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Storia
dell'anarkia
L'ANARCHIA
- Storia di un movimento utopistico che terrorizzò l'Europa
dall'Ottocento al Novecento by Ferruccio Gattuso
Prelevato
da www.cronologia.it
Che cos'è
l'anarchia? O, per meglio dire, esiste l'anarchia? Sfuggevole,
indefinito, ribelle ad ogni tentativo di uniformizzazione, il
pensiero anarchico - in nome del suo dichiarato ideale
supremo, la libertà - è sempre risultato come un cavallo
indomabile per gli storici, gli studiosi, gli intellettuali
che hanno cercato di avvicinarvisi. Come conseguenza di ciò,
si può dire che non esiste un chiaro percorso scientifico di
studio sull'anarchia, e la letteratura in materia si divide
tra l'analisi delle diverse, innumerevoli correnti filosofiche
e l'aneddotica sugli estremi atti individualistici (ma
chiamiamoli con il loro vero nome, e cioè terrorismo, tanto
più che molti anarchici non disdegnarono affatto questo
termine) compiuti da quelli che sono stati definiti "gli
angeli neri" dell'anarchia.
Definire
che cosa sia l'anarchia non è compito semplice, quindi, e
forse la maggiore responsabilità va imputata agli stessi
anarchici. L'anarchia, infatti, non fu mai, nella sua storia,
un movimento politicamente omogeneo e disciplinato (come fu,
ad esempio, il rivale marxismo), bensì un "punto di
incontro" tra individualità orgogliosamente differenti
l'una dall'altra.
Sia nel campo intellettuale che operativo il motore dello
slancio anarchico fu sempre l'individualismo, l'alto senso
della responsabilità personale dei propri pensieri e delle
proprie azioni. Tutti gli anarchici si incontrano però su di
un terreno comune. Del supremo fine si è già detto,
consistendo nella libertà; sui mezzi, uno è sicuramente
quello unanimemente riconosciuto, e cioè il Verbo, la parola.
Per gli anarchici la propaganda ricoprirà sempre un ruolo
essenziale: comizi, opuscoli, volantini e un'innumerevole
serie di testate giornalistiche servirono al multiforme
movimento anarchico per annunciare al mondo il proprio Sogno:
l'avvento di una condizione di vita completamente libera da
ogni vincolo e costrizione governativa, dove gli individui
condividono i propri beni in armonia e lontani da ogni
ricchezza. Questa sorta di paradiso (ma l'espressione è
sicuramente errata dal punto di vista anarchico, poiché
secondo quest'ultimo qualsiasi concetto di trascendenza è da
rigettare, anche lo stesso concetto di Utopia) è nelle
possibilità dell'uomo e può essere raggiunto unicamente con
il rovesciamento immediato e totale di qualsiasi potere e
istituzione.
Rovesciamento
che può avvenire in molti modi, tra cui la violenza, il
cui significato "catartico" affascinò spesso gli
anarchici, anche coloro che non si sognarono mai di
ricorrervi. Anarchia - recita la Piccola Enciclopedia
dell'anarchia di Boussinot - è "negazione, rifiuto
dell'ordine artificiale basato sul principio di autorità,
principio di violenza, che viene imposto nella comunità umana
[…], negazione della legittimità di questa violenza, della
legittimità delle varie istituzioni da essa instaurate, in
primo luogo quella dello Stato." Ovviamente, nonostante
qualche superficiale affinità, le differenze con il comunismo
e il marxismo in generale sono evidenti. Gli anarchici non
accetteranno mai il concetto di dittatura del proletariato
(anzi, nemmeno quello del proletariato come
"avanguardia" della rivoluzione), trovando assurdo e
improbabile che una classe, una volta raggiunto il potere, per
di più assoluto, scelga di privarsene per favorire l'avvento
del comunismo totale.
Per molto
tempo il termine "anarchico" assunse
nell'immaginario collettivo un significato meramente negativo,
dai contorni essenzialmente nichilisti. Anarchia e disordine,
cospirazione, immoralità formarono un tutt'uno, almeno fino a
quando il mondo intellettuale (il primo fu il francese Pierre
Joseph Proudhon) non cominciò ad accostarvisi e a concedere
all'idea dignità teorica. A ben vedere, anche dopo questa
evoluzione, lo stereotipo dell'anarchia e dell'anarchico
rimase legato all'immagine del terrorista isolato che
pugnalava il potente di turno o spargeva il sangue della gente
innocente ricorrendo alle bombe. Altri movimenti hanno eccelso
nella pratica terroristica e cospiratoria più degli anarchici
- basti pensare ai socialisti-rivoluzionari russi - ma questo
non ha impedito che la palma del terrore non rimanesse agli
"angeli neri". I termini "anarchia" e
"anarchico" furono usati per la prima volta negli
anni della Rivoluzione Francese. Con essi si voleva marchiare,
da destra e da sinistra, l'avversario politico. E' così che
il girondino Brissot, nel lontano 1793, definiva la corrente
degli Enragés (Arrabbiati).
Sotto la
Convenzione, gli Arrabbiati non erano classificabili sotto
alcuna tendenza (giacobini, hebertisti, babuvisti, ecc...),
contestavano ogni autorità, volendo opporre al potere della
Convenzione uno di diretta emanazione popolare. Inoltre, si
scagliavano contro il nuovo potere incarnato nella borghesia,
definendola "aristocrazia commerciale più perniciosa di
quella nobiliare e clericale". L'anarchia degli Enragés
- affermava Brissot - consisteva in "leggi non tradotte
in effetto, autorità prive di forza e disprezzate, il delitto
impunito, la proprietà minacciata, la sicurezza
dell'individuo violata, la moralità del popolo corrotta,
nessuna costituzione, nessun governo, nessuna giustizia:
queste le caratteristiche dell'anarchia". Pochi anni dopo
il Direttorio dichiarava che "per anarchici si intende
quegli uomini carichi di delitti, macchiati di sangue,
impinguati dalle ruberie, nemici di tutte le leggi […]che
predicano la libertà ed esercitano il dispotismo, parlano di
fraternità e massacrano i loro fratelli." Definizioni e
opinioni, queste, che non cessarono mai di esistere e
riaffiorarono soprattutto negli ultimi decenni del XIX secolo,
quando la furia degli attentati anarchici (o presunti tali)
raggiunse il suo apogeo.
Dagli
anni della Rivoluzione Francese bisognerà aspettare quasi
la metà del secolo successivo per assistere ad una
rivalutazione (anzi, ad una valutazione positiva) dei termini
"anarchia" e "anarchico". Come detto, è
Proudhon a compiere questo passo, nella sua opera dal titolo
"Che cos'è la proprietà?". "La proprietà è
un furto", "Il grado più elevato dell'ordine nella
società viene espresso dal grado più alto di libertà
individuale, ossia dall'anarchia": sono queste le frasi
più celebri espresse da Proudhon (che a buon diritto viene
definito l'autentico fondatore del pensiero anarchico moderno)
nella sua opera rivoluzionaria. E' il 1840. Prima e dopo P.J.
Proudhon, altre figure incarnarono il sentimento anarchico e
furono considerati "padri putativi" dell'anarchia
dagli stessi accoliti, benché mai (o non sempre) avessero
espresso alcuna adesione, più o meno formale.
Nel
Pantheon (anche questo termine è forzato, considerata
l'allergia anarchica per Miti, Eroi, Bandiere) dell'anarchia
troviamo così uomini molto differenti tra loro, per
provenienza culturale, estrazione sociale e slancio politico:
parliamo di personaggi come Lev Tolstoj, William Godwin, Piotr
A. Kropotkin, Max Stirner. Non è questa la sede per
analizzare il pensiero politico-filosofico di ognuno di loro,
ma si può altresì dire che ogni loro riflessione è
contenuta all'interno dei due estremi della weltanschaung
dell'anarchia: il comunismo anarchico (o collettivismo) e
l'individualismo.
Il primo
sostiene l'importanza dell'equilibrio tra gli individui
all'interno di un corpo sociale, oltre alla finalità
principale dell'uomo che è l'associazione. Da questa tendenza
deriva l'anarco-sindacalismo, e in genere quella corrente
anarchica più disposta a calarsi in piccoli compromessi
riformistici con la società.
Il
secondo, e cioè l'individualismo, costituisce uno degli
aspetti più "romantici" dell'anarchismo. Da esso
deriva uno dei motivi di grande incomprensione con il marxismo
e il comunismo, nonché anche l'avvicinamento all'anarchia di
una certa destra nietzschiana affascinata dal mito del
Superuomo. Volendo sintetizzare (e oggettivamente forzare la
storia del pensiero anarchico) si possono pensare come
estremi, rispettivamente della visione sociale e individuale,
Proudhon e Stirner.
Proudhon
considera l'individuo e la sua libertà come il fine supremo
dell'anarchismo, ma allo stesso tempo non concepisce una degna
esistenza per questo se non all'interno di una società.
L'anarchia per il pensatore francese non è caos ma ordine, un
ordine precedente all'organizzazione di poteri che l'uomo ha
storicamente costruito. L'anarchia è una condizione armonica
che l'uomo ha la piena potenzialità di costruire, mirando
all'annullamento dello Stato e all'instaurazione di una società
federalista e basata sul mutualismo (i suoi seguaci
proudhoniani si chiameranno infatti mutualisti).
In Proudhon
anarchia è tutt'altro che nichilismo: "Destruam et
aedificabo" (distruggerò ed edificherò) era il suo
motto, una visione comunque teleologica. Proudhon fu in vita
un grande avversario di Karl Marx e della sua visione - a
detta del francese - "autoritaria", e non deve
quindi stupire il boicottaggio che il pensiero proudhoniano ha
avuto ad opera dei marxisti. Stirner rappresenta invece il
trionfo estremistico dell'individualismo. Esaltatore dell'Io,
auspice di un'Unione degli Egoisti, Stirner viene ricordato
soprattutto per l'opera "L'unico e la sua proprietà",
che scandalizzò gli uomini del suo tempo. Il suo è un
individualismo assoluto, l'io che si oppone alla società.
"Nessun
giudice può decidere se ho ragione o no, se non io
stesso. Non ho regole, né leggi, né modelli. Dio, la
coscienza, i doveri, le leggi sono delle stupidaggini di cui
ci sono stati imbottiti cervello e cuore. Quello che è
necessario al tuo Io, conquistalo, se ne hai la forza. Metti
la mano su quanto ha bisogno. Prendilo!": sono alcune
delle affermazioni-esortazioni di STIRNER.
L'Egoista
di Stirner e il Superuomo di Nietzsche vengono quindi a
toccarsi (e infatti Nietzsche considerò sempre Stirner uno
degli "spiriti più fecondi del diciannovesimo
secolo".). Il pensiero anarchico si è sempre dibattuto
tra i suoi due estremi, cercando un equilibrio tra la necessità
della solidarietà umana e le libertà individuali. Bakunin,
l'Internazionalismo Anarchico, lo scontro con Marx Se Proudhon
è il "primo anarchico", Michail Aleksandrovic
Bakunin è senza dubbio il più grande e illustre. Uomo di
pensiero, ma anche di azione, fu per generazioni di anarchici
l'indiscusso punto di riferimento (la sua influenza fu
fondamentale in Italia presso uomini che a loro volta
divennero bandiere dell'anarchia, come Errico Malatesta, Carlo
Cafiero, Andrea Costa).
Oggi si
tende a vedere la figura di Bakunin fuori da ogni esaltazione
(cfr. "Gli angeli neri - Storia degli anarchici
italiani" di Manlio Cancogni): l'uomo fu spesso
contraddittorio e confusionario, e spesso sfruttò a proprio
vantaggio la propria popolarità presso stuoli di anarchici.
Questo non impedisce di vedere in lui un uomo di grande
slancio ideale, seminatore postumo delle idee anarchiche. La
sua leggendaria lotta con Marx per la supremazia del
socialismo è a posteriori un monito non ascoltato del
fallimento che il marxismo e il comunismo avrebbero portato
con sé. "Io non sono comunista - affermava Bakunin -
perché il comunismo concentra e fa assorbire tutta la potenza
della società nello Stato, perché porta necessariamente alla
centralizzazione della proprietà nelle mani dello Stato,
mentre io voglio l'abolizione di questo Stato che, col
pretesto di moralizzare e civilizzare gli uomini, li ha fino
ad oggi asserviti, oppressi, sfruttati e depravati."
Figlio
di un aristocratico russo, BAKUNIN si avvicina alle idee
di PROUDHON a trent'anni, in occasione di un soggiorno
parigino. Nella capitale francese fonda "Le Peuple",
viene espulso, arrestato diverse volte in Austria, Germania,
viene condannato a morte ed estradato nella Russia zarista
dove subisce una condanna a dieci anni in Siberia (1857),
evade 4 anni dopo e vaga per l'Europa (in Italia resterà dal
1864 al 1867). In questi anni fonda alcune associazioni
rivoluzionarie e nel 1868, con l'Alleanza Internazionale della
Democrazia socialista aderisce alla Prima Internazionale.
Cominceranno così gli scontri con Marx per assicurarsi la
supremazia nel mondo socialista. Finché rimarrà in vita la
posizione di Bakunin rimarrà predominante, ma col tempo (e
con metodi autoritari) i marxisti riusciranno a estendere la
propria egemonia, fino all'espulsione degli anarchici.
Il fatto
avvenne nel 1872 al congresso dell'AIL (Associazione
Internazionale dei Lavoratori, o Prima Internazionale) all'Aia
in cui i marxisti truccano la propria rappresentanza per
ottenere la maggioranza nel consesso. "I marxisti -
scrive Boussinot - fabbricano una rappresentanza congressuale
che lascia loro 42 voti di maggioranza (Per la prima volta, e
sotto la responsabilità personale di Marx, si assiste, da
parte dei rivoluzionari, a tale manipolazione di un'assemblea
teoricamente sovrana e rappresentativa delle masse. Quando si
cercano, oggigiorno, le origini dello stalinismo, sarebbe bene
esaminare quanto accadde durante quel congresso, già nel
1872!)" Da quel momento gli anarchici cercheranno
dapprima di creare una propria "Internazionale Nera"
(decennio 1880-1890), poi cercarono di entrare nella Seconda
Internazionale Socialista (1889-1896), fallendo, infine
ritentarono la strada esclusivamente anarchica (Congresso di
Amsterdam del 1907) che terminò con lo scoppio della
Prima
Guerra Mondiale, pietra tombale dell'anarchia...
... intesa
come grande fenomeno internazionale. Dal Verbo alla Violenza:
il decennio 1890-1900. Alla fine del XIX secolo, se il
movimento anarchico perdeva visibilità nel mondo socialista e
all'interno del mondo operaio a vantaggio dei marxisti, un
eccezionale florilegio di attentati di stampo anarchico
contribuì ad affossarne le prospettive di propaganda
all'interno della società europea. L'anarchia tornava ad
essere una sorta di perversione intellettuale, il simbolo
dell'assassinio e della cospirazione, il culto del disordine.
Assassinii
celebri, con finalità politiche e non, tutto contribuì a far
fiorire l'immagine del terrorismo anarchico: nel 1884 Louis
Chavés, giovane giardiniere anarchico licenziato da un
convento marsigliese, uccise la madre superiora, nel 1892 a
Parigi vennero assassinati un proprietario di caffè e quattro
poliziotti, nel 1893 venti spettatori in un teatro spagnolo, e
prima del nuovo secolo persero la vita in attentati il
presidente francese Carnot, il primo ministro spagnolo Canovas,
l'imperatrice d'Austria-Ungheria Elisabetta e Umberto I, re
d'Italia. Il XX secolo si aprì infine con l'uccisione del
presidente degli Stati Uniti McKinley (1901). L'anarchia in
Francia Alcune delle figure più rappresentative nella Francia
del XIX secolo furono Anselme Bellegarrigue, Ernest Coeurderoy
e Joseph Déjacque. Il primo si mantenne sempre lontano dalla
pratica rivoluzionaria, a differenza degli altri due.
""Nego tutto, affermo solo me stesso. Io sono,
questo è un fatto positivo. Tutto il resto è astratto e fa
parte dell'X matematico, dell'ignoto. Non vi può essere sulla
terra nessun interesse superiore al mio, nessun interesse al
quale io debba il sacrificio neppure parziale degli interessi
miei.": in queste parole di Bellegarrigue risuona più di
un'eco stirneriana. Ciò nonostante, egli fu un sostenitore
acceso del collettivismo e della Comune.
Corderoy e
Dèjacue parteciparono materialmente alla rivoluzione e
all'insurrezione operaia del 1848, e a quella del 1849 contro
la nomina di Luigi Napoleone a presidente. Entrambi fuggirono
dopo la sconfitta, uno vagando tra Spagna, Belgio, Italia e
Svizzera, l'altro tra Svizzera e Stati Uniti. L'opera di
questi uomini è però ancora legata ai moti rivoluzionari più
che agli atti terroristici isolati. Dèjacque, comunque, fu un
convinto propugnatore del ricorso alla violenza: abolire
religione, proprietà, famiglia e stato attraverso l'opera di
groppuscoli anarchici, questo il suo programma. Con il 1881 e
l'Internazionale Nera l'anarchia dimostrò di essere un
movimento indipendente e relativamente potente.
Tra il
1880 e il 1890 in Francia esistevano più di 50 gruppi
anarchici (tremila attivisti e un numero di simpatizzanti
ragionevolmente superiore), i due giornali anarchici
principali - Le Révolté e Le Père - vendevano insieme
settimanalmente più di diecimila copie. A fungere da miccia
per questa situazione esplosiva ci fu la figura del durissimo
prefetto di polizia parigino Louis Andrieux e del suo agente
segreto Egide Spilleux, alias Serraux. Quest'ultimo si infiltrò
nei circoli anarchici parigini, fornendo importanti
informazioni alla polizia. Il primo tentativo di assassinio ad
opera di un anarchico avvenne nel 1881. Emile Florain, giovane
operaio tessile disoccupato, si recò da Reims a Parigi a
piedi per sparare al repubblicano Gambetta. Non riuscendo
nell'intento, il giovane decise di sparare ad un borghese a
caso, e lo fece. Un certo dottor Meymar, la vittima
predestinata, rimase solo ferito.
L'impresa
di Florain - seppur infruttuosa - costituì un modello per gli
assassini anarchici che gli succedettero. La cospirazione
francese si basò sempre su atti individuali, a differenza di
quella russa, basata tradizionalmente su gruppi terroristici
organizzati. Il primo assassinio avvenne nel 1884, ad opera
del già citato Chaves, il giardiniere che uccise la madre
superiora del convento dal quale venne licenziato. "Si
comincia da uno per arrivare a cento - disse - mi piacerebbe
la gloria di essere il primo a cominciare. Non cambieremo le
condizioni esistenti con le parole o con la carta. L'ultimo
che posso dare ai veri anarchici, agli anarchici attivi, è di
armarsi, seguendo il mio esempio, con un buon revolver, un
buon pugnale, una scatola di fiammiferi." In quegli
stessi anni, nella regione mineraria di Monceau-les-Mines
un'organizzazione denominata la Banda Nera cominciò la
propria attività, con atti anticlericali, come saccheggiare
chiese e danneggiare crocifissi.
Per
entrare nella Banda Nera si doveva superare una sorta di
iniziazione. Intanto nel 1883 si svolgeva il famoso processo
di Lione, nel quale venivano giudicati una settantina di
celebri anarchici tra cui Petr Kropotkin e Emile Gautier.
Durante il processo scoppiò una bomba nel ristorante del
Teatro Bellecour, fatto che contribuì ad esasperare
l'atmosfera. Tutti gli anarchici vennero condannati, Kropotkin
e Gautier a cinque anni. In questi stessi anni l'anarchismo
divenne popolare (e, come al solito, secondo il tradizionale
conformismo intellettuale, di moda). Uomini di cultura e
artisti si schierarono per l'anarchia e parteggiarono per gli
anarchici in occasione dei processi che li vedevano imputati.
Il primo gruppo di studenti anarchici si formò a Parigi nel
1890, a Londra e New York l'anarchismo fiorì tra il 1940 e il
1950.
"Ciò
che attraeva artisti e intellettuali- scrive George Woodcock
in "L'anarchia, storia delle idee e dei movimenti
libertari - era il culo anarchico per l'indipendenza di
giudizio, la libertà d'azione e l'esperienza per amore
dell'esperienza." Tutto ciò - potremmo affermare con
sarcasmo - che spesso non caratterizza la casta cosiddetta
intellettuale. Tra il marzo 1892 e il giugno 1894 si ebbe in
Francia una fase alquanto cruenta di attentati dinamitardi
(ben undici). Era come se, dopo le delusioni e i fallimenti
nel costruire un Internazionale anarchica o perlomeno un
legame internazionale tra i socialisti europei (occasioni
durante le quali si era discusso incessantemente dell'utilità
del ricorso alla violenza), alcuni anarchici avessero deciso
di passare ai fatti. La violenza - questa la loro convinzione
- avrebbe causato la scintilla della rivoluzione. Tutti gli
attentati terroristici di questo periodo, tra l'altro, sono
legati tra loro, conseguenza uno dell'altro.
Tutto
cominciò il 1 maggio 1891 quando alcuni anarchici
inscenarono una manifestazione nel sobborgo di Levallois. La
polizia intrevenne disperdendoli e catturando gli
organizzatori, dopo un breve scontro a fuoco. Al processo che
ne conseguì il pubblico ministero Benoit invocò nientemeno
che la pena di morte, ma ottenne solo pene detentive severe.
Della vicenda fu colpito uno sconosciuto tintore, tale
Koenigstein che si faceva chiamare Ravachol. Povero, dedito a
vita criminosa (piccoli furti, contrabbando, falsario),
frequentava circoli anarchici. Nel 1891 il ladro Ravachol
profanò la tomba della Contessa della Rochetaillé, poco dopo
arrivò ad uccidere un mendicante novantenne, tale Jacques
Brunel, noto per avere svolto la sua attività di questuante
per oltre cinquant'anni. Ravachol lo uccise per impossessarsi
dell'immensa ricchezza che segretamente il vecchio aveva
accumulato. Processato per il delitto Ravachol sfrontatamente
dichiarò: "Se ho ucciso, l'ho fatto prima di tutti per
soddisfare le mie necessità personali, e in secondo luogo per
la causa anarchica, poiché noi lavoriamo per la felicità del
popolo." L'attività di Ravachol continuò una volta
riacquistata la libertà. L'anarchico decise che avrebbe fatto
la caccia ai responsabili del famoso intervento poliziesco
nella manifestazione di Levallois.
L'11 marzo
1881 mise dinamite nella casa del Presidente Benoit, il 27
marzo fece lo stesso con la casa del pubblico ministero Bulot,
due giorni dopo veniva arrestato in un ristorante grazie ad un
cameriere che lo aveva riconosciuto. Il 26 aprile veniva
condannato ai lavori forzati a vita, poco dopo veniva
condannato a morte per un assassinio precedente. Alla sentenza
Ravachol urlò solo "Vive l'Anarchie!" e affrontò
la ghigliottina cantando versi contro la Chiesa. Nel novembre
1893 un altro anarchico, tale Léauthier aggredì un ministro
serbo con un arnese da calzolaio ferendolo gravemente.
Un mese
dopo AUGUSTE VAILLANT lanciò una bomba dalla
galleria della Camera dei Deputati, colpendo al cuore la
classe politica governativa francese. Un gesto simbolico che
attirò l'attenzione del mondo: il pericolo dell'anarchia
poteva arrivare ovunque. Vaillant, sebbene non avesse ucciso
nessuno, fu condannato a morte. Come rappresaglia, una
settimana dopo la condanna, una bomba venne gettata nel Café
Terminus alla Gare St. Lazare, causando un solo morto e venti
feriti. Il responsabile era un giovane, tale Emile Henry,
autore anche dell'esplosione nella stazione di polizia di rue
des Bons-Enfants. La figura di Henry - fanatica e affascinante
al tempo stesso - attirò l'attenzione dell'opinione pubblica
francese. Durante il processo Heny espresse il rammarico di
non aver causato un numero di vittime maggiore. Dopo l'arresto
di Henry un altro anarchico, il belga Pauwels causò tr
esplosioni, morendo nella terza.
Il 24
giugno l'anarchico italiano SANTE CASERIO giungeva a Lione per
assassinare il presidente Carnot; mescolato tra la folla
avvicinò il presidente e lo pugnalò al fegato gridando il
solito gelido motto: "Vive la Révolution! Vive
l'Anarchie!". Carnot morì. Da quel momento il governo
francese decise di dichiarare guerra aperta al movimento
anarchico (che tra l'altro da questi atti criminosi non aveva
ricavato alcun profitto d'immagine, nemmeno tra coloro per cui
dichiarava di battersi), promulgando quelle che passeranno
alla storia come les lois scellerates (le leggi scellerate).
In base ad esse, anche la sola istigazione a compiere atti
criminali veniva considerata un delitto passabile di condanne
pesantissime. Inoltre, con estrema facilità si poteva
arrivare a definire un gruppo attivista come
"associazione a delinquere". Infine, la propaganda
anarchica veniva dichiarata illegale. Come conseguenza,
l'anarchia in Francia riprese a percorrere il sentiero della
teoria e dell'associazionismo a fini politici. Cominciò a
svilupparsi la dottrina anarcosindacalista e gli anarchici
cercarono di influenzare la politica sindacale francese.
Tra il 1902
e il 1908 gli anarchici sembravano aver egemonizzato la scena
sindacale. Gli anarchici volevano che il sindacato generale
(C.G.T.) seguisse una via rivoluzionaria, mentre buona parte
dei suoi rappresentanti rimaneva su posizioni riformiste. Ciò
nonostante il primo decennio del XX secolo fu caratterizzato
da violenti scioperi e sabotaggi. Nel 1906 l'anarcosindacalismo
sembrò all'apice con la redazione della Charte d'Amiens, che
dichiarava la completa autonomia del sindacato e proclamava il
suo distacco sia dalla destra come dalla sinistra.
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Una serie
di scioperi falliti nel 1908 segnò la curva discendente dell'anarcosindacalismo.
Nel 1914 la
Grande Guerra sconvolse tutto. L'antimilitarismo, in un epoca
di accesi nazionalismi, isolò gli anarchici ( e li divise
anche: molti videro nell'intervento un 'occasione per
combattere contro la peggiore delle autocrazie, la Germania
guglielmina). Il pensiero anarchico trovò in Italia un
terreno fertile, soprattutto per i fermenti rivoluzionari che
ancora non erano sopiti dopo il Risorgimento. Ex-garibaldini
ed ex-mazziniani costituirono la base su cui il movimento
anarchico - anche grazie all'influenza di BAKUNIN, che
soggiornò per diversi anni in Italia - costruì le proprie
fondamenta.
Alcuni
anarchici italiani - alludiamo a MALATESTA, CAFIERO, COSTA -
divennero tra i più infaticabili propagandisti dell'anarchia,
non solo in Italia ma anche all'estero. Figure come quelle di
Malatesta assursero a veri e propri miti internazionali. Il
primo anarchico può essere considerato CARLO PISACANE, eroe
risorgimentale che nel 1857 partì da Genova sul vapore
"Cagliari" per sbarcare in Calabria. Fiducioso in un
supporto di presunti insorti del luogo, che mai avvenne,
Pisacane incontrava la morte ad opera delle forze borboniche.
Uomo di idee oltre che di lotta, Pisacane ci ha lasciato
scritti che chiariscono la sua posizione libertaria e
anarchica (influenze del Proudhon). La permanenza in Italia di
Bakunin, dopo l'evasione dalle prigioni zariste siberiane, fu
la pietra angolare su cui si costruì il movimento anarchico
italiano.
In Italia
l' "Orso russo", uomo di grande carisma e con
l'ossessione della cospirazione e delle società segrete (in
Italia trovò un terreno già fertilizzato dalle esperienze
carbonare), fondò la Fratellanza Internazionale. Venne creato
un Comitato Centrale Italiano e nacquero numerose sezioni
regionali (che rimasero però spesso solo sulla carta). Quando
Bakunin lasciò l'Italia per Ginevra l'associazione cominciò
a vacillare (1867), ma due anni dopo si riprese, grazie a
uomini del Mezzogiorno (dove le questioni sociali erano più
drammatiche) come Stefano Caporosso e Michelangelo Statuti.
Nel 1871 fiorì un nuovo gruppo di anarchici, riconoscenti
verso Bakunin ma non direttamente legati alla sua esperienza:
erano Errico Malatesta, Carlo Cafiero, Carmelo Palladino.
Giovanissimi, entusiasti, figli di ricchi proprietari
dell'Italia meridionale. Non bisogna dimenticare che
l'anarchia sedusse esponenti delle classi abbienti così come
di quelle povere, ma chissà perché le condanne più dure
colpirono chi apparteneva a quest'ultime.
La
situazione rivoluzionaria in
Italia aveva bisogno di una scossa - GARIBALDI invecchiava in
solitudine, Bakunin era lontano, MAZZINI si cristallizzava su
posizioni sempre più conservatrici e diffidava del socialismo
(soprattutto di Marx) - e i "nuovi anarchici"
volevano intervenire.
Il
Congresso di Bologna del marzo 1872 e di Rimini del maggio
successivo furono gli eventi principali di quegli anni. In
essi si consacrò - almeno in Italia - il predominio
dell'anarchismo sul rivale marxismo. In occasione del
congresso di Rimini si mise in evidenza il giovane ANDREA
COSTA, che sarebbe diventato una delle figure più eminenti
del movimento. La Romagna divenne il cuore dell'anarchia in
Italia, e grazie soprattutto all'attivismo fuori del comune di
Costa. Dopo il Congresso dell'Aia (quello del
"golpe" marxista verso gli anarchici) gli anarchici
italiani si schierarono decisamente su posizioni bakuniniane e
antimarxiste. Intanto il governo italiano aveva cominciato a
preoccuparsi per il continuo aumento di circoli anarchici nel
paese, tanto più che al loro interno si stava per decidere di
passare all'azione.
La lotta
rivoluzionaria cominciò dopo il duro inverno del 1873-74.
Nell'estate dello stesso anno gli anarchici romagnoli
organizzarono una cospirazione che avrebbe dovuto portare ad
impadronirsi di Bologna. Da qui - nella speranza dei rivoltosi
- tutta l'Italia centrale avrebbe dovuto alzarsi in rivolta.
La polizia, grazie ad alcuni informatori, venne a conoscenza
del piano. Un migliaio di bolognesi avrebbero dovuto
raccogliersi in due punti fuori città per poi marciare al suo
interno, dove Bakunin le avrebbe attese. Si sarebbe attaccato
l'arsenale militare della città per distribuire le armi ad
altri sostenitori venuti da tutta la Romagna. Il piano fallì:
i sostenitori non furono più di duecento, e vennero fermati
dai carabinieri. I bolognesi quindi si dispersero e anche
nelle altre città la polizia soffocò ogni tentativo di
rivolta. Malatesta, il leader carismatico dell'impresa venne
arrestato a Pesaro mentre cercava di fuggire verso la
Svizzera. Tutta la dirigenza anarchica cadde nella tela e il
Movimento subì un arresto letale.
Nel
giugno 1876, però, tutti gli
insorti furono rimessi in libertà, guadagnando in prestigio
presso l'opinione pubblica e la stampa. L'Internazionale
anarchica ricominciava quindi a muovere i suoi passi. Cafiero
e Malatesta cercarono di riattivare la rete cospiratoria e
rivoluzionaria, convinti che il Mezzogiorno li avrebbe
entusiasticamente seguiti. Eppure, proprio i contadini, coloro
che avrebbe dovuto costituire lo zoccolo duro della rivolta,
tradirono le aspettative dei leader anarchici.
"Diversamente dai lavoratori dei campi della Spagna
meridionale - scrive Woodcock - quelli dell'Italia meridionale
si rivelarono refrattari al messianismo libertario, e in
Italia l'anarchismo doveva rimanere un movimento limitato
quasi esclusivamente alle città minori." Il fallimento
dell'impresa nel Matese ne fu l'esempio lampante. Il Matese è
una regione tra Campania e Molise, dove nel recente passato il
brigantaggio aveva spadroneggiato, creando seri problemi al
Regno da poco nato. Una zona, ritenevano gli anarchici, adatta
alla guerriglia. Da qui - nel cuore del Mezzogiorno - Cafiero,
Malatesta e Ceccarelli ritennero di far scoccare la scintilla
della rivoluzione. Nella primavera del 1877, essi ritennero
che fosse venuto il momento giusto: non pensavano ad
un'insurrezione generale, bensì ad un'azione di vera e proria
guerriglia.
Lo
scopo era quello di occupare,
con pochi uomini, una zona simbolicamente importante perché
inespugnabile, e da lì incitare all'azione chi agognava alla
libertà. Oggi si può dire che l'ingenuità del piano era
pari solo all'entusiasmo dei suoi organizzatori. L'operazione
sarebbe dovuta scoccare a marzo, ma la neve ancora presente
nel Matese fece rallentare i piani degli anarchici (e permise
al ministero degli Interni, debitamente informato, di studiare
delle contromosse). Il luogo dell'incontro dei cospiratori
doveva essere San Lupo, un piccolo paesello. Invece che cento
- come preventivato - se ne presentarono solo ventisei. Si
decise di continuare comunque e il piccolo gruppo di uomini
cominciò a marciare, naturalmente ognuno con la sua bella
sciarpa rossa in evidenza. Le guide non si presentarono, i
viveri non giunsero a destinazione.
La
leggenda dice che i rivoluzionari avessero deciso di passare
agli espropri, ma quando - alla prima pecora sequestrata - il
piccolo pastore, tale Purchia, cominciò a piangere, la
restituirono. Dopo tre giorni di marcia, la banda giunse a
Letino, occupò il Municipio, proclamarono la decadenza della
monarchia (solo dopo aver staccato dal muro, ovviamente, il
ritratto del re Vittorio Emanuele), fecero un falò con le
carte comunali e catastali. A quel punto intervenne la polizia
e inseguì la banda, che cercò di fuggire. Dopo tre giorni,
smarritisi nella foresta, gli anarchici si arresero al
capitano Ugo De Notter. Come reazione al fallimento della "rivoluzione
sociale", cominciarono gli atti terroristici
individuali.
Il 17
novembre 1878 il cuoco napoletano GIOVANNI PASSANANTE si
scagliava sul nuovo re Umberto che attraversava le vie di
Napoli in carrozza. L'uomo non riuscì nel suo intento
criminale, ma il gesto colpì molto negativamente l'opinione
pubblica che lo mise in relazione con le continue esortazioni
che dagli opuscoli anarchici invitavano ad eliminare tutti
i re, gli uomini di potere e i preti. Il giorno dopo
l'impresa di Passanante una bomba esplose in occasione di un
corteo monarchico a Firenze; due giorni dopo un'altra bomba
esplose a Pisa. Le forze dell'ordine non dovettero farsi
pregare per iniziare la repressione del movimento anarchico.
Quasi
tutti i personaggi principali
del movimento furono esiliati o imprigionati, e
l'Internazionale rischiò di essere dichiarata fuorilegge.
Essa rischiò forse di peggio, e cioè l'estinzione. Cafiero e
Malatesta, esiliati, non potevano più reggere le sorti del
movimento anarchico italiano. Addirittura Andrea Costa stava
maturando il suo abbandono dell'anarchismo rivoluzionario e
l'entrata in Parlamento, fatto che costituì scandalo tra gli
anarchici più accesi. Molto più che un pezzo di anarchia
italiana morì quando Andrea Costa, "el biundén"
che aveva acceso i cuori degli uomini (e di tante donne,
soprattutto) per lo slancio rivoluzionario, giurò fedeltà al
Re e divenne parlamentare. CARMELO PALLADINO, uno dei primi
italiani a rispondere all'appello di Bakunin, sul "Grido
del Popolo" disse: "Ho sempre amato e stimato
Costa più che un fratello ma ora che egli abbandona la causa
della rivoluzione non esito un istante a ritenerlo il
maggior nemico dei lavoratori". Intanto Costa, con
l'inseparabile amante ANNA KULISCIOFF (responsabile, si dice,
della sua conversione al riformismo), fondavano
l'"Avanti!". (vedi biografia di ANNA
KULISCIOFF )
Il
terrorismo anarchico per mano italiana continuò fuori dei
confini: il presidente francese Sadi Carnot venne ucciso nel
1894 dall'anarchico Caserio, nel 1897 in Spagna l'anarchico
pugliese Michele Angiolillo sparò al primo ministro Antonio
Canovas. La polizia spagnola cercò di fargli pronunciare i
nomi di presunti complici, ma Angiolillo disse solo di
"non essere un assassino ma un giustiziere" e andò
incontro con un coraggio fuori del comune alla tortura della
garrota, uno strangolamento graduale degno della Santa
Inquisizione (che evidentemente da queste parti non avevano
dimenticato). Un anno dopo LUIGI LUCCHENI pugnalò a
tradimento a Ginevra ELISABETTA d'Austria, "Sissi",
amatissima moglie di Francesco Giuseppe. Cercando la morte,
Luccheni chiese di essere giudicato in un Cantone dove vigesse
la pena di morte e non ottenendolo, si impiccò nella cella
dove era stato condannato all'ergastolo.
Nel 1900
Umberto di Savoia venne ucciso a Monza con tre colpi di
rivoltella, dopo aver scampato due attentati, da GAETANO
BRESCI. Bresci era un giovane toscano, di Prato, e risiedeva a
Paterson, negli Stati Uniti, vicino a New York, cittadina
tradizionalmente ricca di anarchici. La stampa cercò di
dipingerlo come un folle ("Un microcefalo, una testa non
sviluppata"), ma egli era invece un uomo brillante,
sposato con figli, lavoratore e con una vita sociale
equilibrata. Bresci sarebbe morto un anno dopo, in cella,
suicida o, molto più probabilmente, assassinato. Il movimento
anarchico, frattanto, passava attraverso alterne vicende che
comunque non mutarono il fatto che per esso era cominciata la
curva discendente.
La figura
di maggior spicco, Malatesta, non tornò permanentemente in
Italia fino al 1913. In occasione del 1 maggio 1890 si
realizzarono tumulti provocati da repubblicani e anarchici, e
le istanze anarchiche sembrarono ottenere il perduto
prestigio. Era però un fuoco di paglia: gli anarchici persero
sempre più posizioni nei confronti non solo del socialismo
parlamentare e in genere riformista, ma anche nei confronti
della corrente meno rivoluzionaria dell'anarchismo, e cioè l'anarcosindacalismo.
Lo stesso ritorno in Italia di Malatesta era motivato dal
tentativo di recuperare il significato originario
dell'anarchia rivoluzionaria, e arginare l'influenza
dell'ormai "rinnegato" Costa. Dopo la guerra
mondiale - che affossò l'anarchismo per tutta l'Europa -
sembrò che il sogno rivoluzionario anarchico dovesse
risorgere, anche sull'esempio della Rivoluzione russa. Il
primo quotidiano anarchico nacque nel 1920 sotto l'egida di
Malatesta.
Un'altra
ondata di scioperi travolse il Paese, che rischiò il tracollo
(e le continue tensioni sociali furono uno dei motivi che aiutò
il fascismo a raggiungere il potere), ma le ennesime delusioni
scatenarono nuove imprese terroristiche. Il 23 marzo del 1921
un gruppo anarchico mise bombe in un teatro, in una centrale
elettrica e in un albergo. Fu uno degli ultimi atti che
permise ai fascisti di scatenarsi contro la sinistra in
generale. Nella nuova Italia in camicia nera l'anarchia finì
nei sotterranei. La figura di Malatesta, vecchio ottantenne
che visse "tollerato" da Mussolini (forse in nome
del proprio passato rivoluzionario) fino alla morte nel 1932,
è il triste simbolo di come il cuore dell'anarchia avesse
cessato di battere nella terra che aveva esaltato Bakunin.
Sebbene
la Spagna - tradizionalmente
conservatrice e geograficamente "esclusa" dal cuore
dell'Europa - si fosse aperta alle influenze anarchiche più
tardi rispetto ai paesi vicini, l'ideale dell'anarchia vi trovò
terreno assai fertile. Quando era già un fantasma in Francia
e Italia, l'anarchismo in Spagna era vivo e vegeto,
popolarissimo soprattutto (e come avevano sperato invano gli
anarchici italiani e francesi per le loro società) tra le
classi contadine e operaie. L'anarchia - forse anche per la
forte tradizione spirituale spagnola - assunse in questo paese
un significato altamente utopico, millenaristico, in una
parola religioso. I braccianti di Madrid, gli operai di
Barcellona, ad ogni rivolta, ad ogni chiesa bruciata,
veramente pensavano che fosse imminente l'avvento della società
perfetta, dove ognuno sarebbe stato uguale al suo prossimo
nella totale condivisione dei beni. L'esperimento della
collettivizzazione ebbe infatti un discreto successo in
Spagna, sicuramente più che altrove in Europa.
La prima
figura dell'anarchia spagnola è sicuramente Piy MARGALL, un
funzionario di banca madrileno, catalano discepolo spirituale
di Proudhon, e di conseguenza deciso assertore del
federalismo. In occasione della prima rivoluzione del 1854
Margall pubblicò il suo primo libro, La "Reaccion y
la revolucion": in esso vagheggiò la nascita di un
governo che attuasse graduali riforme di stampo anarchico,
fino alla sua estinzione. Margall diventò in seguito il
princiaple traduttore del tempo delle opere di Proudhon.
Frattanto, intorno al 1867, anche le idee di Bakunin
cominciarono ad approdare in Spagna, diventando da subito
popolari in grosse città come Madrid e Barcellona. Non
bisogna dimenticare che già dal 1839 le associazioni di
lavoratori erano state legalizzate dal governo, e la
situazione era perlomeno favorevole per lo sviluppo dell'anarcosindacalismo.
Nel 1840 si associarono i tessili di Madrid, sei anni dopo
nasceva il giornale anarchico La Atraccion di Fernando Garrido,
nel 1864 nasceva un altro giornale, più a sinistra, dal
titolo El Obrero e creato dall'anarchico Antonio Gusart.
La
vera scintilla dell'anarchia
in Spagna era stata però la rivoluzione del 1868 che aveva
costretto all'esilio la regina Isabella. La situazione era
favorevole alla nascita di un'Internazionale anarchica, cosa
che Bakunin riteneva indispensabile, soprattutto per sottrarre
la Spagna all'influenza marxista. L'impresa fu affidata alle
sicure doti di propagandista dell'italiano Giuseppe Fanelli
che arrivò a Barcellona, senza un soldo, un mese dopo la
rivolta. Nella città che poi sarebbe diventata il cuore
pulsante dell'anarchia spagnola, Fanelli paradossalmente non
ebbe successo. Fu a Madrid che l'italiano riuscì a far
scoccare la scintilla, e con estrema facilità: sembrava che
gli spagnoli attendessero da tempo la "buona
novella". Nel 1870 nasceva la Federazione anarchica e
realizzava un congresso a Barcellona cui parteciparono oltre
150 società operaie rappresentanti 40.000 membri. L'arrivo in
Spagna del nuovo re straniero Amedeo di Savoia, che aveva
accettato la corona, portò il governo spagnolo ad assumere
misure per la prima volta persecutorie verso gli anarchici. I
leaders vennero arrestati e molti fuggirono in Portogallo, a
Lisbona, dove cominciarono a tessere altre trame anarchiche.
Il governo
spagnolo arrivò a sciogliere l'Internazionale, dichiarandola
illegale e strumento di paesi stranieri. Nonostante questo
provvedimento Anselmo Lorenzo cominciò una sorta di viaggio
apostolico tra le campagne (1872) per promuovere l'anarchismo
tra i contadini e i piccoli agricoltori. Nel 1873 Amedeo di
Savoia rinunciava al trono spagnolo e rinacque la Repubblica,
l'Internazionale, sopravvissuta clandestinamente, ricominciò
ad operare alla luce del sole. La prima rivolta anarchica
accadde ad Alcoy, una cittadina industriale vicina a Valenza.
Alla nascita della Repubblica gli operai entrarono in sciopero
(tra le richieste vi era la giornata lavorativa di otto ore),
ma la polizia aprì il fuoco nei pressi del Municipio. Per due
giorni la cittadina fu teatro di scontri e crimini orrendi,
tipici della tradizione "guerresca" spagnola: i
rivoltosi giustiziarono il sindaco, uccisero poliziotti,
diedero fuoco ad alcune fabbriche e diedero vita ad un
terrificante corteo dove esibirono le teste mozzate degli
avversari.
Nel 1874 il
terreno era favorevole alla restaurazione a al ritorno dei
Borboni. La Federazione spagnola anarchica fu soppressa e con
il 1878 si aprì un periodo di violenze anarchiche. Un giovane
anarchico terragonese, JUAN OLIVA MONCASI, cercò di
assassinare Alfonso XII, e come conseguenza si ebbe un'ondata
di arresti di leaders e capi sindacali. Seguirono scioperi a
catena in Catalogna e Andalusia. Solo nel 1881 si cercò di
calmare la situazione permettendo nuovamente
all'Internazionale di vivere ed operare. Come in Francia e
Italia, anche in Spagna l'ultimo decennio del XIX secolo fu
caratterizzato da atti terroristici e rivolte. Nel 1892 le
regioni dell'Andalusia furono scosse da una rivolta di oltre
4000 contadini armati. Le solite carneficine con esecuzioni
sommarie di bottegai e "borghesi" causarono la
repressione governativa. Il governo aveva cominciato anche ad
assumere dei pistoleros prezzolati che compivano una sorta di
"caccia all'anarchico".
Nel 1896 fu
lanciata a Barcellona una bomba da una finestra su di una
processione del Corpus Domini, l'attentatore non fu catturato,
ma molti notarono che l'ordigno era stato lanciato contro la
povera gente in corteo, e non tra le autorità in prima fila:
che fosse una provocazione governativa? Quel che è certo è
che le repressioni verso gli anarchici volute dal durissimo
governo Canovas, che invitò la propria polizia a ricorre
anche alla tortura - continuarono. Lo stesso Canovas venne
ucciso da un anarchico italiano - MICHELE ANGIOLILLO - nella
stazione termale di Santa Aguada. Verso la fine del secolo,
come accadde in Francia, anche in Spagna il movimento
anarchico incontrò il favore di artisti e intellettuali, nel
1896 nacque anche il principale giornale anarchico, La Revista
Blanca, che raccolse illustri personaggi e uomini della
cultura e del mondo professionale.
Nel
luglio 1909 il governo
spagnolo, in difficoltà in una delle frequenti guerriglie in
Marocco, arruolò di proposito un gran numero di giovani
catalani (tradizionalmente indipendentisti) da inviare al
fronte. Il provvedimento causò quella che passò alla storia
come la "settimana tragica", e cioè sette giorni di
scontri sanguinosi per le strade di Barcellona (più di 200
lavoratori uccisi, 50 chiese bruciate, molti preti linciati).
Nel 1910,
anche come conseguenza della settimana tragica, si riunivano
in uno storico congresso a Siviglia le principali associazioni
anarchiche, che diedero vota al CNT (Confederacion Nacional
del Trabajo), il Sindacato generale. Nel 1914 il CNT uscì
dalla clandestinità e cominciò a subire il corteggiamento
della Terza Internazionale (comunista).
Il ritorno
dalla Russia bolscevica dell'anarchico ANGEL PESTANA,
testimone di quale fine facessero gli anarchici sotto il pugno
degli uomini di Lenin (il massacro dei marinai di Kronstadt,
ad esempio), contribuì a liberare il movimento dall'influenza
marxista. Nel frattempo il governo autoritario di Primo de
Rivera non facilitava le cose al movimento anarchico: tutti i
sindacati vennero sciolti e molti loro membri arrestati. Con
la successiva Repubblica, destinata a finire sotto le ceneri
della Guerra Civile vinta dal dittatore nazionalista Francisco
Franco, gli anarchici entrarono addirittura a contatto con
l'esperienza governativa. I rapporti tra comunisti e
anarchici, già in questi anni, erano molto tesi, lo divennero
ancor di più quando al governo Caballero succedette quello,
molto più gradito ai comunisti (e al grande padrone
moscovita), di Negrin-Prieto. In questa lotta per il potere,
l'intellettuale anarchico italiano CAMILLO BERNERI fu
addirittura assassinato da sicari comunisti in una strada di
Barcellona. A Barcellona comunisti e anarchici si affrontarono
apertamente: per gli anarchici fu la sconfitta e molti
fuggirono all'estero.
"Per
gli anarchici, scrive Manlio
Cancogni ne "Gli Angeli Neri", il giorno
della vendetta venne […] nel marzo 1939, quando a Madrid una
giunta militare, esautorato il governo di Negrin, s'impadronì
del potere per firmare un armistizio. Agli ordini della Giunta
essi parteciparono, e sembra molto volentieri, alla
repressione che si concluse con un massacro di comunisti sui
prati dell'ippodromo". Durante la Guerra Civile che vide
opposti i Repubblicani ai Nazionalisti di Franco, le lotte tra
comunisti e anarchici erano continuate, più o meno
sotterranee. La dittatura di Franco avrebbe soffocato, con
ogni dissenso, anche il movimento anarchico.
Scrivendo
dell'anarchia non si può ignorare il caso simbolico di SACCO
e VANZETTI. Negli anni Venti la coscienza dell'America fu
sconvolta dal caso di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due
italo-americani, rispettivamente un ciabattino e un
pescivendolo della periferia di Boston, Massachusetts. I due,
incarcerati con l'accusa di aver organizzato una rapina,
attesero per sei anni una condanna alla sedia elettrica che
arrivò (quasi) puntuale. La rapina, avvenuta nell'aprile 1920
a Boston in una fabbrica di scarpe, aveva causato due morti,
il cassiere e la guardia. L'accusa - sostenuta dal durissimo
Katzman - invocò, anche se con poche prove a favore, la pena
capitale. Nonostante numerose irregolarità - i due erano
effettivamente anarchici, ma non si erano mai macchiati di
delitti - il processo decretò la condanna di Sacco e Vanzetti.
In favore dei due anarchici si mobilitò tutta l'opinione
pubblica mondiale, soprattutto europea, ma l'atmosfera che in
quegli anni vigeva in America, di estrema diffidenza verso il
socialismo e il comunismo vittorioso da poco in Russia, fu più
forte di tutto. Nemmeno una tardiva confessione di un uomo già
condannato - il quale affermò che la rapina era stata
compiuta dalla banda Morelli di Providence - servì a
cancellare la sentenza. Il 23 agosto 1927 Sacco e Vanzetti,
martiri in Europa, assassini in America, si sedettero sulla
sedia elettrica.
Si ringrazia www.cronologia.it
Storia dell'anarchia
L'anarchia è una
dottrina politica contraria a ogni forma di dominio o di
autorità ideologica, politica, economica, sociale o
giuridica, in nome di una libertà d'espressione individuale
ritenuta l'unica strada per raggiungere l'armonia sociale. Le
idee anarchiche ebbero una prima espressione compiuta con
Pierre-Joseph Proudhon, considerato il padre dell'anarchismo
filosofico, che sostenne la tesi dell'evoluzione pacifica
verso l'anarchia. Le sue tesi esercitarono una notevole
influenza sugli ambienti operai francesi e diedero forza a
un'altra corrente del pensiero anarchico, nata verso la fine
del XIX secolo dalla teoria socialista, che giunse a
giustificare l'azione politica organizzata, anche
terroristica, in nome dell'ideale anarchico. Al congresso
dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, o Prima
internazionale, tenutosi a Basilea nel 1869, tale impostazione
più politica e fortemente antimarxista adottata dal
rivoluzionario russo Mikhail Bakunin fu però messa in
minoranza. Da allora, nonostante il comune approccio
anticapitalista, l'anarchismo si è sempre più allontanato
dal socialismo anche se diversi suoi sostenitori hanno aderito
in parte al movimento del sindacalismo. Benché lontano dal
terrorismo, negli anni l'anarchismo è stato spesso
identificato con la violenza, soprattutto in occasione di
assassini, come nel caso di Umberto I, re d'Italia, di William
McKinley, presidente degli Stati Uniti, di Giorgio I, re di
Grecia, e del presidente francese Marie-François Sadi-Carnot.
Si ringrazia I want to
be punk
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