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Capri

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Capri è uno dei brandelli della piattaforma campano-lucana che si estende dai Monti Lepini nel Lazio, fino al Massiccio del Parco del Pollino in Calabria. Ricordiamo che la posizione delle terre emerse è molto cambiata col passare del tempo e la conformazione attuale si è delineata circa 40-50 milioni di anni fa, durante l'Eocene. Secondo la teoria della deriva dei continenti, all'inizio, tutte le terre emerse facevano parte di un unico blocco e molte attuali erano sommerse, erano presenti delle piattaforme carbonatiche a pelo d'acqua, tra cui quella campano-lucana che è coinvolta nella formazione dell'isola di Capri. Tra il Langhiano ed il Pliocene superiore la regione fu interessata da una serie di fasi tettogenetiche, poi da una fase distensiva e Capri si trovò collegata alla Penisola Sorrentina da una sottile striscia di terra. Il collegamento ha permesso ai grandi mammiferi pleistocenici di arrivare sull'isola. Ha seguito una fase in cui Capri era sommersa, verificabile dai numerosi fori di litodomi presenti ad Anacapri. Le rocce che costituiscono l'isola risalgono al Giurassico ed al Cretaceo, da 190 a 65 milioni d'anni fa e le zone più antiche sono: Cala Ventroso, la Grotta delle Felci e la Migliera. Attualmente Capri è formata da due massicci rocciosi: il Capo a est ed il Solaro a ovest divisi da un'ampia depressione su cui sorge l'agglomerato urbano.

A Capri nei primi anni del Novecento, durante gli scavi per l'ampliamento dell'Hotel Quisisana, fu ritrovato, a circa 5 metri di profondità, uno strato d'argilla rossa mescolato a limo, armi, attrezzi e resti d'ossa dell'Età Paleolitica. Questi resti erano ricoperti da cenere e lapilli d'origine vulcanica, dunque antecedenti alle eruzioni flegree. Le numerose ossa d'animali preistorici testimoniano la diversità del clima e delle caratteristiche geologiche, avvalorando l'ipotesi che l'isola di Capri fosse attaccata alla terraferma. Inoltre sotto Punta Campanella, è stata segnalata la presenza di un istmo con evidenti segni di periodi d'emersione. Tra le ossa dei grandi mammiferi ci sono quelle del mammut, dell'orso delle caverne, dell'ippopotamo, del cervo, del maiale, del rinoceronte, del cane. Queste specie, tipiche di climi diversi, lasciano ipotizzare che tali animali coesistessero tra loro, oppure che nel banco di argilla fossero confluiti depositi provenienti da giacimenti diversi. Le armi appartengono al periodo in cui l'uomo viveva di caccia, riconducibili all'età quaternaria, in pietra scheggiata di quarzite e di selce, materiali non reperibili sull'isola di Capri. Anche ciò testimonia che un tempo Capri faceva parte di un complesso più grande, con corsi d'acqua e boschi. I ritrovamenti sono conservati al Centro Caprense Ignazio Cerio, al Gabinetto di Antropologia di Napoli e al Museo Preistorico di Roma.

Le testimonianze del Periodo Neolitico e dell'Età del Bronzo a Capri sono state ritrovate soprattutto nella Grotta delle Felci. La Grotta delle Felci di Capri è considerata una delle più importanti stazioni preistoriche italiane. Al suo interno, in seguito a numerosi scavi cominciati alla fine dell'Ottocento, furono fatti ritrovamenti databili a partire dal Neolitico fino all'Età del Bronzo. La Grotta delle Felci era utilizzata dall'uomo primitivo inizialmente come luogo di culto e sepoltura, poi come luogo dove ripararsi in periodi climatici avversi. In una parte più interna della Grotta delle Felci furono ritrovati i resti d'alcune sepolture e i rispettivi corredi funebri, composti da piccole macine, macinelli e oggetti in ceramica. Cospicua la presenza di cocci d'argilla rossa, ceramica chiara e ceramica nera lucida. Altre tracce della presenza dell'uomo nel Neolitico e nell'Età del Bronzo sono state trovate in altre zone di Capri ed Anacapri: nelle località Due Golfi, Tiberio, Tragara, Castiglione, Campo di Prisco e Campitello.

Fonti storiche frammentate e vaghe non ci permettono di ricostruire con esattezza il periodo greco a Capri. Testimonianze della presenza dei Greci a Capri sono le Mura Greche, in opera poligonale nei pressi della Piazzetta; la Scala Fenicia, una lunga gradinata scavata nella roccia, che collega Marina Grande con Anacapri; e diverse epigrafi su pietra. Gran parte della documentazione letteraria sembra si appoggi a tradizioni di carattere mitico. Alcune citazioni parlano di un insediamento dei Teleboi, antica popolazione preellenica e della presenza di due cittadelle, difficilmente identificabili.

Capri cominciò ad avere grosso rilievo nelle vicende politiche e militari di Roma quando Ottaviano, non ancora Augusto, nel 29 a.C. vi sbarcò e, rimasto affascinato dalla bellezza dell'isola, la tolse a Napoli, dandole in cambio Ischia. Dopo Ottaviano, l'imperatore Tiberio si trasferì per dieci anni sull'isola e da qui si occupò degli interessi dell'impero. La presenza dei due imperatori a Capri influì notevolmente sull'architettura e sullo sviluppo della zona urbana. Ad opera della grande capacità costruttiva dei romani furono edificati il porto, il sistema idrico, numerose fattorie, abitazioni, casali e le dodici ville imperiali elencate nell'Ottocento dallo storico caprese Rosario Mangoni. Restano testimonianze evidenti di Villa Jovis, Villa Palazzo a Mare e Villa Damecuta, le altre la cui presenza risulta oggi meno evidente erano: Villa Tragara, Villa d'Unghia Marina, Villa del Colle San Michele, Villa del Castiglione, Villa Truglio a Marina Grande, Villa di Aiano, Villa di Capo di Monte (attuale Villa San Michele), Villa di Timberino e Villa di Monticello ad Anacapri.

Nel Medioevo l'isola di Capri viveva il periodo delle incursioni dei saraceni che saccheggiavano le località dell'Italia meridionale e ne deportavano gli abitanti come schiavi. La paura degli invasori indusse i capresi ad eleggere San Costanzo come protettore di tutta l'isola, raffigurato quasi sempre nell'atto di allontanare i pirati. Durante le invasioni, la popolazione usava nascondersi nelle grotte, la più grande era la Grotta del Monte Castiglione. Solo verso l'XI secolo furono costruite le prime fortezze e mura di cinta a difesa della popolazione. Dal Mille fino al 1860 Capri era sotto le dipendenze di Napoli ed è stata ceduta più volte, finché nel 1445, non le fu concesso il Diritto di Inalienabilità, ossia il divieto di essere data in feudo. Con gli Angioini arrivarono alcuni benefici per Capri come poter pescare lungo le coste di Gaeta e Salerno, senza dover pagare i diritti di dogana spettanti alla corte, la possibilità di eleggere i propri rappresentanti amministrativi e di importare da Napoli beni non presenti sull'isola come il grano. Verso il 1300, con la fondazione della Certosa di San Giacomo, i frati Certosini, forti dei privilegi conferiti loro da Papa Gregorio XI, introdussero una serie di forti dazi che suscitarono il malcontento della popolazione ed i conseguenti disordini.

Nel Cinquecento Capri era un'importante base strategica per il controllo dell'Italia meridionale ed era continuamente messa sotto assedio dalla flotta ottomana. Nel 1535 in seguito ad un violentissimo attacco, il pirata turco Khair-ad-din, detto Barba Rossa, conquistò Capri e diede fuoco al castello in seguito chiamato proprio Castello di Barbarossa. Nel 1553 stessa sorte l'ebbe la Certosa assalita dalle truppe dell'ammiraglio Dragut. Solo nel 1571, con la battaglia di Lepanto, le flotte unite degli stati cristiani riuscirono a battere la flotta ottomana. Risalgono al Cinquecento i primi documenti riguardanti l'isola di Capri, come il manoscritto di Fabio Giordano del 1570. Nel Seicento arrivò a Capri anche la peste abbattutasi in quegli anni in tutta l'Italia e decimò la popolazione, portando da 755 a 405 gli abitanti di Capri, e da 883 a 772 quelli di Anacapri. In questo periodo l'economia di Capri si basava sulla pesca e sulla cattura delle quaglie e altri uccelli migratori che due volte l'anno passavano sull'isola.

Nel Settecento Napoli passò in mano ai Borboni. A questa dinastia si devono la costruzione della Reggia di Caserta, di Capodimonte e di Portici e del Teatro San Carlo, ancora oggi il teatro più importante della città. La città acquisì una forte connotazione culturale con la ripresa degli scavi di Ercolano, l'inizio di quelli di Pompei e di Stabia, l'apertura del Museo Archeologico e dell'Accademia Ercolanese per lo studio del materiale raccolto. Di conseguenza studiosi, intellettuali ed artisti gravitavano intorno alla corte, soprattutto dopo l'unione di Ferdinando IV con Maria Carolina d'Austria, colta e raffinata. La coppia passava molto tempo sull'isola di Capri, anche se la durezza della traversata la rendeva una località difficile da raggiungere. In quegli anni fu improntato un inventario delle rovine di Capri, ma buona parte dei ritrovamenti, considerati proprietà reale, fu trasportata nel Museo Borbonico o venduta a mercanti e collezionisti. Esempi sono l'altare in marmo ritrovato a Palazzo a Mare e oggi conservato al British Museum, e le quattro colonne, prelevate dalla Chiesa di San Costanzo, portate alla Reggia di Caserta. A Capri nel Settecento c'era un periodo di depressione e povertà perchè il clero esercitava un troppo forte potere economico e morale, con tasse e pene corporali. I Borboni, informati della situazione, concessero agli abitanti di Capri alcuni privilegi come il porto d'armi e il diritto di importare il grano e la farina, non presenti sull'isola.

Pianta di CapriNell'Ottocento Capri cominciò ad essere conosciuta nel mondo. In un primo momento deve la sua fama al fatto di essere un punto strategico per il controllo del sud Italia e sede d'aspre lotte tra i Francesi del regno di Napoleone, succeduti ai Borboni, e gli Inglesi. Sono di questo periodo numerose fortificazioni lungo il perimetro dell'isola a scapito delle rovine romane che erano riuscite a sopravvivere fino ad allora. In seguito la fama di Capri crebbe grazie all'interesse romantico per i viaggi, che portò sull'isola i primi di una lunga serie di stranieri. Capri divenne un luogo dove dedicarsi all'otium e all'arte di ricevere gli ospiti. Il nuovo spirito della popolazione si deve alla chiusura dei conventi, all'abolizione del vescovato, voluta nel 1815 da Ferdinando IV, tornato a Napoli come Ferdinando I, re delle Due Sicilie, ed alla fine dell'occupazione militare che liberò gli abitanti di Capri dai vincoli morali, economici e dalla depressione generale. Nella prima metà dell'Ottocento arrivarono a Capri i paesaggisti della Scuola di Posillipo come Giacinto Gigante, Giuseppe Casciaro, Marco De Gregorio, Angelo Viviani. Il primo albergo dell'isola fu aperto dal notaio Pagano che trasformò la propria casa nell'Hotel Pagano. Durante questo secolo ospitò artisti provenienti da tutto il mondo, prevalentemente tedeschi, appartenenti alla bohème squattrinata del periodo. Solo alla fine dell'Ottocento, con l'apertura del Quisisana, approdò a Capri un turismo fatto di nobili, reali, e personalità della politica e dell'industria. La fortunata caratteristica dell'ospitalità caprese è stata quella di saper accogliere con la stessa cura e discrezione persone d'ogni sorta. Hanno soggiornato a Capri l'esule russo Massimo Gorkij; il pittore tedesco Karl Wilhelm Diefenbach; il monaco Miradois, che abitò nella Grotta di Matromania; il conte Jacques Fersen, dandy dalla condotta priva d'ogni pregiudizio morale; lo scrittore Norman Douglas. Sull'isola si stabilì anche il medico svedese Axel Munthe che costruì la celebre Villa San Michele e rese omaggio a Capri nel suo romanzo "La storia di San Michele". A metà Novecento divennero ospiti abituali di Capri scrittori come Moravia, Ungaretti, Pratolini, Malaparte, ed esponenti dell'avanguardia letteraria come i futuristi Marinetti, Prampolini, Depero, Clavel, che lanciarono il "Manifesto della Bellezza di Capri" e la elessero centro per gli artisti di tutto il mondo. Dagli anni Cinquanta Capri diventa il ritrovo e la capitale mondiale della Cafè Society: cominciò la stagione delle feste alla moda, delle cene in abito da sera e delle abitudini di gran lusso. Ancora oggi Capri resta una meta desiderata e sognata, visitata da turisti provenienti da ogni parte del mondo, che vi restano un solo giorno o più, che siedono nella vetrina della Piazzetta per combattere l'anonimato, e ancora oggi si possono incontrare artisti nelle stradine solitarie, che dipingono, scrivono e usano l'energia dell'isola per riversarla nel loro prossimo libro o film o album.

 

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