Penitenza

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Esame

Mediante la contrizione il peccatore si stacca dal peccato per riprendere possesso del passato e dissociarsene. È chiaro che questo comporta la conoscenza del peccato e dopo averlo riconosciuto come suo lo rigetta.

Esame di coscienza

È il dolore che porta l'animo a sostenere l'esame di coscienza, un atto di riflessione che permette dapprima alla memoria di recuperare le colpe passate per poi giungere a detestarle. Sì al dolore si deve aggiungere l'accusa di aver agito contro la morale, contro il vero bene, contro la giustizia e questa convinzione deve scaturire da una retta coscienza.

Gesù ha istituito il Sacramento della confessione o riconciliazione per permettere al peccatore di offrire al confessore tutti gli elementi per giudicare. Per questo è necessario confessare tutti i peccati mortali e anche, attraverso una diligente ricerca nel nostro intimo, quei peccati ritenuti veniali che se ripetuti in gran numero hanno la capacità di fermare un cammino spirituale. Solo con questa accusa, umiltà e dolore si è certi del perdono attraverso l'infinità Misericordia di Dio.

L'esame e l'accusa sono intime esigenze suggerite dalla stessa natura. Del resto, i Sapienti antichi raccomandavano un esame di coscienza a chi era interessato al proprio perfezionamento morale. Il bisogno di manifestare ad altri il proprio peccato è una necessità psicologica, molti utilizzano il lettino dello psico-terapeuta a pagamento per superare il loro disagio interiore e far tacere la propria coscienza. Nei tempi passati e per alcuni casi era sufficiente praticare con regolarità il Sacramento della confessione, guidata da un esperto Padre Spirituale ed era pure gratuito.

Persino Giuda Iscariota, dopo il tradimento, sentì il bisogno di accusarsi pubblicamente "ho peccato, ho tradito il sangue innocente". (Mt. 27, 4). Queste esigenze naturali sono raccolte, elevate e trasfigurate nel sacramento della penitenza il quale, si presenta tutt'altro che un'imposizione arbitraria di un precetto.

È necessario dichiararsi colpevoli di tutti i peccati mortali, ma anche di quelli occulti che talvolta sono scatenati dal desiderio disordinato o da quelle circostanze che hanno determinato un atteggiamento immorale. Non una confessione ordinaria, che spesso è molto difettosa, perché ci si prepara poco o nulla e, si conseguenza, manca la contrizione.
Accade molte volte il penitente ha la tacita volontà di ritornare al peccato, perché non vuole evitare l'occasione di peccare e nemmeno vuole adottare i mezzi necessari per emendare la vita.

Inoltre, altri escono dal peccato, ma non riescono a liberarsi dal vincolo che hanno stabilito con esso. Hanno, in effetti, fatto il proposito di non peccare più, ma mantengono la nostalgia di essersi privati del diletto del peccato. Per meglio dire, hanno rinunciato al peccato, ma non tralasciano di voltarsi con nostalgia in quella direzione.

Altri si astengono dal peccato per paura, ma vorrebbero partecipare alla trasgressione e stimano fortunati quelli che gustano il proibito. Vorrebbero, in verità, poter peccare senza essere dannati. Ebbene, presto o tardi, costoro saranno infiammati dal gusto del peccato.

Tuttavia per intraprendere la via di una vera conversione, non solo si deve abbandonare il peccato, ma occorre purificare il cuore da tutte predilezioni che dipendono dal peccato, perché, a parte il pericolo di ricadere, questi miserabili attaccamenti fiaccano continuamente il cuore e lo appesantiscono in modo tale da impedire di compiere le opere buone con diligenza. Difatti, le anime che sono uscite dallo stato di peccato hanno ancora delle debolezze e, se fanno del bene, manca a loro l'ardore.

La confessione è stata istituita per ridare la grazia a chi l'ha perduta dopo il battesimo. È una pratica sempre presente anche se intesa e praticata in diversi modi. I documenti dei primi secoli del cristianesimo parlano di una penitenza da praticare pubblicamente dopo aver riconosciuto, sempre pubblicamente, il proprio peccato soprattutto se era pubblico. Tuttavia autorevoli studiosi sono convinti che già in quel tempo fosse in uso l'accusa segreta.

Questa ipotesi sembra plausibile e la penitenza pubblica era determinata nel modo e nel tempo dal Vescovo. Lui, che era il giudice, doveva conoscere la colpa per proporzionare la penitenza. Ad un certo momento, fu istituita almeno in oriente, la carica del presbitero penitenziere, proprio per ricevere l'accusa: Secondo gli storici greci tale carica fu istituita ai tempi di Decio (metà secolo III), e forse anche prima. Si può ritenere che quando S. Leone Magno, nel 459 scrive ai vescovi della Campania che: le colpe della coscienza basta che siano manifestate soltanto ai sacerdoti in una confessione segreta, non facesse altro che sancire una prassi che ormai era universalmente.

Il passo di Leone Magno non solo testimonia la pratica della confessione segreta, auricolare, e il ministro di tale confessione era di solito un sacerdote.

Sia dunque manifesta la tua giustizia. Io ritengo cosa giusta infatti che tu adempia al tuo servizio verso il tuo superiore, affinché il tuo dipendente lo adempia verso di te. Parlavamo della carne, che è inferiore allo spirito, gli è soggetta; è fatta per essere da lui domata e regolata. Tu ti comporti con essa in modo che ti ubbidisca e le razioni il cibo perché la vuoi a te soggetta. Riconosci chi è maggiore, riconosci chi è superiore, se vuoi che l'inferiore giustamente si sottometta a te. È un controsenso se la tua carne ubbidisce a te e tu non ubbidisci al tuo Dio. Da essa stessa sei condannato per il fatto che ti ubbidisce. Ubbidendoti fa testimonianza contro di te.

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