo dinanzi ai discepoli (Gv 20,19-23); la seconda apparizione di gruppo presente Tommaso (Gv 20,24-29) e l’apparizione sul lago di Genezaret (Gv 21,1-25).

   “Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro:  «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

   I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa. Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero:  «Donna, perché piangi?».  Rispose loro:  «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto».  Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù:  «Donna, perché piangi? Chi cerchi?».  Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse:  «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse:  «Maria!».  Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico:  «Rabbunì!»,  che significa: Maestro! Gesù le disse:  «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli:  «Ho visto il Signore»  e anche ciò che le aveva detto” (Gv 20,1-18).

   Maria di Magdala vuole andare subito, di buon mattino - come dice il Vangelo - al sepolcro.  E’ ancora buio quando giunge al sepolcro, ma la pietra è ribaltata.  La Maddalena corre a dirlo subito ad informare i discepoli. Allora Pietro ed “il discepolo che Gesù amava” corrono subito ad ispezionare la tomba.

   L’evangelista non accenna all’idea che Gesù sia risorto.  Altrimenti Maria Maddalena non avrebbe detto: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!”. Anzi, all’autore del vangelo è nota l’ipotesi del trafugamento del cadavere sviluppata nella sezione apologetica del Vangelo di Matteo (Cfr. 20,2-11).

   Giovanni e Pietro sono i primi, della cerchia dei Dodici, a visitare il sepolcro.  Giovanni, indubbiamente più giovane, arriva primo: si china per terra,  guarda dentro ma non entra. Aspetta l'arrivo di Pietro. Dopodiché entra insieme a Lui: vede le bende per terra e il sudario,  non per terra con le bende, ma piegato  in un luogo a parte. Per ora interpretiamo secondo la traduzione ufficiale della CEI e vediamo che ci sono due indizi chiarissimi di una realtà evidente: se il corpo di Gesù fosse stato trafugato dagli apostoli o da qualcun altro, certamente lo avrebbero fatto con tutte le bende addosso, senza prendersi il fastidio di srotolargliele. E poi il sudario sarebbe stato buttato, così, senza cura, da qualche parte. Invece è piegato accuratamente e deposto in un anfratto del sepolcro.  Ci sarebbero, quindi, due segni evidenti di un non trafugamento di cadavere. Le prime obiezioni alla risurrezione, da parte delle autorità religiose giudaiche, si basano solo sul trafugamento di cadavere, e non sul fatto che la comunità di Gesù non poteva conoscere il luogo del sepolcro, come sostengono alcuni studiosi. Se fosse così, tale obiezione avrebbe trovato una risposta nei Vangeli, specialmente in quelli più tardivi. Invece l’unica obiezione è quella del trafugamento di cadavere.

   Come possiamo evincere dai Vangeli, è impossibile tale possibilità: chi avrebbe potuto rubare il corpo di Gesù, se gli stessi Giudei  sanno che la sua scomparsa può alimentare certe voci sulla risurrezione e quindi essi per primi tengono  a dimostrare che il Crocifisso è morto e giace in un sepolcro.

  Infine, è bene ricordate in che stato di disillusione smarrimento sono caduti i discepoli di Gesù dopo le ore cruenti della passione. Figurarsi se possono, con un colpo di mano, trafugare, di notte, il corpo del loro Maestro. E non bisogna dimenticare che, come attesta Matteo nel suo vangelo, a guardia della tomba erano stati messi dei soldati. 

   Ma a queste prove appena accennate, bisogna aggiungerne un'altra, ancora più probante: i discepoli di Gesù, quelli che dopo la Pentecoste hanno irradiato in tutto il mondo il kerygma della morte e risurrezione del Maestro non sono dei pazzi, sono persone normali; essi sono stati capaci di diffondere la loro esperienza di fede e testimoniarne la verità a presso della vita.

   E coloro che hanno raccolto le testimonianze dei discepoli, vedendoli affrontare stoicamente la morte in nome di tali  annunci, hanno a loro volta testimoniato fino all'effusione del sangue questo stesso Vangelo. Non si può spiegare altrimenti il poderoso slancio missionario del Cristianesimo primitivo, irradiato dall'evento storico di Cristo morto e Risorto.

   Impressiona in questo brano, l'atteggiamento di Giovanni evangelista allorché  “vide e credette”.  

  Che cosa ha visto Giovanni, per arrivare a credere? Il sepolcro vuoto; Le bende per terra ed il sudario piegato accuratamente in disparte. Basta questo, a Giovanni, per suscitare la fede nel Crocifisso? O c'è dell'altro? E perché, contrariamente a Pietro che ha visto il sepolcro vuoto, le stesse bende per terra, il sudario piegato, Giovanni “vede e crede”?

   Forse la risposta sta nei versetti successivi, allorché il vangelo conclude: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti”(v.9).

   Forse, contrariamente a Pietro, Giovanni “vide e credette” perché viene illuminato, nella sua fede verso il Risorto, dalla Parola di Dio racchiusa nelle Antiche Scritture? Un concetto che troviamo presente anche nella scena di Emmaus e che appartiene alla tradizione di Luca.

   Eppure, a parte questo, le descrizioni dei vangeli non collegano la fede pasquale con il sepolcro vuoto. Anzi, quasi sempre non è la Scrittura e neppure l’esperienza del sepolcro vuoto a provocare la fede, ma l’incontro con Gesù stesso. Basta leggere i vangeli per rendersene conto.

    E allora, vista nella prospettiva globale delle tradizioni evangeliche, che danno priorità alla manifestazione personale del Risorto, dalla quale scaturisce la fede dei discepoli, sembra impossibile pensare che con quel “vide e credette” il vangelo voglia dimostrare il salto di fede da parte di Giovanni. Possibile che egli intraveda nel buio della tomba, nelle “bende per terra”(v.7) e nel “sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte”(v.7) l’alba radiosa della risurrezione di quel Maestro che aveva visto morire sulla croce, e che Pietro, assente sotto la croce, non riconosce neanche ora come Risorto?

   Insomma, è  la Bibbia, insieme con il sepolcro vuoto, ad illuminare, “l’apostolo che Gesù amava”, a credere nella risurrezione di Gesù in quella tomba buia e vuota, o c’è dell’altro?

   A questa domanda ha dato una risposta un sacerdote di Tivoli, don Antonio Persili, il quale fin dagli anni di seminario si è portato appresso, come un’ossessione, quell’espressione di Giovanni:  «vide e credette».

   Per niente soddisfatto delle interpretazioni tradizionali (tomba vuota e panni giacenti sulla pietra sepolcrale= risurrezione), don Persili cominciò a studiare gli usi e costumi funerari ebraici, interessandosi soprattutto del testo greco dei Vangeli. I risultati dei suoi studi, di straordinaria valenza, sono pubblicati nel volume Sulle tracce del Cristo Risorto.

   Come sappiamo, la sepoltura di Gesù avviene subito dopo la sua deposizione dalla croce. Giuseppe D’Arimatea, aiutato dai suoi servi, “avvolge subito il corpo di Gesù in una tela, e così avvolto lo traspora sulla pietra dell’unzione, avendo cura di non toccare assolutamente il corpo di Gesù con le mani”. Quindi la tela, che sarebbe la Sindone attestata dai Sinottici (sindÒna Cfr.Mc 15,46; sindoni Cfr. Lc 23,53; sindoni Cfr Mt 27,59) avvolge sopra e sotto il corpo di Gesù, isolandolo da qualsiasi contatto esterno. Ciò allo scopo di evitare che il suo sangue si disperda, perché essendo considerato come l’elemento vitale, la sede della vita, il sangue deve essere preservato. E se la terra è bagnata dal sangue, la stessa deve essere seppellita con il cadavere. Ecco perché lo stesso Persili citando il Talmud scrive a proposito della sepoltura per morte violenta: “Si metta solo sui suoi vestiti una copertura e si seppellisca anche la terra su cui eventualmente era caduto il sangue”. 

   E allora, nel procedimento di avvolgimento del corpo di Gesù, “Le parti sovrabbondanti della tela vengono ripiegate accuratamente al di sopra del corpo. Poi, mentre alcuni tengono ferme le ripiegature, Giuseppe [D’Arimatea] provvede ad avvolgere e legare il corpo di Gesù con le fasce, mentre Nicodemo versa la mistura profumata, che viene assorbita internamente dal lenzuolo ed esternamente dalle fasce. Al termine, il corpo di Gesù...è tutto avvolto  nelle fasce, che ricoprono e tengono fermo il lenzuolo”.

   Ad ogni modo, “comunque sia stato l’avvolgimento del corpo di Gesù, il segno della risurrezione consiste nella posizione che le «othónia»  e il sudario presero dopo la risurrezione”.     

   Nell'originale greco è scritto che Giovanni vide (blepei keimena ta othonia). La versione ufficiale della Conferenza episcopale italiana traduce questa espressione con "vide le bende".  In realtà il verbo (keîmai), da cui viene il participio keímena, non significa genericamente "essere lì" né tantomeno "stare per terra". Esso indica una posizione precisa, significa giacere, essere disteso, orizzontale; come di una cosa bassa in opposizione ad una elevata, eretta, come per esempio il mare calmo rispetto al mare agitato. “Il significato che Giovanni vuol dare a questo verbo è quello di far risaltare che prima le fasce erano rialzate (come un mare agitato), perché all’interno c’era il corpo; dopo la risurrezione, invece, le fasce erano abbassate, distese (come un mare calmo), giacendo nel medesimo posto in cui si trovavano quando contenevano il corpo di Gesù. 

   Anche nei versetti successivi troviamo l’espressione “Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte”(Gv 20,6-7). Nell’originale greco Simon Pietro entra nella tomba e “qewre‹ t¦ ÑqÒnia ke…mena”(v. 6) (traslitterato: theôrei ta othonia keimena).

   Giovanni e Pietro avrebbero visto non le fasce a terra, ma le fasce distese, afflosciate, senza essere state sciolte o manomesse, restando immobili al loro posto.  Quindi le tele, o le fasce o le bende, come si vuole chiamarle, erano afflosciate su se stesse in quanto il corpo di Gesù non c’era più. Ed a conferma della sue straordinaria tesi interpretativa, Persili aggiunge che è arbitrario far giacere le bende per terra, secondo l’interpretazione ufficiale della CEI, perché se così fosse,  colui che ha messo per iscritto, questo Vangelo di Giovanni, avrebbe dovuto dirlo espressamente, aggiungendo una determinazione di luogo, se esso fosse stato diverso da quello in cui le fasce si trovavano.

   Anche in riguardo al sudario sarebbero stati commessi degli errori di interpretazione. Innanzitutto il sudario non va confuso con la sindone che avvolge, o avvolgeva all’interno delle fasce, il corpo di Gesù per evitare che il sangue andasse disperto. In realtà si tratta di “un fazzoletto di tela, di forma quadrata o rettangolare, che poteva avere dai sessanta agli ottanta centimetri di lato, usato normalmente per asciugare il sudore, per pulire il naso, insomma per usi igienici, che solo in casi particolari poteva essere anche utile per usi funerari” (Antonio Persili, Sulle tracce del Cristo Risorto, Edizioni C.P.R., seconda ristampa 2000, 146).

   Secondo la versione della CEI,  Pietro vide “il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte”(v. 7). Quindi, secondo questa versione il sudario si troverebbe spostato rispetto al punto in cui si trovava quando il corpo di Gesù era stato sepolto.

   Keímenon (keímenon), come già keímena (keímena), è participio di keîmai (keîmai), giacere.  Questo significherebbe che il sudario non era disteso come le altre bende, ma appariva arrotolato (entetuligmenon, dal verbo entylísso -, che significa avvolgere, arrotolare) in una posizione unica, singolare, come sembra voler significare l’espressione eis ena topon (eis héna tópon), che le versioni correnti traducono banalmente come "in un luogo". Significa che il sudario, a differenza delle fasce distese, appariva sollevato, in maniera quasi innaturale, forse perché su di esso i profumi avevano avuto un effetto inamidante.

   Se questo fu lo spettacolo che si presentò ai due apostoli, si può comprendere perché a quella vista il discepolo che Gesù amava poté intuire ciò che era accaduto. Non lo avevano portato via. Era risorto nel suo vero corpo, come aveva promesso.

   E allora, secondo questa sconvolgente e straordinaria tesi, il brano evangelico andrebbe così tradotto e letto:

“5. (Giovanni) chinatosi, scorge le fasce distese, ma non entrò.

6. Giunge intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entra nel sepolcro e contempla le fasce distese (afflosciate, vuote, ma non manomesse),

7. e il sudario, che era sul capo di lui, non con le fasce disteso, ma al contrario avvolto (rimasto nella posizione di avvolgimento, rialzato, ma non sostenuto nell’interno, perché vuoto) in una posizione unica (straordinaria, eccezionale, perché contro la legge della gravità) (Gv 20,5-7).

   Quindi se le fasce erano rimaste al loro posto, afflosciate su se stesse ma ancora avvolte, era il segno che Gesù era veramente risorto, sottraendosi in maniera misteriosa alla sindone, alle bende ed al sudario che lo avvolgevano.  Questo significherebbe che nel momento della risurrezione Gesù ha acquisito muovi attributi che lo hanno esentato dalle leggi dello spostamento dei corpi.

   Se è così, saremmo ancora più in sintonia con le successive apparizioni del Risorto. Infatti egli appare “a porte chiuse” e scompare nello stesso modo. Così come avviene sulla strada di Emmaus, dove appare affiancandosi ai discepoli in cammino, per poi scomparire al momento di spezzare il pane.

   Intanto, anche padre Jean Galot, illustre professore della Gregoriana, in un recente saggio su La Civiltà Cattolica ha citato ricerche aggiornate che confermano le "scoperte" di don Persili.

   Secondo la tradizione presente nel quarto vangelo, dopo che i discepoli se ne tornano a casa e Maria Maddalena resta piangente vicino al sepolcro, alla stessa appaiono due angeli, seduti ai lati del sepolcro, dove era stato deposto Gesù, chiedendole: «Donna, perché piangi?». 

      La risposta di Maria non lascia ancora presagire la risurrezione, anche se “il discepolo che Gesù amava” aveva già creduto senza vedere. «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto», risponde Maria. Ed è proprio in questo momento che, voltandosi indietro, vede Gesù che sta lì in piedi,  ma non lo riconosce.

   «Donna, perché piangi? Chi cerchi?».  E lei, pensando che sia il custode del giardino, gli dice:  «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». 

   Gesù le dice: «Maria!».  E lei, allora, voltatasi verso di lui, gli dice in ebraico:  «Rabbunì!»,  che significa: Maestro!

   Rabbunì è un appellativo più solenne del consueto Rabbi. Lo troviamo anche nella scena della guarigione del cieco di Gerico, quando si rivolge a Gesù dicendogli: «Rabbunì, che io riabbia la vista!»(Mc 10,51). Un appellativo usato spesso quando ci si rivolge a Dio. Esso si avvicina molto alla solenne professione di fede di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!»(Gv 20,28).

   Forse Maria si butta ai piedi di Gesù, abbracciandoli adorante, come attesta già Matteo con un racconto analogo(Cfr. Mt 28,9), perché subito dopo Gesù le dice: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»

   Anche se Luca presenta l’ascensione di Gesù in un periodo successivo, è con la risurrezione, secondo la tradizione del quarto vangelo, che Gesù ascende veramente al Padre. La discordanza con Luca potrebbe essere spiegata nel senso che quest’ultimo presenterebbe la scena dell’Ascensione di Gesù come un’ultima sua manifestazione alla sua comunità.

   Il racconto si chiude, quindi, con l’esecuzione dell’incarico affidato da Gesù Risorto a Maria di Magdala. Ed è lei a portare ai discepoli la lieta notizia: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto” (Gv 20,18).

   Veniamo all’apparizione di gruppo, quella fatta da Gesù dinanzi ai suoi discepoli. E’ assente Tommaso, chiamato Didimo.

   Il brano che stiamo per prendere in esame appartiene  alle cosiddette apparizioni per un incarico, in quanto Gesù appare visibilmente ed affida ai suoi interlocutori un incarico preciso. Dello stesso tipo sono i brani paralleli di Matteo 28,16-20 e Luca 24,36-49.   

   Concordemente alla versione parallela di Luca, l’ambientazione geografica di questa pericope è situata in Gerusalemme, e forse nella stessa Sala del Cenacolo.

   Matteo, invece, ambienta il brano parallelo su un monte che Gesù aveva loro fissato.  Delle discordanze nei racconti pasquali avremo modo di accennare nelle pagine successive, anche se la questione è ancora aperta.

   “La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse:  «Pace a voi!».  Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

   Gesù disse loro di nuovo:  «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi».  Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse:  «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi»”(Gv 20,19-23). 

   La sera di quello stesso giorno, della risurrezione ovviamente, sarebbe la nostra domenica in quanto è il primo giorno dopo il sabato. Mentre i discepoli sono riuniti “a porte chiuse”, per  paura dei Giudei, appare Gesù e porge loro il classico saluto ebraico: Shalom: Pace a voi. Subito dopo mostra loro le mani ed il costato, per dimostrare la continuità fisica tra il Crocifisso morto sul Calvario e lui, il Risorto.

   Effetto di questa dimostrazione è la gioia che pervade i discepoli nel vedere nuovamente il loro Maestro.

   Poi, Gesù li saluta nuovamente: «Shalom! Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». Quindi compie un gesto che i discepoli sanno essere compiuto da Dio stesso nel momento della creazione, quando crea l’uomo (Gn 2,7). Gesù alita sui suoi amici e dice: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi»(Gv 20,19-23). 

   Nella teologia dell’evangelista, l’azione di Gesù risorto che alita sui suoi discepoli, sta a significare una nuova creazione, compiuta dal Risorto. Egli intende ricreare l’umanità, dando inizio ad un mondo nuovo, conferendo ai suoi amici un solenne incarico. Ecco perché all’inizio parlavamo di un brano, il presente, che appartiene alle apparizioni per un incarico. Gesù invia i suoi discepoli a testimoniare la verità della risurrezione, per dar vita ad un nuovo popolo che, in forza di quello Spirito ricevuto dal Risorto, continui la missione di rinnovare l'umanità: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».

   Anche Giovanni, come Luca, si mostra attento alle prerogative corporee del Risorto, riferendo che, dopo aver salutato i suoi discepoli, Gesù “mostrò loro le mani e il costato”(v. 20).  Eppure, c’è un aspetto interessante da considerare nel brano in esame, ed è quello di un Gesù Risorto che non appare più limitato dallo spazio e dal tempo, in quanto appare e scompare, ed entra a porte chiuse nel Cenacolo. E’ una prerogativa del risorto, questa. Egli si sottrae alle leggi della fisica; appare e scompare improvvisamente, come nelle Teofanie di Dio nell’Antico Testamento (Gen 18; Gs 5, 13, etc.).  

   “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli:  «Abbiamo visto il Signore!».  Ma egli disse loro:  «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò»”. 

   Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse:  «Pace a voi!».  Poi disse a Tommaso:  «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso:  «Mio Signore e mio Dio!». 

   Gesù gli disse:  «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».  Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv  20,24-31).

   Dopo la prima manifestazione ai discepoli, assente Tommaso, otto giorni dopo, secondo la cronologia Giovannea, Gesù si manifesta nuovamente agli Undici. Ma è bene presentare l’antefatto di questa manifestazione: l’incredulità di Tommaso verso il Risorto. Egli non ha creduto neanche ai suoi amici.  Un’incredulità espressa molto bene dalla celebre espressione: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò»(v.25).  Nella risposta di Tommaso appare, ancora una volta, la contrapposizione caratteristica del quarto vangelo tra il «vedere» e il «credere». La stessa che abbiamo letto, in positivo, nell’entrata di Giovanni nella tomba. Egli «vide e credette»(Gv 20,8).

   E allora, otto giorni dopo i discepoli sono nuovamente in casa e stavolta è presente anche Tommaso. «Venne Gesù, a porte chiuse». Ancora una volta l’evangelista pone l’accento su questo potere di attraversare la materia, da parte di Gesù. Come non pensare alla tesi di don Antonio Persili, secondo la quale, nel momento della risurrezione, Gesù passa attraverso le bende che si afflosciano su se stesse. Ma al di là del fenomeno l’evangelista vuol dire che il Risorto è un essere non vincolato allo spazio ed  al tempo. Attraversa le porte per essere con i suoi amici. E, dopo aver salutato dicendo Shalom, Pace a voi, per prima cosa si rivolge all’incredulo Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!»(v.27).

   E’ chiaro come l’evangelista sia interessato a mettere l’accento sulla medesima identità  del Cristo risorto con il Gesù pre-pasquale, quello che ha vissuto con loro prima dell’esperienza di pasqua. Colui che finalmente Tommaso ha visto, non è un semplice spirito, o una fantasia, ma è veramente quel Gesù Nazareno che aveva preannunciato la sua passione e morte, è stato crocifisso, trapassato al cuore da un colpo di lancia, morto alle 3 di pomeriggio e quindi sepolto nelle vicinanze del Calvario.

   A questo punto abbiamo la manifestazione di fede da parte di Tommaso: «Signore mio e Dio mio!»(v.28) nell’originale greco:«`O kÚriÒj mou kaˆ Ð qeÒj mou».  E’ certamente la più alta confessione di fede di tutto il Vangelo.  Senza mezzi termini Tommaso professa la Divinità di Gesù Risorto.

   Forse qualcuno potrebbe pensare che se nel Vangelo c'è questo episodio è perché faceva comodo, a chi l'ha scritto, raccontare un fatto, creato da lui o addirittura dalla Comunità cristiana, per inculcare nei fedeli una finta risurrezione di Gesù. Ma coloro che hanno messo per iscritto tutti questi fatti, non avrebbero certamente presentato Tommaso come Colui che non credeva, quindi in una luce non proprio positiva, se non ci fosse stato un fondamento storico di questo episodio. 

   Dopo la manifestazione di fede da parte di Tommaso, Gesù prende nuovamente la parola e, rivolgendosi allo stesso Tommaso, dice: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».  Ancora una volta emerge la contrapposizione tra il vedere ed il credere. E’ l’immagine dell’autentico discepolo, quella che traccia Gesù, non mostrando la contrapposizione dei verbi vedere e credere, ma proclamando beati coloro che crederanno in Lui, sulla testimonianza degli apostoli(Cfr. At 1,1), senza aver avuto il privilegio di incontrarlo.

   Il capitolo si chiude con la seguente testimonianza: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv  20,24-31). Con questa solenne confessione di fede in Gesù Cristo Figlio di Dio, abbiamo una prima conclusione del Vangelo di Giovanni. A cui seguirà, successivamente, una seconda aggiunta. 

   Il capitolo 21 chiude il quarto Vangelo, quello cosiddetto di Giovanni. In realtà la chiusura originaria sarebbe stata fatta alla fine del capitolo 20, versetti 30-31. Quindi il capitolo 21, che stiamo per prendere in esame, sarebbe un’aggiunta successiva, probabilmente fatta dall’evangelista stesso oppure da un suo discepolo.  

 

   “Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro:  «Io vado a pescare».  Gli dissero:  «Veniamo anche noi con te».  Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.

   Quando gia era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù.

   Gesù disse loro:  «Figlioli, non avete nulla da mangiare?».  Gli risposero:  «No».  Allora disse loro:  «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete».  La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro:  «E` il Signore!».  Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù:  «Portate un pò del pesce che avete preso or ora».  Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò.

   Gesù disse loro:  «Venite a mangiare».  E nessuno dei discepoli osava domandargli:  «Chi sei?»,  poiché sapevano bene che era il Signore. Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce.

   Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.

   Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro:  «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?».  Gli rispose:  «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene».  Gli disse:  «Pasci i miei agnelli». 

   Gli disse di nuovo:  «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?».  Gli rispose:  «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene».  Gli disse:  «Pasci le mie pecorelle». 

   Gli disse per la terza volta:  «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?».  Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse:  «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene».  Gli rispose Gesù:  «Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi».  Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse:  «Seguimi».  Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato:  «Signore, chi è che ti tradisce?».  Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù:  «Signore, e lui?».  Gesù gli rispose:  «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi».  Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma:  «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?». 

   Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera.

   Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”(Gv 21,1-25).

   Gesù si manifesta nuovamente ai suoi discepoli. Stavolta cambia lo sfondo geografico. Sembra affiorare, all'inizio del racconto, un senso di incertezza, ma anche di attesa. Dietro l'invito di Pietro che dice: "Io vado a pescare", questo gruppo di amici, "quasi orfano" del loro grande "Amico", decide di accompagnarlo sulla barca. Ma, per tutta la notte,  non riescono a prendere niente.

   Sul far del mattino, quando gli occhi  di tutti sono appannati e stanchi, appare Gesù sulla riva, ma essi non lo riconoscono. Alla sua parola, che li invita a gettare la rete dalla parte destra della barca, raccolgono ben 153 grossi pesci. Allora colui che viene presentato come "il discepolo che Gesù amava", si rivolge a Pietro dicendo: "E' il Signore".

   E qui la Storia diviene particolarmente pregna di dolcezza. Pietro per primo raggiunge la riva a nuoto e vede sulla brace del pesce e del pane che Gesù stesso aveva preparato.

   Poi, Gesù invita a cucinare anche il pesce pescato or ora.  "Venite a mangiare", esorta i suoi vecchi amici. Ma nessuno osava fargli domande perché, come attesta il Vangelo, "sapevano bene che era il Signore" (Gv 21,12). Lo hanno riconosciuto in seguito alla Pesca miracolosa.

    Dopo aver mangiato, per ben tre volte Gesù chiede a Pietro se lo ama più di tutti. Il "Sì" di Pietro, già spontaneo nel momento in cui ha raggiunto la riva a nuoto per  raggiungere Gesù, prima degli altri, vuole essere innanzitutto una risposta al triplice rinnegamento  avvenuto nel cortile del sommo sacerdote durante l'interrogatorio di Gesù. Ma intende anche significare l'assenso di Pietro a Gesù che per ben tre volte, con l'invito: "Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle" lo proclama Pastore universale del nuovo Popolo di Dio che è la Chiesa. Infatti, il termine "pascere", che nella mentalità semitica significa "guidare", "governare", - come il pastore pasce le pecore, - allude a questo  grande e sublime Ministero di Amore. Gesù affida a Pietro tutto il suo gregge, la Chiesa, il nuovo Popolo di Dio. Nello stesso tempo gli fa capire chiaramente che la sua non sarà una guida gloriosa, potente, trionfante; ma un "Servizio" verso i fratelli. Un "Servizio" che lo porterà a "tendere le mani, ad essere sottoposto ad altri che gli cingeranno la veste, e ad essere portato dove non vorrebbe andare".  Un servizio di Amore, un servizio di guida pastorale delle anime, del Popolo di Dio che non significa  alcun tipo privilegio, ma condivisione totale del destino del Cristo. Quello stesso destino segnato dal "Seguimi" che il Maestro gli dice in chiusura di questo brano.  E Pietro lo seguirà. Non si tirerà indietro. E stavolta fino alla morte. Infatti una trentina di anni dopo questo ultimo incontro con Gesù, Pietro morirà crocifisso a Roma, durante la persecuzione di Nerone. Secondo il suo desiderio, dice la tradizione, fu crocifisso a testa in giù per umiltà di fronte alla morte di Cristo.

   La morte eroica di Pietro, insieme a quella degli altri discepoli diretti di Gesù, costituisce un elemento probante della resurrezione del Maestro. Solo dopo aver visto veramente il Maestro risuscitare dai morti Pietro poteva avere il coraggio di annunciarlo fino ad affrontare la più dolorosa e cruenta delle morti: crocifisso a testa in giù. Prima di lui, con lui e dopo di lui una schiera innumerevoli di anime hanno versato il sangue per testimoniare fino in fondo questo annuncio.

   Ma veniamo ai versetti successivi, dal 20 al 23 e che vi rileggiamo:

 

   “Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato:  «Signore, chi è che ti tradisce?».  Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù:  «Signore, e lui?». 

   Gesù gli rispose:  «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi».  Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma:  «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?»”(vv.20,23).

   Questo testo fa riferimento al destino del discepoli amato, colui che sarebbe l’autore del quarto Vangelo, ma che in realtà muore, provocando un grande dolore per la sua scomparsa, visto che è l’ultimo testimone dell’età apostolica. E l’episodio, a cui il testo si riferisce, infatti, “intende mantenere viva nella comunità la tensione verso la venuta di Gesù, che minacciava di affievolirsi dopo la morte dell’apostolo testimone. In tal modo il capitolo 21 risulta essere un felice epilogo aperto al tempo della chiesa fino al ritorno del Signore” Giovanni non racconta, come fanno Matteo e Luca, l’ultimo addio, gli ultimi comandi e la scomparsa definitiva di Gesù risorto. Ma lo fa intuire per il fatto che parla di “salire al Padre”(Gv 20,17) e del suo “ritorno”(Gv 21,22-23). In tal modo, la tradizione Giovannea si mantiene fedele fino in fondo al suo linguaggio allusivo e simbolico. Il Vangelo è così compiuto, mentre la comunità, rimasta orfana, rende onore alla testimonianza del discepolo amato (Gv 21,24) ed esalta in modo iperbolico l’opera salvifica di Gesù (Gv 21,25)(Giuseppe Segalla, Giovanni (Vangelo di), Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Ed. Paoline 1988, pag. 670).

   Dicevamo all’inizio che il brano rappresenta una seconda chiusura del Vangelo di Giovanni. Nel senso che esso era già stato terminato al capitolo 20.

   Quindi, il capitolo 21 è stato aggiunto successivamente. Ma questo non significa che esso sia un corpo estraneo nel quarto Vangelo, anche perché, come abbiamo visto ora, l’autore del capitolo si è sforzato di tener fede allo spirito di tutto il Vangelo. Del resto non troviamo alcun elemento che dimostri il fatto  che il vangelo di Giovanni sia mai stato letto senza quest’ultimo capitolo. Ed anche se questo testo tradisce un’altra mano redazionale, che denota un stile leggermente diverso da quello del Vangelo, ed ha qualche tratto di Luca (come l’episodio della pesca miracolosa), appartiene indubbiamente alla tradizione Giovannea. 

      Piace di chiudere la riflessione su questo testo controverso, ma non tanto come abbiamo visto, con le parole che ci vengono dall’attuale Pontefice, Giovanni Paolo II, il quale proprio davanti alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, il 26 aprile 2001, ebbe a dire: “L'incontro con voi in questo tempo pasquale richiama alla mia mente il capitolo 21 di Giovanni, nel quale l'Evangelista presenta il Cristo risorto a colloquio con Pietro ed alcuni altri Apostoli in una pausa del loro abituale lavoro di pescatori. Erano reduci da una notte di fatica sul lago di Tiberiade. Era stata una pesca infruttuosa. Pietro ed i suoi compagni l'avevano svolta confidando solo nelle loro forze e nelle loro conoscenze di uomini esperti di "cose del mare". Ma quella stessa pesca fu poi eccezionalmente abbondante quando essa fu affrontate poggiando sulla parola di Cristo. Non furono allora le loro conoscenze "tecniche" a riempire la rete di pesci. Quella pesca eccezionalmente abbondante avvenne grazie alla Parola del Maestro, vincitore della morte e, pertanto, vincitore anche della sofferenza, della fame, dell'emarginazione, dell'ignoranza”.

   A conclusione di questo capitolo riandiamo a quanto Padre Jean Galot, professore emerito di Cristologia alla Pontificia Università Gregoriana, ha detto in un intervista rilasciata a 30 GIORNI: “Il punto di partenza del movimento della fede, a cominciare dagli indizi del sepolcro vuoto, è sempre una realtà visibile. Questo fattore è importante, perché smentisce coloro che interpretano la fede nella risurrezione di Gesù Cristo come mera convinzione intima. Spazza via tutte quelle tesi idealiste secondo cui i discepoli si convinsero che Gesù era risorto, proiettando in questa autosuggestione i propri sentimenti soggettivi di amore verso il loro maestro. Invece è perché hanno visto il Signore risorto che hanno creduto. La fede nasce dal riconoscimento di realtà visibili”(30 GIORNI, Anno XVIII – N. 7/8 – 2000, pag. 66).

   Sono pescatori di Galilea, quindi gente abituata alla concretezza ed al senso del pratico, coloro coloro che sono divenuti annunciatori della risurrezione di Cristo.  

   E quando alla scoperta della tomba vuota si aggiunge la scena  discreta, eppur straordinaria, a cui i discepoli di Gesù, Giovanni e Pietro, assistono, allora anche la tomba vuota diviene elemento fondante della fede pasquale. Ma Giovanni e Pietro non hanno visto solo una tomba vuota. Ma hanno contemplato una scena insolita, straordinaria: le fasce che ricoprivano il cadavere del Maestro sono afflosciate, vuote, non manomesse, mentre il sudario, che era sul capo di lui, non con le fasce disteso ma al contrario avvolto (rimasto nella posizione di avvolgimento, perciò rialzato ma non sostenuto all’interno, perché vuoto) in una posizione unica (straordinaria, eccezionale, perché contro la legge della gravità) ”.

   Quindi, alla prova della tomba vuota, considerata storicamente ineccepibile, seppur con molti dubbi da parte di studiosi che la pensano diversamente, si deve aggiungere quest’altra, straordinaria, testimonianza sulla posizione delle fasce e del sudario che hanno avvolto il cadavere di Gesù nella tomba.

   Se poi, aggiungiamo, a queste prove, quella misteriosa e tangibile della Sindone, di cui avremo modo di parlare in seguito, allora noi dobbiamo pensare che quel Risorto che si è fatto vedere dai testimoni oculari delle apparizioni, ha voluto dare anche a noi, credenti di questo secolo, un ventaglio di prove razionali del più grande e strepitoso miracolo della Storia umana. Un miracolo che solleva l’uomo dal dramma esistenziale della morte, per inserirlo in un progetto di salvezza che si proietta oltre il tempo.

   I testimoni delle apparizioni del risorto e gli evangelisti, se da una parte mostrano che il Risorto ha delle prerogative ultramateriali, come quella di entrare nel Cenacolo a porte chiuse, dall’altra pongono l’accento sulla sua corporeità, nel senso che Egli chiede di mangiare del pesce, che lui stesso prepara da mangiare, che addirittura conduce i suoi discepoli, come abbiamo visto nelle scene dell’Ascensione, suo monte degli Ulivi, prima di salire al Padre.  E allora, permettete, all’uomo di fede che è in noi, di pensare che nei suoi mirabili Disegni di salvezza, il Cristo ha voluto aiutare i nostri sensi a percepire la realtà sublime e mirabile della Risurrezione. Il suo aderire alla richiesta di Tommaso: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò»(Gv 20,25), non è, in fondo, che l’atteggiamento del Papà che, quasi sostenendo, con le braccia, il piccolo figlioletto a camminare da solo, è pronto ad intervenire per impedirgli di cadere: “Poi disse a Tommaso:  «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!».  Rispose Tommaso:  «Mio Signore e mio Dio!».  Gesù gli disse:  «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».  ”(Gv 20,27-29). 

 

   ALLA SCOPERTA DI GESU' DI NAZARETH

 

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