Tutte queste testimonianze sono di epoca
posteriore ai fatti. Galeno riferisce cose dette da altri, Luciano sostiene solo
che Archimede distrusse le navi nemiche, ma non spiega con quale mezzo lo fece, Zonara è un autore vissuto in epoca molto tarda, scrisse degli Annali che
terminano nell’anno 1118, data alla quale, egli ancora viveva. Riferendosi agli
specchi egli si basa sull’autorità di Dione, storico vissuto tra il I e II
secolo d.C. autore di una grande storia romana in 80 libri di cui solo 25 giunti
a noi. Dione è, del resto, un autore piuttosto facile a dar credito a fatti
portentosi. Né maggior credito si può dare a Tzetze che Mazzuchelli definisce:
<<autore sì favoloso che in certi luoghi delle sue storie può servire, come
agli eruditi è ben noto, più a imbrogliare che a mettere in chiaro la verità
della storia.>> Dà una descrizione degli specchi tanto enigmatica che
Bonaventura Cavalieri, matematico del seicento che fu allievo di Galileo, pur
ritenendo vera la notizia, sostiene che Tzetze non sapesse davvero di che sorta
essi fossero.
Nell’Ottocento prestò credito alla notizia degli
specchi ustori anche Salvatore Scinà, uno studioso siciliano vissuto all’inizio
del secolo scorso. Egli li descrive in uno scritto del 1823 su Archimede
basandosi sui racconti di Tzetze, Zonara e di Anthemio di Tralles. Un secolo
prima Mazzuchelli si era ampiamente dedicato a dimostrare che secondo i principi
dell’ottica, nessuno specchio avrebbe potuto giungere ad un risultato come
quello di incendiare delle navi poste a un una certa distanza. Gli studiosi del
Rinascimento, e tra essi anche Leonardo, si erano molto affaticati in ricerche
sugli specchi ustori. Nel secolo successivo se ne occuparono anche Galileo, i
suoi discepoli e l’Accademia del Cilento. Nessuno di questi studi portò a
concludere che si potessero bruciare le navi romane ad una certa distanza. In
seguito, una cosa del genere fu recisamente negata anche da Cartesio e Keplero.
Sembra decisivo per appurare la verità sugli
specchi ustori, il fatto che non ne parlano per niente né Plutarco, né Tito
Livio, né Polibio che come sappiamo sono gli storici più attendibili per
ricostruire le vicende di Siracusa. Essi non risparmiano descrizioni
particolareggiate delle svariate macchine e degli artifici realizzati da
Archimede per combattere i nemici. La spiegazione più plausibile sembra quella
che la leggenda degli specchi ustori si sia formata per la combinazione di due
notizie. Da una parte come affermano Olimpiodoro e Apuleio, Archimede si
interessò di specchi ustori scrivendo anche un’opera in tal senso; dall’altra la
notizia raccontata da Silio Italico che alcune navi romane che assediavano
Siracusa erano state bruciate. E’ questa la tesi di Favaro e, in qualche misura,
anche di Mazzuchelli. Di sicuro Archimede realizzò delle macchine per difendere
la sua città, macchine che servivano a lanciare pietre ad una certa distanza e
che riuscivano, secondo Plutarco, a sollevare e poi far ricadere le navi romane
in mare che si avvicinavano troppo sotto le mura. Leonardo descrive alcune di
queste macchine, come l’architronito, una specie di cannone vero e proprio,
funzionate a vapore. Non sappiamo però se questi strumenti siano stati usati per
la difesa di Siracusa e non sappiamo da dove Leonardo abbia tratto le notizie
per descriverci questi strumenti.
* * *
ARCHIMEDE E LA TECNICA
Pappo ed Erone esaltano il genio meccanico di
Archimede, considerandolo il vero padre di questa disciplina. Secondo Pappo,
furono quaranta le realizzazioni di Archimede nel campo della meccanica
applicata. Ma tutto questo impegno, secondo Plutarco, il Siracusano lo realizzò
quasi per gioco, afferma infatti lo scrittore: <<non che ad essi si fosse
dedicato come a un lavoro degno di attenzione: in maggioranza erano divertimenti
di geometria che aveva fatto a tempo perso.>>
Sempre secondo Plutarco, egli riponeva nelle
opere teoriche la sua maggiore soddisfazione e la speranza che presso i posteri
fosse ricordata la fama del suo ingegno. <<Archimede – afferma lo
scrittore – possedette uno spirito così elevato, un’anima così profonda e un
patrimonio così grande di cognizioni scientifiche, che non volle lasciare per
iscritto nulla su quelle cose [cioè sulle sue realizzazioni tecniche],
cui pure doveva un nome e la fama di una facoltà comprensiva non umana, ma
pressoché divina. Persuaso che l’attività di uno che costruisce delle macchine,
come di qualsiasi altra arte che si rivolge a un’utilità immediata, è ignobile e
grossolana, rivolse le sue cure più ambiziose soltanto a studi la cui bellezza e
astrazione non sono contaminate da esigenze di ordine materiale.>>
Non bisogna dare a queste parole molto peso,
sottovalutando l’enorme importanza che ebbero le realizzazioni pratiche per
Archimede. Vero è che la sua opera fu influenzata dalla concezione platonica
della scienza, che poi si fondava sui presupposti filosofici ateniesi del tempo,
che considerava vera realtà solo quella ideale, conoscibile per via
esclusivamente razionale. Il mondo sensibile, quello delle cose che ci
circondano e in cui si svolge la nostra esperienza quotidiana, è fatto di
apparenze, la cui unica importanza risiede nell’essere copie, molto imperfette,
della vera realtà. Il compito del filosofo è quello di liberarsi dal mondo
sensibile per accostarsi sempre di più a quello ideale della Verità, della
Bellezza e del Bene.
Le scienze matematiche svolgono in questo un
ruolo essenziale: per loro mezzo è possibile compiere il passaggio dal sensibile
al razionale, cioè alle idee. Platone dice nella Repubblica: <<La matematica
tira su fortemente l’anima e l’obbliga a discorrere dei numeri in sé presi>>;
intesi cioè come enti astratti e puramente intelligibili. Per questo essa è
necessaria, visto che <<appare come costringente l’anima a far uso della pura
intelligenza per giungere alla pura verità.>> Anche la geometria – aggiunge
poco dopo – va coltivata per pura ragione di conoscenza e non per scopi pratici.
La conoscenza a cui porta ha per oggetto ciò che eternamente è: essa sarà
trascinatrice dell’anima verso la verità, obbligandola a vedere l’essere e non
ciò che diviene ed è sensibile e materiale.
Dedicarsi alle applicazioni pratiche della matematica doveva apparire una
svalutazione della scienza; Platone con la sua filosofia influenzò i maggiori
matematici del periodo, dalla scuola da lui fondata. L’Accademia, uscirono
Teeteto ed Eudosso, per non parlare degli Elementi di Euclide. Secondo lo
scienziato e storico della scienza Zeuthen, l’esposizione stessa che è seguita
negli Elementi di Euclide è di ispirazione platonica. Il partire dagli elementi,
cioè dai postulati fondamentali, il rifiuto di considerare la riga ed il
compasso nella costruzione delle figure geometriche, postulandone l’origine
quasi dal nulla.
Anche Aristotele, che fu discepolo di Platone,
svolge un ruolo preciso nell’affermare la concezione della scienza come discorso
puro e senza scopi pratici. Lo scienziato è per lui un contemplatore puro e
disinteressato, e più la sua ricerca si avvicina a questi caratteri e più è
perfetta. Più si disinteressa della pratica e dell’utilità delle sue ricerche,
più egli si rende simile a Dio, la cui assoluta perfezione è rappresentata
proprio dal fatto di essere pensiero di pensiero, cioè conoscenza completamente
fine a sé stessa.
|