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L'INNESCO, IL VUOTO E IL PRINCIPIO

L'azione  distratta di Giovanni Commare



  
  L'analisi delle strutture linguistiche e fonetiche di un testo è importante per definirne il messaggio, perché esso si costruisce non solo al livello del senso ma anche al livello del significante che lo porta.
  La prima impressione che ho avuto, a una prima lettura di L'azione distratta, è stata di un'opera che si collocava in uno spazio non consueto rispetto alla poesia che siamo abituati a leggere negli ultimi vent'anni. Il dettato che sottostà a questa scrittura è positivo, perché Commare, almeno nel primo gruppo di poesie, crede in un senso, in una verità da portare con le parole. C'è il ricordo di un'infanzia perduta, da recuperare, che ha valori molto positivi.
  La prima poesia comincia
                              
                               Il tempo esplode in festa

e si conclude

                               Grande la fiera sulla spiaggia
                               una montagna lucente la pioggia che verrà.

C'è, anche a livelo fonetico, un'esplosione. Ciò fa pensare a una struttura classicista del linguaggio. Per classico intendo uno spazio semanticamente e linguisticamente chiuso, che permette al lettore una comprensione immediata. Classico è anche raccontare una storia esemplare, sia essa positiva o negativa. Perciò l'organizzazione della materia verbale è correlata a un'idea positiva della realtà. Roland Barthes parlava di polisemia moderata del testo classico e Bachtin di testo monologico, come qualcosa di pericoloso perché dice una sola cosa.
  Ma la poesia di Commare non è univoca, come può sembrare da questa prima poesia, anzi ha una voce completamente diversa. Accanto a versi connotati anche foneticamente si trovano versi asignificativi, senza una referenza netta, dove scompaiono le cose, e che ci fanno pensare che il messaggio non è univoco.
  Leggete questo incipit

                                Ora comunque non so

o il verso finale

                                a chi resta.

Questa costruzione fa pensare al "concetto dell'orlo smussato". La funzione di questi versi, che sono comunque d'appoggio (incipit, conclusioni), è di creare una sorta di vuoto, per cui dobbiamo pensare che il testo ci vuole dire qualcosa d'altro. Come se da una parte ci fosse un linguaggio rassicurante, classico, positivo, mentre dall'altra il linguaggio fosse spaesante, areferenziale e povero.
Una poesia si conclude con questa strofe

                                Sfascia la catena dei pianeti
                                il melograno e il gelo sull'asfalto
                               delle galassie è nuovo cielo luce
                               e pane e paglia e carne rossa   
                               nutricazione dell'onda universale
                               nel buco nero di spazio e tempo
                               l'innesco il vuoto e il principio.

"L'innesco il vuoto e il principio" è una frase programmatica dentro cui potrebbe stare tutta la poesia di Commare, che è di innesco, di vuoto e di principio. Se fosse stata solo una poesia di principio, e quindi rassicurante, sarebbe stato un testo - come diceva Bachtin - monologico. Ma accanto al principio  c'è la necessità di scegliere il vuoto, che è contemporaneo e legato al bisogno di vivere. C'è l'essere calati nella storia, ma c'è anche un residuo d'inattività e di perplessità di fronte alle cose. E questo è sottolineato dalla catena del linguaggio.
  Molto significativa, da questo punto di vista, la sezione DARE/AVERE, che richiama il titolo dell'ultima raccolta di Quasimodo Dare e avere. Con l'elisione della "e" Commare fa del Dare/Avere un gesto unico. Dare vuol dire nello stesso tempo avere, dare del nuovo e avere dal passato. Ciò unisce, anche linguisticamente, tutta la poesia di Commare.
  La figura del padre è una figura chiave in questo senso, perché essa, che dovrebbe essere il mito per eccellenza e quindi essere cantata nella lingua classica, in Incontro con il padre è cantata con il linguaggio più scarno possibile.
Non ci sono rime, mentre tanti sono i versi asignificativi. Sono versi foneticamente poveri; mancano i collegamenti che legano il verso:

                                Non t'aspettavo, padre, così tardi

e

                                Ma ora è ancora il tempo dei padri

e

                                 ma il fiato non mi basta nella corsa

e il verso finale, bellissimo

                                 Allunga, allunga il passo nel mattino.

Questa poesia ci fa capire bene l'uso del doppio registro, per cui da una parte c'è il recupero classicista, dall'altra un linguaggio completamente nuovo.
  L'identificazione del padre con il mito ci chiarisce cosa sia il mito per Commare: non una metafora

                                  nessuno faccia del mito una metafora
                                  che in parole vane affoga l'ora 
                                  dell'essere.

Il mito è qualcosa che abbiamo come una dotazione, un'attrezzatura. Il mito rassicura il nostro esistere, ma deve congiungerci al nuovo.  Questo è il messaggio, questo a livello linguistico riesce perfettamente in L'azione distratta.
  L'ultima poesia, Ai lati delle vie fanno ressa, contiene una vera dichiarazione di poetica. In essa al linguaggio classico corrisponde un contenuto contemporaneo, dilacerato, di dolore

                                   Lasciatemi gli scarti. Tra i rovi
                                   del confine le prime more,
                                   le crepe d'abisso del mio cammino.
                                   Nuovo è il giunco marino sulle dune
                                   dove mi fermo e insemino la terra.

Nuovo è il giunco sulle dune, ma il gesto d'inseminare la terra è antico, un gesto che si è appreso solo dal linguaggio del padre, però serve al presente e serve per creare qualcosa di nuovo.
   Anche la figura di Romano Bilenchi, il padre putativo, si inserisce perfettamente in quest'idea di vecchio e di nuovo. Bilenchi è un personaggio che ha senso per Commare proprio per il coraggio nella sconfitta, perché, nonostante sia sconfitto, è comunque dalla parte della storia. Bilenchi nel 1956 ebbe il coraggio di scrivere: " E se dall'est venissero prove che le cose sono in parte sbagliate, tutte sbagliate, noi affermeremmo tranquillamente che quell'esempio, quell'esperienze di socialismo non vanno bene, faremmo di tutto per correggerne gli errori. E se questo fosse ancora infruttuoso, cercheremmo altre vie per creare il socialismo in casa nostra, non desisteremmo dal crederlo". Credo che in questo ci sia qualcosa di ciò che Commare ci vuole dire: forse abbiamo sbagliato, ma dobbiamo sempre provare, perché il vecchio si può congiungere col nuovo in qualsiasi momento del nostro cammino.

Firenze, Villa Fabbricotti, 15.12.1990.

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