Nereo Villa, "IL SACRO SIMBOLO DELL'ARCOBALENO, Numerologia biblica sulla Reincarnazione" (Prefazione), SeaR Edizioni, Reggio Emilia, aprile 1998

Prefazione (Descrizione degli undici capitoli) - Premessa (Distinzione fra unità di misura e unità aritmetica) - Introduzione - La creazione - Cap. 1° - Il riconoscimento dell'Io - Cap. 2° - La colomba, la nave e il pesce - Cap. 3° - Il mondo delle essenze - Cap. 4° - Imbarcazioni - Cap 5° - Non si può sopprimere l'arcobaleno - Cap. 6° - Dall'arcobaleno all'iride - Cap. 7° - L'arca, l'alfabeto astrale e il karma - Cap. 8° - Il geroglifico dell'infinito - Cap 9° - Il prete Gianni - Cap. 10° - L'albero della conoscenza... del Karma - Cap. 11° - La pentola d'oro

IL RICONOSCIMENTO DELL'IO

Solitamente non si dà l'importanza dovuta ai nomi delle cose e delle persone, eppure essi, specialmente nel contesto biblico, hanno un preciso significato la cui conoscenza permetterebbe la comprensione di parte di molti misteri.

Vediamo per esempio il nome di Giona.

Il nome di Giona è, nel Nuovo Testamento, il "cognome" di colui che doveva principiare la serie dei vescovi romani, "Simon bar Jonah", cioè "Simone, figlio di Giona". L'uomo del primato della Chiesa e la storia del profeta Giona hanno pertanto qualcosa in comune.

Sappiamo dai Vangeli, che Simone, figlio di Giona, era un pescatore e che quindi aveva a che fare con i pesci e sappiamo anche che il soprannome datogli da Gesù, era "roccia", vale a dire "Pietro", cioè "Cefa"(1). Questa parola ricorda il nome di un pesce dalla grande testa, il cefalo e anche il concetto di "testa" diventa ora un importante elemento.

Le parole testa, capo, derivano etimologicamente dall'aramaico "kefa", dal greco "kepha" e dal sanscrito "kapalas", che vuol dire vaso, cranio, teschio, guscio.

Ora, la definizione apostolica "Pietro" proviene da antiche sedi di dottrine segrete religioso-politiche, dette "Misteri", presiedute dallo ierofante, o gran sacerdote, che aveva il titolo caldeo di "patar", pietro, cioè interprete, vaticinatore, colui che spiegava presagi e oracoli, costruendo così un "ponte" per il passaggio dal mondo materiale a quello spirituale. Il senso di "Pontefice", letteralmente "facitore di ponti", comportava tale funzione.

Si tratta di quello stesso titolo che Augusto, dopo aver fatto in modo che si raccogliessero e si spedissero a Roma ogni specie di opere d'arte e di testimonianze delle antiche civiltà magiche e misteriche dei popoli conquistati, volle per sè, come carica di Pontefice Massimo. Il suo intento era infatti quello di edificare in Roma la massima sede di misteri, un Pantheon, un centro religioso universale, in cui tutte le divinità del mondo avrebbero dovuto avere il loro tempio e il loro culto, preparando così il momento in cui si sarebbe proclamato Sommo Sacerdote, non solo di Roma, ma del mondo intero.

Formule come "Roma caput mundi" o la benedizione apostolica "Urbi et Orbi", hanno, in tale contesto storico, il loro fondamento e ciò vale anche per la sede romana del "Vaticano", parola proveniente da Vate, il vaticinatore o interprete del mondo spirituale e dei suoi presagi, appunto, i "vaticinia".

L'istituzione del Pantheon e del culto cesaréo romano veniva così incontro alla grande attesa del Messia, vibrante allora in tutti i popoli. Ben presto, infatti, si cominciò a venerare Augusto come un dio, secondo l'usanza del mondo antico nei confronti dei suoi sovrani. Augusto veniva magnificato come l'Unico, il Messia inviato da Dio. In molti luoghi vennero innalzati templi, con iscrizioni "quali ci sono conservate in Alicarnasso e Priene:

Al Divino Augusto
Dio vi ha inviato il Redentore
Terra e Mare gioiscono della Pace
Non vi sarà alcuno più grande di Lui
Si è compiuto l'Evangelo della
nascita del Dio"(2)

La parola "messia", in ebraico "mashiach", in greco "christòs", è un termine teologico, che designa una persona consacrata tramite unzione di olio, rituale della consacrazione del re d'Israele. Il titolo di messia, che resta in tal modo intrecciato al concetto di regalità, viene però a significare, con Gesù di Nazareth, un regno che non è "di questo mondo"(3), bensì qualcosa che si instaura dentro l'uomo(4) grazie al "Figlio dell'Uomo", altro termine tecnico che riguarda propriamente l'Io umano(5). A questo proposito, è interessante notare che le parole "mashiach", (messia), e "nachash", che significa "serpente", sono imparentate, in quanto - e lo vedremo più avanti - hanno il medesimo valore numerico. Ciò spiegherebbe il simbolismo del serpente, usato da Gesù per indicare la direzione verso l'alto che l'egoità doveva prendere, al fine di conquistare fiducia nella propria eternità: "...come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'Uomo..."(6). Pertanto era necessario che tale innalzamento arrivasse fino al riconoscimento del nuovo impulso che l'umanità incominciava ad avvertire nel capo umano. E' infatti proprio la testa dell'uomo, il capo, che in questo periodo si innalza a sede di una coscienza individuale, libera e illuminata dal pensiero.

"Su questa pietra io costruirò la mia Chiesa..." dice Gesù e questa frase è stata usata nei secoli per giustificare un "Vicariato di Cristo", una "Istituzione di Cristo", ma a nostro avviso occorrerebbe un ulteriore approfondimento di tali parole messianiche.

Se prendiamo i versetti precedenti quello accennato, ce ne accorgiamo presto: "...Voi chi dite che io sia?. Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Gesù: Beato te, Simone, figlio di Giona, perchè nè la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa..."(7).

E qui non si dovrebbe trascurare un importante passaggio. Gesù vuole edificare la Chiesa sul fatto che un uomo (Pietro) riconosce in un altro uomo (Gesù di Nazaret) il "Cristo", e pone tale riconoscimento come pietra di fondamento, cioè quell'aurea pietra detta filosofale, capace di illuminare e liberare nell'uomo la "crisalide" dell'Io superiore: in greco le parole "oro", "crisalide" e "Cristo" ("chrysós", "chrysallis" e "Christós"), risuonano fra loro, quasi a voler indicare l'elevazione da terra di un altro animale strisciante, il bruco, che si trasforma in farfalla, librandosi in un elemento superiore. Si tratta quindi del riconoscimento dell'Io cristico nell'uomo e avrebbe dovuto essere quel riconoscimento a costituire l'edificazione della Sua Chiesa. Chiesa non certo intesa come mera istituzione del Cristo ma come organismo di testimonianze ogni volta rinnovabili. In quell'occasione, Gesù dice, prima della definizione apostolica "Pietro": "Beato te, Simone, figlio di Giona...", che letteralmente equivale - come si vedrà più avanti - a "figlio della colomba", simbolicamente a "figlio dello Spirito Santo", cioè di uno spirito capace di conferire all'autocoscienza chiarezza di pensiero, verità e libertà, che "nè la carne nè il sangue" possono conferire.

NOTE

(1) Giovanni 1, 42.
(2) E. Bock, "Cesari e Apostoli", Ed. Bocca, pag. 120
(3) Giovanni, 18,36
(4) Luca, 17,21
(5) Urs von Balthasar, "Sponsa verbi", Ed. Jacabook, p. 480.
Il Figlio dell'uomo, in quanto "io", non nasce da carne e sangue, bensì dall'elemento spirituale dell'umanità la cui natura è tale che muove in sè la possibilità della scoperta dell'io. Il bambino, a un certo punto della sua infanzia dice "io" a se stesso. Si tratta della vera e propria nascita verginale del Figlio dell'uomo da parte della natura umana e ciò era anche il senso della nascita del Cristo in quanto involucro (sinderesi) dell'"io sono" nell'uomo. Vi è un rapporto di equivalenza fra la storia dell'individuo e quella dell'umanità. Infatti, tanto nell'infanzia dell'umanità quanto in quella del bambino si passa dalla consapevolezza di sè in terza persona a quella in prima persona. Troviamo testimonianza di ciò nei più antichi testi. Citiamo per esempio il ringraziamento del faraone Azoze (V dinastia, circa 2900 a.C.) al suo vizir Sepses-rie. Il faraone parla di sè stesso sempre in terza persona singolare come gli infanti quando, prima di scoprire la parola "io", indicano sè stessi servendosi del proprio nome: "La mia maestà ha visto questo scritto che mi hai fatto portare nella corte, in questo bel giorno in cui è veramente rallegrato il cuore di Azoze con ciò che veramente ama. La mia maestà ama assai vedere questo tuo scritto: tu sei davvero colui che sa dire ciò che assai ama la mia maestà e davvero il tuo dire si conviene assai a me. Appunto la mia maestà sa che ami dire tutto ciò che è amato dalla mia maestà. O Sepes-rie, ti dico un milione di volte: 'Amato dal suo signore! Elogiato dal suo signore! Diletto del suo signore! Depositario dei segreti del suo signore!' Ho appunto conosciuto che Rie mi ama, perchè ha dato te a me. Quanto è vero che Azoze vive all'infinito, se chiederai subito per lettera alla mia maestà una ricompensa qualsiasi, la mia maestà la farà dare subito." (G. Farina, "Grammatica della lingua egiziana antica", Ed. Hoepli, pag. 183 e 184). Anche nei Vangeli si possono trovare tracce di questo modo antico di indicare l'io: "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore...." (Luca, 1,46). La mancata conoscenza di questo sviluppo storico dell'autocoscienza - da parte delle confessioni religiose, preposte a promuovere in senso paolino la capacità dell'io (impulso cristico) di superare i condizionamenti dell'ego ("Non io ma il Cristo in me": vedi la lettera di Paolo ai Galati, II°cap., versetto 20) - comporta la nascita della psicanalisi, tentativo di oggettivazione dell'io ai fini della sua individuazione ed evoluzione.
(6) Giovanni, 3,14
(7) Matteo, 16, 15-18.

Data creazione pagina: 23/08/2001 - Ultima modifica: 25 dicembre, 2017.