Gabriele D'Annunzio
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dal romanzo: il piacere

L'anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel cel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di Maggio. Su la piazza Barberini, su la piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorio confuso e continuo, trinità dei monti.jpg (63743 byte)salendo alla Trinità de' Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato. Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch'esalavan ne' vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d'un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine del tondo di Sandro Botticelli alla Galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta. Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un'amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti una special cura d'amore. Il legno di ginepro ardeva nel caminetto e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in maiolica di Castel Durante ornate d'istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d'inimitabile grazia, ove sotto le figure erano scritti in carattere corsivo a zàffara nera esametri d'Ovidio. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a melagrane d'argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul tappeto. L'orologio della Trinità de' Monti suonò le tre e mezzo. Mancava mezz'ora. Andrea Sperelli si levò dal divano dov'era disteso e andò ad aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell'appartamento; poi aprì un libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cercò intorno qualche cosa, con lo sguardo dubitante.

[…] L'aveva incontrata la mattina innanzi per la via de' Condotti, mentre ella guardava nelle vetrine. Era tornata a Roma da pochissimi giorni, dopo una lunga assenza oscura. L'incontro improvviso aveva dato ad ambedue una commozione viva; ma la pubblicità della strada li aveva costretti ad un riserbo cortese, cerimonioso, quasi freddo. Egli le aveva detto, con un'aria grave, un po' triste, guardandola negli occhi: - Ho tante cose da raccontarvi, Elena. Venite da me, domani? Nulla è mutato nel buen retiro. - Ella aveva risposto, semplicemente: - Bene; verrò. Aspettatemi alle quattro, circa. Ho anch'io qualche cosa da dirvi. Ora lasciatemi. Ella aveva accettato sùbito l'invito, senza esitazione alcuna, senza metter patti, senza mostrar di dare importanza alla cosa. Una tal prontezza aveva da prima suscitato in Andrea non so qual preoccupazione vaga. Sarebbe ella venuta come un'amica o come un'amante? Sarebbe venuta a riallacciare l'amore o a rompere ogni speranza? In quei due anni che era mai accaduto nell'animo di lei? Andrea non sapeva; ma gli durava ancóra la sensazione avuta dallo sguardo di lei, nella strada, quando egli erasi inchinato a salutarla. Era pur sempre il medesimo sguardo, così dolce, così profondo, così lusinghevole, tra i lunghissimi cigli. Mancavano due o tre minuti all'ora. L'ansia dell'aspettante crebbe a tal punto ch'egli credeva di soffocare. Andò alla finestra, di nuovo, e guardò verso le scale della Trinità. Elena, un tempo, saliva per quelle scale ai convegni. Mettendo il piede sull'ultimo gradino, si soffermava un istante; poi traversava rapida quel tratto di piazza ch'è d'innanzi alla casa dei Casteldelfino. Si udiva il suo passo un poco ondeggiante risonare sul lastrico, se la piazza era silenziosa. L'orologio batté le quattro. Giungeva dalla piazza di Spagna e dal Pincio il romore delle vetture. Molta gente camminava sotto gli alberi, d'innanzi alla Villa Medici. Due donne stavano sul sedile di pietra, sotto la chiesa, a guardia di alcuni bimbi che correvano intorno l'obelisco. L'obelisco era tutto roseo, investito dal sole declinante; e segnava un'ombra lunga, obliqua, un po' turchina. L'aria diveniva rigida, come più s'appressava il tramonto. La città, in fondo, si tingeva d'oro, contro un cielo pallidissimo sul quale già i cipressi del Monte Mario si disegnavano neri. Andrea trasalì. Vide un'ombra apparire in cima alla piccola scala che costeggia la casa dei Casteldelfino e discende su la piazzetta Mignanelli. Non era Elena; ma una signora che voltò per la via Gregoriana, camminando adagio. "S'ella non venisse?" dubitò, ritraendosi dalla finestra.

dannunzio.jpg (13816 byte)gabriele d'annunzio: cenni biografici

Nacque a Pescara il 12 marzo 1863. Nel 1881, iscrittosi alla Facoltà di Lettere, si trasferì a Roma, dove condusse una vita mondana, ricca di amori e interessi culturali. È quello che, nelle sue biografie, viene definito "il periodo romano". In breve tempo, collaborando a diversi periodici, il giovane D'Annunzio divenne figura di primo piano della vita culturale romana. È di questo periodo (1889) la pubblicazione de Il piacere, romanzo chiave per l’estetismo italiano. La ricerca della preziosità e la raffinatezza delle scelte linguistiche rispondono a scelte culturali estetizzanti barocche. Lo stesso protagonista del romanzo, il conte Sperelli, è cultore di un bello tutto aristocratico e barocco. In un’altra pagina del romanzo, di lui scrive l’autore: «Roma era il suo grande amore: non la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme, dei Fòri, ma la Roma delle Ville, delle Fontane, delle Chiese. Egli avrebbe dato tutto il Colosseo per la Villa Medici, il Campo Vaccino per la Piazza di Spagna, l'Arco di Tito fontana tartarughe.jpg (31996 byte)per la Fontanella delle Tartarughe. La magnificenza principesca dei Colonna, dei Doria, dei Barberini l'attraeva assai più della ruinata grandiosità imperiale.» La bellezza dell’arte è, per D’Annunzio, slegata da un fine morale, e la scelta della parola è scelta musicale ed evocativa, come si nota anche in questo romanzo. La ricerca del bello coincide, inoltre, con la tipica immagine dell’eroe decadente. Nel 1892 l’incontro con Nietzsche diede nuova vitalità allo scrittore, che applicò la teoria del superuomo a se stesso, alla figura del poeta in genere – caratterizzato da individualismo ed eccezionalità – e ai protagonisti delle sue opere. Dal 1897 al 1903 si dedicò interamente alla produzione teatrale. Nel 1915, da acceso interventista, partecipò alla Prima Guerra Mondiale come volontario. Guidò spericolate azioni, tra cui il noto volo su Vienna nel 1918. Alla fine della guerra, alla testa di un gruppo di legionari, nel 1919 marciò su Fiume e occupò la città per protesta contro la mancata annessione dell’Istria e della Dalmazia all’Italia. Nel 1921 si ritirò sul Lago di Garda, nella sua villa. Mussolini infatti l’aveva colmato di onori, ma allontanato dalla politica attiva. Morì il 1° Marzo del 1938.

bibliografia essenziale

Canto Novo, 1882

Poema Paradisiaco, 1893

Il piacere, 1891

L’innocente, 1892

Trionfo della morte, 1894

La figlia di Jorio, 1904

Laudi del cielo del mare della terra degli eroi, 1903-1912

Le faville del maglio, 1924-1928

Notturno, 1916

scrivere: produzione creativa su traccia

1) Nel brano che hai letto c’è un piccolo dialogo fra Sperelli e Elena.

«Ho tante cose da raccontarvi, Elena. Venite da me, domani? Nulla è mutato nel buen retiro. - Ella aveva risposto, semplicemente: - Bene; verrò. Aspettatemi alle quattro, circa. Ho anch'io qualche cosa da dirvi. Ora lasciatemi. Ella aveva accettato sùbito l'invito…»

Immagina ora quale tipo di dialogo potrebbe svolgersi fra i due all’arrivo di Elena.

Per farlo, nota l’uso del voi e l’atmosfera imbarazzata, che produce battute brevi.

Il dialogo potrebbe cominciare così:

«Siete giunta, infine. Vi ho atteso tutto il pomeriggio ….»

2) Scegli luogo, tempo, personaggi e racconta la storia di un altro incontro.

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