La Roma di Orazio

 

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Per una ricostruzione della biografia di Orazio, come per nessun altro esponente della letteratura latina, sono più che esaurienti le notizie ricavabili dalla lettura delle sue opere.

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<<Nacqui l’8 dicembre del 65 avanti Cristo presso Venosa sul Vulture, al confine con la Lucania.>>

(Odi, libro terzo, 21, 1 e 4, 9 - Satire, libro secondo, 1, 34)

<<Mio padre, un salsamentario, secondo quella "capera" di Svetonio, pur di umili condizioni, divenne proprietario di un piccolo podere sull’Ofanto.>>

(Odi, libro secondo, 20, 5 e libro quarto, 9, 2 - Svetonio, Vita di Orazio)

<<Non volle che andassi a scuola da Flavio a Venosa, ma, con molti sacrifici, mi mandò a Roma, da Orbilio, un maestro manesco e troppo entusiasta dell’Odissea di Livio Andronico.>>

(Satire, libro primo, 6, 91 - Epistulae, libro secondo, 1, 22)

<<Nel 44 mi recai ad Atene per approfondire gli studi di arte e di filosofia, ma qui Bruto, l’uccisore di Cesare, mi convinse delle sue idee e mi nominò anche "tribunus militum".>>

(Epistulae, libro secondo, 2, 42 - Satire, libro primo, 6, 48 - Svetonio, Vita di Orazio)

<<Nell’autunno del 42 fui costretto a combattere a Filippi contro Ottaviano ed Antonio, valorosamente, dicono, anche se, per salvarmi, fui costretto a gettare lo scudo.>>

(Odi, libro secondo, 7, 9 e 10)

<<Sfruttai l’amnistia, salpai per l’Italia e, dopo aver corso il pericolo di naufragare, tornai a Venosa; qui, una volta perso anche mio padre, non avevo di che sbarcare il lunario: pure il podere mi venne espropriato!!! Non mi restava che far ritorno a Roma.>>

(Odi, libro terzo, 4, 28)

<<Nella Città Eterna mi "arrangiai" a fare lo "scriba", e, fra una lettera e l’altra, cominciai a comporre versi che piacquero a Virgilio e Vario.

Su loro raccomandazione, lo confesso!, entrai stabilmente a far parte del più noto Circolo letterario di Roma; così, nel 33, riebbi da quel simpaticone di Mecenate quello che Ottaviano mi aveva tolto: un podere, ma in Sabina!!!>>

(Satire, libro secondo, 6, 36 e libro primo, 6, 54 - Epistulae, libro primo, 16)

<<Mecenate mi presentò anche all’imperatore e con queste due personalità, pur nel rispetto reciproco, entrai in intimità, tanto è vero che Ottaviano, tra una battuta e l’altra sulla mia pancetta, non esitò, nel 17, ad assegnarmi l’incarico di comporre il "Carmen Saeculare" per i Ludi del 3 giugno.>>

(Epistulae, libro primo, 16 e 17 - Svetonio, Vita di Orazio)

<<L’8 fu un anno "nero": non solo venne meno Mecenate, ma, dopo pochi giorni, il 27 novembre, morii anche io.

L’Esquilino raccolse le nostre ossa, per volontà di Augusto.>>

(Odi, libro secondo, 17)

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Per comprendere, invece, l’Orazio poeta, l’Orazio "sacerdote delle Muse", ed il valore sacrale, religioso, che il Venosino attribuisce alla poesia in quanto strumento di immortalità, ci soccorre la trentunesima ode del primo libro.

Nell’ottobre del 28 avanti Cristo è dedicato ad Apollo un tempio sul Palatino ed Orazio rivolge al dio della poesia, davanti alla folla radunata per l’inaugurazione, una preghiera in strofi alcaiche.

L’ode, concepita con tecnica circolare, fa corrispondere ai primi tre versi, nei quali Orazio si chiede quale preghiera possa rivolgere, egli "vates", al dio della poesia, gli ultimi tre, in cui è riposta l’effettiva risposta.

Dallo stesso verso tre al sedicesimo si apre lo scenario di ciò che egli non chiede, né chiederà mai (<<non le messi feconde della ricca Sardegna... non i graditi armenti dell’infuocata Calabria... non oro... non avorio dell’India...>>), a cui subentra l’immagine di quanti si affaticano invano alla ricerca di un effimero godimento di ricchezze e, per contrasto, l’altra che evidenzia le semplici abitudini di vita del poeta il quale si accontenta di poche e povere erbe alla sua mensa, di... <<olive, cicoria e màlve leggere>>.

Questi tredici versi segnano il passaggio naturale verso l’ultima strofe, verso la richiesta più impegnativa di un Orazio ben consapevole dell’importanza della preghiera per il suo futuro di uomo e di poeta: <<permettimi di godere di quello che ho a portata di mano in buona salute, ma, te ne prego, con la mente sana, e di non trascorrere una vecchiaia turpe e priva della cetra>>.

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La preparazione ai "Carmina"

La satira "del seccatore"

Anche se scritte tra il 35 ed il 30 avanti Cristo, quasi contemporaneamente agli Epodi, le Satire ci presentano un Orazio non più gravato da slanci di aggressività o di vendetta, da sfoghi veementi dettati da fosche visioni politiche o dalle sue tristi esperienze personali, ma un Orazio più maturo, garbatamente sorridente, pacato e discorsivo, un Orazio che da mordace fustigatore dei costumi si trasforma talora in confidenziale conversatore, talvolta in ironico e bonario osservatore della realtà del tempo.

Quasi tutte in forma dialogica, piacevoli e divertenti, briose nella varietà delle immagini ed eleganti nell’armonia delle parti, le Satire del Venosino, più che essere "un monumento" alla Roma augustea, sono un affresco della società romana del tempo, dei cittadini, non visti in un tribunale o sul campo di battaglia, ma nei contatti personali di ogni giorno, nei loro momenti più emotivi, ma, comunque, reali, come reali erano adulatori e parassiti, poetastri ed ambiziosi, che si vedevano nelle piazze dell’Urbe: una varia umanità vociante, ironicamente ritratta anche nei difetti più evidenti, e sempre uguale, ieri come oggi.

L’Orazio "satiro", secondo tra cotanto senno nel quarto canto dell’Inferno dantesco, vive in una Roma, quella gloriosa di Augusto del primo secolo avanti Cristo, affollata di "captatores benevolentiae", di "salutatores" incalliti, di veri e propri professionisti dell’arte di arrangiarsi; né può o vuole il Venosino, come ha fatto Teofrasto tre secoli prima in un’Atene non più centro di potere e divenuta "provinciale" nel senso moderno del termine, "dare uno spintone a gente simile e scappar via di gran carriera".

Tra le diciotto, che compongono i due libri dell’opera oraziana, decisamente la più valida, per vivacità e naturalezza del dialogo, per la grazia maliziosa, per la fine ironia, ed addirittura giudicata degna di essere sullo stesso piano delle commedie di Plauto per la facilità di una sua scomposizione in scene e per il brio delle azioni, è da considerare la nona del primo libro: quella detta "del seccatore", d’<<’o scucciatòre>>.

La satira ha la struttura dell’antico mimo greco che, risalendo a Sofrone, Teocrito, Eroda, Lucilio, suggerisce ora ad Orazio un vivace quadretto di vita vissuta; e del mimo presenta tutte le caratteristiche: la vicenda; i personaggi (suddivisi, come nel teatro vero, in protagonisti, in comparse ed in personaggi secondari); l’ambientazione (che si avvale di dati topografici ben individuati); lo spazio temporale (circoscritto ad una mattinata). La differenza sostanziale rispetto al mimo è nello studio del personaggio, qui finemente analizzato nella presentazione del "seccatore", in quanto il primo intento del poeta è coglierne tutte le sfaccettature.

Orazio, infatti, evidenzia subito del personaggio l’assenza di delicatezza, l’enfasi adulatoria, la vanità, la spudoratezza. Nel delineare questa figura, però, Orazio, oltre a riallacciarsi al mimo alessandrino, sembra legarsi anche alla tradizione italica dell’atellana, con le sue salaci battute, nel tentativo, riuscito, di creare una figura viva, pur rappresentativa di una categoria umana dell’antica società urbana.

Di questa satira, risalente per molti ad un anno compreso tra il 38 ed il 36 a.C., si forniranno, data la lunghezza, lettura metrica, traduzione e resa in napoletano dei primi 34 versi, corrispondenti, secondo i canoni teatrali, al prologo ed alla prima scena, mentre gli ultimi diciotto, da inquadrare come quinta scena ed epilogo, saranno letti solo in vernacolo.

La trasposizione del testo latino nel nostro dialetto, si nota, è stata stralciata da un saggio di un giovane studente, oggi noto uomo di cultura, pubblicato sulla rivista "Papè Satàn" del Liceo "Garibaldi" negli anni Sessanta.

Ibam forte via sacra, sicut meus est mos,

nescio quid meditans nugarum, totus in illis;

accurrit quidam notus mihi nomine tantum,

arreptaque manu: <<Quid agis, dulcissime rerum?>>.

<<Suaviter, ut nunc est, inquam <<et cupio omnia, quae vis>>.

Me ne andavo per caso per la Via Sacra, come è mio costume, pensando non so a quali sciocchezze, tutto assorto in quelle [La Via Sacra era una strada molto frequentata, che univa il Colosseo al Campidoglio, detta così perché era percorsa dai sacerdoti addetti ai riti]; mi si fa incontro un tale, noto a me soltanto di nome, e afferratami la mano: <<Come va, carissimo?>>. <<Bene, per ora>> gli rispondo <<ti auguro tutto ciò che vuoi>>.

Me ne ièvo pè ccàso p’à via Sacra, accussì còmme facèvo tùtte ‘e juòrne, nun sàccio che fesserìe penzànno ‘ncàpa ‘a mme. Me vène ‘e fàccia nu tìzio ca sàccio sultànto ‘e nòmme, ca m’affèrra ‘a màno e...: <<Comme stàje, bellèzza mia>>, me rìce. <<Còmme stò mò?>> rich’ìo <<na maravìglia!! e te fàccio aùrio ‘e chèllo ca vvuò>>.

Cum adsectaretur, <<numquid vis?>> occupo. At ille

<<noris nos, inquit; docti sumus>>. Hic ego <<pluris

hoc>>, inquam, <<mihi eris>>. Misere discedere quaerens,

ire modo ocius, interdum consistere, in aurem

dicere nescio quid puero, cum sudor ad imos

manaret talos. <<O te, Bolane, cerebri

felicem <<aiebam tacitus, cum quidlibet ille

garriret, vicos, urbem laudaret.

Poiché continuava a seguirmi: <<Desideri forse qualcosa?>> lo prevengo. Ma egli: <<Mi dovresti conoscere>>, disse, <<sono un letterato!>>. Allora io gli rispondo: <<Per questo sarai più stimato da me>>. Cercando disperatamente di andarmene, talvolta mi fermavo, dicevo non so cosa in un orecchio ad un servo, mentre il sudore mi scendeva fino alle calcagna. <<Beato te, Bolano, che hai la testa calda!>>, dicevo tra me e me, mentre quello cianciava di qualsiasi cosa gli passasse per la testa e lodava i quartieri, la città, ...

[Un tipo, il Bolano menzionato prima, ricordato forse da Cicerone nelle epistole "Ad Familiares" e noto a Roma per la sua risolutezza, ma di lui non conosciamo altro, se non la derivazione del nome da Bola, città degli Equi]

Còmme ca chìllo secutàva... <<Fòrze quaccòsa vuò?>>, tàglia a cùrto io. Ma chìllo: <<Tu me canùsce: sìmmo allitteràti!>>. <<Pe’ chèsto allòra me sarràje cchiù càro>>. Pòvero risgraziàto, io, ca cercàvo ‘e ma squaglià, e ì... mò cchiù amprèsso e mò ‘e me fermà, ca cercàvo ‘e dìcere ìnt’a rècchia, nun sàccio che, ‘a nu uagliòne, mentr’abbàsci’e tallùne ‘o suròre me scurrèva. <<Bolà, felìcia càpa rìcc’’e scùse!>>, ricèvo ‘ncuòrp’a mme, mentre ca chìllo strìllava p’ogni ccòsa e d’’e quartière d’’a città bene ricèva.

Ut illi

nil respondebam, <<misere cupis>>, inquit, <<abire;

iamdudum video. Sed nil agis; usque tenebo,

persequar. Hinc quo nunc iter est tibi?>>. <<Nil opus est te

circumagi: quendam volo visere non tibi notum;

trans Tiberim longe cubat is prope Caesaris hortos>>.

<<Nìl habeo quod agam et non sum piger: usque sequar te>>.

Siccome non gli davo alcuna risposta, disse: <<Desideri disperatamente svignartela, lo vedo già da un pezzo. Ma non ce la fai: fino all’ultimo non ti mollerò; ti seguirò. Di qui dove sei diretto ora?>>. <<Non c’è bisogno affatto che tu sia costretto ad un giro così lungo: voglio far visita ad un tale a te sconosciuto; ammalato sta a letto al di là del Tevere, vicino ai giardini di Cesare>> [I giardini di Cesare, secondo Svetonio, erano presso la porta Portuense, ai piedi del Gianicolo, a poco meno di due chilometri]. <<Non ho niente da fare e non sono pigro: ti verrò sempre dietro!>>.

Ricètte. Còmme ca ‘a ìsso niènte rispunnèvo: <<Puverièllo! Tu te ne vulìss’ì: ‘o vèco già ‘a nu pòco e nun fàje niènte; fìno all’ùrdemo a tte te tenarràggio. E te secutarràggio. ‘A ccà addò vàje?>>. <<Nun c’è bisògno ca tu fàje stu gìro: vògl’ì ‘a verè nu tìzio ca nun sàje, passàt’’o Tèvere, luntàno, ...sta ‘e càsa vicìn’’e ciardìn’’e Cesare...>>. <<Niènte tèngo che fa, e nun sòngo muòllo; te venarràggio arèto fin’a lla!>>.

Demitto auricolas ut iniquae mentis asellus,

cum gravius dorso subiit onus; incipit ille:

<<Si bene me novi, non Viscum pluris amicum,

non Varium facies: nam quis me scribere plures

aut citius possit versus? Quis membra movere

mollius? Invideat quod Hermogenes, ego canto>>.

Abbasso le orecchie, come un asinello rassegnato a forza, quando ha dovuto sobbarcarsi ad un carico troppo pesante. Quello riprende: <<Se mi conosco bene, non stimerai di più l’amico Visco, né Vario: infatti chi sarebbe capace di scrivere più versi o più presto di me? Chi a danzare con più molle eleganza? Io canto cose che anche Ermogene potrebbe invidiarmi>> [Visco e Vario erano poeti vicini ad Orazio ed appartenenti al Circolo di Mecenate, mentre Ermegene era il figlio adottivo del sardo Tigellio, un cantore del tempo molto popolare].

Acàl’’e rrècchie còmme fa nu ciùccio ‘e màla vuluntà, quànno suppòrta nu càrreco supièrchio ncòpp’’e rìne. Chìllo accummència: <<Si bbuòno me sàje, Visco e Vario cchiù amìce ‘un faciarràje; chi po’ scrìvere cchiù vièrze, cchiù amprèss’affrònt’’a mme? Chi sàpe mòvere ‘e còsce cchiù aggraziàte quànno bàlla? Pure Ermòggene spàntecasse pe’ chèllo ca io sàccio fà>>.

Interpellandi locus hic erat: <<Est tibi mater,

cognati, quis te salvo est opus>>. <<Haud mihi quisquam:

omnes composui>>. <<Felices! Nunc ego resto.

Confice: namque instat fatum mihi triste, Sabella

quod puero cecinit divina mota anus urna:

- hunc neque dira venena nec hosticus auferet ensis

nec laterum dolor aut tussis nec tarda podagra;

garrulus hunc quando consumet cumque: loquaces,

si sapiat, vitet, simul atque adoleverit aetas - >>.

Questo era il momento di interromperlo: <<Hai tu una madre, dei parenti, i quali abbiano bisogno che tu ti conservi in buona salute?>>. <<Non ho nessuno: li ho sotterrati tutti>>. <<Beati loro! Ora resto io. Dammi il colpo di grazia: infatti mi sovrasta la triste sorte che una vecchia di Venosa predisse a me quando ero ragazzo, agitando la profetica urna: - Non porteranno via costui né i funesti veleni, né la spada di un nemico, né la pleurite o la tosse, né la podagra che fa camminare a stento; prima o poi consumerà costui un chiacchierone: se ha giudizio, schivi i ciarloni, appena l’età lo avrà reso maturo ->>.

Ma chist’èra ‘o pùnto ‘e addimannà: <<Tiène na màmma..., pariènte ca t’hànn’a tenè caro?>>. <<Pròprio nisciùno; ...a tùtte quànt’àggio atterràte>>. <<Bbiàte ‘a llòro. Mò rest’ìo: accìreme; tànt’àggio ‘ncuòllo nu dèstino nfàme ca ‘na vècchia sabbìna me cantàje ‘ncopp’a ‘na bòccia, quann’èro guagliòne: - Chìsto, né velène ‘ntussucùse, né spàta nemìca, ‘o luvarrànn’a mièzo, né... ‘na pulmunìte o ‘a tòsse, né ‘na sciancatùra: nu chiacchiaròne s’ò cunzumarrà chiàne chiàne. Ma..., si tène càpa, ìsso se scanzarrà d’è chiacchiarùne appena ca se faciarrà d’età - >>.

Seguono, negli esametri che non leggeremo, la scena della lite giudiziaria in cui lo scocciatore è coinvolto (necessaria per consentire la rapida soluzione finale) e quella che rivela le vere mire del meschino "arrampicatore sociale": far parte del Circolo di Mecenate. Né valgono gli espedienti di Orazio per distoglierlo dal fine prefissatosi; lo "scocciatore", pur di raggiungere il suo scopo, si atteggia anche a moralista, a "sputasentenze": <<la vita non ha concesso nulla agli uomini senza grande fatica!>>, dice.

Mèntre ca rìce stì ccòse, ‘o vì llòco, ...‘ncuntràmmo Fusco Arìstio, n’amìco mìo, ...nu fràte, ca ‘o sapèva assàje bbuòno ‘a chèsta zècca.

Ce fermàmmo: <<Addò viène, nèh? Addò vàje?>>, addimànna ìsso, tànto pè sapè.

E ìo l’accuminciàje a cigulià, a pizzecà co ‘a màno chèlle bràccia ca nun se risentèvano, facènno sìgno, sturcènno ll’uòcchie, quàsi a dìcere e me purtà luntàno a chìllu là. Facènno ‘o fèsso quànno nun c’azzeccàva, ìsso stèva llà ‘a me nzurdà; ...’a bbìle m’abbrusciàva ‘o fegatièllo.

<<Certamènte, nun sàccio ‘e che secrète tu me vulìve parlà>>.

<<Io m’arricòrdo bbuòno, ma t’’o dìco n’àta vòta, ca ògge è trènta, ...sàbbate: che vulìsse fa tuòrto all’Ebbrèje?>>.

<<Ma io nun tèngo scrùpole>>, fàcc’ìo.

<<Ma ìo sì>>, rispònne, <<’o ssàje, sòngo nu poco cchiù dèbbole, ...còmme ce stànno tànte. Perduòname; sarrà pè nàta vòta>>.

Nu juòrno accussì nnìro m’aspèttava! Fùje ‘o fetènte... e ìo rèsto ìnt’’a tagliòla!

Pè bbòna ciòrta nce venètte ‘e fàccia chillàtu testimmòne c’alluccàje: <<Nèh, pièzz’’e svergugnàte, addò t’’a squàglie?>> e nfàccia a mme: <<Vuò fa ‘o testimmòne?>>.

Sùbbeto mètto rècchia e a ‘o tribbunàle ce ne jàmmo. Allùcc’’a cca, allùcc’’a lla, gènte p’ògni pìzzo: sulamènte accussì me salvàje chìllu Sànto.

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Le originali impressioni di viaggio della Satira Quinta

L’Orazio cesellatore forbito e vivace ritrattista, l’Orazio spontaneo e sorridente, l’Orazio rapido nel cogliere l’immediatezza della vita è riscontrabile anche nella Satira Quinta del Primo Libro, in quella in cui, ricalcando l’"Iter Siculum" di Lucilio, descrive il viaggio compiuto, nel 37 a.C., da Roma a Brindisi: 530 chilometri, percorsi in 14 giorni e con mezzi vari, affrescati così vivacemente da ispirare posteri quali Stèrne, Ghoèthe, Hèine, Kìpling.

Di questa satira, che mantiene l’attenzione dei lettori sempre ben desta nella sua interezza (ma che limiteremo alle sole parti trattate), ci piace cogliere, in primo luogo, i modi con cui il Venosino tratteggia molte delle cittadine attraversate.

E così Forappio, borgo laziale lungo la via Appia distante circa 26 miglia da Ariccia, Orazio, al verso 4, lo qualifica "pieno zeppo di barcaioli e di osti esosi" ("differtum nautis cauponibus atque malignis") ed al verso 7 "(centro) dalla pessima acqua" ("aqua deterrima");

Anxur, antica fortificazione dei Volsci le cui rovine sovrastano Terracina, la descrive, al verso 26 come "posta su rocce che biancheggiano da lontano" ("impositum saxis late candentibus");

Fondi, lontana sole 12 miglia da Terracina, al verso 36, offre motivo di ilarità a causa delle insegne del pretore locale, definito un borioso scribacchino, le quali presentavano una pretesta, un laticlavio e... un braciere;

l’Apulia, cioè la Puglia, è, al verso 78, "bruciata dal caldo Atabulo", lo scirocco locale;

fino a giungere, con i versi 87-89, ad un paese che Orazio, alla moda di Lucilio, non menziona "perché (il suo nome) non entra in un solo verso" ("quod versu dicere non est"), dove "si vende l’acqua, la più comune delle cose" ("venit vilissima rerum hic aqua"), ma dove "il pane è di gran lunga il migliore" ("sed panis longe pulcherrimus");

Canosa, cittadina pugliese posta sulla destra del fiume Ofanto, è caratterizzata, al verso 91, dal "pane che è duro come la pietra" e dall’essere un paese "non più ricco di un’urna d’acqua" ("lapidosus, aquae non ditior urna");

Bari è al verso 97, città "ricca di pesce", mentre Egnazia, l’attuale Torre d’Agnazzo presso Monopoli, dice Orazio al verso 98, è stata "costruita in odio alle acque" ("lymphis iratis exstructa").

Né mancano gustosi bozzetti o scherzosi frammenti di vita vissuta, come i versi 11-13 e 17-19, quando a Forappio... "tum pueri nautis, pueris convicia nautae ingerere: <<huc adpelle>>, <<trecentos inseris>>, <<ohe, iam satis est>>" ["i servi scagliavano ingiurie ai battellieri, e i battellieri ai servi: <<Approda qua!>>, <<Ne cacci dentro trecento!>>, <<Ohè, ormai basta!>>"],

e, poi,

"absentem cantat amicam

multa prolutus vappa nauta atque viator

certatim. Tandem fessus dormire viator

incipit, ac missae pastum retinacula mulae

nauta piger saxo religat stertitque supinus".

["ed ecco un barcaiolo ed un passeggero, innaffiati di molto vinello, cantano a gara l’amica lontana. Alla fine, stanco, il viaggiatore comincia a dormire ed il pigro barcaiolo lega ad un masso la fune della mula mandandola a pascolare e supino si mette a russare".],

quelli da 48 a 49, quando...

"Lusum it Maecenas, dormitum ego Vergiliusque:

namque pila lippis inimicum et ludere crudis."

["Mecenate se ne va a giocare, io e Virgilio a dormire: infatti il gioco della palla è nocivo ai cisposi ed a chi è di stomaco debole"]

gli altri, da 71 a 76, che descrivono una scena gustosissima:

"tendimus hinc recta Beneventum ubi sedulus hospes

paene macros arsit dum turdos versat in igni;

nam vaga per veterem dilapso flamma culinam

Volcano summum properabat lambere tectum.

Convivas avidos cenam servosque timentes

tum rapere atque omnes restinguere velle videres."

["di là ci dirigiamo subito verso Benevento, dove il premuroso ospite, mentre fa girare sul fuoco dei magri tordi, per poco non bruciò; infatti, propagatosi il fuoco per la vecchia cucina, la fiamma vagante si affrettava a lambire la sommità del tetto. Allora avresti visto i commensali affamati ed i servi timorosi sottrarre il pranzo e tutti cercar di spegnere il fuoco".]

Anche l’amore, o, almeno, il tentativo di amare, è oggetto di ricordi, ed allora scopriamo un Orazio diverso, non più il leggiadro cantore di donne, ma un Orazio molto più prosaico, se ai versi 82-85 il Venosino confessa...

<<In preda alla follia qui io attendo fino a mezzanotte una ragazza bugiarda: alla fine il sonno colse me assorto nei pensieri d’amore ed i sogni...>>

...ma di più non diciamo!!!

 

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Ultimo aggiornamento: 05-05-03

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