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a cura di Vincenzo de Simone

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20/08/2014. Riceviamo per conoscenza da Massimo La Rocca

Ogni anno il 21 agosto a Salerno in occasione dell'Alzata del Panno di San Matteo, in cui campeggia la frase attribuita a San Matteo "Salerno è mia: io la difendo", viene ricordato ai Salernitani l'Assedio della città da parte del Pirata Barbarossa, perpetuando quindi, come un disco rotto, un errore storico difficile da estirpare. Barbarossa infatti NON ERA UN PIRATA! E sicuramente non lo era quando assediò Salerno. Da ciò che mi riferì un giornalista salernitano, se si continua a perpetuare l'errore, è perché la Diocesi di Salerno nell'inviare annualmente il comunicato stampa sull'Alzata del Panno, continua a scrivere del Pirata Barbarossa, errore che poi viene ripreso da tutti i mass media salernitani. <<Bisognerebbe ricordarlo anche alla Diocesi di Salerno che Barbarossa non era Pirata!>> mi rispose il giornalista. Ecco perché invierò quanto sto scrivendo anche alla Diocesi di Salerno.

Come si legge dalla sua biografia, Ariadeno Barbarossa (italianizzazione del turco Barbaros Hayreddin) nacque nel 1465 circa a Mitilene città dell'Impero Turco, ma oggi greca; in gioventù esercitò effettivamente la pirateria nel Mediterraneo; però dal 1504 per molti anni sarà ufficialmente Corsaro per conto del re di Tunisi; nel 1519 dall'Imperatore Turco viene nominato Governatore Generale dell'Algeria, e per conto dell'Imperatore continuerà a svolgere la cosiddetta guerra di corsa; grazie ai suoi numerosi successi militari contro Genovesi, Veneziani, Fiorentini, Pontifici, Arabi, ma soprattutto contro gli Spagnoli, nel maggio del 1533 Ariadeno Barbarossa viene chiamato dall'imperatore turco Solimano il Magnifico nel Palazzo Topkapi a Istanbul, capitale dell'Impero, per assumere la carica di Qapudan Pascià, titolo che si dava al Comandante Supremo della Flotta Militare Turca, e probabilmente, come risulta dall'Enciclopedia Treccani, Ariadeno Barbarossa fu il primo nella Storia dell'Impero Turco ad assumere la carica di Qapudan Pascià.

A causa della conquista di Tunisi strappata da Barbarossa al suo legittimo re, nel 1535 l'imperatore spagnolo Carlo V d'Asburgo raduna a Barcellona, al comando dell'ammiraglio genovese Andrea Doria, una flotta di 82 galee e oltre 200 vascelli. Barbarossa con 500 turchi della sua guardia, si colloca nella fortezza di Tunisi munita di oltre 300 bocche da fuoco di bronzo; a sua disposizione si trovano 9700 uomini; nei magazzini sono fatti rinchiudere circa 7000 schiavi cristiani. Viene bombardata la fortezza e vi è aperta una breccia nelle mura attraverso cui penetrano gli Spagnoli. Barbarossa si pone alla testa dei suoi uomini per ostacolare la marcia dei nemici sulla città; spinge avanti la cavalleria che viene fermata dagli Spagnoli. Viene ora attaccato in Tunisi; gli schiavi cristiani trovano modo di liberarsi; le sue truppe sbandano; Barbarossa si precipita fuori del Palazzo per un’uscita secondaria; attraversa a fatica le viuzze della città; monta su un cavallo e prende la via del deserto. In Spagna e Italia si crede che Barbarossa sia morto in battaglia: la notizia provoca manifestazioni di esultanza popolare e processioni di ringraziamento. Barbarossa però è più che mai vivo. Tunisi sarà saccheggiata dagli Spagnoli per 2 giorni: 30.000 sono i morti e 10.000 gli abitanti ridotti in schiavitù. Come si potrà capire meglio più avanti, all'epoca massacri e violenze venivano compiuti da entrambi gli schieramenti contrapposti.

E' da ricordare che di ritorno da Tunisi dove aveva sconfitto Barbarossa, l'imperatore Carlo V si fermò a Salerno per ben 4 giorni dimorando in Palazzo Ruggi d'Aragona, ancora oggi esistente a via Tasso: a scopo turistico è stata apposta una targa sul Palazzo per ricordare l'importante visita?

Nel 1538 Barbarossa affrontò nuovamente l'ammiraglio Andrea Doria, nella famosa battaglia di Prevesa in Albania. Barbarossa ha ai suoi ordini 130 galee e un'ottantina di vascelli minori; decide di rischiare lo scontro con gli avversari anche se le forze a sua disposizione sono nettamente inferiori. Il Doria lo fronteggia con 80 galee veneziane, 36 pontificie, 30 spagnole, 50 galeoni e 200 altre navi da guerra, con a bordo 60.000 uomini e 2500 cannoni. Barbarossa vince lo scontro affondando alcune navi nemiche e catturandone altre.

 Tralasciamo tanti altri fatti documentati delle imprese di Ariadeno, e veniamo a quelli più legati all'Assedio salernitano, anche per comprendere la possibile tragedia che si sarebbe potuta abbattere sulle popolazioni del Principato di Salerno.

Nell'aprile del 1543 Barbarossa esce da Istanbul con 70 galee, 40 galeotte, 100 navi grosse. A seguito dell’alleanza dell'imperatore turco Solimano con il re francese Francesco I, Barbarossa viene inviato in Francia.

Agli inizi del 1544 sverna a Tolone nel sud della Francia con 30.000 uomini; si stabilisce in una fabbrica di sapone che diviene ben presto un fastoso palazzo. In primavera riprende il mare.
Agli inizi di giugno del 1544 Barbarossa si colloca alla fonda nell’isola d’Elba in Toscana, e minaccia la costa di Piombino nel caso che non venga liberato dai D’Appiano un giovane turco catturato 9 anni prima nell’impresa spagnola di Tunisi. Fa mettere a sacco l’abitato di Castiglione della Pescaia, e conquista le Rocchette il cui possesso costa la vita a 1800 turchi. Si impadronisce poi di Talamone: quanti uomini sono trovati, tanti sono fatti prigionieri e mandati a riempire le stive delle navi da carico o a rinforzare le ciurme delle galee. In tale località ha una vendetta da compiere: trae dalla tomba il cadavere di Bartolomeo Peretti, lo fa bruciare e ne disperde le ceneri. L’anno precedente infatti il Peretti, alla testa di 3 galee pontificie, aveva fatto dare alle fiamme la villa che Barbarossa possiede a Mitilene sua città natale. Di seguito Barbarossa occupa Porto Ercole e l’isola del Giglio (oggi famosa per il naufragio della Costa Concordia): la prima località si arrende e gli concede 30 uomini in cambio della promessa di risparmiare la città, i 30 vengono messi in catene, il castello è messo a sacco, la città è data alle fiamme, non vi resta intatta che una sola casa dopo un incendio durato 3 giorni; nell’isola del Giglio fa 632 prigionieri e fa decapitare tutti i notabili del paese, fra cui sindaco, notaio e parroco. Tra i deportati vi è anche Margherita Nanni Marsili, una donna di Siena sorpresa sulla spiaggia vicino Talamone; costei sposerà più tardi l'imperatore turco, e secondo la leggenda spingerà quest'ultimo a far uccidere il figlio di una sua concubina per assicurare la successione al primogenito di nome Selim. Barbarossa assale con forza Civitavecchia; ne è respinto; Leone Strozzi che lo affianca con le galee francesi, lo convince ad abbandonare l’impresa.

Il 25 giugno del 1544 Barbarossa minaccia Pozzuoli: l’arrivo alla difesa della città del viceré spagnolo don Pedro de Toledo con 1000 armati, lo persuade a far risalire i suoi uomini sulle navi. Quindi saccheggia Procida, ma la sua rabbia si scarica su Ischia: scende di notte, riduce in schiavitù gran parte della popolazione(1500 prigionieri) e brucia Forìo. Gli sta alle costole con 30 galee il genovese Giannettino Doria, ma Barbarossa a sua volta gli dà la caccia e lo costringe a spostarsi a sud verso la Sicilia.

L'ammiraglio Ariadeno Barbarossa, comandante supremo della flotta militare turca(quindi non pirata!), appare nel Golfo di Salerno con le sue navi il 27 giugno del 1544. E c'è da scommettere che qualcuno gridò <<mamma li turchi!>>, esclamazione che a partire dal '400, con la costante minaccia turca, entrò a far parte della cultura popolare italiana. Le navi turche si disposero innanzi a Salerno e Amalfi, per metterle a ferro e fuoco, spogliarle dei loro tesori e trarne il maggior numero di prigionieri. Quel giorno il cielo era sereno, il mare calmo, non un alito di vento disturbava la quiete, ma il pericolo che incombeva sulla città all’avvicinarsi alla riva delle scialuppe cariche di turchi era minaccioso. Molti Salernitani corsero alle armi nella speranza di opporre resistenza agli invasori, altri conoscendo la fama della crudeltà di Ariadeno fuggirono disperdendosi nelle campagne vicine, altri ancora si riversarono nella Cattedrale per supplicare l’intervento di San Matteo. I feroci turchi erano quasi sbarcati, quando improvvisamente una tempesta di vento e acqua si abbatté sul Golfo. Le navi non ressero più all’àncora, quindi molte di esse scontrandosi affondarono, altre furono sbattute sulla riva, altre si dispersero nel Tirreno. I venti impediranno (fortunatamente!) a Barbarossa di aggredire nuovamente Salerno, pur trovandosi alla volta di Capo Palinuro.
Per i Salernitani fu un Miracolo del proprio patrono, l'Apostolo ed Evangelista San Matteo, per gli Amalfitani del proprio patrono, l'Apostolo Sant'Andrea. Secondo il mito, i 2 Santi apparirono nel cielo del Golfo di Salerno suscitando la tempesta che pose fine all'Assedio turco, fu in questa occasione che San Matteo pronunciò la celebre frase "Salerno è mia: io la difendo", ma i vecchi salernitani raccontano ancora oggi, che per volontà di San Matteo, i 2 leoni di pietra ai lati del Portale d'ingresso all'Atrio del Duomo, presero vita per scacciare gli invasori.
A seguito del presunto Miracolo di San Matteo, è risaputo che a Salerno si decise di inserire la figura dell'Evangelista nello Stemma della città; anche se c'è chi ha affermato recentemente che nel Campanile di San Matteo, tra le varie campane, quella risalente a prima del 1544 reca impresso lo Stemma della città già inclusivo dell'immagine del Santo patrono (mistero da chiarire)!
Come ricorda Fernando Dentoni Litta in "Tradizioni Popolari Salernitane", per quanto concerne l’anniversario del fatto miracoloso, tradizionalmente a Salerno veniva ricordato ogni anno con la “Festa del Barbarossa” con tanto di processione dei resti di San Matteo; la Festa continuò a svolgersi ancora qualche anno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale per poi perderne traccia.
Però da quello che so, un'omologa “Festa del Barbarossa” sopravvive ancora oggi ad Amalfi. Tale Festa a Salerno sarebbe da resuscitare in chiave turistica, ma soprattutto religiosa visto che era legata a un Miracolo di San Matteo, e in tal senso l'Arcivescovo Moretti dovrebbe essere d'accordo, non trattandosi di una di quelle tradizioni profane legate alla Processione di San Matteo, alle quali egli ha dichiarato guerra in queste settimane.
Nella Cripta del Duomo di Salerno, tra il 1606 e il 1609, dal pittore di origini greche Belisario Corenzio, furono realizzati 2 affreschi per ricordare il Miracolo di San Matteo. Uno raffigura il momento dell'Assedio di Salerno da parte della flotta turca; in esso da sinistra si osservano un paio di Torri (di cui una è forse la Torre Crestarella), la strada per Vietri, un grosso edificato di colore chiaro (Casino di Sant'Isidoro? Chiesa della Madonna del Monte o Chiesa della Madonna degli Angeli con case limitrofe?), il Monte San Liberatore con l'Eremo omonimo, la massa scura del Molo Manfredi, l'Ospedale di San Giovanni a Mare (con l'alto campanile) forse oggi corrispondente alla Caserma della Guardia di Finanza a via Indipendenza; la Chiesa di Sant'Anna al Porto, la città con il Castello Arechi, il Colle Sant'Eremita sovrastato da una Torre. L'altro affresco invece raffigura la Tempesta davanti alla città che mette in seria difficoltà le navi turche; a differenza dell'altro affresco, qui da sinistra compare subito l'Ospedale di San Giovanni a Mare col suo alto campanile, poi la Chiesa di Sant'Anna al Porto, la città col Castello, il Colle Sant'Eremita con la sua Torre, la Foce del Fiume Irno scavalcata da un Ponte su cui s'intravede una macchia scura corrispondente a un'edicola votiva.
Non sarebbe il caso che la Soprintendenza Archeologica di Salerno svolgesse indagini per individuare le navi militari turche, e forse anche francesi, affondate nel 1544 durante l'assedio di Salerno e Amalfi? Recuperare cannoni turchi e francesi risalenti al '500, sarebbe una bella impresa! Male che vada, si individuerebbero relitti di altre epoche di cui i fondali del Golfo di Salerno sono sicuramente pieni: navi etrusche, greche, romane, e magari proprio la nave romana che trasportava la bronzea Testa di Apollo scoperta negli anni '30 del '900 di fronte Salerno, ed oggi al Museo Archeologico Provinciale.
Ritornando alla cronostoria di Barbarossa, dopo pochi giorni dall'Assedio salernitano, a luglio del 1544 nello stretto di Messina fa 1000 prigionieri ed uccide 200 persone. Compare da ultimo presso l'isola di Lipari a nord della Sicilia: il capoluogo è messo a sacco e dato alle fiamme; 2000 uomini e donne sono ammassati per essere venduti come schiavi. Ma ora Barbarossa si trova senza polvere da sparo e con le stive strapiene di prigionieri. Un conto approssimativo sul numero di prigionieri presi nella spedizione sulle coste italiane, porta ad una cifra aggirantesi sui 15-20.000 uomini. Fece rientro a Istanbul con alla catena 7000 cristiani; gli altri morirono durante il viaggio.
Nel 1545 a Istanbul fa costruire un grande Palazzo ed una superba Moschea. Nel 1546 muore nella capitale turca per febbre (consumato dai vizi dell’harem si scrisse in un rapporto francese del tempo); è sepolto a Istanbul vicino al Bosforo nel quartiere di Besiktas in una Tomba mausoleo (foto 5, fonte Wordpress) costruita dal famoso architetto Sinan; il luogo diviene il posto dove i nuovi Qapudan Pascià della Flotta Turca ricevono l'investitura della loro carica; per molti anni dopo la sua morte, nessuna nave turca lascerà il Bosforo senza sparare un colpo di artiglieria in segno di saluto per la sua Tomba, che diverrà inoltre un luogo di preghiera per i marinai musulmani. Oggi a Istanbul, capitale della Turchia, la sua Tomba si trova all'interno del Parco Barbarossa (foto 6, fonte Wordpress), nel quale è stato costruito anche un Monumento in suo onore con tanto di statua (foto 7, fonte Wikipedia) proprio vicino al Museo Navale Turco; per giunta dal Parco Barbarossa parte un largo e lunghissimo viale ossia il Boulevard Barbarossa (foto 8, fonte Wikipedia) che costituisce una delle principali arterie stradali della città. I Turchi non avrebbero mai reso così tanti onori a un Pirata.
Oggi 2014 a Salerno e Amalfi continuiamo a parlare di Pirata Barbarossa! Ma in questo modo non si rende onore a Salerno e Amalfi che vennero assediate da un importante Condottiero quale fu. Detto questo, non va però dimenticato il lato spietato e sanguinario dell'ammiraglio Ariadeno Barbarossa, che per diversi decenni fu causa di innumerevoli sofferenze tra le genti nel Mediterraneo, soprattutto cristiane.
Cordiali saluti. Massimo La Rocca

 

Cripta del Duomo di Salerno, affreschi in ricordo del Miracolo di San Matteo (immagini di Paola Valitutti)

 

Ariadeno Barbarossa, ritratto (fonte Wikipedia), tomba (fonte Wordpress), monumento (fonte Wikipedia)

 

 

 

 

 

 

20/06/2014. Riceviamo per conoscenza da Massimo La Rocca

L'amico architetto Daniele Magliano mi ha segnalato la situazione scandalosa in cui ha trovato recentemente l'antica Chiesa di San Filippo Neri in Via Santa Maria della Consolazione nella parte alta del Centro Storico di Salerno. Ai suoi occhi, e a quelli di altri visitatori, la Chiesa è apparsa con porte spalancate e del tutto incustodita, e per di più in pessimo stato di conservazione con disordine ovunque.

Scrive Daniele: <<Il giorno 1 Giugno scorso, complice una stupenda giornata di sole, mi sono ritrovato a passeggiare per Via Salvatore De Renzi, parte alta del Centro Storico, con l'intenzione di godermi lo stupendo paesaggio che si scruta da quella posizione... mi sono soffermato davanti a un'antica Chiesa posizionata precisamente su Via Santa Maria della Consolazione>>.

La piccola Chiesa di San Filippo Neri, originariamente intitolata alla Santa Croce, fu costruita verso la fine del 16° secolo dai Cappuccini, come seconda Chiesa del loro enorme Convento sito su Via Santa Maria della Consolazione(Convento che nel 19° secolo diventerà Carcere femminile e che oggi è incivilmente abbandonato!), in aggiunta alla prima Chiesa che era più grande. Nel 1761 la Congregazione dell'Immacolata Concezione di Maria Santissima e di San Filippo Neri acquisì la piccola Chiesa. Nel 1763 iniziano i lavori di ampliamento e ristrutturazione della stessa, che prevedevano la realizzazione della Sagrestia a est dell'Aula di culto, il rifacimento dell'Altare e l'apertura di 2 Nicchie laterali per ospitare le Statue della Vergine e di San Filippo Neri, quest'ultima realizzata da Giuseppe Manzo nel 1778.

L'interno verrà inoltre decorato con stucchi nel corso dell'800. La Chiesa si può ammirare anche in una vecchia xilografia, pubblicata nel 1858 su "The Illustrated London" e tratta dal disegno di un viaggiatore inglese rimasto affascinato dall'Edificio religioso e dalla vista di Salerno che si godeva da quel luogo. Nonostante lavori di consolidamento statico relativamente recenti eseguiti dalla Soprintendenza, oggi la Chiesa è in completo stato di abbandono.

La struttura, insieme alla Chiesa del Monte dei Morti in Largo Plebiscito, è uno dei pochi esempi a Salerno di edificio a pianta ottagonale; l'accesso ad essa è assicurato da 2 diversi ingressi, uno laterale, con una scala che dava sul Giardino del Convento dei Cappuccini, e l'altro sulla facciata principale, facciata caratterizzata da una finestra ovale e da 2 lesene con capitelli a volute sui quali si erge un timpano curvilineo.

Sull'altare maggiore è posto un dipinto in cui sono rappresentati degli Angeli in adorazione della Croce, ma l'interno risulta pure arricchito da affreschi raffiguranti episodi della vita di San Filippo Neri.

Così continua Daniele: <<La Chiesa si trova in condizioni pietose, lo stucco rosa sulla facciata principale è crollato a causa dell'incuria>> e aggiungo che sono in parte crollati sulla facciata pure i capitelli delle lesene a causa della presenza di piante infestanti <<anche il Campanile a vela, al di sopra della facciata della Sagrestia, s'intravede appena tra le sterpaglie. La porticina di sinistra, quella che portava al Giardino del Convento, attraverso una scala, l'ho trovata aperta, ed io, sapendo che era in corso la manifestazione Salerno Porte Aperte che prevede l'apertura provvisoria di monumenti normalmente chiusi, ho creduto di primo acchito che anche tale Chiesa fosse stata aperta grazie a questo evento. Sono entrato e, con mio grandissimo rammarico, ho scoperto una Chiesa deserta e ridotta in uno stato di completo abbandono e degrado, come si evince pure dalle foto riportate. Sono sempre più amareggiato dall'abbandono in cui versano le testimonianze del passato salernitano, i Salernitani ormai nemmeno se la ricordano più questa Chiesa, rimango meravigliato da come un gioiello di architettura barocca del genere ormai non rientri neanche più negli itinerari culturali del Centro Storico, sono indignato dal comportamento di una parte degli intellettuali salernitani che non si preoccupa affatto che la Chiesa sia diventata un rudere, un rudere posizionato a ridosso delle vecchie Mura longobarde che proteggevano la città e in un'area tra le più interessanti del Centro Storico di Salerno, il cosiddetto Plaium Montis caratterizzato da numerosi Complessi conventuali. Spero che questa mia riflessione possa anche solo in parte toccare le coscienze dei Salernitani distratti, possa in qualche maniera smuovere un certo immobilismo culturale, e porti anche altri cittadini a denunciare l'abbandono non solo di tale Chiesa, ma di gran parte dell'area a nord di Via Tasso.>> A questo punto sul perché la Chiesa domenica 1 giugno fosse aperta si possono formulare almeno 2 ipotesi: 1) Era stata visitata dai ladri notte tempo; 2) Rientrava nell'iniziativa di "Salerno Porte Aperte".

Se è giusta questa seconda ipotesi, visto che "Salerno Porte Aperte" prevede l'adozione dei Monumenti da parte delle Scuole cittadine o da parte delle Associazioni Culturali cittadine, come mai la Chiesa risultava del tutto incustodita? E i responsabili di questa negligenza verranno perseguiti?

Se invece è giusta la prima ipotesi, Daniele e io ci chiediamo se non siano state rubate le 2 Statue settecentesche della Vergine e di San Filippo Neri, considerando che nella Chiesa tali opere oggi non ci sono più!

Cordiali saluti. Massimo La Rocca

Immagini allegate di Daniele Magliano.

 

 

 

21/06/2014. Riceviamo per conoscenza da Massimo La Rocca

Questa  la risposta alla mia segnalazione su degrado e abbandono della Chiesa di San Filippo Neri a Salerno che mi ha dato un funzionario della Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici di Salerno, funzionario del quale non cito il nome per non creargli eventuali difficoltà:

<<Gentile Sig. Massimo La Rocca, in merito alla segnalazione della Cappella di San Filippo Neri, Le comunico che ho interessato la Curia di Salerno, la quale già mesi fa ha provveduto a chiudere le porte della chiesa su nostra segnalazione. Evidentemente è stata fatta un'altra intrusione.

Per le sculture purtroppo non abbiamo notizie. Già nel 2000, è stata redatta una scheda da un funzionario della nostra Soprintendenza, per il volume "Il Centro Storico", laddove la statua di san Filippo risultava trafugata e l'altra è stata menzionata come da fonti di archivio.

Per il degrado sono d'accordo con Lei e con quanti ne rimangono delusi, purtroppo noi del Ministero possiamo poco per ragioni che credo conosciate. Questi sono monumenti che andrebbero segnalati ad eventuali Sponsor, lo Stato aiuta pochissimo i Beni Culturali e noi fatichiamo moltissimo a gestirli, siamo pochi ormai, senza nessuna nuova assunzione, e per andare sul territorio provinciale, (noi di Salerno arriviamo fino a Sapri e all'interno del Cilento) ci dobbiamo arrangiare! Non abbiamo più l'auto di servizio, siamo fortunati se ci arriva il treno, gli autobus nemmeno a parlarne, se ci sono hanno orari infelici e tragitti non consoni. Non per fare piagnistei, ma noi tanto vituperati Funzionari delle Soprintendenze che secondo alcuni "rubiamo lo stipendio", quando andiamo in "missione" ci andiamo senza guadagnare niente, anzi spesso ci rimettiamo anche le spese dei mezzi pubblici. Questo glielo segnalo Sig. La Rocca perché troppo spesso veniamo additati come dei fannulloni rubastipendi! Anche noi come tanti cittadini, amiamo i nostri monumenti, e cerchiamo di fare il possibile, purtroppo quando facciamo bene il più delle volte non ci viene riconosciuto. Non fa niente, per quanto mi riguarda lavoro con passione e dedizione e non mi interessano i gossip e apparire a tutti i costi...>>

Saluti cordiali. Massimo La Rocca


 

 

 

 

 

 

08/06/2014. Riceviamo per conoscenza da Massimo La Rocca

Scrivo la presente Mail alla Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici di Salerno e alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno per segnalare molte opere d'arte che fino a qualche anno fa erano presenti in un piccolo Museo allestito all'interno della Canonica della Chiesa dell'Annunziata a via Porta Catena a Salerno, Chiesa che oggi è in corso di restauro.

Forse di queste opere le Soprintendenze citate sono già a conoscenza e ne hanno predisposto la tutela, ma nel dubbio inoltro la presente segnalazione.

Tra queste opere risultavano arredi sacri probabilmente provenienti da 2 antichissime Chiese salernitane amministrate dal parroco dell'Annunziata, ossia dalla Chiesa della Madonna del Monte in via Madonna del Monte e dalla Chiesa di Santa Trofimena in piazza Matteo D'Aiello. Proprio da quest'ultima Chiesa proveniva sicuramente il Quadro raffigurante Santa Trofimena, se non sbaglio un suo Miracolo, o forse il suo Martirio; ricordiamo che la Chiesa di Santa Trofimena a Salerno fu realizzata proprio nel luogo dove nell'839 dopo Cristo furono custodite provvisoriamente le reliquie della Santa, durante il loro trasferimento da Benevento a Minori.

Monsignor Pagliara, il vecchio parroco dell'Annunziata, considerava il Quadro l'opera più importante del piccolo Museo, e quindi lo custodiva gelosamente, infatti qualche anno fa su Telediocesi Salerno riferì che a Minori (Salerno) in Costiera Amalfitana - dove c'è la Cattedrale di Santa Trofimena in cui si custodiscono ancora oggi le reliquie della Santa fanciulla siciliana - un Quadro del genere non ce l'avevano, quindi glielo chiesero, ma lui non ritenne opportuno sottrarlo al Patrimonio Storico di Salerno.

Ammesso che non lo abbiano già fatto, spero che le Soprintendenze salernitane possano interessarsi della questione, anche per evitare che si ripeta quello che è accaduto in passato nel corso dei restauri della Chiesa dei Morticelli a largo Plebiscito e della Chiesa di San Salvatore de Drapperia a via Mercanti, allorché scomparvero o furono rubati diversi Quadri che erano pregevoli testimonianze del Barocco salernitano, Quadri che mi risulta non siano stati ancora recuperati!

Cordiali saluti. Massimo La Rocca

 

a lato: Salerno, chiesa di Santa Trofimena

in alto: Minori, basilica di Santa Trofimena


 

 

 

 

 

 

16/05/2014. Riceviamo per conoscenza da Massimo La Rocca

Vi scrivo per segnalarvi la demolizione di manufatti in pietra che sorgono a Salerno in Via San Francesco di Paola a ridosso del lato nord del cinquecentesco Convento di San Francesco di Paola (ex Caserma Giacinto Vicinanza).

Questi manufatti sorgono in un terreno che molto probabilmente in antichità era parte dei Giardini del Convento in questione.

Se non sono già a conoscenza di questa demolizione, chiedo alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno e alla Soprintendenza Archeologica di Salerno di intervenire per svolgere le opportune verifiche.

Vi invio anche immagini dello stato di fatto prima dell'inizio di tale demolizione.

Cordiali saluti. Massimo La Rocca

 


 

 

 

 

 

 

20/04/2014. Riceviamo per conoscenza da Massimo La Rocca

Riguardo alla ristrutturazione in corso del cinquecentesco Convento di San Francesco di Paola in Piazza Matteo Luciani nel Centro Storico di Salerno, per adibirlo a Uffici della Questura e della Procura, faccio notare che nei giorni scorsi hanno avuto il coraggio di MURARE con mattoni forati le antiche ARCATE del LOGGIATO all'ultimo piano della Facciata principale che prospetta proprio sulla Piazza (foto 1)!!

SI CHIEDE alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno di intervenire presso i committenti della ristrutturazione, affinché i setti murari in mattoni forati che hanno chiuso le Arcate del Loggiato vengano DEMOLITI e venga ripristinata la situazione antecedente alla ristrutturazione, quando tali Arcate erano chiuse esclusivamente con Vetrate (foto 2), una situazione di compromesso ideale, considerando che in origine, quando il Loggiato fu realizzato, nel '500 o nel '700, le Arcate erano completamente aperte (foto 3).

Una ristrutturazione rispettosa di un Monumento così antico, avrebbe dovuto prevedere addirittura il ripristino dell'aspetto del Chiostro quadrato ricreando il Giardino e la Fontana al centro, nonché un recupero della Chiesa annessa (che é addirittura più antica del Convento) con la ricostruzione della Cupola della quale oggi sopravvive solo il Tamburo circolare su cui essa poggiava.

Dall'altra parte della strada un altro Monumento di Salerno, la Chiesa dell'Annunziata, si sta riportando al suo originario splendore, qui invece stanno rovinando un Monumento. A Salerno insomma esiste un concetto contraddittorio di tutela del Patrimonio Storico. Da una parte miglioriamo, dall'altra peggioriamo. Nell'ottica della Città Turistica, questo non va bene!!

Cordiali saluti. Massimo La Rocca

Immagini allegate, fonti: Vincenzo Caroniti (1); Soprintendenza Beni Architettonici e Paesaggistici Salerno (2); Ebay(3).

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26/02/2014. Riceviamo per conoscenza da Massimo La Rocca

Vi ricordate della Chiesa di Santa Maria dei Barbuti in Vicolo Barbuti nel Centro Storico di Salerno, nei mesi scorsi trasformata inopportunamente in Dormitorio per Senzatetto dalla Caritas Diocesana salernitana con l'autorizzazione del Comune di Salerno?

Durante i restauri della Chiesa, completati nel 2005, fu scoperto all'interno della muratura perimetrale della Navata, un importante elemento architettonico arabeggiante (immagine 1): un grande Arco a sesto acuto in muratura, che sottende una Gelosa in stucco, che a sua volta include una Porta (oggi murata e che serviva ad accedere all'antica Sagrestia della Chiesa stessa) e una Nicchia (per molto probabilmente realizzata in epoca posteriore rispetto alla Gelosa).

Per comprendere come appariva in origine tale importante elemento architettonico (ma tralasciando il disegno della Nicchia), di esso ho realizzato la Ricostruzione tridimensionale renderizzando 5 punti di vista; di questi, 3 ci fanno vedere la parte frontale che affaccia verso l'interno della Chiesa (immagini 2,3,4), mentre gli altri 2 ci rivelano la parte posteriore che era rivolta verso la Sagrestia (immagini 5,6).

La Chiesa di S. Maria dei Barbuti fu edificata in un anno imprecisato grazie alla volontà dei coniugi longobardi Dauferio, come testimonia un'Iscrizione posta sulla Facciata principale della Chiesa al di sopra del Portale; visto che la conquista normanna della Salerno longobarda datata al 1076, e che comunque i nomi longobardi a Salerno dovettero sopravvivere ancora per diversi decenni, se ne deduce che ragionevolmente la fondazione della Chiesa da parte dei Dauferio non va al di là dell'11secolo.

La Gelosa presente nella Chiesa potrebbe quindi risalire proprio all'11secolo! E considerando la non perfetta simmetria tra i rombi della parte destra e quelli della parte sinistra, nonché la non perfetta orizzontalità delle file di rombi, direi che da escludere che la Gelosa sia stata realizzata da maestranze arabe, più inclini queste a realizzare opere di grande precisione; le maestranze che la realizzarono si ispirarono comunque a Gelose simili che avevano avuto modo di osservare in qualche città del mondo islamico, in particolare nella Sicilia araba, nella Spagna araba, nell'Africa settentrionale, dove oggi la Gelosa italiana si traduce con i termini di Celosa (lingua spagnola) e Marabiya (trascrizione dalla lingua araba).

L'antichissima Gelosa di S. Maria dei Barbuti trova, sempre nel Centro Storico di Salerno, una nobile erede nella Gelosa del 18secolo presente all'interno della Sagrestia della Chiesa dell'Annunziata in Via Porta Catena (immagine 7); qui per la Gelosa in legno, e a includerla  un grande Arco a tutto sesto in muratura.

L'autore della Gelosa barocca dell'Annunziata ebbe forse modo di visionare la Gelosa arabeggiante di S. Maria dei Barbuti, e si ispirò ad essa per realizzare la sua Opera?

Detto questo, la Gelosa dei Barbuti - UNICA AL MONDO fino a quando non se ne scoprirà un'altra che uguale al tempo stesso per antichità, disegno, dimensioni, materiale - potrebbe essere stata concretamente danneggiata durante i lavori di trasformazione della Chiesa in Dormitorio per Senzatetto! Infatti i lavori effettuati nella Chiesa, senza la supervisione della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici e della Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici, hanno comportato la costruzione nella Navata di tramezzi divisori e di bagni con relativi impianti idraulici che hanno intaccato le millenarie murature della Chiesa.

Sul dove passeggiano, vivono, lavorano i funzionari delle Soprintendenze salernitane per non accorgersi di quello che accade a 50 metri dalle loro sedi Palazzo Ruggi d'Aragona e Palazzo D'Avossa, un mistero che non è stato ancora svelato, paragonabile al mistero delle sirene avvistate in anni recenti nelle profondità dei mari della Scandinavia e del Nord America. Il Centro Storico di Salerno, ma in generale l'intera città, oggetto di frequenti deturpamenti, ruberie e demolizioni di beni antichi; nonostante ciò, da quanto è dato sapere, mai nessuno dei responsabili viene perseguito e punito; la mancanza di deterrente è un invito ai barbari a continuare nel loro malcostume.

Va bene poi che la Caritas Diocesana si adoperi per i Senzatetto, ma sarebbe stato un atto di civiltà ospitarli in una struttura moderna e funzionale, al contrario appare come un atto di inciviltà ospitarli all'interno di una sede adattata alla meglio con la possibilità concreta che siano state danneggiate testimonianze rilevanti della Storia e dell'Arte salernitane; già dall'esterno della Chiesa sono visibili i danni causati dalla trasformazione in Dormitorio, ad esempio al posto di un'Epigrafe (risalente alla fondazione della Chiesa) in lingua latina e forse scrittura beneventana situata sotto la soglia d'entrata (vedi immagine 8), oggi si vede una lunga striscia di cemento (vedi immagine 9): insomma nella peggiore delle ipotesi l'Epigrafe è stata scalpellata e ricoperta col cemento, insomma distrutta! C'è da chiedersi quale Direttore dei Lavori dotato di un minimo di cultura ha potuto consentire questo.

Scoperto finalmente l'uso improprio della Chiesa e il danno all'Epigrafe, grazie alla segnalazione dei cittadini del Centro Storico, la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici ha intimato alla Caritas Diocesana il ripristino dello stato dei luoghi entro 15 mesi. E se allo scadere dei 15 mesi ci si accorge che ad esempio l'Epigrafe (per non parlare del resto della Chiesa e della Gelosa in particolare) è stata distrutta, come si farà a ripristinarla? Sarà forse sufficiente riscrivere l'Epigrafe con un pennarello nero comprato in cartoleria?

Eppure già nel 2010 inviai una Mail a una delle Soprintendenze salernitane, nella quale riferivo che quell'Epigrafe, riportata alla luce dopo i lavori di ripavimentazione con mattoni rossi di Vicolo Barbuti, non stava bene dove stava, troppo esposta a potenziali atti di vandalismo, era meglio rimuoverla e metterla al sicuro all'interno della Chiesa oppure in un Museo, non ebbi NESSUNA RISPOSTA!

Invito le istituzioni salernitane Caritas Diocesana, Curia Arcivescovile, Soprintendenze e Comune di Salerno, ad adoperarsi affinché Salerno diventi pienamente una Città europea, una Città civile ... non solo a parole, perché  difficile pretendere da tutti i cittadini la civiltà, quando le stesse istituzioni si distinguono per comportamenti che non sono esempi di civiltà.

Cordiali saluti. Massimo La Rocca

P.S. - Vi invio in allegato 9 immagini: fonti Gruppo Archeologico Salernitano (immagine 1); Massimo La Rocca (immagini 2,3,4,5,6); Annunziatasalerno.it (immagine 7); Vincenzo de Simone, storico (immagini 8,9).

 

1

2 3

 

4 5 6

 

7 8

9

Un solo appunto mi sento di muovere a quanto scritto da Massimo La Rocca, per altro non riguardante la sua denuncia del tutto condivisibile. Presso i longobardi non esistevano i cognomi, quindi intendere quel Dauferio  

come cognome di una coppia di sposi, come noi diremmo

i coniugi Rossi è errato. In realtà, l'iscrizione posta sulla facciata della chiesa (certamente ricollocata dal suo

luogo originario) è mutila ed in origine doveva recitare:

i coniugi Dauferio [e] seguito dal nome della consorte.   


 

 

 

 

 

 

07/11/2013. Riceviamo per conoscenza da Massimo La Rocca

Vi segnalo in allegato una cartolina datata all'incirca agli anni '20 del '900, in cui si vede la Chiesa di San Massimo nel Centro Storico di Salerno adibita ad aula del Collegio Genovesi. All'epoca la Chiesa appariva ancora nel suo aspetto barocco, a differenza delle disastrose condizioni attuali; come saprete, le splendide colonne corinzie che si vedono in questa cartolina d'epoca, oggi risultano inglobate all'interno di grossi pilastri, un po' come nel Duomo di San Matteo dove nel '700 le colonne furono inglobate all'interno dei grossi pilastri barocchi.
Al centro nella cartolina si vede l'Abside con la parete di fondo che mostra la cornice che circoscriveva la Pala d'Altare.

Suppongo che la cartolina in questione, potrà essere utile in occasione di un futuro restauro per ricostruire l'aspetto antico della Chiesa.

Distinti saluti. Massimo La Rocca
 

 

09/11/2013. Riceviamo da Nicola Vernieri questa immagine di una delle colonne della chiesa di San Massimo, oggi accessibile solo dall'interno del palazzo omonimo, conosciuto anche come Palazzo Maiuri dal nome dell'ultima famiglia proprietaria, inglobate all'interno dei grossi pilastri descritti nella nota di Massimo La Rocca sopra riportata.


 

 

 

 

 

 

01/11/2013. Riceviamo per conoscenza da Massimo La Rocca

Individuata a Salerno una Statua di rilevante valore storico-artistico di cui nemmeno la Soprintendenza era a conoscenza!

Nel 2011 in una nicchia della Facciata in completo stile "Rustico moderno" della Chiesa della Madonna della Stella sul Monte Stella a Salerno notai che stranamente c'era un qualcosa che sembrava antico e quindi di valore, ossia una Statua in marmo alta quasi 1 metro di Madonna col Bambino, nel gergo degli storici dell'arte definita Madonna Odigitria; nel greco antico Odigitria significa "Colei che indica la via": nella nostra Scultura infatti la Madonna indicherebbe con il dito indice sinistro il Bambino Gesù, da usare il condizionale visto che la Madonna risulta ormai mancante della mano sinistra.

Segnalai la Statua ad Antonio Braca, funzionario della Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici di Salerno, il quale nel vedere le foto della Statua rimase sorpreso, visto che ne ignorava l'esistenza e che la stessa risultava effettivamente antica; a suo parere si tratta infatti di una Scultura di fine XV secolo, opera di un artista influenzato dalla cultura lombarda presente in Campania nell'ultimo trentennio del '400; la fattura del volto della Madonna un'indicazione delle imitazioni classicistiche di questa Scuola artistica, che annoverava trai suoi membri il milanese Jacopo della Pila, autore nel 1471 dello stupendo e monumentale Sarcofago dell'Arcivescovo di Salerno Nicola Piscicelli nel Transetto del Duomo di San Matteo a Salerno. La Madonna col Bambino quindi potrebbe essere addirittura un'opera di questo valente scultore meneghino!

C'è da dire però che successivamente, a seguito di un esame dal vivo della Scultura, sulla datazione della stessa è stata formulata un'altra ipotesi che la fa risalire addirittura a un secolo prima, ossia al XIV secolo, attribuendone la paternità a un allievo dell'importante scultore senese Tino da Camaino. Ah, se il critico d'arte Vittorio Sgarbi presente a Salerno per l'inaugurazione delle Luci d'Artista avesse modo di vederla!

Avendo avuto conferma del valore della Statua, non ho potuto da quel momento per motivi di sicurezza pubblicizzare la sua ubicazione sulla Facciata del Santuario sul Monte Stella; sarebbe stato semplice per un malintenzionato asportare la Statua che poteva finire nel traffico clandestino di opere d'arte.

Dopo la mia segnalazione, la Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici di Salerno, nella persona della dott. Rosanna Romano, si attivata affinché la Statua venisse prelevata e portata in luogo sicuro in attesa di un restauro conservativo.

Finalmente nel novembre del 2012 la Soprintendenza autorizza la Curia Arcivescovile di Salerno al trasferimento della Scultura. Ma solo nel luglio del 2013 verrà effettuato il trasferimento della Scultura dal Santuario sul Monte Stella alla parrocchiale Chiesa di San Nicola nella Frazione Ogliara di Salerno, dove la Madonna col Bambino è in attesa, previo un suo restauro, di poter essere ammirata nel suo aspetto originario, quattrocentesco o trecentesco che sia.

Dalla mia segnalazione sull'esistenza della Statua nel 2011 alla Soprintendenza di Salerno, ci sono voluti quindi circa 2 anni per mettere in salvo un'Opera d'arte salernitana alta nemmeno 1 metro! Comunque meglio tardi che mai. E non parliamo del fatto che la Soprintendenza non ha avuto la sensibilità di tenere informato il sottoscritto sul trasferimento in luogo sicuro della Scultura. Da rivedere insomma i rapporti con il cittadino.

Bisogna tenere presente che a dispetto del suo attuale stile "Fai da te", frutto di una ristrutturazione completata nel 1973, la Chiesa della Madonna della Stella è molto antica; come mi scrisse lo storico salernitano Vincenzo de Simone, si tratta di una costruzione trecentesca dovuta alla munificenza testamentaria (anno 1308) del nobile salernitano Riccardo Scillato, che dispose un legato di 800 once d'oro per l'erezione della Chiesa e dell'annesso Monastero, affidando il compito a Filippo Cavaselice, della Badia di Santa Maria de Vetro di Ogliara, dal quale il nuovo Monastero avrebbe dovuto dipendere.

Oggi infatti intorno alla Chiesa, che prima dell'orrenda ristrutturazione inizi anni '70 del '900 presentava uno stile gotico, si possono ancora notare i ruderi del Monastero, che andrebbero tutelati, e in tal senso si spera che la Soprintendenza Archeologica di Salerno e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno, vogliano presto intervenire!

Vi invio in allegato: 2 foto della Facciata del Santuario sul Monte Stella con la presenza della Statua della Madonna col Bambino, 1 foto della Facciata del Santuario sul Monte Stella come appare oggi senza più la Statua.

Distinti Saluti. Massimo La Rocca da Salerno

 

 

notizia precedente sull'argomento, orrori & bufale - 18 agosto 2011

 

 

 

 

 

 

03/03/2013. Da Massimo La Rocca.

Gentile dott. De Simone, su una pubblicazione della Soprintendenza di Salerno risalente agli anni '90 c'è scritto che su Via Fusandola è possibile ammirare ancora la Cupola della Chiesa di San Francesco di Paola, ma come si può vedere dalla foto allegata (Fonte Soprintendenza) la Cupola non c'è più, si vede il Tamburo cilindrico su cui poggiava la Cupola, ma la Cupola non c'è più, al suo posto c'è un terrazzo. Si deduce che la Cupola è stata demolita tra gli anni '90 e inizi anni 2000. Ma chi l'ha demolita? Perché è stata demolita?
Saluti. Massimo La Rocca

04/03/2013. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, sono spiacente, ma non ho memoria personale di una cupola sull'elemento architettonico da lei indicato. Sarebbe utile trovare delle immagini relative all'alluvione del 1954 per verificare lo stato dei luoghi a quell'epoca.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

21/01/2013. Riceviamo da Carmelo Currò

A causa del mio impegno culturale e civile anche io da qualche giorno sto ricevendo minacce e intimidazioni. Aver riportato alla luce le incredibili sparizioni di materiale artistico e storico di rilevante importanza da depositi e spazi di luoghi pubblici come il Museo diocesano di Salerno, l’Archivio di Stato di Salerno, gli archivi di parrocchie di Cava dei Tirreni o di altre località della provincia, desta fastidio in chi desidera che il silenzio continui a ricoprire notorietà locali altrimenti molestate.

E’ incredibile sia che tanto materiale possa essere stato misteriosamente asportato e che in alcuni casi me ne sia accorto solo io per primo, sia che i responsabili degli enti abbiano potuto continuare a ricoprire i loro incarichi senza essere dimissionati come avviene per tutte le istituzioni europee.

Voglio avvertire che la mia attività per la salvaguardia dei beni artistici e storici e per i nostri diritti continua decisamente. Che io non mi lascio fermare da insulti, volgarità e telefonate diurne o notturne. Che i metodi mafiosi mi lasciano del tutto indifferente e che credo in quello che faccio, con o senza l'aiuto della gente. Ricevere queste intimidazioni mi rende orgoglioso perché mi distingue da coloro che le mettono in atto.

Carmelo Currò


 

 

 

 

 

 

20/12/2012. Riceviamo da Carmelo Currò

LE SPARIZIONI DELLE OPERE D’ARTE
Mi giunge notizia che questa mattina i Carabinieri del nucleo tutela dei Beni artistici avrebbero fatto visita al Museo diocesano di Salerno, ufficialmente per controllare i sistemi di sicurezza. Spero che si approfitti di questa occasione perché le Forze dell’Ordine, dopo anni di ripetute richieste da parte mia e della ferma denuncia a loro stesse e all’opinione pubblica (con articoli riportati da giornali anche a livello nazionale e con numerose trasmissioni televisive) della sparizione di materiale artistico dai depositi del Museo (come mi ha confermato lo stesso Soprintendente di Salerno nello scorso gennaio), definiscano con precisione come sia stato possibile un episodio simile senza che se ne conoscano i responsabili e le modalità.
Mentre molti anziani parroci di Salerno sono stati collocati in pensione; e mentre anche per il Museo diocesano è stato chiamato come Direttore un giovane e stimatissimo sacerdote, pare che continui la sua attività all’interno dell’Ente un anziano collaboratore del vecchio direttore Carucci. Sarebbe il caso di chiedere anche a lui notizie sul materiale scomparso, come sia possibile che pale d’altare di notevoli dimensioni siano state asportate senza che nessuno se ne sia accorto, se ha avuto conoscenza di chi ha firmato le ricevute di consegna e se ritiene che siamo in presenza del reato di furto o di quello di omessa custodia.
In ogni caso, sarebbe necessario che chiunque abbia svolto una attività in un luogo così esposto alla presenza dei ladri venga rapidamente dimissionato come avviene in ogni altro ufficio.
Carmelo Currò


 

 

 

 

 

 

06/12/2012. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, le sottopongo una foto per me eccezionale di Piazza Ferrovia o Piazza Vittorio Veneto scattata tra il 1923 e il 1935. Si vede uno scorcio del monumentale Pastificio Natella che sorgeva lungo Corso Garibaldi, si vede la Lancia ancora integra della Statua dei Caduti dello scultore salernitano Gaetano Chiaromonte e, soprattutto, si vede una CHIESA ANTICA oggi non più esistente; secondo lei si tratta della demolita Chiesa dei Santi Martiri Salernitani Fortunato, Caio e Ante, gli originari Patroni di Salerno prima che "arrivassero" in città i resti mortali di San Matteo Evangelista attuale Patrono?
Distinti saluti. Massimo La Rocca

07/12/2012. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, l'immagine che propone dovrebbe essere posteriore al 1934, quando la chiesa del Sacro Cuore fu completata nella costruzione, essendone stata posta la prima pietra il 1° maggio 1925. Nel 1975, a commemorazione dell'avvio dei lavori, i frati minori, cui chiesa e parrocchia erano state affidate nel 1943, con effettiva presa di possesso del 23 gennaio 1944, pubblicarono un opuscolo dal quale attingo.

Alla pagina 11 si legge: Dopo la traslazione delle reliquie (dei santi Martiri) nella Cattedrale nel 940, la Chiesetta (degli stessi), come è ovvio, perdette la sua importanza e, col trascorrere degli anni, sempre più trascurata. In seguito ad una terribile alluvione del secolo XVIII la maggior parte del tempio andò in rovina; infine con la costruzione della ferrovia gli ultimi ruderi furono definitivamente interrati nel sopraelevato ferroviario. In effetti, nella relazione della visita pastorale del 1725 la chiesa risulta in pericolo di crollo, mentre il 1° settembre 1734 il suo beneficio è unito al seminario, segno dell'avvenuta sconsacrazione. 

Alla pagina 21 dello stesso opuscolo si legge: Il 2 marzo 1916 (per l'edificazione della chiesa del Sacro Cuore) fu stipulato il contratto a nome dell'Arciv. Gregorio Grasso per l'acquisto di un'area fabbricabile e un caseggiato di 13 vani in Piazza Ferrovia, di cui uno fu subito trasformato provvisoriamente in Cappella dedicata al S. Cuore (fa riferimento alle immagini che sotto riproduco).

 

 

Il problema è che, con tutta evidenza, la cappella provvisoria (che poi è quella della sua immagine) non era stata ricavata in un locale del caseggiato, ma era già una chiesa, certamente all'epoca sconsacrata, annessa al caseggiato stesso. Al di là di questa incoerenza nella narrazione dei fatti, se non era quella dei santi Martiri, questo luogo di culto, che appare non di antica costruzione, quale era? Non ne ho assolutamente idea. Mi viene in mente una sola possibilità: San Martino non longe a fluvio Lirino, una chiesa longobarda ricostruita nel secondo decennio del Cinquecento da Francesco de Ruggiero in una sua proprietà, localizzata in alcuni documenti all'Ortore o in Horto Longo, ossia nell'area dell'attuale corso Vittorio Emanuele, fra l'Irno e via dei Principati, e citata fino al 1637. Due però sono le difficoltà: la troppo lontana ultima citazione dal 1916 e il fatto che questa San Martino in alcuni documenti è detta alla Carnale, ossia oltre l'Irno.

Saluti, Vincenzo de Simone    


 

 

 

 

 

 

24/10/2012. Riceviamo da Carmelo Currò

S. Eusterio vescovo e S. Eusterio martire. Due Santi diversi per Salerno

S. Eusterio è un vescovo di Salerno del VI secolo la cui esistenza va considerata reale e non frutto di distorte interpretazioni onomastiche. Gli atti del V sinodo di Costantinopoli contengono la firma di Asterio di Salerno tra quella dei vescovi e legati pontifici inviati dal papa S. Agapito; e nel 555-560 il papa Pelagio gli invia una lettera in cui lo autorizza a consacrare la cappella dedicata ai santi Crisante e Daria nell’omonimo monastero salernitano (cf. G. Crisci, Il cammino della Chiesa salernitana nell’opera dei suoi vescovi, I, Napoli-Roma 1976, p. 75). Il nome fa pensare vagamente a una sua derivazione dall’ambiente culturale bizantino; e non bisogna dimenticare come negli anni in cui sarebbe vissuto il vescovo, vaste aree della Penisola sotto sottoposte al dominio dell’Impero di Costantinopoli, le cui mode non possono non diffondersi anche nella scelta dei nomi.

Il fatto che alcune chiese nel perimetro della diocesi salernitana e in diverse località da Roma alla Puglia siano intitolate al nome di S. Eusterio, ha lasciato supporre, sia pure con molta prudenza, che queste dedicazioni derivino da un’ antica devozione nei suoi confronti che avrebbe valicato i limiti della pietà locale.

Infatti, una chiesa che è sempre stata ritenuta legata al nome di S. Eusterio salernitano fu edificata ad Olevano sul Tusciano, nel Picentino; ed altre si trovano a  Roma e in Puglia.

Ma ad una più attenta analisi delle notizie in nostro possesso, si potrebbe considerare come queste dedicazioni siano molto opinabili, e con buona probabilità si potrebbe pensare a una diversa devozione che ne ispirò la scelta. E’ proprio S. Eusterio vescovo di Salerno il personaggio cui sono intitolate le chiese?

Eusterio ed Asterio, sono onomastici foneticamente ed etimologicamente simili, e l’antico vescovo di Salerno non è l’unico santo con questo nome. Si possono ricordare S. Asterio martire di Egea nel 285; l’omonimo vescovo di Petra nel IV secolo; quello di Amasea vissuto fra il IV e il V secolo; e il prestigioso S. Asterio che fu tra i più noti uomini di cultura nel corso del dominio gotico. Ma non sono gli unici. Notissimo, venerato con le figlie Rufina e Secunda martirizzate a Roma nell’estate 257, è il santo senatore Asturio (cf. M. Sordi, I Cristiani e l’Impero romano, Milano 2006, p.150). Si tratta del Martire ricordato dal celeberrimo Eusebio di Cesarea come uno tra i personaggi più stimati dell’Impero.

“Astirio -scrive Eusebio- era membro del Senato di Roma e caro agli imperatori, noto a tutti per nobiltà e ricchezza, e là ricordato per la sua franchezza ispirata da Dio”. Aveva assistito con grande coraggio il vescovo di Cesarea di Palestina Teotecno nelle terribili ore del suo martirio. E poi, dopo che questi era stato ucciso, “ne mise il cadavere in spalla e lo portò via in una veste splendida e preziosa; lo seppellì poi con grande magnificenza, dandogli la sepoltura conveniente” (Cf. Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, VII, 16). Ma il Santo era già stato attenzionato dall’autorità per un altro episodio di cui si era reso protagonista: la denuncia degli inganni con cui sacerdoti pagani di Paneade facevano credere al popolo di poter far apparire prodigiosamente nelle acque del Giordano un animale da immolare alle loro divinità (Id., 17).

La venerazione per i Santi martiri, già esplosa nel corso delle persecuzioni, si era diffusa capillarmente per secoli, e nel mondo cristiano si ricercavano attivamente le reliquie ove fosse possibile rinvenirne, le si inviavano in città lontane da dove erano avvenuti i martiri, si mettevano insieme notizie sulla loro vita, si edificavano luoghi di culto in loro onore.

Del resto, la stessa dedicazione dell’oratorio salernitano ai martiri Crisante e Daria dimostra come la  venerazione nei loro confronti fosse già molto diffusa, certo aiutata dalla propaganda della passio conosciuta da S. Gregorio di Tours e dal dono delle loro reliquie che furono inviate anche in Gallia e a Reggio Emilia, di cui essi divennero patroni. Il culto per Asterio e le sue figlie dovette ugualmente diffondersi grazie alla cassa di risonanza offerta dalla notorietà familiare e dalla menzione di Eusebio. E’ vero che le dedicazioni delle chiese non contengono la dicitura di “martire”; ma è anche vero che in epoche lontanissime in cui le prime reliquie non erano accompagnate da particolari targhe di riconoscimento, la memoria e l’identità dei santi venerati si offuscava e si confondeva, originando errori sulla personalità dei personaggi venerati.

Sulle chiese meridionali intitolate ad Asterio, e sulla stessa chiesa di Olevano non abbiamo notizie fino all’epoca dei pochi documenti riportati. Attribuire perciò la loro esistenza alla venerazione per S. Eusterio di Salerno significa valutare superficialmente (o non valutare affatto) quanto deve essere avvenuto nella sfera culturale e devozionale di molti secoli.

La dominazione longobarda è passata attraverso questi secoli. E il Popolo nordico, una volta convertito al Cattolicesimo, ha assorbito la devozione delle regioni in cui vive, vivificando l’antica religiosità con la venerazione per i Santi già conosciuti o per quelli di cui si scoprono o si ottengono le reliquie. I Longobardi dell’Italia settentrionale (la Longobardia maggiore) nutrono sentimenti di profonda venerazione per i loro Santi patroni, procedendo da S. Ambrogio e da S. Tecla martire di Seleucia, cui era dedicata la chiesa che si trovava nel luogo dove venne edificato il duomo di Milano. Ho già spiegato nel mio libro “il sogno della dama ignota - Storia di Baronissi dalle origini all’Ottocento” (Montoro inferiore, 2011), come alcuni esponenti della classe dirigente longobarda, all’indomani della conquista franca, si rifugiarono a Salerno, il cui principe era cognato di Adelchi che aveva sposato la sorella della ripudiata Ermengarda, moglie del futuro Carlo Magno. Nell’ultimo ducato delle proprie genti, i nuovi arrivati furono sistemati in alcune località che probabilmente erano in parte spopolate e che si andavano riorganizzando, secondo un piano di ripresa agricola e demografica che era partito dall’hinterland di Salerno, nuova capitale cui necessitavano continui rifornimenti alimentari. I Longobardi venuti dal Nord portarono con sé devozioni nuove e forse anche reliquie dei loro Santi protettori. Lo testimoniano i culti nei confronti dei Santi di cui si trovano abbondanti ricordi nell’area picentina: le chiese di S. Ambrogio e S. Vittore, a Giffoni Sei Casali; il toponimo S. Tecla, nel vicino comune di Montecorvino Pugliano; la presenza a Faiano dei corpi dei Santi Cirino e Genesio (a lungo confusi con inesistenti Quirinio e Quinegisio), fra gli altri.

L’esistenza di una chiesa dedicata a S. Eusterio in un’altra località del Picentino come Olevano sul Tusciano, è ulteriore prova della presenza di questi Longobardi settentrionali, in un’area dove il culto per S. Michele nelle famose grotte era già diffuso fra i compatrioti locali.

Il nome di Eusterio, infatti, si ritrova puntualmente in area longobarda, e ancora nel Medio Medioevo fu imposto a un personaggio di grande importanza come Estorre Visconti (1346-1413), uno tra i numerosi figli illegittimi di Bernabò Visconti, Signore di Monza (1407-1412)  brevemente Duca di Milano (1412). E nello stesso Museo del duomo di Monza dove si trova il suo “stocco” da combattimento, in un reliquiario con i resti di diversi Santi è conservato anche un frammento di osso di S. Asterio.

Non credo si tratti di S. Asterio vescovo. L’ambiente longobardo predilige infatti, e si procura abbastanza facilmente ogni genere di reliquie che si riferiscono a martiri e che provengono dalla  Terra santa. Ancora nel Museo di Monza, residenza estiva dei Sovrani longobardi, si trovano numerosi reperti portati in Patria dai pellegrini che erano andati in viaggio nei Luoghi santi. Tra questi, le famose ampolle che contenevano gocce di olio  benedetto che era servito ad alimentare le lucerne del Santo Sepolcro e di altri santuari cristiani, e che erano decorate con artistiche scene della Vita di Gesù. E’ facile immaginare come, insieme a questi oggetti, dalla Palestina possano essere state portate in Longobardia anche reliquie di altri Santi i cui corpi erano localmente venerati. E tra questi, a mio avviso, si trovava il corpo o parti di corpo di S. Asterio senatore romano e martire. 

L’arrivo dei Longobardi settentrionali porta ad Olevano -nella cui area deve essere stata distribuita una parte degli immigrati- anche il culto per l’Asterio martire cui la comunità dedicherà poi la propria chiesa. Ma con il passare dei secoli, l’assimilazione di vecchie e nuove popolazioni lascerà confondere nomi e identità, come è avvenuto con infiniti altri Santi, e nel Salernitano con Felice prete di Nola e S. Felice martire di Tibiuca; o con Genesio e Quinegisio. E al santo  venerato dai rifugiati settentrionali sarà attribuita la diversa identità del Santo vescovo salernitano.

Carmelo Currò


 

 

 

 

 

 

23/09/2012. Riceviamo da Carmelo Currò

Chi ha introdotto il culto per S. Caterina d'Alessandria
Prete storico per eccellenza, entrato in ogni possibile scaffale pubblico e privato a furor di penna e di autoprodotte edizioni, fu il famoso canonico Arturo Carucci, autore di innumerevoli opuscoli sul nostro passato, pronipote di Giacinto Carucci, cioè di uno tra i più volenterosi e pericolosi cantori della miseria materiale e spirituale del nostro Meridione, in un suo libro fazioso retrivo limitato e ridicolo su Ippolito da Pastena e quindi supporto di quanti hanno creato la deplorevole immagine del Sud lacero e arretrato.
Riprendiamo brevemente questo campione d’intelletto e di cultura perché fra le tante invenzioni dovute alla sua fantasia di scrittore delle ipotesi, va inclusa la scarna e inutile pubblicazione su S. Caterina d’Alessandria. Nell’opuscolo, cercando di fare la storia delle Santa protettrice della Scuola medica salernitana (su cui ben altro c’è da scrivere), il canonico si sofferma sulla possibilità che il culto della Martire sia stato diffuso a Salerno ad opera del vescovo S. Eusterio, di nazionalità bizantina come quella, appunto, della nostra Caterina. A parte il fatto che sia di Eusterio che del periodo bizantino di Salerno si sa ancora troppo poco, quello che stupisce, incuriosisce e quindi diverte, è che le ipotesi di cui ogni pubblicazione di Carucci sono piene, diventano rapidamente postulati e quindi dogmi, ossia affermazioni contro cui è reato muovere qualsiasi obiezione.

Ora, anche a proposito di S. Caterina, come per i numerosi errori su S. Felice, il canonico Carucci ha confuso il secondo con un martire salernitano mai esistito; mentre per la prima ha preteso di convincere gli altri, dopo aver convinto sé stesso, che la Martire fosse già stata venerata a Salerno in periodo pre-longobardo. Per entrambe le asserzioni, il canonico-storico-storico dell’arte ha preteso un atto di fede. Atto improponibile per tesi indimostrabili, dal momento che, mentre per S. Felice ho già dimostrato i chiarissimi errori in cui il sedicente storico incorse, per Caterina non abbiamo neppure bisogno di intrattenere i lettori con molte parole, poiché non esiste alcuna prova a sostegno di quanto affermato dallo storico in erba, se non la propria fantasia.
Non basta che S. Caterina sia stata bizantina per credere che il suo culto sia stato introdotto a Salerno in epoca antecedente al Principato. Non se ne hanno prove. La stessa immagine di colei che è ritenuta essere S. Caterina, e che si trova nell’ambito della chiesa salernitana di S. Pietro a Corte, non è certo del periodo bizantino ma del XII-XIII secolo, ossia realizzate in un arco temporale lontanissimo dagli anni del dominio di Costantinopoli e che ha invece già solcato e compreso l’epoca longobarda, normanna e sveva.
Non andiamo a fare la storia con ipotesi. Non si fa così. Ma preferiamo ricordare come in ambiente nord-europeo, quindi culturalmente e geograficamente lontano dal mondo bizantino, la devozione nei confronti della Santa fosse ben viva. Ed è sintomatico che l’iconografia della Martire di Alessandria si imponga in città proprio dopo l’avvento di Dinastie nordiche i cui uomini spesso portavano con sé anche la propria cultura e le devozioni di origine.
Basterebbe ricordare, a proposito della venerazione per la Santa in ambito germanico, il bel romanzo di Sheri Homan “La lingua rubata” (la lingua sarebbe proprio una reliquia di S. Caterina), in cui procedendo dalle vicende di un religioso realmente esistito, la scrittrice elabora una vicenda in cui ci offre informazioni storiche molto interessanti.
Ma tutto questo Carucci non lo sapeva proprio. Aveva abbandonato gli studi da troppo tempo per dedicarsi alla fiction.
Carmelo Currò


 

 

 

 

 

 

28/07/2012. Sul numero 57 (giugno 2012) della «Rassegna Storica Salernitana» compare la nota Un nome per l'ignoto cavaliere della Cattedrale di Salerno con la quale l'autore, Giovanni Amatuccio, ripercorre gli scritti intorno al sarcofago cosiddetto Borsa, presente nella navata destra della cattedrale di San Matteo, giungendo, attraverso l'analisi della genealogia della famiglia de Stellatis (o Stellato o Scillato), alla conclusione che si tratti della sepoltura di Bernardo, morto fra fine XIII e inizio XIV secolo.

 

nota precedente sull'argomento 20 maggio 2011 


 

 

 

 

 

 

30/05/2012. Da Massimo La Rocca.

Gentile dott. De Simone, alla Wellcome Library di Londra in Inghilterra risulta presente un interessante disegno che riguarda la Scuola Medica di Salerno di cui allego immagine.
Traducendo la didascalia dall'inglese risulta la seguente traduzione: <<Un Ospedale della
Scuola Medica Salernitana. A.D. 1150.
Essa costituisce oggi la cripta della Chiesa di Santa Maria, presso Salerno, e si dice essere l'unico edificio contemporaneo legato alla antica Università.>>

Mi sono fatto l'idea che la Cripta di Santa Maria, citata nella didascalia, corrisponda alla Cripta dell'attuale Chiesa del Crocifisso, che, come leggo sul suo sito, nel 1150 si chiamava ancora Chiesa di Santa Maria della Neve. Quindi la Cripta dell'attuale Chiesa del Crocifisso corrisponderebbe a un antico Ospedale della Scuola Medica Salernitana! Cosa ne pensa?
Saluti. Massimo La Rocca

31/05/2012. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, siamo di fronte ad un disegno che poco ci dice (a meno che da Londra non giunga qualche delucidazione) circa la sua natura (disegno dal vero di un viaggiatore?) e la data di esecuzione, così come la didascalia nulla ci dice circa la fonte dell'informazione che trasmette, ossia dove l'autore ha trovato la notizia che quella che lui osservava (Now = ora) come la cripta di una chiesa di Santa Maria era stata nel 1150 un ospedale della scuola medica salernitana.

Ammesso che si possa chiarire quest'ultimo punto e accertare l'autenticità della fonte, non mi pare si possa riconoscere nel disegno l'attuale cripta del Santissimo Crocifisso, senza contare che essendo già operante l'allora Santa Maria della Neve al 1140 non si capisce come sotto di essa potesse essere creato un ospedale nel 1150. Infine da considerare quel near (vicino) che appare incoerente, essendo sempre stata l'attuale Santissimo Crocifisso interna alle mura.   

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

11/05/2012. Da Massimo La Rocca.

Gentile dott. De Simone, a proposito del Complesso di San Giovanni a Mare a Salerno, che comprendeva Ospedale, Chiesa e Giardini, lei scrive che era di proprietà dell'Ordine dei Cavalieri di Malta quando alla fine del '600 venne concesso in enfiteusi all'Ordine dei Carmelitani Scalzi; il Complesso di San Giovanni a Mare apparteneva quindi all'Ordine dei Cavalieri di Malta fin dal momento della sua fondazione avvenuta nel 1183?
Lei scrive inoltre che il Complesso di San Giovanni a Mare era provvisto nel '600 di una Fonte di acqua benedetta in marmo; dobbiamo ritenere che questa Fonte corrisponda a una delle Fontane attualmente presenti nei Giardini dell'ex Convento di Santa Teresa dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi? Se l'Ospedale fu istituito presso la Chiesa di San Giovanni a Mare nel 1183, presumo quindi che la Chiesa già esisteva; a quando risaliva la Chiesa?
La ringrazio. Massimo La Rocca

12/05/2012. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, San Giovanni de Busanola o de Mare compare nelle fonti quando (appunto 1183) è oggetto di uno scambio fra l'arcivescovo Nicola d'Aiello, che agisce come capo della Chiesa salernitana, quindi al momento la chiesa era pertinente alla Curia cittadina, e il padre Matteo, che agisce come privato cittadino indipendentemente dal vincolo di sangue. Non sappiamo da quanto esisteva né se al momento era attiva come luogo di culto o no. Nelle case presso essa Matteo d'Aiello istituì un ospedale, che sarà citato per l'ultima volta nel 1336, mentre nel 1372 è citato per la prima volta l'altro ospedale, quello della Santissima Annunziata poi di San Giovanni di Dio. Quando e in quali circostanze il complesso di San Giovanni de Busanola o de Mare entra in possesso del priorato di Capua dell'ordine di Malta lo ignoro, poiché i documenti consultati prima da monsignor Crisci poi da me non lo dicono; ipoteticamente si può pensare ad una donazione in vita o ad un lascito testamentario da parte dello stesso Matteo. Delle fontane nulla so dirle.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

19/03/2012. Da Massimo La Rocca.

Gentile dott. De Simone, sto lavorando a una ricostruzione 3D del Duomo longobardo di Santa Maria De Genitricis a Salerno.

E a tal proposito le chiedo, esistono documenti che ci testimoniano come era fatto, se aveva un'abside, quante navate aveva, se aveva un nartece, se aveva un campanile, se dopo la costruzione nell'VIII secolo subì delle ristrutturazioni prima della sua scomparsa nell'XI secolo, e cos via ?
La ringrazio. Massimo La Rocca

19/03/2012. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, mi permetto di farle rilevare, ma credo si tratti di un errore di battitura, che il titolo dell'antica cattedrale era Santa Maria Dei Genitricis (ossia, come tutte le chiese dell'epoca dedicate alla Madonna, Santa Maria Madre di Dio). Un solo documento, del novembre 1064, la cita ed è quello che, posto in relazione ad altri che descrivono il tessuto urbano fra San Gregorio e l'archiepiscopio, ne permette l'ubicazione (si veda L’ubicazione dell’antica cattedrale dei vescovi salernitani). Relativamente al suo aspetto, possiamo rifarci a due documenti, rispettivamente del febbraio 1160 e del dicembre 1262, che citano una strada che, andando verso settentrione, ducit retro absidas suprascripti archiepiscopii; il primo aggiunge utilizzate per altri usi. Ora, è evidente che l’archiepiscopio, in quanto tale, non poteva essere munito di absidi, tantomeno utilizzate impropriamente, per cui è da ritenersi che esse fossero residuo ancora visibile dell’antica cattedrale. Altre notizie non si ricavano dai documenti giunti fino a noi.

Saluti, Vincenzo de Simone   


 

 

 

 

 

 

 

Immagine del Giardino della Minerva

dal sito della Soprintendenza.

06/12/2011. Dal sito della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Salerno e Avellino, http://www.ambientesa.beniculturali.it/BAP/?q=luoghi&luogo=&provincia=&comune=, sezione Luoghi della cultura, p. 4, Salerno -  Il giardino della Minerva, fra l'altro leggo: Matteo Silvatico realizzò, infatti, un giardino, su incarico del re Roberto, nei terreni di proprietà familiare.

Folgorato dalla notizia, invio una e-mail alla stessa Soprintendenza:

Sul vostro sito, a proposito del Giardino della Minerva, leggo: "Matteo Silvatico realizzò, infatti, un giardino, su incarico del re Roberto, nei terreni di proprietà familiare". Potreste cortesemente fornirmi la fonte storica da cui ricavate questa affermazione? Grazie e distinti saluti, Vincenzo de Simone

09/12/2011. Dalla Soprintendenza.

Gent.mo Vincenzo de Simone
le notizie relative al Giardino della Minerva ed in particolare di Matteo Silvatico provengono dal sito web
http://www.giardinodellaminerva.it 
Distinti saluti, Stefania Ugatti

Vado al sito indicato ove, però, non c'e traccia dell'affermazione. Riscrivo: La sua risposta… non risponde. Infatti, dal sito del Giardino della Minerva non si ricava che Matteo Silvatico realizzò lo stesso su incarico di re Roberto, ma si ricavano solo alcune citazioni generiche di questo sovrano. Poiché spero che la Soprintendenza faccia proprie ricerche, la domanda era ed è: quale la fonte storica dell’affermazione? Distinti saluti, Vincenzo de Simone

18/12/2011. Trascorsi otto giorni dalla seconda e-mail (la risposta alla prima era giunta in tre giorni), è evidente che la Soprintendenza non risponderà ancora, per il semplice fatto che la fonte storica non esiste, quindi possiamo classificare l'affermazione fra le bufale. Naturalmente la speranza espressa che quell'ente conduca proprie ricerche storiche era una provocazione, poiché le pagine del suo sito sono firmate MP Mirabilia srl, società romana che ha quale sottotitolo L’Arte di Comunicare l’Archeologia, l’Architettura, la Scultura, la Pittura, il Paesaggio, il Cinema (!).  


 

 

 

 

 

 

08/10/2011. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, le pongo una serie di quesiti.
1) Riguardo al Convento di S. Maria della Piantanova annesso all'attuale Chiesa del Crocifisso, in virtù di una domanda fattami su facebook, le chiedo: il Manufatto che faceva corpo unico con la Facciata della Chiesa e che fu demolito nel 1928 per creare l'odierna Piazza Matteotti, era parte del Convento o erano Case d'abitazione? L'accesso dei cittadini alla Chiesa del Crocifisso avveniva in modo simile all'accesso alla Chiesa di S. Maria De Domno da lei individuata a Via Masuccio Salernitano, ossia attraverso un Vicolo coperto?
2) Riguardo alla cinquecentesca Veduta Rocca, a sinistra del Convento di Porto Salvo (per chi legge: è il Convento annesso alla Chiesa di Sant'Anna al Porto), risulta una Chiesa di San Giovanni con un massiccio e alto Campanile (nella Legenda della Veduta Rocca è al Numero 28); che fine hanno fatto questa Chiesa e il suo Campanile?
3) Riguardo sempre la Veduta Rocca, sotto il Castello Arechi è disegnato un Manufatto che viene denominato San Giovanni (degli Scalzi?) (nella Legenda della Veduta Rocca è al Numero 5). La posizione di questo Manufatto potrebbe corrispondere alla posizione della Palazzina ancora oggi esistente oggetto di sopraelevazione abusiva in anni recenti. Cosa ne pensa?
4) Riguardo infine sempre la Veduta Rocca, sotto il Manufatto qui sopra descritto, viene disegnato un altro Manufatto che viene denominato Santa Maria (del Cataro?) (nella Legenda della Veduta Rocca è al Numero 10). La posizione di questo Manufatto potrebbe corrispondere alla posizione della Chiesa del Convento dei Celestini (per chi legge: noto come Convento dei Santi Pietro a Maiella e Giacomo). Cosa ne pensa?
Allego stralcio della Veduta Rocca, purtroppo sfocata sul lato sinistro.
La ringrazio. Massimo La Rocca

08/10/2011. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, (1) L'immobile che impegnava l'attuale piazza Matteotti era costituito da case d'abitazione che crollarono; so che esse erano separate dalla facciata della chiesa da un vicolo, ma non so se tale vicolo fosse coperto, quindi se questa case raggiungessero la facciata della chiesa. Il monastero, invece, si estendeva al meridione della stessa chiesa.

2) Questa San Giovanni era San Giovanni de Busanola (nota anche come San Giovanni a Mare), ossia la chiesa presso la quale nel 1183 Matteo d'Aiello istituì l'ospedale poi confuso dagli storiografi salernitani con il San Giovanni di Dio. Passati chiesa e ospedale all'Ordine di Malta, l'ospedale è citato per l'ultima volta nel 1336 (nel 1372 troveremo operante quello che poi sarà il San Giovanni di Dio), mentre la chiesa, ormai diruta, con le case annesse sarà nel 1698 dall'Ordine concessa in enfiteusi perpetua ai carmelitani scalzi per la fondazione del loro monastero. Quindi la chiesa era sull'area oggi della caserma dei carabinieri a largo Pioppi e fu demolita.

3) Quest'altra San Giovanni era San Giovanni delli Vallisi, che fu oggetto di un gustoso equivoco da parte di un noto storiografo salernitano, che la ritenne edificata da cittadini di Giffoni Valle Piana, mentre era una fondazione della famiglia Vallisi, patrizi del sedile di Porta Rotese. È citata fra il 1485 e il 1635. Non saprei se le case ad essa annesse possano corrispondere all'immobile da lei indicato.

4) Santa Maria del Cantaro. Fondazione della famiglia del Giudice, patrizi del sedile di Portanova. Prima citazione 1309; sconsacrata nel 1575, sarà detta diruta nel 1611 per essere poi travolta da un masso enorme staccatosi dalla montagna. In effetti essa era attaccata al giardino del palazzo del barone Genovese che nel 1753 fu venduto ai padri celestini per trasformarlo nel loro convento.

Saluti, Vincenzo de Simone

08/10/2011. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, prima di tutto grazie per tutte le risposte che mi ha dato su cose che non conoscevo. Riguardo però al San Giovanni de Busanola mi sorge almeno una perplessità. Ho letto varie volte che i nomi Busanola e Fusandola corrispondono allo stesso Torrente che nella Veduta Rocca indico con la Lettera A. La Chiesa di San Giovanni (Numero 28) sorgeva però lontana dal Torrente Busanola/Fusandola, e sorgeva invece vicina a un altro Torrente che nella Veduta Rocca indico con la Lettera B. Perchè allora questa Chiesa di San Giovanni era detta di San Giovanni de Busanola? Inoltre se i nomi Busanola/Fusandola corrispondono effettivamente allo stesso Torrente (Lettera A), allora come si chiamava il Torrente che ho indicato con la Lettera B?
Osservando le Mappe moderne, ho dedotto che il Torrente Lettera B corrisponde a quello intubato lungo la scala mobile che fece realizzare qualche anno fa il sindaco De Luca, tale Torrente passa poi sotto la propaggine est dei Giardini di Piazza Alario, e siccome la Chiesa di San Giovanni
(Numero28) si trovava a ovest di tale Torrente, devo concludere che la Chiesa di San Giovanni (Numero 28) si trovava nell'area dei Giardini di Piazza Alario. Tutto questo sempre che la Veduta Rocca non contenga errori!
Allego Veduta Rocca con gli ulteriori apporti.
Distinti saluti. Massimo La Rocca

09/10/2011. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, naturalmente non posso sapere cosa l'autore

della veduta Rocca abbia voluto indicare con quel serpentello (B) che corre verso il mare, mentre non conosco documenti che riportino il nome storico del torrente oggi intubato e sinceramente non ne conosco nemmeno il nome attuale. Quello di cui sono certo, però, poiché i documenti lo dicono, è che la chiesa di San Giovanni de Busanola, detta anche San Giovanni a Mare, in possesso del priorato di Capua dell'ordine di Malta, con sepoltura, cappelle, sacrestia, fonte di acqua benedetta in marmo, cimitero, campanile, palazzo attiguo, cortile e due giardini (uno dei quali confinante con la chiesa di Porto Salvo e con altro terreno dell'Ordine censuato alla Città per la costruzione del porto), il tutto diruto al 9 marzo 1680, il 16 marzo 1698 sarà concessa in enfiteusi perpetua ai carmelitani scalzi che, disponendo già della detta Santa Maria di Porto Salvo, intendono nel palazzo istituire il loro monastero.

Relativamente all'appellativo de Busanola, esso non si riferiva al fatto che la chiesa fosse posta presso il torrente Busanola/Fusandola (come nel caso di Santa Maria e Sant'Andrea de Lama), ma al fatto che era nel sobborgo cittadino che dal torrente prendeva denominazione. Infatti sono dette de Busanola o in Busanola anche le chiese di Sant'Erasmo e di Santo Menna, entrambe poste sui terreni del monastero di San Giorgio a meridione della via di Santa Maria del Monte. Inoltre basta sfogliare il Catasto Onciario per rilevare le diverse proprietà immobiliari poste nel luogo detto Bussanola, ad occidente delle mura cittadine.

Saluti, Vincenzo de Simone   


 

 

 

 

 

 

13/08/2011. Da Nicola Vernieri.

Gentile dr. De Simone, scaracollando in Google Libri, causa la mia passionaccia storica, mi imbatto ne "I Conti Viscido di Nocera una famiglia longobarda dei principi di Salerno della prima dinastia - di Mario Putaturo Donati - ed. Rubbettino 2003". A pagina 39 vengono citati due diplomi concordiae del 1173 e 1176 (Index Cronologicus Chartarum - tomi I - VII, ms. Biblioteca Abbazia Cavense tomo III, XXXIV, fol.55 e 58, regesto dei due diplomi concodiae). Nelle carte si riferisce che Ademario, figlio del conte Alfano, aveva in Salerno case e la chiesa di S. Matteo de Peczulo con le sue pertinenze. La chiesa di "Mathei Piczoli que costruc(ta) est in Orto Magno subter et non longe ad archiepiscopio istius civitatis". E' una denominazione di chiesa che sento per la prima volta. Che cosa sappiamo in merito?
Grazie anticipatamente per la sua cortese disponibilità. Nicola Vernieri

13/08/2011. A Nicola Vernieri.

Signor Vernieri, la chiesa è inserita in "G. Crisci, Salerno Sacra, 2a edizione postuma, 2001" (da me e da altri curata), vol. I, pp. 58-61, con il titolo di S. Matteo Piccolo dei Capograsso. La notizia più antica è del dicembre 970, l'ultima del 24 gennaio 1626. Si trattava di una tipica cappella gentilizia longobarda di cui, nel corso dei secoli, il patronato si frantuma fra i vari rami della famiglia fondatrice fino a giungere, per una complessa serie di donazioni, nelle pertinenze dell'arcivescovato e della badia di Cava, la quale, nel 1278, ne cede la sua parte alla famiglia Capograsso; non è giunto fino a noi il documento della cessione della parte dell'arcivescovato, ma certo è che nel 1515 il patronato è tutto della famiglia Capograsso e la cappella è detta San Matteo Piccolo dei Capograsso, evidentemente per distinguerla dalla parrocchiale omonima ai Canali.

La cappella era in un cortile intorno al quale, nel corso dei secoli, i Capograsso edificheranno case che poi trasformeranno in palazzo, oggi identificabile sul lato orientale del vicolo San Bonosio, che da via dei Mercanti sale fino a terminare contro il complesso dell'arcivescovado. Se lei va su questo sito, alla sezione studi di urbanistica e nell'indice "clicca" sul capitolo che tratta del territorio parrocchiale di San Gregorio, sulla prima piantina topografica, vede il sito della cappella contrassegnato da un "2" e nel testo può leggerne le vicende.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

01/08/2011. Da Nicola Vernieri. Scoperte archeologiche nel cassetto

Gentile signor De Simone, è di questi giorni la notizia di importanti rinvenimenti archeologici durante i lavori in corso alla SS. Annunziata di Salerno. Anche nell'area di palazzo Fruscione è stata data informazione di ritrovamenti di grande interesse. Nel tempo molti sono stati gli annunci di scoperte, a cui, in seguito, non è stata data sufficiente o alcuna informazione. Mi riferisco, ad esempio, alla tomba di un guerriero longobardo nell'area della cittadella giudiziaria, di cui non è dato sapere, ritrovamento che ritengo importantissimo per la obnubilata memoria di questa nostra amata Salerno. Od anche alla veste di donna longobarda scoperta nel restauro dell'orfanotrofio Umberto I, il Serraglio di salernitana memoria. Abito che costituisce un caso singolo più che raro, che inviato dalla soprintendenza a Roma per restauri risulta, al momento, smarrito. Non vorrei che, anche per i casi di cui prima accennavo, il tutto si relegasse in qualche polveroso burocratico cassetto ministeriale.
Carissimi saluti. Nicola Vernieri

 

 

02/08/2011. A Nicola Vernieri.

Signor Vernieri, naturalmente mi associo alle sue considerazioni. Mi permetto solo di precisare, a beneficio dei frequentatori di questa pagina non del tutto edotti in cose salernitane, che quando lei scrive della SS. Annunziata si riferisce al sito della Santissima Annunziata Vecchia o Extra mœnia, poi monastero di San Francesco da Paola, attualmente deposito militare in piazza Matteo Luciani (immagine a destra).

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

16/07/2011

Il sito della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Salerno e Avellino

tratta del

Conservatorio Ave Gratia Plena,

però la prima delle due immagini che presenta ritrae la chiesa di San Giovanni di Dio.

 

2/08/2011

A cura del signor Giovanni Amatuccio è stata segnalata alla Soprintendenza l'errore. Oggi l'immagine è stata rimossa.
 

http://www.ambientesa.beniculturali.it/BAP/?q=luoghi&luogo=&provincia=&comune=&src=&ID=27

 

 

 

 

 

 

14/07/2011. Da Roberto Ruggi d'Aragona.

Gent. Dr. Vincenzo de Simone, sono il march. Roberto Ruggi d'Aragona, penultimo discendente della Famiglia ( l'ultimo è mio figlio Ettore ), amico carissimo dello storico Pasquale Natella che ben conosce.
Fatta la presentazione, veniamo a noi. Mi permetto di rettificare la rappresentazione grafica dello stemma dei Ruggi d'Aragona, riportato sul Suo sito di storia salernitana "Salernostoria", sia sulla scorta di antichi documenti di famiglia che serbo gelosamente e che ne descrivono dettagliatamente la composizione ma anche dalla raffigurazione reperita su vari stemmari (ad es. Bibl. Naz. Napoli o Arch. di Stato Napoli): quindi su basi certe!
Lo stemma effigiato sulla tomba del mio antenato è opera di colui o coloro (?) che nel lontano 1870, data della morte del march. Giovanni, eressero detto sarcofago effigiandolo con Stemma (preso probabilmente da quello che si vede sull'albero genealogico in questi giorni esposto nel Museo Diocesano di Salerno, da me concesso a corredo della mostra sui dipinti che il marchese lasciò alla Cattedrale) e relativa Epigrafe. In modo particolare poi, quest'ultima reca da ben 140 anni un grosso e grave errore storico-genealogico oltre che dello Stato Civile, definendo il nobile estinto come "l'ultimo di sua stirpe".

Il chè poi non è nè vero nè legittimo, tanto che ho chiesto ed ottenuto dalla Direzione Cimiteriale la possibilità di mutare il termine "ultimo" con quello di "onore", sicuramente aderente a quella che è la verità vera.
In ultima analisi si leggerebbe non più "ultimo di sua stirpe" ma "onore di sua stirpe" !In allegato troverà dunque lo stemma dei Ruggi d'Aragona come quando il 3 luglio 1500 venne a comporsi in virtù di un Editto Reale (da me posseduto in copia) che Re Federico d'Aragona concesse all'antenato Gabriele Ruggi.
Si perchè sino a quella data i miei portavano solo il cognome Ruggi e lo Stemma era quello noto con il leone d'oro o con il pardo nero. Da quel 3 luglio mutarono in Ruggi d'Aragona perchè Re Federico concesse loro di inquartare lo Scudo con i pali "rossi e oro" della casa regnante, oltre poi ad altre e più importanti cariche ed onorificenze.
Ma di tutto ciò ne potremo parlare, sempre che Le interessi approfondire l'argomento, in altro luogo e altra data anche con la presenza del caro e comune amico, lo storico Pasquale Natella, magari sorseggiando una bella crema di caffè.
Nell'attesa eventuale di una Sua risposta o commento a questa mia mail, gradisca i più cordiali saluti
Roberto Ruggi d'Aragona

16/07/2011. A Roberto Ruggi d'Aragona

Signor marchese, come può notare alla pagina araldica di questo sito, i primi due stemmi sono stati elaborati da quelli che si vedono nel Manoscritto Pinto, confermati dall’Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana dello Spreti, che essendo stata pubblicata sulla base dell’Elenco Ufficiale Nobiliare Italiano del 1922, a sua volta pubblicato su decreto di Vittorio Emanuele III, ha carattere, appunto, di ufficialità per riconoscimenti di titoli e raffigurazione araldica degli stemmi; aggiungo che essi sono coerenti con quelli che si osservano nell’atrio del duomo, sul vecchio ospedale e anche sul nuovo. Tuttavia, per completezza di informazione, aggiunsi una elaborazione dello stemma che si vede sulla sepoltura del marchese Giovanni, anche se mi parve anomalo nella raffigurazione grafica della parte Aragona.
Noterà anche che il cognome è limitato a Ruggi, poiché tale lo riporta il Manoscritto Pinto che è stato la mia guida primaria nell’elaborazione della pagina; inoltre, nei documenti fra Cinquecento e metà Settecento da me esaminati (Protocolli Notarili, Stati delle Anime) mai compare il predicato d’Aragona, essendo il cognome sempre limitato al solo Ruggi. Invece, riportando lo stemma della sepoltura del marchese Giovanni, ho aggiunto d’Aragona, poiché tale predicato appare sulla sepoltura stessa.
Chiarita la mia linea di comportamento, aggiungo che lo stemma che lei mi invia fu anche da me reperito in Internet, ma non lo inserii non avendone riscontrato la fonte. Poiché ella me lo sottopone certificandone l’autenticità, ho provveduto ad inserirne una elaborazione in aggiunta agli altri.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

14/07/2011. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, quando lei alla pagina del suo Sito dedicata alla Chiesa di Santa Trofimena scrive <<ingresso ad oriente preceduto da un nartece e area absidale delle tre navate ad occidente>>, intende dire che l'ingresso barocco a est era preceduto da un nartece? Il dubbio mi è venuto non solo perché allo stato attuale dinnanzi all'ingresso barocco a est non esiste un nartece, ma anche perché osservando la muratura dove si apre l'ingresso altomedievale a ovest, sembra che a sinistra dello stesso ingresso vi sia l'impronta di un arco a sesto acuto, che appunto potrebbero far pensare alla passata presenza di un nartece che poi fu demolito.
Invio foto dell'ingresso altomedievale a ovest con indicazione dell'impronta di arco a sesto acuto.
La ringrazio. Massimo La Rocca

14/07/2011. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, la ringrazio per l'attenzione con la quale legge quanto vado scrivendo, a volte incorrendo in clamorosi abbagli di cui mi scuso. Naturalmente la frase incriminata si riferisce all'orientamento longobardo, quindi doveva essere: ingresso ad occidente preceduto da un nartece e area absidale delle tre navate ad oriente. Ho già provveduto alla correzione.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

26/06/2011. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, ho letto in "Note e discussioni" della Torre Picentina; considerando che gli Angioini fecero costruire, lungo le coste del Sud Italia, Torri costiere a pianta circolare, la Torre Picentina presumo che sia di età angioina; aggiungo che a nord della Torre e non distante da essa esiste un'antica Chiesetta di cui le invio 2 foto che scattai qualche anno fa; le poco informazioni sulla Chiesetta le ho scoperte in questi giorni su Facebook nel Gruppo Per Palazzo Sabbetta.
Saluti. Massimo La Rocca

 

 

 

27/06/2011. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, la sua ipotesi circa l'età della torre è verosimile; però noi abbiamo in città un'istituzione che dovrebbe essere preposta, non dico ad intervenire sul nostro patrimonio architettonico, il che sarebbe sperare troppo, ma almeno a schedarlo, non solo raccogliendo la documentazione dagli archivi, ma anche eseguendo analisi delle murature. Purtroppo ciò non avviene e l'unica schedatura oggi esistente, ma limitata al solo centro storico, è quella realizzata privatamente dal sottoscritto (scusi l'immodestia) con un lavoro già ultraventennale e non ancora ultimato. Per il resto ci affidiamo alla buona volontà, ai ricordi, alla passione dei tanti, sperando in un futuro cambio di passo e mentalità. Ha letto il cartello? Chi avrà parlato di età preromana?

Prevenendo una sua possibile domanda, le dico che ignoravo l'esistenza della chiesetta e quindi non ne ho notizie.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

22/06/2011. Da Nicola Vernieri.

Gentile dr. De Simone, sono un assiduo frequentatore del suo sito e ci siamo conosciuti in occasione di visitiamo la città. Vengo all'argomento della presente. Sulla litoranea, all'altezza del Villaggio del Sole, poco distante dalla riva destra della foce del Picentino che segna il confine tra i territori comunali di Salerno e Pontecagnano Faiano, ho notato una strana cartellonistica ed una enigmatica torre, seminascosta dalla vegetazione (delle cui invio in allegato foto). Che ne sappiamo in merito? Aggiungo che di recente si è avuta notizia che in zona, denominata capitolo S. Matteo, a seguito dei lavori indetti dal comune di Salerno per la creazione di un'area artigianale industriale per la nautica, sono stati rinvenuti resti di un porto fluviale romano. Saluti Nicola Vernieri

 

 

 

23/06/2011. A Nicola Vernieri.

Signor Vernieri, purtroppo nulla sono in grado di dirle circa questa torre. La datazione (al di là della evidente sopraelevazione) dovrebbe essere determinata tramite un accurato esame della muratura mentre, al momento, non so se la Soprintendenza Archeologica se n'è interessata, poiché da quell'ambito nulla trapela. Se in futuro avrò notizie sarà mia cura comunicargliele.

Saluti, Vincenzo de Simone 


 

 

 

 

 

 

06/06/2011. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, le invio Foto antica di Salerno ripresa dal mare nella quale si vedono diversi muri sulle pendici del Bonadies, in particolare:
1) in senso est-ovest a nord di San Nicola della Palma e a nord di quella Palazzina circondata dal verde tuttora esistente;
2) in senso nord-sud a ovest del Convento dei Cappuccini e del Convento dei Celestini.
Cosa sono? Sono forse antichi tratti della Cinta Muraria difensiva di Salerno?
La ringrazio. Massimo La Rocca

 

 

07/06/2011. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, gli elementi da lei evidenziati sono relativamente recenti e non fecero parte delle difese cittadine. Essendo il discorso sulle mura di Salerno molto complesso, la pregherei di consultare il testo della conferenza Salerno, l'evoluzione delle mura, che tenni il 23 maggio 2009 presso il Giardino della Minerva, inserito alla pagina visite & conferenze di questo sito.

Saluti, Vincenzo de Simone 

  


 

 

 

 

 

20/05/2011. Da Rita Giordano.

Dott. De Simone, mi scusi se la importuno, essendo stata mia madre una della Calce di Castiglione del Genovesi, desidererei per cortesia alcune delucidazioni in merito alla casata.
Esiste davvero lo stemma della famiglia Della Calce donato da Carlo V e se ciò è vero come si combina con lo stemma della sirena su fondo azzurro?
In quale documento è definito?
Il palazzo Davossa era davvero di proprietà dei Della Calce?
Infine il sarcofago nella Cattedrale di Salerno raffigurante il giovane guerriero con spade e due cani ai piedi è davvero la tomba di Giovannantonio Della Calce, così come si afferma sul sito del comune di Castiglione del Genovesi? La ringrazio e la saluto cordialmente. R. Giordano

21/05/2011. A Rita Giordano

Signora Giordano, lo stemma che vede a destra è quello dei della Calce di Castiglione che ancora si osserva sul palazzo comunemente detto d'Avossa. La corona è quella antica di patrizio (la casata fu ascritta al patriziato di Salerno nel sedile di Porta Rotese), mentre l'aquila alla quale l'insegna della famiglia è addossata testimonia una concessione imperiale che però non so se avvenne effettivamente da parte di Carlo V. Dell'altro stemma di cui mi accenna non ho notizie; tenga però presente che gli stemmi venivano concessi ad individui e loro discendenti, non a casate, quindi a rami diversi di un cognome possono corrispondere stemmi diversi.

Non mi risultano documenti che definiscano lo stemma al momento della concessione, ma questa casata non è stato oggetto di miei studi specifici.

L'area sulla quale sorge l'attuale palazzo detto d'Avossa fu oggetto di alcune compere di case preesistenti da parte di Giuseppe della Calce fra gli anni Sessanta e Ottanta del Seicento, ristrutturando le quali fu realizzato, nella prima metà del Settecento, l'imponente complesso che oggi osserviamo. In possesso al 1752 di Prospero della Calce anche come legatario del fratello Andrea, dopo la sua morte la proprietà fu venduta (6 ottobre 1785) dalla vedova Beatrice Pagano ai fratelli Diego, Gennaro, Domenico e Michele d'Avossa, i quali, non essendo nobili e quindi non possedendo uno stemma, lasciarono sulla facciata quello prestigioso dei della Calce.

Il sarcofago cui ella si riferisce è stato variamente attribuito; in genere lo si è considerato di Ruggero Borsa. La mia opinione è che si tratti della sepoltura di un cavaliere della famiglia de Stellatis morto agli inizi del Trecento (clicchi qui per questo argomento su questa stessa pagina). Secondo il Manoscritto Pinto (in Biblioteca Provinciale di Salerno) Giovannantonio della Calce (+1589) fu sepolto nella cappella da lui stesso eretta nella Cattedrale di Salerno, in una sepoltura con lastra marmorea ed iscrizione (oggi non più identificabile per i lavori di ristrutturazione settecenteschi).

Saluti, Vincenzo de Simone               


 

 

 

 

 

 

22/04/2011. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, le invio Mappa satellitare con Via della Valle a Salerno. Mi potrebbe per favore indicare sulla Mappa il Vallone Gallocanta detto anche Vallone La Sgarrupa dove sorgeva il Convento di San Nicola di Gallocanta di cui interloquimmo a luglio 2009?
Siccome lei all'epoca mi scriveva del Vallone al confine tra Comune di Salerno e Comune di Vietri, dovrebbe essere quindi il Vallone a ovest della Croce Saragnano, ma non ne sono certo.
Le domando inoltre: fino a quando risulta documentata l'esistenza di questo Convento di cui oggi sembra si siano perse le tracce materiali?
La ringrazio. Massimo La Rocca

22/04/2011. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, nell’XI secolo, i principi longobardi ritagliarono dal limite occidentale della diocesi di Salerno uno spicchio di territorio che assegnarono, con status extra diocesano, alla badia di Cava. Un documento conservato presso la stessa badia ci dice che tale spicchio, lungo il mare, andava dal fiume Cetara al territorio della città di Salerno che iniziava al luogo detto Ponte, ossia Trimarchi, ove si diceva Gallucanto di Petralena. Precedentemente, nel 1012, essendo ancora compreso nel territorio della diocesi salernitana, San Nicola è detto in locum Beteri, ubi Calicantus dicitur. Non longe a mari, si precisa nel 1065, mentre nel 1073, in occasione di una donazione di beni immobili a suo favore, si precisa che essi erano siti al di là e vicino allo stesso monastero, ubi proprie Veteri dicitur.

Il ponte citato, che evidentemente scavalcava un canalone che divideva il territorio assegnato alla badia da quello rimasto alla città e alla diocesi di Salerno, che poi dovrebbe essere lo stesso canalone, pur nelle mutate condizioni ambientali, che oggi divide il comune di Salerno da quello di Vietri in basso e da quello di Cava in alto, credo fosse posto lungo la via Popilia che, in altra nota su questa pagina, abbiamo ipotizzato si snodasse alla quota della Madonna del Monte dopo essere uscita dalla porta Nocerina.

Sulla sua immagine traccio una linea fucsia indicativa, tenendo presente che ignoro se l'attuale confine segue il fondo del canalone e che al di sotto dell'autostrada si aprono altri brevi valloncelli, di cui ignoriamo la storia orografica, che potrebbero essere stati interessati dal ponte. Ma il problema è che non conosciamo la distanza fra lo stesso ponte e il monastero, così come non conosciamo quella fra il monastero e Vietri, per cui indicare un luogo diviene esercizio puramente arbitrario. In ogni caso, certamente San Nicola de Calicantus, di cui Gallocanta è volgarizzazione, nulla ebbe a che fare con via della Valle e la sua croce. Relativamente all'epoca di esistenza, credo non si vada oltre il XIII secolo.

Saluti, Vincenzo de Simone

 


 

 

 

 

 

 

18/04/2011. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, un altro pezzo del Centro Storico di Salerno è stato completamente demolito. Si tratta di un antico Caseggiato che era situato su Piazzale San Leo nella parte nord-ovest del Centro Storico, nel luogo che a leggere sul vostro Sito Internet era indicato anticamente con il toponimo di SANTO LEO e che si trovava a ridosso di altri luoghi chiamati anticamente GIARDINO DELLA CERA e LA SCOLA SALERNITANA. Insomma l'antico Caseggiato demolito poteva avere a che fare in qualche modo con le attività della Scuola Medica Salernitana.
Ma le domando: aveva a che fare con il Convento di San Leone De Foro Muro le cui strutture mi risultava che affacciavano ancora fino a pochi anni fa su Piazzale San Leo? Le invio in allegato una doppia foto aerea in cui si vede il prima e il dopo la demolizione.
Saluti. Massimo La Rocca


 

19/04/2011. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, il monastero di San Leone extra muros è citato come tale soltanto fra il 1169 e il 1309. In seguito (prima notizia 1543) esso diviene un semplice beneficio, ossia le sue rendite sono concesse ad ecclesiastici senza che nei suoi locali risieda una comunità monastica e senza obbligo di celebrazioni nella sua chiesa. In questo stato di fatto è evidente che l'immobile subisce trasformazioni per uso abitativo ripetute nei secoli, per cui le fabbriche attualmente sono difficilmente individuabili. Tuttavia la mia opinione è che l'area del monastero corrispondesse al fabbricato che nella sua immagine del dopo ho cerchiato in rosso.

Altro discorso è il caseggiato di cui lei lamenta la demolizione. Esso costituiva un elemento caratterizzante lo scorcio della città che poteva osservare chi vi giungeva percorrendo il viadotto Gatto. È stato sostituito da una orribile costruzione granata (omaggio di cui la Salernitana spero avrebbe fatto volentieri a meno) con dei finti stucchi bianchi e un ascensore per auto. Qualche palazzinaro starà brindando.

Saluti, Vincenzo de Simone

19/04/2011. Da Massimo La Rocca.

Grazie per l'inserimento nella pagina della discussione, comunque a proposito del Convento di San Leone ricordo che qualche anno fa in un'edizione di Salerno Porte Aperte la Chiesa del Convento venne addirittura aperta, però non ho mai saputo dov'era perché non ebbi tempo d'andarci.
Massimo La Rocca

 

20/04/2011. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, la porta della chiesa è quella indicata dalla freccia. Ponendosi sul lato opposto della via, si vede la lanterna nel varco fra i due fabbricati. La struttura, però, certamente non è del XII secolo, quando il monastero compare per la prima volta nella documentazione giunta fino a noi.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

31/03/2011. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, le invio foto satellitare del Centro Storico di Salerno. Mi sono sempre chiesto quale fosse all'esterno delle Mura di Salerno il percorso seguito dalla Via Popilia, ossia l'importante strada di età romana che collegava Salerno con Cava-Nocera da un lato e Pontecagnano-Eboli dall'altro lato.
In particolare, uscendo dalla città da ovest in direzione Cava-Nocera, la Via Popilia a quale strada attuale corrispondeva? Alla Strada Statale Tirrenia Inferiore (in blu), alla Via della Valle (in giallo) o alla Via Campobasso (in rosso) ?

Grazie. Massimo La Rocca
03/04/2011. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, mi sono permesso di aggiungere un tracciato in verde alla sua immagine. Si tratta della via Tasso, che uscita alla Spinosa, sotto il giardino della Minerva, segue via Madonna del Monte.

Nello stesso momento in cui formulo questa ipotesi, però, mi rendo conto della difficoltà della sua accettazione, sia per l'attuale enorme discesa e risalita fra la Spinosa e la stessa Madonna del Monte, sia per il fatto che la strada alla chiesa bruscamente termina senza possibilità di ipotizzarne il prosieguo.

Della via Popilia sappiamo che correva in medio Salerno romana, cioè tagliava la città che i longobardi definivano antica in opposizione alle

loro aree di espansione dette nuova città; questa città antica, sull'asse nord-sud, andava dal meridione di Palazzo San Massimo al meridione del monastero di San Giorgio. Di via Tasso sappiamo che a piazza Abate Conforti, nel 1841, fu rinvenuta una colonnina miliare che si riferiva al tratto di strada a Nuceriam Salernum usque con iscrizioni relative a suoi riattamenti dell'epoca del cesare Marco Antonio Gordiano (238) e di Giuliano l’Apostata (361-363) e che era detta nel Medioevo la via della porta Rotense o la via della porta Nocerina, a seconda che si trattasse della sua parte orientale o di quella occidentale; quindi essa andava ad oriente verso l'innesto Rota-Eboli, ad occidente verso Nocera. Naturalmente la porta Nocerina longobarda non era l'arco che oggi vediamo all'estremità di via Tasso, essendo quello un manufatto seicentesco.

Giustamente, la sua domanda è: come faceva ad andare verso Nocera?

Escluderei il percorso basso, intanto perché quella strada fu realizzata in epoca spagnola, poi perché se su quello stesso percorso avesse insistito la via Popilia essa sarebbe entrata in città dalla porta Busanola (poi dell'Annunziata o della Catena) e quindi sarebbe stata quest'ultima ad essere detta Nocerina. Escluderei anche i due percorsi alti, perché ad essi si sarebbe potuto accedere solo uscendo dalla porta de la Palma o di San Nicola e quindi sarebbe stata quest'ultima ad essere detta Nocerina. Credo, dunque, che il percorso verso Nocera della via Popilia vada cercato partendo dalla Spinosa.

Nell'area, l'ambiente ha subito enormi trasformazioni, non solo dall'epoca della costruzione della via Popilia, ma anche dal suo recupero da parte di Giuliano l'Apostota. Intanto è evidente che qui il gradone su cui all'interno della città corre via Tasso appare considerevolmente eroso al bordo dagli sbalzi di umore del Fusandola, che in epoca longobarda mutò il suo corso, non è chiaro se avvicinandosi o allontanandosi dalle mura cittadine. Poi dalla profonda incisione della linea ferroviaria. Infine dall'urbanizzazione, in relazione alla quale non abbiamo notizie di rinvenimenti, ma ben conosciamo come in certi casi si proceda.

Come scrivevo sopra, non voglio sostenere incondizionatamente la direttrice Spinosa-Madonna del Monte, ma credo che, per entrare dalla porta Nocerina, il livello di quota della strada non potette essere troppo lontano da quello di tale direttrice.

Saluti, Vincenzo de Simone                 


 

 

 

 

 

 

16/01/2011. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, le pongo un quesito sulla Chiesa di San Pietro a Corte, originariamente Cappella Palatina della Reggia di Arechi II. Il principe di Salerno Guaimario II, come anche lei ricorda nel suo sito, nel 920 vi aggiunse il Campanile. Ma se la Chiesa era una Cappella privata della Reggia, quindi ad uso solo del Principe, della sua Famiglia e della sua Corte, a cosa serviva un Campanile?
Grazie. Massimo La Rocca

16/01/2011. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, la notizia è tratta dal Chronicon salernitanum che (edizione a cura di U. Westerbergh, Stoccolma 1956, p. 167) definisce il campanile aggiunto da Guaimario II mire pulcritudinis, quamvis esiguus. Quale l'uso? Non saprei; se però la sua domanda sottintende il dubbio che la chiesa fungesse effettivamente da cappella palatina, quindi non aperta al pubblico, posso aggiungere che nel 940 era detta ecclesie sancti Petri cappella palatii; nel 1073, beati Petri apostolorum principis capelle palatii; nel 1150, cappelle sancti Petri apostoli huius sacri salernitani veteris palatii (cf. Salerno Sacra, 2a edizione, 2001, I, pp. 89).

Sovente dovremmo avere la capacità di evocare antichi spiriti per interrogarli circa le motivazioni dei loro atti.

Saluti, Vincenzo de Simone

16/01/2011. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, con la mia domanda in realtà avanzavo il sospetto che a partire dal 920, data di costruzione del Campanile, la Cappella Palatina venisse aperta al pubblico in determinate occasioni; il suono della campane del Campanile avvisava la popolazione, e in particolare la nobiltà, dell'inizio di una cerimonia importante; ma se persone non appartenenti alla Corte del Principe dovevano partecipare a tali cerimonie, possiamo pensare che accedessero alla Chiesa attraverso l'Ingresso interno alla Reggia? Ricordiamo infatti che l'attuale Scala monumentale dinnanzi alla Chiesa fu costruita solo nel '500.
La ringrazio. Massimo La Rocca

17/01/2011. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, La sua è ipotesi possibile, anche se non verificabile.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

22/12/2010. Da Gianluca Aliberti.

Caro prof spero di non scocciarla ma questo sito mi tiene molta compagnia, sono salernitano ma vivo e lavoro a Bologna da circa tre anni spero di avere presto un avvicinamento (sono un infermiere), mi manca molto la mia città. Credo che la cultura non sia soltanto per pochi eletti, ma per chiunque abbia voglia di imparare qualcosa che possa essere utile alla società. Il suo sito in questo caso e molto utile per fare in modo che i salernitani non perdano di vista le loro origini, i loro costumi, la loro lingua, prima che l'UOMO DEL MONTE (Ruvo del monte) dica SI (alludo come sa benissimo, al demolitore come simpaticamente lo chiama lei) e tutto diventi polvere. Io non capisco i miei concittadini, che tanto in passato hanno lottato per non farsi infeudare pagando somme di danaro ai vari signori e signorotti del tempo, come abbiano potuto farsi infeudare dall'UOMO DEL MONTE? Dio salvi questa città da esso e dal nuovo sopraintendente MICCIO che non giudico ma lascio a lei giudicare. Le invio la foto di una chiesa che ho fatto pochi giorni fa mentre ero in ferie nei pressi del nosocomio cittadino, prima di essa c'e un grande porticato dove attraverso degli archi si intravede una fontana ma di che cosa si tratta?

Grazie per avermi dedicato un po' del suo tempo. Saluti e tanti auguri.

24/12/2010. A Gianluca Aliberti.

Signor Aliberti, purtroppo i luoghi di culto minori, ossia quelli che non furono monasteri o chiese parrocchiali, che insistono nell'area extramuraria della città rimangono quasi del tutto da studiare, quindi nulla so dirle di preciso. Ciò che possiamo escludere è che la chiesa sia stata parte della villa cui accenna, poiché fra i due immobili insiste un'altra proprietà, forse un tempo di un monastero francescano, in quanto sotto il timpano si nota lo stemma di quell'ordine. Siamo in un'area che fino agli inizi del Novecento rimaneva particolarmente isolata dal punto di vista della cura delle anime, rientrando nel territorio parrocchiale di Sant'Eustachio certamente non facilmente raggiungibile nel Settecento (epoca presumibile dell'edificazione della nostra chiesa); è possibile, quindi, che i francescani, possedendo terreni e case nell'area, l'abbiano edificata per permettere ai loro coloni e a quelli delle tenute limitrofe di usufruire delle funzioni sacre.

Saluti, Vincenzo de Simone   


 

 

 

 

 

 

19/12/2010. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, identificato ulteriore nome di Ala di Fiandra Regina di Danimarca e Regina del Sud Italia con Salerno capitale, si tratta di Ailanda, si veda infatti al seguente link:

 http://en.wikipedia.org/wiki/Adela_of_Flanders
Saluti. Massimo La Rocca

21/12/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, prendo atto di quanto gentilmente mi comunica. Non posso che ribadire quanto le scrivevo il 12 marzo scorso.

Saluti, Vincenzo de Simone   


 

 

 

 

 

 

10/12/2010. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, ho notato che alla pagina http://digilander.libero.it/salernostoria/araldica.htm mancano lo Stemma dei D'Avossa e lo Stemma dei Lauro Grotto. Come mai?
Saluti. Massimo La Rocca

11/12/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, i d'Avossa non sono nobili, quindi non possiedono uno stemma; conferma di tanto ci viene dal fatto che quando, nel 1785, acquistarono il palazzo in via delle Botteghelle lasciarono sulla facciata lo stemma dei della Calce.

La casata Lauro Grotto inizia quando i figli di Nicola de Lauro e di Giovanna del Grotto, sposatisi circa 1660, adottano entrambi i cognomi dei genitori. Nicola era originario dell'avellinese e secondo alcuni genealogisti la sua famiglia era un ramo dei Sanseverino; Giovanna discendeva dal nobile veronese Bartolomeo del Grotto, che troviamo a Salerno nel 1558. Né i del Grotto, né i de Lauro, e nemmeno i Lauro Grotto furono ascritti al patriziato salernitano, quindi non troviamo i loro stemmi nel Manoscritto Pinto (e nemmeno in altri blasonari) e, di conseguenza, non sono presenti nella sezione 2 della pagina che lei cita. Lo stemma dei Lauro è presente, invece, alla sezione 3, in quanto lo si vede al civico 6 di via delle Botteghelle, che fu una delle loro case palaziate. Non esistono esempi di stemma che comprendano entrambi le parti de Lauro e del Grotto.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

10/12/2010. Da Gianluca Aliberti.

Salve prof sono un cittadino salernitano il sito Salernostoria è davvero una trovata geniale, contro le malefatte del sindaco della giunta della sopraintendenza e del ministero, nella persona di Bondi che alla caduta del muro di Pompei, ebbe a commentare: è soltanto un muro di tufo! Non lasciamo che la nostra storia sia messa nelle mani di persone incompetenti e incapaci, usurpatori che per denaro venderebbero la madre ad un nano(citazione di de Andrè) come fare per tornare ai bei tempi di Guaimario 4? grazie.

11/12/2010. A Gianluca Aliberti.

Signor Aliberti, grazie per la sua gentile considerazione per questo sito. Purtroppo la pochezza culturale è ben distribuita al di là dei colori politici e a Cicciobello Bondi ben fa da contraltare Fontanella De Luca: per entrambi il patrimonio storico urbanistico non è altro che un insieme di tufi e pietre. Lo stesso dicasi per gli ingegneri impropriamente posti a fare i soprintendenti (prima Zampino, poi Miccio), che brancolano nel buio circa le identità dei monumenti su cui sono chiamati a soprintendere e le leggi in materia. Non ci resta che continuare il nostro impegno al motto di Resistere, resistere, resistere, sperando che anche i nostri amati vecchi muri riescano a fare altrettanto in attesa di tempi migliori.

Saluti, Vincenzo de Simone        


 

 

 

 

 

 

04/12/2010

A proposito del manufatto a lato (atrio della cattedrale di San Matteo, lato nord), in più pubblicazioni si legge trattarsi della sepoltura di Agostino Pontano (1547).

A parte la bizzarria di porre in una epigrafe prima il cognome poi il nome del commemorato (infatti si legge Pontano Augustino), nessuno spiega come mai i figli del defunto si chiamassero (come si legge sulla stessa epigrafe) Hieronimus Aug. e Michael Aug., ove, con ogni evidenza Aug. sta per Augustino.

Dunque, Pontano fu un membro della famiglia degli Augustino, detta anche de Augustinis, originaria dello stato di Montecorvino, fra i quali è noto alla storia salernitana proprio il figlio Geronimo, che fu il fondatore di un

collegio per lo studio della giurisprudenza, detto, appunto, degli Augustini, ospitato sul finire del Cinquecento nell'edificio che oggi chiamiamo Palazzo Martuscelli.

Una figlia di Pontano, Aurelia, sposò Geronimo Carrara, degli antichi principi di Padova portatisi prima a Montecorvino poi a Salerno edificando il palazzo in via dei Mercanti, presso la chiesa di San Gregorio, a la villa a Pastena, sulla cui facciata realizzarono una sorta di loro albero genealogico illustrato ponendovi le insegne delle famiglie imparentate. Fra di esse (a lato) vi è quella degli Augustino, la stessa che si vede (estrema destra) sulle sepoltura del nostro Pontano, al quale speriamo di aver restituito l'identità rubata.

 

 


 

 

 

 

 

 

21/11/2010. Luigi Carlino ci invia l'immagine della copertina del libro che si vede a lato con  un estratto dallo stesso:

Un inedito storico

(che potrebbe aiutarci a ricercare la fondazione della Schola Salerni di medicina in tempi antichissimi ed anteriori sicuramente al 1000 d.C.)

 

Della scuola di medicina di Salerno non abbiamo nessuna notizia riguardante la sua fondazione. La scuola araba di medicina di Baghdad è stata fondata nell'832 d. C. Poiché si sostiene una contemporaneità di fondazione di queste, due scuole, la storia di Salerno, in un certo momento, sembra darci una mano.

Nell'835 d. C. (si legge), Sicardo, Duca longobardo  (e

tiranno) di Salerno scoprì ai suoi danni una congiura di palazzo, capeggiata dal suo dignitario di corte Maione di Napoli. Inutile dire che i congiurati furono tutti eliminati ma il Duca costrinse invece Maione alla clausura, obbligandolo (pena la morte) ad accettare la carica di Abate di S. Michele. Naturalmente confiscò tutti i beni di Maione che consistevano in terreni e fabbricati.

Uno di questi fabbricati, ubicato oggi alla via A. Genovesi e contrassegnato con i n.ri civici 26/28 è l'unico palazzo di Salerno che nella sua struttura conserva i lineamenti d'epoca longobarda: portali d'epoca, scale basse e piatte, lunghe (sino ad abbracciare l'intera larghezza del fabbricato) giardino con pozzo retrostante, volte di scale ad arco, sono tutti elementi di un edificio d'uso pubblico (scuola?) e non di un palazzo ad uso privato.

Il vicolo dei Sediarii poi, divide il palazzo sopra descritto da un secondo, che forse rappresentava la continuazione del primo ma risulta completamente rifatto più volte. Negli archivi del Comune di Salerno, anagraficamente questi palazzi sono sempre stati indicati appellativamente con il cognome di Maione o Maglione di Napoli.

A fianco, infine, all'ingresso al n° 28 della stessa via Genovesi, un dipinto con una bellissima figura tutta vestita di rosso, è stato attribuito al Salvatore Gesù. La figura ha la palla al piede e, oltre ad altri particolari. può invece attribuirsi a Santa Caterina Alessandrina, Patrona dell'Arte medica!

Commento

Una sfilza di corbellerie come questa è difficile da trovare, nonostante la buona volontà che molti applicano nel creare e diffondere tavanate sulla storia cittadina. Intanto il titolo del volume: Il Cinquantesimo libro sulla storia di Salerno, il meglio e di più. Mi auguro, rabbrividendo nell'immaginare il loro contenuto, siano andati al macero gli altri quarantanove. Poi il titolo del capitolo: Un inedito storico. Si riferisce alla vicenda Sicardo-Maione, visto che scrive si legge? Ma dove si legge questo inedito? In cosa consiste? A quale epoca risale? Quindi i fatti: Sicardo elimina tutti i congiurati tranne il loro capo che costringe ad essere abate di San Michele; San Michele di Salerno? Se è così, i casi sono due: o Sicardo fa una elargizione di tipo sessuale al suo attentatore, costituendolo unico maschio in un monastero femminile, o la punizione è raffinatissima, poiché lo costringe a vivere in clausura fra pie donne che mai gli si concederanno. Infine il presunto fabbricato di Maione: l'unico palazzo di Salerno che nella sua struttura conserva i lineamenti d'epoca longobarda (!) e che, nonostante sia stato pignorato e trasformato nella sede della Scuola medica, conserva per mille anni appellativamente il cognome di Maione o Maglione di Napoli.

Forse l'Autore più che nell'arte dello scrivere avrebbe dovuto impegnarsi in quella del leggere (e non solo nell'Archivio comunale) per cui avrebbe trovato che il presunto palazzo di Maione (che naturalmente nulla del IX secolo conserva) fra Cinquecento e Ottocento fu una proprietà della confraternita del Santissimo Salvatore de Drapparia (da cui la presenza del dipinto che lui vuole trasformare in Santa Caterina Alessandrina) e soltanto successivamente pervenne alla famiglia di Napoli con la quale, ovviamente, il nostro cospiratore-costretto abate di mille anni prima nulla c'entra. E la sede della Scuola medica? La si continui a cercare.    


 

 

 

 

 

 

15/11/2010. Da Massimo La Rocca.

Gentile dott. De Simone, all'escursione di pochi giorni fa, che aveva come oggetto gli Acquedotti del Cernicchiara, abbiamo partecipato io, Luca Borsa e Giuseppe Nappo cultore di storia salernitana. Quest'ultimo ha confermato la mia ipotesi secondo la quale gli Acquedotti del Cernicchiara, che correvano paralleli al Torrente Cernicchiara, portavano l'acqua a Villa Tisi sulla cima della collina di Sant'Eremita alimentando lungo il tragitto fontane e cisterne in muratura prima di raggiungere la Villa; una volta qui non è chiaro come proseguissero, ma probabile che scendessero giù dalla collina di Sant'Eremita andandosi a collegare agli Acquedotti del Diavolo al centro di Salerno.
All'interno dei giardini di Villa Tisi esistono 2 grandi fontane circolari che erano sicuramente alimentate dagli Acquedotti del Cernicchiara, ma era alimentata da tali Acquedotti anche la Fontana Monumentale, annessa a un Belvedere affacciato sulla Valle del Cernicchiara, che si trova a pochi metri da quella che un tempo era una Casa signorile di campagna; mi riferisco a quella Casa gialla oggi rifugio per senzatetto e tossicodipendenti all'incrocio tra via Demetrio Moscato e via Cernicchiara. Giuseppe Nappo ci ha anche riferito che uno dei 3 Acquedotti del Cernicchiara risultava ancora funzionante all'inizio degli anni '90 del '900; dal sopralluogo che abbiamo fatto si è potuto constatare che l'Acquedotto che per ultimo ha smesso di funzionare è quello più grande, ossia quello con l'arco costituito da un'alternanza di pietre e pianelle di laterizio; molto meglio realizzato era per l'arco dell'Acquedotto immediatamente vicino, che, nonostante l'erosione delle pietre, ad un'osservazione attenta rivela conci perfettamente tagliati. Salendo nel Vallone dove si ergono le arcate, si incontra prima quella più piccola e più rovinata del primo Acquedotto, poi una briglia in cemento armato
realizzata come ci ricorda Nappo subito dopo l'Alluvione di Salerno del 1954, e infine ci si imbatte nelle arcate più grandi e suggestive degli altri 2 Acquedotti; in alto, sopra il fondo del Vallone, si scorge inoltre la sagoma della Bastiglia. A parte le arcate a tutto sesto visibili nelle foto, i canali degli Acquedotti del Cernicchiara, sollevati di poche decine di centimetri da terra, risultano oggi completamente interrati sui fianchi delle montagne che scendono gi verso il torrente Cernicchiara, tant' che per ora non siamo stati in grado di individuare il punto di inizio degli stessi; ma all'altezza degli ex caselli autostradali, i canali degli Acquedotti furono addirittura distrutti per la realizzazione della Salerno-Napoli. Le invio altre 2 foto; per conoscere la posizione da cui sono state scattate, e quindi sapere dove si trovano precisamente gli Acquedotti, ecco gli indirizzi: http://www.panoramio.com/photo/43617267 http://www.panoramio.com/photo/43617276

 

Cordiali Saluti.
Massimo La Rocca



 

 

 

 

 

 

11/11/2010. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, considerando che sul suo sito risulta già pubblicata la foto raffigurante 2 dei 3 Acquedotti del Cernicchiara a Salerno, per arricchire il quadro, le invio foto del terzo Acquedotto che quello più piccolo e più malconcio.
Saluti.
Massimo La Rocca
 

 

 

notizia precedente sull'argomento, 3 marzo 2009.

 

14 novembre 2010,

dal Corriere del Mezzogiorno

- lancio in prima pagina.

La scoperta Nel vallone spuntano antichi ponti

Acquedotto Cernicchiara, giallo storico-archeologico

C'è chi li fa risalire al medioevo, chi invece, con estrema cautela, ad epoche più recenti. Qualcuno poi, in uno slancio d'entusiasmo, parla addirittura di strutture d'età romana. Nel vallone di Cernicchiara alle falde del Bonadies, durante dei lavori di disboscamento, sono stati scoperti alcuni antichi ponti, resti di un acquedotto. A quando risalgono? Gli studiosi per ora non sembrerebbero in grado di dare una risposta. Si azzarda che possano essere di epoca medievale ma anche questo non è sicuro. Insomma sembra un vero e proprio archeogiallo salernitano, mentre si teme che le costruzioni, sicuramente non di epoca recente, possano essere dimenticate e fare la fine di un altro tratto di acquedotto sacrificato per la ferrovia.

- articolo a pagina 8.

Il caso La struttura fatiscente e abbandonata è quasi semidistrutta. Chiesto un intervento urgente per evitare il crollo definitivo

Un acquedotto medievale sul Cernicchiara

Salerno, rinvenimento nella parte alta del vallone alle falde del colle Bonadies

La similitudine Ipotizzato un collegamento almeno temporale con gli archi di via Arce   

SALERNO - C'è chi li fa risalire al medioevo, chi invece, con estrema cautela, ad epoche più recenti. Qualcuno poi, in uno slancio d'entusiasmo, parla addirittura di strutture d'età romana. Un rinvenimento recente dalle presunte tinte gialle. Un mostero in salsa salernitana che ha scatenato una sarabanda di ipotesi sulle pagine dei social network, animando discussioni di ogni genere tra appassionati, cultori di storia locale e addetti ai lavori. Con un vorticoso scambio di fotografie, ipotesi veritiere e suggestioni tutte da verificare, che al di là di ogni riscontro scientifico ha l'indubbio merito di aver riportato all'attenzione generale principi mai abbastanza celebrati, come tutela del paesaggio e salvaguardia del patrimonio storico-artistico. Gli unici a tacere, purtroppo, sono proprio i diretti interessati. Se ne stanno lì buoni, immobili, a respirare sana aria di collina dopo aver trascorso chissà quanto tempo sotto una coltre di terra e vegetazione. Mentre aspettano speranzosi di essere ripuliti, valorizzati e finalmente svelati in tutto l'originario splendore. Ma cerchiamo di mettere ordine in questa curiosa storia. Protagonisti della nostra vicenda sono degli archi, dei pontili: resti di uno o più acquedotti antichi. Si trovano nel tratto alto del vallone del Cernicchiara, alle falde del Bonadies. Immediatamente prima dei vecchi caselli autostradali, per intenderci. La "scoperta" risalirebbe a qualche mese fa, in seguito ad alcuni lavori di disboscamento avvenuti in zona. Gli autori del rinvenimento, oltre ad aver raccolto una corposa documentazione fotografica, assicurano di aver allertato autorità e diversi enti preposti alla tutela dei beni architettonici. A quanto pare, senza aver ricevuto alcun riscontro. Storici e studiosi brancolano nel buio, spulciano carte d'archivio e documenti vecchi e recenti alla ricerca di testimonianze. Tutto questo mentre impazza il toto-datazione, e si ipotizza un collegamento - alquanto probabile, a detta di molti - con le arcate medievali che ancora oggi attraversano via Arce e via Fieravecchia. Ma soprattutto ci si interroga sulla sorte futura dei manufatti, all'immediata vigilia di un progetto di riqualificazione urbanistica che dovrebbe interessare l'intera area del Cernicchiara. Faranno la stessa fine del tratto obliterato il secolo scorso per far posto alla linea ferroviaria? Si spera di no, ovviamente. L'augurio è quello di una opportuna opera di valorizzazione. Ma a questo punto urge uno studio serio e sistematico delle emergenze rinvenute.

Raffaele Avallone

Il Comune Domani il Consiglio discute del progetto di tunnel nel monte

SALERNO - Il Consiglio comunale di Salerno è stato convocato per domani con all'ordine del giorno anche l'approvazione del progetto preliminare in variante urbanistica del secondo lotto del progetto «Salerno Porta Ovest». Che prevede, in sostanza, la realizzazione del tunnel in via risorgimento. L'intervento complessivo interessa , di fatti, anche l'area del Cernicchiara. E potrebbe essere questa l'occasione per inserire nel piano complessivo anche il recupero dell'acquedotto che si trova alle falde del monte Binadies.

(omissis) 


 

 

 

 

 

 

01/10/2010. Da Massimo La Rocca.

Gentile dott. De Simone, sulla cima della Collina di Sant'Eremita, anticamente Santo Romito, tra le varie costruzioni oggi esistenti spiccano 2 grandi fabbricati: 1) Villa Tisi, una Villa con grande Giardino prospiciente il Golfo di Salerno e dotato di 2 monumentali fontane gemelle; 2) Palazzo di colore giallo che presenta delle arcate murate all'ultimo piano.
Sulle Vedute antiche di Salerno, se non erro già nella cinquecentesca Veduta Rocca, sulla cima di Sant'Eremita risulta un edificio religioso, forse solamente una chiesa, forse una chiesa con annesso convento.
Questo edificio religioso cos'era ?
Corrisponde oggi a uno dei 2 fabbricati sopra citati?
Scusi per il disturbo. Massimo La Rocca

03/10/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, la veduta da lei citata, la migliore fra le raffigurazioni di Salerno, presenta una costruzione murata con una torre cilindrica e la individua come S. Romito. Purtroppo del luogo non esiste documentazione che io conosca, nel senso che se fu una casa religiosa non risulta fra le pertinenze di alcun ordine monastico operante in città, mentre se fu solo una chiesa non risulta mai sottoposta a visita pastorale né la sua presenza è documentata in altro modo. Se poi corrisponda ad uno degli edifici oggi esistenti, mi pare impossibile da dirsi senza indagini archeologiche in sito che permettano di evidenziare stratificazioni pregresse.

Saluti, Vincenzo de Simone  


 

 

 

 

 

 

23/09/2010. Da Gianluca Rosa.

Salve, sulla sua breve biografia di Antonello Sanseverino lei dice che:
... grande ammiraglio del Regno di Napoli ... Comandò la flotta aragonese nella battaglia di Ischia: il ritorno della flotta raffigurato nella famosa "tavola Strozzi", prima veduta "a volo d'uccello" della città di Napoli: tutte le galee inalberano a prua i colori Sanseverino (fascia rossa in campo argento) e a a poppa le armi aragonesi.
Ora sul web ho trovato opinioni discordanti:
- la pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Sanseverino_%28famiglia%29 dice esattamente le stesse cose che dice lei
- la pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Sanseverino dice che era Roberto che partecipò alla battaglia di Ischia
- anche la pagina http://www.nobili-napoletani.it/Sanseverino.htm dice che era Roberto che partecipò alla battaglia di Ischia
- la pagina http://www.ilportaledelsud.org/ferdinando_aragona.htm dice addirittura che l'ammiraglio della battaglia di Ischia era tale Giovanni Poo
Ora dato che la battaglia di Ischia si svolta intorno al 1460 ed Antonello Sanseverino sembra nato nel 1458, io propenderei per la tesi che vuole Roberto ammiraglio della battaglia.
Ma non saprei che dire a proposito di Giovanni Poo.
Lei che cosa ne pensa ??

23/09/2010. A Gianluca Rosa.

Signor Rosa, essendosi la battaglia d'Ischia combattuta il 6 luglio 1465, l'ammiraglio non poteva che essere Roberto. La ringrazio per la segnalazione e provvedo immediatamente a togliere il riferimento dalla scheda di Antonello.

Saluti, Vincenzo de Simone

24/09/2010. Da Gianluca Rosa.

Signor De Simone, resta ancora una cosa da chiarire: molte fonti dicono che l'ammiraglio della battaglia di Ischia era tale Giovanni Poo.
Mi domando se il titolo di Grande Ammiraglio del Regno fosse meramente un titolo onorifico, e se questo abbia indotto qualche confusione.
Lefonti citate sono:
http://www.ischiainsula.eu/difesa-belli/Letteratura/libripdf/dasciapdf/dascia2.pdf e

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La Battglia di Soronzno L'ammiraglio Giovanni Poo con 300 guerrieri parte per Ischia, di notte, approda sulla spiaggia di S. F. di Paola, manda le galee a Gaeta e ascende 1'Epomeo.
Giovanni d'Angi teneva quartier generale a Fontana ed era ignaro dello sbarco, avvenuto cos nascostamente. Il quartiere si sposta a Campagnano per dare l'attacco al Castello. Un colpo cade sul Castello provocando gran fumo. Il Poo, credendolo un segnale, con molta fretta aggredisce alle spalle gli Angioini. Escono quelli dal Castello quando s'avvedono della cosa. La battaglia fu tremenda e dura la vittoria delle armi di Ferdinando. Giovanni d'Angi riusc appena a fuggire per la Provenza, dove premoriva al padre Renato. Ma Giovanni Toriglia, sebbene sconftto, pure con pochi rimasti girava per l'Isola in attesa di dare un nuovo attacco. Chiese al fratello Carlo dei viveri e quegli corse in suo aiuto, ma la sua flotta vien distrutta dalle navi di Ferdinando e preso prigioniero col figlio, sicch a Giovanni non resta che arrendersi con i patti del 26 giugno 1465. Ludovico Sforza opprimeva suo nipote Gian Galeazze Sforza, genero del figlio di Ferdinando I, Alfonso, e accortosi della politica del re, si accorda con Carlo Vili, re di Francia, il quale, come erede di Casa d'Angi (Renato moriva dopo del figlio Giovanni, il nipote Carlo senza figli, Luigi XI al figlio Carlo Vili), e con diritti sul reame di Napoli, vi scende. (Guida d'Ischia - G.G.Cervera)

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Saluti, Gianluca Rosa

23/09/2010. A Gianluca Rosa.

Signor Rosa, confesso che tutto ignoro su Giovanni Poo, né tentativi di trovare notizie hanno avuto fortuna. Alla pagina http://www.storia.unina.it/strozzi.html, cliccando sul link Le avventure storiografiche della Tavola Strozzi, il documento che si apre compie una analisi della tavola e cita i condottieri di parte aragonese che parteciparono alla battaglia e le cui insegne si notano sulle galee accanto a quelle, preponderanti, di Roberto Sanseverino, ma non cita il nostro Giovanni. Forse egli, pur indicato come ammiraglio, si occupò essenzialmente della presa terrestre di Ischia senza comandare alcuna imbarcazione nella battaglia navale.
Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

23/09/2010. Da Adriano de Falco.

Gentile Prof. De Simone,
innanzitutto mi presento, ho 27 e sono un giovane di Salerno, innamorato della nostra città e della sua storia.
I primi anni della mia vita li ho vissuti a Via Romualdo II Guarna mentre attualmente sono sul quartiere Calenda.
Nonostante non sia cresciuto nel Centro Storico la mia passione per la Storia Salernitana è sempre stata viva in me, sebbene debba affermare che non la conosco in tutti i suoi minimi particolari...
Ho appena letto sul suo sito internet l'articolo della Rassegna Storica Salernitana, 44, 2005, pp. 227-236 "CASA CAVASELICE ALLE BOTTEGHELLE, PRESUNTA DEL PEZZO (VECCHI E NUOVI EQUIVOCI SULLIDENTIT DEI LUOGHI)"
Sono giunto a tale articolo perché alla ricerca di notizie dettagliate sulla storia del Palazzo, e credo di averne trovate tantissime con la sua perfetta descrizione storica.
Cercavo queste notizie perché da qualche giorno, esattamente dal 20 Settembre, ho iniziato una mia attività proprio all'interno di quel palazzo, si tratta di una Casa Vacanze che spero possa permettermi qualche guadagno in un periodo molto difficile per noi giovani.
Ero proprio alla ricerca di notizie certe da poter inserire sul sito internet e da poter raccontare ai futuri turisti.
Ricordavo quell'opuscolo di Salerno porte Aperte, ma ho ben capito che meglio non badare a tale opuscolo bensì alle sue ricerche.
Mi complimento tantissimo per ciò che lei fa per Salerno attraverso le sue opere, queste permettono a noi giovani di poter apprendere e un giorno tramandare altrettanto la nostra storia che mai va dimenticata.
Infine, se possibile, vorrei farle una domanda.
Vorrei inserire sul sito che promuove la Casa Vacanze una breve storia del palazzo. Per evitare grossolani errori a quale epoca potrei far risalire Palazzo Cavaselice?

Ho letto che la storia del palazzo inizia nel lontano 1053 per mano di Gisulfo II con un privilegio verso la chiesa di San Marco e le sue pertinenze, esibito solo nel 1335 dal Signor Matteo della Porta.
Mi chiedo, la famiglia Della Porta costruì il palazzo nel XIV secolo o ne acquisì solo i terreni pertinenti alla chiesa?
Spero di non averla disturbata con i miei quesiti e questo mio contatto.
Ringraziandola immensamente per la testimonianza che tramanda della storia di Salerno Riceva i miei Cordiali Saluti Adriano De Falco

23/09/2010. Ad Adriano De Falco.

Signor De Falco, quando ragioniamo dei palazzi storici cittadini dobbiamo considerare che spesso essi nacquero per evoluzione architettonica dei quartieri di lignaggio. Questi quartieri erano spazi, spesso circondati da mura, all’interno dei quali, intorno ad uno o più cortili, le famiglie dell’aristocrazia cittadina creavano loro unità abitative in un’edilizia spontanea, man mano che fratelli, figli, nipoti, cugini, parenti acquisiti, avevano bisogno di nuove case, stalle, locali di servizio per le loro necessità. In periodi successivi, la razionalizzazione del costruito, in alcuni casi, in altri casi la ricostruzione in toto, portarono all’edificazione dei palazzi che oggi osserviamo.
I Pinto, ad esempio, possedevano case frammentarie intorno ad un cortile, sull’area oggi del palazzo omonimo, già agli inizi del Quattrocento, ma la struttura che oggi osserviamo e settecentesca; lo stesso avveniva per l’area di palazzo Ruggi; e ancora per palazzo della Calce, oggi detto d’Avossa.
Per venire al caso che la interessa, gli antenati dei della Porta ebbero da Gisulfo II la chiesa di San Marco e l’intero isolato oggi compreso fra via delle Botteghelle, largo Abate Conforti, via Gisulfo II e vicolo Siconolfo, ove realizzarono il più grande quartiere di lignaggio cittadino. Dell’enorme spazio, una parte fu riservata quale dotazione della chiesa, il resto fu suddiviso nel tempo fra i vari rami della famiglia, tant’è che sul finire del Duecento uno di tali rami, quello che possedeva l’area oggi dell’Archivio di stato, edificò sotto le sue case la cappella gentilizia di San Ludovico, ove recentemente è venuto alla luce un affresco trecentesco. La parte del complesso di suo interesse, che era la residenza del ramo principale della casata, assunse l’aspetto attuale probabilmente nella seconda parte del Cinquecento, ma rimane difficile distinguere quali furono le parti edificate ex novo e quali quelle preesistenti inglobate nella ristrutturazione.
Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

21/09/2010. Da Massimo La Rocca.

Gentile dott. De Simone, ho scritto alla dott.ssa Rosanna Romano della Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici di Salerno la seguente mail:

<<Non so se la sua Soprintendenza sia stata messa già al corrente, ma, come ha fatto notare lo storico Vincenzo De Simone sul suo Sito Internet e su Facebook, i recenti lavori di ripavimentazione nel Quartiere Barbuti nel Centro Storico di Salerno hanno riportato alla luce una PIETRA CON INCISIONI al di sotto dellasoglia d'ingresso della Chiesa di Santa Maria dei Barbuti; De Simone non si è pronunciato su cosa siano le incisioni, ma a me sembra che tali incisioni formino una scritta, forse in latino o forse in greco.

L'abbassamento della quota della nuova pavimentazione in mattoni ha riportato sì alla luce la pietra con incisioni, ma tale pietra oggi risulta  esposta al deterioramento causato ad esempio da intemperie e vandalismo.
Spero che la sua Soprintendenza possa intervenire in

qualche modo, ad esempio smontando la pietra per metterla al riparo all'interno della Chiesa stessa.
Le allego foto della pietra in questione scattata dallo stesso De Simone.
Cordiali saluti. Massimo La Rocca>>

    


 

 

 

 

 

06/08/2010. Cattedrale di Salerno, sarcofago erroneamente ritenuto di Ruggero Borsa.

Il cavaliere è rivestito di una cotta cui sono applicate placche rigide a protezione delle braccia e aggiunti schinieri a protezione delle gambe, tipologia tipica delle armature di inizio Trecento.

La sopracotta è ornata dallo stemma della famiglia salernitana de Stellatis.

 

 

   sopra a destra: ricostruzione ideale dello stemma de Stellatis dal Manoscritto Pinto in Biblioteca Provinciale di Salerno

 

 

 

 

 

 

07/06/2010. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, mi sono sempre chiesto cosa rappresenta la Torre posta dinnanzi alla facciata della Chiesa di San Michele Arcangelo nel Centro Storico di Salerno. Fino a quando conoscevo solo la tesi dello storico Amarotta che colloca il Castello di Terracena nelle adiacenze, la mia personale convinzione che fosse una Torre di tale Castello; considerando la sua tesi che colloca il Castello di Terracena un pò più distante e cioè nell'area del Museo Archeologico, la mia personale convinzione risulta un pò incrinata. Se non  una Torre del Castello di Terracena, allora cos'è?

Saluti. Massimo La Rocca

09/06/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, sinceramente la sua domanda mi coglie di sorpresa, poiché ho sempre considerato quella che lei definisce "torre" un elemento costitutivo della facciata della chiesa e non un possibile reperto preesistente alla sua costruzione.

Ove ci trovassimo al cospetto di una torre di Castel Terracena riutilizzata, dovremmo immaginare l'edificio normanno posto ad interrompere la strada attuale prima che giungesse a San Benedetto o tale strada addirittura inesistente fino alla distruzione del castello.  

Ma così non è, poiché la via attuale, nel corso dell'esistenza di Castel Terracena, sfiorava il monastero di San Michele e raggiungeva quello di San Benedetto. Infatti nel luglio 1143 (Archivio di Stato di Salerno, pergamena 54) si vende una terra con casa sita a meridione della via che conduce lungo il monastero di San Michele Arcangelo e nel settembre 1148 (Archivio della badia di Cava, pergamena XXX, 9) si cita una terra con casa lignea del monastero di San Benedetto sita a meridione della via che conduce allo stesso monastero.

L'edificio attuale del San Michele in realtà è il risultato dell'unione di due case monastiche: il San Michele stesso, verso oriente, e il Santo Spirito Nuovo, verso occidente. Il San Michele alla sua edificazione, prima del 1039, occupava meno della metà del fronte attuale lungo la strada e, attraverso un cortile ad occidente, aveva l'accesso sia alla clausura che alla chiesa, posta sull'asse est-ovest con porta ad occidente. Dallo stesso cortile avevano accesso, di fronte alla chiesa, le case della famiglia Borda che nel 1471 le monache acquistano evidentemente per togliere la soggezione reciproca, ma forse anche per ampliare gli ambienti a loro disposizione. Nel 1573 nelle case Laudisio, poste ad occidente del San Michele, si trasferiscono le monache del Santo Spirito extra mœnia; il Santo Spirito Nuovo sarà soppresso nel 1618 e i locali uniti al San Michele con una prima ristrutturazione, cui seguirà una seconda fra il 1630 e il 1631 con l'edificazione della nuova chiesa, quella che attualmente vediamo, con l'orientamento invertito. Quindi la facciata in forma di torre risale a quell'epoca e credo sia un motivo architettonico originale.

Saluti, Vincenzo de Simone

09/06/2010. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, grazie per la risposta assai dettagliata!

Comunque se si osservano le facciate della torre, terminano verso l'alto con una serie di lesene che non sostengono nulla, non una cornice, non un timpano; la sensazione è che ci troviamo di fronte ad un'opera architettonica mai portata a termine, un'opera architettonica troppo originale per non creare qualche sospetto; penso comunque che in origine fosse veramente una torre; con i lavori seicenteschi alla chiesa devono averla ristrutturata creando le 3 apertura al pian terreno, arricchendo le facciate con cornici e con lesene, e infine programmando una sopraelevazione che non fu mai realizzata; ecco quindi la sensazione di opera non completata; le aperture che vediamo al primo e al secondo piano sono state ragionevolmente realizzate nel corso del '900.

Saluti. Massimo La Rocca

19/06/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, credo sia molto improbabile che sotto una torre preesistente sia stato possibile realizzare ben tre aperture. Altrettanto improbabile mi pare che la larghezza di questa ipotetica torre sia stata presa quale modello per la larghezza della chiesa. In ogni caso solo un'analisi della struttura muraria potrebbe fugare ogni dubbio.

In mancanza di certezze, la raccomandazione è sempre la stessa: non alimentiamo leggende.

Saluti, Vincenzo de Simone    


 

 

 

 

 

 

03/06/2010. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, ma perché, a proposito dell'inaugurazione della statua dedicata all'Arcivescovo Pierro al Seminario Arcivescovile a Pontecagnano, si parla di autocelebrazione da parte di Mons. Pierro, e per tale motivo si affonda il coltello nella piaga?

Da quello che ho capito la statua non se l'è fatta fare Mons. Pierro, ma si tratta di un omaggio fatto dall'Arcidiocesi al proprio Arcivescovo.

Per la cronaca inoltre pochi giorni fa a Battipaglia l'Arcivescovo Pierro in presenza del sindaco della città ha inaugurato una statua a Papa Gregorio VII, mentre a Salerno un anno e mezzo fa l'inaugurazione di una statua simile dedicata allo stesso Papa e realizzata per volontà di Mons. Pierro fu osteggiata dal Sindaco di Salerno De Luca; è il caso di fare i complimenti al sindaco di Battipaglia!

Saluti. Massimo La Rocca

04/06/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, mi permetta di ribadire un concetto che mi è caro: gli atti vanno giudicati uno per uno senza preconcetti di ostilità o condiscendenza nei confronti delle persone che le compiono; quindi, complimenti al sindaco di Battipaglia e a mons. Pierro per Gregorio VII e, se vuole, esecrazione per De Luca sullo stesso argomento. Ma la questione della statua nel seminario di Pontecagnano è altra: cosa vuol dire un omaggio fatto dall'Arcidiocesi? Insomma, la statua è stata pagata con soldi raccolti con una colletta presso i fedeli (allora saremmo in presenza di un omaggio dell'Arcidiocesi in quanto comunità dei credenti) o con somma distratta dalle casse arcidiocesane? E, in quest'ultimo caso, è credibile che ciò sia avvenuto senza la conoscenza dell'arcivescovo? E se ciò fosse avvenuto, una volta scoperto il fatto, pur senza cadere nel peccato dell'ira, mons. Pierro ha condannato il gesto? Ha chiesto conto dello sperpero? Ha comminato le opportune sanzioni? Ha chiesto la rimozione dell'oggetto?

Ma al di là di tutto questo, anche se la statua fosse stata pagata con una colletta fra fedeli, il mio giudizio non sarebbe diverso, poiché, al di là del fatto che stiamo parlando di un ambiente che dovrebbe essere immune dall'esaltazione della vanità di se e degli altri (sic transit gloria mundi), ritengo deprecabile culto della personalità l'erezione di statue a personaggi viventi, quindi non ancora giudicati dalla storia con il bilancio delle loro azioni, siano essi Benito Mussolini, Mao Tse Tung, Saddam Hussein o Gerardo Pierro.           

Saluti, Vincenzo de Simone

04/06/2010. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, e se la statua dell'Arcivescovo Pierro fosse stata realizzata grazie a una colletta tra i prelati dell'Arcidiocesi? A quel punto dinnanzi alla statua già fatta Mons. Pierro che poteva fare?

Meglio tenerla, visto che prima o poi ad un Arcivescovo di Salerno, una statua o un dipinto o una strada che lo ricordi, non si nega; basta vedere cosa c'è nel Duomo di Salerno o in Città.

Riguardo poi all'erezione di monumenti a personaggi ancora in vita, non dimentichiamo che il Seminario Arcivescovile fu intitolato a Papa Giovanni Paolo II quando questi era ancora in vita, e che lo stesso Papa venne per giunta a Pontecagnano per inaugurarlo e non per rinnegarlo.

Saluti. Massimo La Rocca

05/06/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, prendo atto delle sue opinioni che naturalmente rispetto profondamente.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

08/04/2010. Da Massimo La Rocca.

Dott. De Simone, su Via della Valle esiste anche il rudere di una Chiesa di cui invio foto

(fonte: www.panoramio.com).

Si conosce il nome di questa Chiesa e la sua data di realizzazione?

Grazie. Massimo La Rocca

09/04/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, spiacente, ma non sono in grado di soddisfare la sua domanda. Ma lei ritiene trattarsi senz'altro di una chiesa? A me pare più una torre.

Saluti, Vincenzo de Simone

09/04/2010. Da Massimo La Rocca.

Stranamente sembra che esistano 2 Scuole di pensiero a Salerno, qualcuno parla di Torre, qualcun'altro di Chiesa. L'ho osservata da vicino, l'ho

fotografata su tutti i lati e all'interno, e l'impressione  è che non fosse una Torre, ma appunto una Chiesa; del resto il manufatto è a pianta rettangolare e presenta un piccolo ingresso con piattabanda dalla parte opposta all'ingresso principale a sesto acuto; insomma la geometria della pianta e i 2 ingressi non fanno propendere per una Torre, ma appunto per una Chiesa; il piccolo ingresso doveva essere l'accesso ad una Sagresta che purtroppo oggi non esiste più.

La Chiesa misteriosa per ora rimane misteriosa!

Saluti. Massimo La Rocca

10/04/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, se di chiesa si tratta purtroppo non ne ho notizie.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

25/03/2010. All'Ufficio toponomastica del Comune di Salerno.

Da qualche tempo la via una volta Duca Guglielmo (Guglielmo d’Altavilla) è stata intitolata ad Aurelio Nicolodi. Si tratta di persona che mai ebbe ruolo nella storia cittadina e che, benché benemerito nella tutela dei ciechi, fu contiguo al regime fascista, tanto da essere accusato di collaborazionismo dopo l’8 settembre.

La scelta di sottrarre alla memoria della cittadinanza il duca Guglielmo, regnante del più importante stato italiano del dopo anno Mille con capitale Salerno, è stata improvvida e profondamente lesiva della identità cittadina. Nessun giudizio storico si vuole qui esprimere sulla figura del Nicolodi, ma appare evidentemente del tutto inusuale che, a fronte di tante altre possibilità di intitolargli qualche nuova via, ove proprio si volesse fare, si è deciso per il modo peggiore.

Spero che codesto Ufficio si faccia carico di trovare una nuova collocazione, possibilmente nel centro storico, ove molte sono le vie impropriamente denominate, per onorare degnamente la figura del duca Guglielmo.

Colgo l’occasione per segnalare che tre vie del centro storico, pur essendo opportunamente dedicate a personaggi di rilievo della nostra storia cittadina, presentano banali errori nella resa dei nomi: vicolo Gisolfo II (il principe si chiamava Gisulfo II), vicolo Guaimaro IV (il principe si chiamava Guaimario IV), vicolo Adelberga (la principessa, moglie di Arechi II, si chiamava Adelperga). Credo che in questi tre casi sostituire fisicamente le tre scritte non dovrebbe essere un problema.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

23/03/2010. Da Massimo La Rocca.

Dott. Vincenzo De Simone, ho inviato a Sindaco di Salerno e a Ufficio Toponomastica del Comune di Salerno il seguente messaggio:

<<...in questi giorni ho scoperto che incredibilmente a Salerno non esiste una sola Via o Piazza dedicata alla Duchessa Ala di Fiandra (Regina di Danimarca col nome di Adele di Fiandra).

Vi propongo quindi la denominazione VIA o PIAZZA DUCHESSA ALA DI FIANDRA o se volete VIA o PIAZZA REGINA ADELE DI FIANDRA di un importante Via o Piazza di Salerno; si può pensare ad esempio a qualche Tratto viario della Lungoirno o Piazza della Lungoirno.

Vi ricordo che Adele di Fiandra era Regina di Danimarca perché sposò in prime nozze il Re di Danimarca Knud il Santo oggi patrono della Danimarca; da lui ebbe il figlio Carlo di Fiandra poi proclamato Beato dalla Chiesa Cattolica; morto il marito Knud, la Regina Adele di Fiandra nel 1092 dalla Danimarca si trasferisce a Salerno per sposare nel Duomo di San Matteo in seconde nozze Ruggero Borsa d'Altavilla Duca di Puglia Calabria e Sicilia, quindi Sovrano del Sud Italia (1085-1111) con Salerno Capitale; trasferitasi a Salerno, la Regina Adele di Fiandra diventerà Duchessa Ala di Fiandra; insieme al marito Ruggero, Ala di Fiandra risiederà nella Reggia di Terracena a Salerno e avrà come figlio Guglielmo d'Altavilla, che sarà il futuro Duca; morto il marito Ruggero, Ala di Fiandra, come reggente del figlio Guglielmo non ancora pronto ad assumere il potere, governerà da sola il Sud Italia dal 1111 al 1115 anno della sua morte; Ala di Fiandra fu presumibilmente sepolta nel Duomo di Salerno, ma della sua tomba si sono perse le tracce a causa delle ristrutturazioni del Duomo che nel '700 e '800, come ricorda lo storico salernitano Vincenzo De Simone, sconvolsero le sepolture storiche.

Ma in questi giorni ho scoperto anche che incredibilmente oggi a Salerno non esiste una sola Via o Piazza dedicata al Duca Guglielmo d'Altavilla; infatti la Via di Salerno al Rione Gelso che qualche anno fa era a lui dedicata, ossia Via Duca Guglielmo, oggi si chiama Via Aurelio Nicolodi; in questo caso è anche incredibile che il nome di un personaggio meno importante abbia preso il posto del nome di un personaggio più importante.

Vi propongo quindi anche in tal caso la denominazione VIA o PIAZZA DUCA GUGLIELMO D'ALTAVILLA di un importante Via o Piazza di Salerno; si può pensare ad esempio a qualche Tratto viario della Lungoirno o Piazza della Lungoirno.

Vi ricordo che Guglielmo d'Altavilla era figlio del Duca Ruggero Borsa d'Altavilla e della Duchessa Ala di Fiandra (Regina di Danimarca col nome di Adele di Fiandra); Guglielmo fu Duca di Puglia Calabria e Sicilia, quindi Sovrano del Sud Italia (1111-1127) con Salerno Capitale; Guglielmo risiedeva quindi nella Reggia di Terracena a Salerno, muore nel 1127 e viene sepolto nel Duomo di Salerno.

Spero in un Vostro interessamento...>>


 

 

 

 

 

 

15/03/2010. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone, i lavori fatti nel '700 nel Duomo di Salerno erano necessari, ma si potevano fare consolidando le strutture medioevali, invece si è voluto andare verso una modernità costituita da un Barocco non all'altezza di un Duomo così prestigioso.

So comunque che la Curia Arcivescovile conserva moltissime lapidi, tant'è vero che si voleva realizzare un Lapidarium nel loggiato del Quadriportico del Duomo; suppongo che queste siano lapidi tombali, e quindi tra esse ci potrebbero essere quelle di Ruggero Borsa e di sua moglie Ala delle Fiandre.

Altre lapidi potrebbero trovarsi nascoste al di sotto del Pavimento attuale del Duomo.

Per identificare poi i corpi anonimi presenti nei sarcofagi si potrebbe ricorrere all'esame del DNA, facendo un confronto ad esempio con il DNA da prelevare dal Sarcofago di Roberto il Guiscardo che si trova a Venosa.

In questi giorni ho scoperto un qualcosa di sconcertante: a Salerno non esiste una strada dedicata alla Duchessa Ala delle Fiandre e quella che qualche anno fa era dedicata al figlio Duca Guglielmo d'Altavilla (via Duca Guglielmo al Rione Gelso) oggi si chiama via Aurelio Nicolodi.

Il sindaco De Luca con tutte le strade e piazze inaugurate durante la sua lunga amministrazione, poteva riparare a queste gravi mancanze, ma non lo ha fatto.

Saluti. Massimo La Rocca

21/03/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, che questa città non ami le sue memorie è cosa nota. Chi sia stato questo Nicolodi per sottrarre il posto a Guglielmo d'Altavilla non so, quello di cui sono certo è che in Comune nessuno sa chi sia stata Ala. A proposito di DNA, altra cosa che ignoro è se oggi i sarcofagi presenti in Cattedrale effettivamente contengano corpi o se furono svuotati per effetto delle leggi napoleoniche. Un lapidario da allestirsi? Le faccio notare che vergognosamente il Museo diocesano è chiuso da tempo perché dopo la mostra degli avori (credo siano passati più di due anni) non è stato più riallestito per la normale esposizione.

La verità è una sola. In questa città manca un comitato scientifico di tipo istituzionale per la tutela del patrimonio storico-artistico e delle memorie. Però, per favore, non pensi di lanciare l'idea e farne una crociata: potremmo trovarci con la iattura di un simile ente-carrozzone con alla presidenza Zampino.

Saluti, Vincenzo de Simone

P.S.: scrivendomi ancora, la prego, eviti il "Prof."; grazie.     


 

 

 

 

 

 

15/03/2010. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone, da molti anni sapevo che nel Duomo di Salerno vi era il sarcofago di Ruggero Borsa d'Altavilla, ma visitando oggi il sito cattedraledisalerno.it non ne ho trovato traccia. Forse qualche storico salernitano ha cambiato idea sull'attribuzione di un certo sarcofago?

Si poteva supporre che i resti della Regina di Danimarca si trovassero nel sarcofago del marito Ruggero; se i Danesi sapessero che noi Salernitani abbiamo buttato via i resti mortali della loro Regina Adele (Ala per i Salernitani), che figuraccia che faremmo! Se fosse morta in Danimarca e non a Salerno, oggi riposerebbe in una tomba monumentale in qualche chiesa danese; a Salerno invece a quanto sembra ha fatto proprio una brutta fine.

Una curiosità: come sappiamo Re Knud, primo marito della Regina Adele(Ala), fu fatto Santo, ma ho letto che il loro figlio Carlo delle Fiandre fu fatto Beato.

Comunque come penso da tempo nel '700 a Salerno certi Arcivescovi erano talmente accecati dal desiderio di modernità che ottusamente nel Duomo hanno finito col distruggere architettura e reperti Medioevali di grande importanza, per creare al loro posto un Barocco sì monumentale ma non così importante; purtroppo questi errori del passato non hanno insegnato nulla ai Salernitani che sono venuti dopo e a quelli di oggi. Faccio un piccolo esempio: qualche anno fa è stato demolito lo Scalone monumentale del Palazzo Arcivescovile, per creare al suo posto uno Scalone moderno che ha un valore estetico sicuramente inferiore; da questa piccola demolizione la città non solo non ci ha guadagnato, ma ci ha addirittura perso.

Saluti. Massimo La Rocca

12/03/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, devo dire, ad onor del vero, che i lavori settecenteschi nella Cattedrale si resero necessari per le condizioni di instabilità dell'immobile, a causa del cedimento del terreno su cui poggiava la navata destra; se tutto il salvabile fu salvato non saprei, ma credo che riguardo alle sepolture il danno grosso fu fatto nell'Ottocento, poiché molte erano le lastre tombali sui pavimenti delle due navate.

Relativamente al problema sepolture degli Altavilla, dagli Annali di Romualdo sappiamo che Ruggero Borsa, essendo morto cinquantenne, fu sepolto (febbraio 1111) in ecclesia beati Mathei apostoli; dalla stessa fonte sappiamo che la moglie, che Romualdo chiama Hala, fu reggente del figlio Guglielmo e morì nell'aprile 1115, ma il cronista non precisa né il luogo della morte né quello della sepoltura. Anche Guglielmo, morendo presso Salerno (luglio 1127), avendo più di trent'anni, racconta sempre Romualdo, fu sepolto in San Matteo.

Attualmente nell'atrio della nostra Cattedrale, immediatamente alla sinistra della porta centrale della chiesa, esiste un sarcofago romano adorno di sculture, fra cui la caccia al cinghiale, nel quale si è voluto riconoscere la sepoltura di Guglielmo. Il problema è che nulla giustifica tale riconoscimento, poiché il reperto non presenta scritte, date, armi gentilizie o altro che possa avallare l'attribuzione.

All'interno della chiesa, nella navata destra, alla sinistra, poco prima del transetto, esiste il Sarcofago Borsa. Si tratta di un manufatto ellenistico datato al IV secolo a. C. Il coperchio (forse XIV secolo) reca una bellissima scultura raffigurante un giovane cavaliere sul letto di morte, con armatura e spada al fianco. La bellezza della raffigurazione spinse qualche storico cittadino a riconoscervi, contro ogni evidenza, il nostro Ruggero e, nonostante oggi le guide della Cattedrale (si veda www.ingenioloci.beniculturali.it/smatteo, scheda 96) lo riconoscano come la sepoltura di un ignoto guerriero angioino, continuano ad indicarlo come Sarcofago Borsa, perché in questa città sono facili a cancellarsi le memorie di pietra, non le sciocchezze degli storici.

Saluti, Vincenzo de Simone 

    


 

 

 

 

 

 

11/03/2010. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone, prima di porle una domanda faccio una premessa.

Siccome alla Regina di Danimarca moglie di Ruggero Borsa d'Altavilla sono stati attribuiti tanti nomi diversi, volevo capire quale fosse il nome con cui veniva e viene chiamata dai sudditi danesi; sono andato quindi sui Siti web di storia danese scritti in lingua danese; il risultato sono 2 nomi usati su tali Siti in modo sostanzialmente equilibrato, ossia Adele af Flandern e Edel af Flandern; il pasticcio sul suo nome invece ha visto la nascita di Adalala, Adelaide, Alaina, Ala, Alix, senza contare che oggi il nome di gran lunga più diffuso con cui viene indicata sul Web è la versione inglese Adela of Flanders, e questo perché l'inglese è la lingua dominante su Internet.

La domanda che le pongo a questo punto è: la tomba della Regina di Danimarca si trova a Salerno?

La ringrazio. Massimo La Rocca

12/03/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, interessante sarebbe poter consultare i documenti originali che nominano la nostra regina nel corso della sua vita in Danimarca, se non addirittura in Belgio. Nel nostro meridione, è chiamata Alam, filiam Robberti Frisonis comitis Flandrensium nel passo con il quale Romualdo Guarna narra del suo matrimonio con Ruggero nel 1092. Malaterra la cita come la vedova di dux Rogerius, filiam Flandrensium marchionis Roberti…Adalalam. Ancora Romualdo, nel fissarne la morte all'aprile 1115, la chiama Hala ducissa mater Guillelmi ducis. Tre pergamene dell'Archivio della badia di Cava del 1126 contengono, come inserto, il transunto di un atto del maggio 1106 con il quale Ruggero, per intercessione della moglie che chiama Ala dona un piccolo terreno ad un suddito in ricompensa dei suoi sevigi.

Relativamente al luogo di sepoltura nulla sono in grado di dirle se non che certamente oggi la nostra cattedrale non conserva il suo sepolcro; ma qui le sepolture furono spostate, sconvolte e certamente molte distrutte nel Settecento per la ristrutturazione dell'edificio; altre, poste lungo le navate laterali, furono travolte nel 1877, quando l'arcivescovo Guadalupi, con la deplorazione del Capitolo della cattedrale, posò un nuovo pavimento.

Perché in questa città tutto si distrugge, dall'arcivescovo Carafa, che fece demolire la chiesa di San Grammazio per fare un favore ai gesuiti, passando per i demolitori di torri e porte, fino a giungere a De Luca.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

07/03/2010. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone, in base alle notizie che mi ha inviato su Knud, capisco che stiamo parlando dello stesso Knud, ma per Wikipedia è Knud IV. A riprova vada per favore al seguente link http://it.wikipedia.

org/wiki/Elenco_di_monarchi_danesi dove troverà una dettagliata lista dei re di Danimarca, compresi quelli di dubbia esistenza. Si può vedere che prima di Knud IV il Santo, esistono Knud III l'Ardito e Knud II il Grande, mentre Knud I risulta di dubbia esistenza. Il dilemma forse lo possono sciogliere solo gli storici danesi. Una soluzione potrebbe essere quella di chiamarlo Knud il Santo (in italiano Canuto il Santo).

Saluti. Massimo La Rocca

08/03/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, credo esistano due scuole di pensiero: per la prima il nostro Knud fu IV, contando tutti i re di tale nome tramandati; per la seconda fu Knud II, contando solo i re effettivamente documentati. Per noi la sua soluzione è certamente la migliore.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

05/03/2010. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone sto seguendo gli aggiornamenti della sua Tavola Genealogica sugli Altavilla, ho consultato altre Tavole Genealogiche e ho fatto Ricerche.

Oltre che nella sua Tavola anche in un'altra ho trovato scritto re Knud II, in realtà grazie a Wikipedia.org, ho scoperto che si tratta, senza ombra di dubbio, di re Knud IV, che è santo patrono della Danimarca, e che la sua vedova, che andò in sposa a Ruggero Borsa, si chiamava Adelaide delle Fiandre.

Su Dinastiabarbaccia. com invece ho letto che Ruggero Borsa sposò altre due donne di cui ci sono nomi e titoli nobiliari. Sullo stesso sito risulta che Ruggero Borsa ebbe un altro figlio di nome Guglielmo, letteralmente definito Bastardo d'Altavilla, del quale almeno 2 figli sono sepolti nella Badia di Cava dei Tirreni; la discendenza di questo Guglielmo è documentata fino alla seconda metà del XVII sec., per cui ritengo non sia giusto dire che con la morte del fratellastro omonimo si sia chiusa la discendenza in Italia da Roberto il Guiscardo. Inoltre teniamo conto del matrimonio di Matilde d'Altavilla figlia del Guiscardo con Raimondo Berengario II conte di Barcellona; sembrerebbe che i Re Angioini e Aragonesi che governarono sul Sud Italia discendano proprio da Matilde e quindi da Roberto il Guiscardo.

Sempre su Su Dinastiabarbaccia.com ho letto che Guglielmo d'Altavilla, figlio legittimo di Ruggero Borsa, ebbe una terza moglie di cui non si conosce il nome; mentre la moglie Gaitelgrima viene indicata come figlia dell'Imperatore di Costantinopoli; ora siccome il nome Gaitelgrima non è un nome bizantino, ma longobardo, il sospetto che sorge è che fosse una sua cugina, ossia la figlia dell'Imperatore di Costantinopoli Costantino e di Elena d'Altavilla figlia del Guiscardo; tra cugini se non ricordo male è difficile avere figli o comunque figli sani.

Saluti. Massimo La Rocca

07/03/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, relativamente a re Knud, trascrivo (traduzione dall'inglese) dal sito Foundation for Medieval Genealogy (http://fmg.ac/Projects/MedLands/DENMARK.htm#_Toc196361198): KNUD +Odense, assassinato nella chiesa di Sant’Albans, 10 luglio 1086. Figlio illegittimo di re Svend di Danimarca. Succedette al fratello Harald nel 1080 come Knud II il Santo. Fu canonizzato nel 1100 da Papa Pasquale II con festa il 19 gennaio. Sposò (1080) come suo primo marito Adela de Fiandre, figlia di Roberto, conte delle Fiandre, la quale sposò in seconde nozze (1092) Ruggero Borsa, duca di Puglia. Nella tavola genealogica da me elaborata il nome Adelaide o Adela è reso in Adalala poiché tale risulta in più scritti a lei contemporanei, mentre in altri è abbreviato in Ala.

Relativamente alla questione del prosieguo o della fine della discendenza da Roberto il Guiscardo, tenga presente che la mia annotazione (che comunque sopprimo) intendeva riferirsi a discendenza legittima e certa per via maschile, essendo evidente che discendenza per linea femminile certamente vi fu e che altrettanto certamente confluì almeno nella Casa d'Angiò.

Relativamente alla moglie Gaitelgrima di Guglielmo e ad una possibile sua terza consorte, secondo una interpretazione di cui non ho tenuto conto sembrandomi poco attendibile (tanto che lo stesso genealogista che la prospetta esprime riserve non essendo nota la fonte originale) egli avrebbe sposato due Gaitelgrima, la prima figlia di Roberto conte di Airola, Alife e Caiazzo, la seconda figlia di Giordano II principe di Capua.

In ogni caso, come lei sa, questo sito è in continuo aggiornamento, quindi la ricerca continua.

Saluti, Vincenzo de Simone      


 

 

 

 

 

 

23/02/2010. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, io so che Roberto Il Guiscardo ebbe solo dalla Principessa Sichelgaita ben 10 figli; ma nella Tavola genealogica di Roberto Il Guiscardo, che ha pubblicato sul suo sito, si legge che Il Guiscardo ebbe in totale da Sichelgaita e Alberada solo 5 figli. Come mai?

Allego un'immagine di Roberto Il Guiscardo. Saluti.

Massimo La Rocca

24/02/2010. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, in realtà, ma avevo omesso di specificarlo e ho già provveduto a farlo, la tavola genealogica pubblicata è limitata ai soli personaggi principali della genealogia. Al momento sono costretto a tale limitazione perché, avendo consultato più pubblicazioni, ho notato notevoli disparità di ricostruzione dei rapporti di parentela e di resa dei nomi dei membri di minor rilievo. Naturalmente mi riservo di approfondire la problematica e di apportare alla tavole le migliorie possibili.

Saluti, Vincenzo de Simone

 

    


 

 

 

 

 

 

04/12/2009. Da Massimo La Rocca.

Prof. de Simone, su Facebook si è discusso dei leggendari cunicoli sotterranei nel Centro Storico di Salerno, che giungerebbero fino al Castello di Arechi da una parte e fino al Forte La Carnale dall'altra.

Io penso che si possano identificare con i corsi d'acqua che attraversano il Centro Storico e che oggi scorrono all'interno appunto di cunicoli sotterranei, nonchè con eventuali altri cunicoli che partendo dai piani interrati di Palazzi, Chiese, Conventi, raggiungevano i cunicoli dei corsi d'acqua sotterranei. Presumo che in passato tali cunicoli dovevano risultare segreti per essere sfruttati in caso di fuga, quindi è difficile che la loro esistenza sia rivelata nei documenti.

Ciò nonostante le domando: dagli antichi documenti risulta qualcosa? Cordiali saluti.

Massimo La Rocca

05/12/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, i documenti nulla ci dicono di questi fantomatici cunicoli e la mia opinione è che mai esistettero, ancorché da più parti si asserisca il contrario. Identificarli con corsi d’acqua sotterranei mi pare improponibile, poiché i corsi torrentizi che calavano verso il mare con una portata tale da giustificare cunicoli percorribili da persone non sono più di tre (la Lama, il Labinario di Santa Maria de Domno e la cloaca di San Giorgio, poiché pare che per i Canali, nonostante la convinzione unanime, non corresse acqua). La Lama certamente (questo i documenti lo dicono) correva a cielo aperto ancora alla fine del Medioevo; il Labinario, che scendeva attraversando l’area oggi di San Domenico, è anche documentato a cielo aperto in epoca longobarda, poi scompare dai documenti poiché pare (secondo Michele de Angelis) che fosse deviato verso il Rafastia in epoca normanna; rimane la cloaca, certamente già sotterranea in epoca longobarda (forse di costruzione romana), ma non so quale utilità potesse ricoprire in caso di fuga e da quali luoghi. Gli altri corsi d’acqua che attraversavano la città generalmente erano raccolti in peschiere nella fascia conventuale del Plaio Montis per essere poi condotti di balza in balza verso meridione attraverso tubature generalmente in cotto (se ne vedono esempi nel Giardino della Minerva) di diametro intorno alla spanna.

La storia del cunicolo fra il castello e la Carnale francamente mi sembra un’assurdità totale. A parte la difficoltà tecnica della realizzazione di una siffatta opera, la impossibilità pratica di percorrerla senza un sistema di aerazione (le torce si sarebbero spente al massimo dopo poche centinaia di metri) è possibile che nessuna delle opere di urbanizzazione realizzate fra Portanova e Torrione lo abbia mai intercettato? E poi c’è e c’era l’Irno: il cunicolo passerebbe, o sarebbe passato, sotto il letto del fiume?

Saluti, Vincenzo de Simone           


 

 

 

 

 

 

12/11/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, le invio una foto satellitare di Palazzo Sabbetta che indico con freccia gialla. Ritengo che la presunta Torre delle Mura di Salerno inglobata nel Palazzo corrisponda a quel corpo di fabbrica che ho cerchiato di verde. E' d'accordo? Saluti.

Massimo La Rocca

14/11/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, l’elemento che Lei evidenzia effettivamente è posto sul presumibile angolo formato dal muro meridionale della città prearechiana con il muro orientale. Mi pare però imprudente riconoscere nella sua forma e nelle sue dimensioni la torre angolare. Una risposta potremmo averla ove la Soprintendenza per i Beni Archeologici riuscisse là dove l’Ente diretto (speriamo ancora per poco) da Zampino ha miseramente fallito, ossia l’imposizione di un vincolo sull’area di risulta del palazzo che permetta serie e serrate indagini stratigrafiche.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

06/11/2009. Da Filippo Brindisi. la refurtiva

Non so se la condivisione addolcisca l'amarezza, ma lo spero proprio. In una presunta "città" pochi nomi son venuti fuori ad interrogarsi sul suo futuro. Schiere di salernitani intellettuali, giornalisti professionisti storici politici artisti professori, hanno taciuto e si son mantenuti fuori, nel migliore dei casi, se non appoggiato il principe schierandosi coraggiosamente in soccorso del vincitore. Ora sappiamo di non essere una città dove si confrontano idee e progetti, ma di essere sudditi del principe di turno, che poi è malattia endemica a queste latitudini.

Elvira Morena e "Cronache del Mezzogiorno": è un piacere conclamare i pochi nomi che si son levati, e mi piacerebbe leggerne altri se a me son sfuggiti.

Venendo alla prosa, invece, volevo farle notare una fatto strano. Le macerie della demolizione di palazzo Renna accumulate al piano terra nell'ex negozio di scarpe, da qualche giorno vengono portate nel parcheggio alle spalle della scuola Barra. Di qui vengono prelevate da camions più grossi che partono per la discarica. Ebbene il fatto strano è che, avendo visionato giornaliermente il cumulo nel parcheggio, mai mi è capitato di intravedervi un qualche reperto o qualsivoglia manufatto. Solo pietrame e materiale comune. Ed i capitelli i fregi ed il materiale lapideo pur documentato dalle foto estemporanee? Che fine avranno fatto?

In altre parole: c'è qualcuno che nasconde della refurtiva?


 

 

 

 

 

 

05/11/2009. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone, ma il supportico, che collega piazzetta Piantanova con via Masuccio, fa parte integralmente di Palazzo Sabbetta? Saluti.

Massimo La Rocca

06/11/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, il passaggio coperto di cui Lei mi chiede è citato il 23 novembre 1604, quando due camere e due camerini di Casa d’Avossa sono detti posti supra strettolam. Oggi esso è interamente pertinente all’ex proprietà Renna, poiché l’immobile limitrofo su di esso non ha estensioni o aperture.

Al di là di tanto, la volta costituisce elemento urtante fra i due edifici, quindi potrebbe essere problematica una sua demolizione. Però, stante la mentalità corrente, credo che, ove fattibile, l’antico manufatto (forse risalente come impianto all’epoca longobarda), sarà demolito senza remore.

Saluti, Vincenzo de Simone  


 

 

 

 

 

 

04/11/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile Prof. De Simone, glielo dico con tutto il rispetto, non dovrebbe scrivere che il palazzo è "praticamente distrutto", altrimenti mi deprime tutto il Gruppo di Facebook, e finiamo così di lottare. Da quello che ho potuto vedere, solo la parte centrale dell'edificio è praticamente distrutta, ma rimangono in piedi le ali del Palazzo stesso, soprattutto quella occidentale.

Ho contattato poco fa il ministro Carfagna chiedendole di intervenire con urgenza presso il suo collega Bondi.

Speriamo bene.Saluti.

Massimo La Rocca

05/11/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, il nostro fine iniziale era il salvataggio del continuum urbanistico lungo la via; tramontata tale possibilità man mano che la demolizione procedeva, abbiamo sperato di poter salvare almeno il piano terraneo e il primo, poiché questi erano quelli ove erano state individuate le possibili vestigia di un luogo di culto che, esclusa l’ipotesi di una chiesa, potevano essere quelle della sinagoga. Importante era apparsa l’altissima copertura dell’ex negozio Di Donato. Attualmente essa è stata demolita e, attraverso la porta del locale aperta verso via Cannoniere, si vede il cielo salernitano. Mentre ci scambiamo questi scritti, le ali che Lei ha visto ancora in piedi in realtà sono svuotate dei solai, per cui rimangono sono le mura perimetrali, che minacciano di crollare, non perché in tali condizioni fossero all’inizio di questa vicenda, ma perché così sono state rese sottraendo loro la stabilizzazione delle travi, in modo che a nessuno, tribunali, soprintendenze o (mi scusi) ministri, possa venire in mente di assumersi la responsabilità di un blocco dei lavori.

Forse potremmo ancora salvare l’indefinito elemento a pianta quadrata che si erge alle spalle dell’immobile, ma il tempo stringe, poiché ogni ora che passa perde qualcosa della sua altezza.

A questo punto, ben venga un possibile intervento del ministro Bondi, ma credo che dovremmo sollecitarlo, ove fossimo in grado di giungere fino a lui magari premendo presso i parlamentari cittadini, ad intervenire presso la Soprintendenza per i Beni Archeologici affinché si attivi per riuscire ove l’ente diretto dall’architetto Zampino ha miseramente e colpevolmente fallito, ossia l’imposizione di un vincolo sull’elemento di cui sopra e sull’area del piano terraneo ancor prima che venga liberato dalle macerie dei piani superiori.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

02/11/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, il sig. Luigi Ferullo su Facebook sulla bacheca del Gruppo "Salerno per Palazzo Renna-Sabbetta" ha scritto: <<detto palazzo dal lato nord presenta testimonianze di due torri e parte delle mura longobarde>>. Io a questo punto sapevo dell'esistenza solo di una Torre, cosa ne pensa? Saluti.

Massimo La Rocca

05/11/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, il lato nord del palazzo coincide grosso modo con l’allineamento del muro meridionale di quella che i notai longobardi chiamavano la città antica. Il suo angolo nord-orientale pare conservi tracce di una torre ove si osservano spessori inusitati di muri (che io non ho avuto modo di vedere, stante l’impossibilità di accedere) più consoni a fortificazioni che ad immobili residenziali; dovrebbe trattarsi della torre angolare, sulla quale andò ad innestarsi in muro orientale dell’ampliamento longobardo, il cui muro meridionale, il Muricino, fu fatto correre circa dodici metri a meridione della via attualmente Masuccio Salernitano. Questa dovrebbe essere la prima delle due torri citate dal signor Ferullo.

Osservando il palazzo da settentrione, dalla piazzetta Piantanova, appena a sinistra dell’imbocco del vicolo coperto, si osserva un elemento che si avanza dall’allineamento dell’immobile (se vuole vederlo deve affrettarsi, poiché lo stanno demolendo) e che dalle mappe catastali appare a pianta quadrata, alto, senza aperture visibili se non una piccola porta murata alla base, in una muratura frammentaria che, per quanto visibile attraverso le impalcature e le coperture che in gran parte lo nascondono, potrebbe essere riconducibile a tipologie costruttive longobarde. Una torre? Forse, anche se, ove lo fosse, occuperebbe una posizione anomala, essendo non sull’allineamento del Muricino, ma su quello del muro antico. Una costruzione longobarda posta a rafforzare la difesa antica prima dell’edificazione della nuova? Forse, ma non avremo modo di averne conferma o smentita, poiché la realizzazione della piazza dell’Ignoranza cancellerà ogni traccia. Questa dovrebbe essere la seconda delle due torri citate dal signor Ferullo.

Ora, fra gli scienziati della Soprintendenza per i Beni Architettonici (che nulla di culturalmente interessante hanno visto in Casa d’Avossa) e quelli della Soprintendenza per i Beni Archeologici (che pare aspettino la rasura al suolo dell’immobile per intervenire sull’area di risulta) la tutela dell’ultima torre cittadina (ammesso che di tale elemento si tratti) a chi compete?

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

27/10/2009. Il giorno 21 scorso inviai alla Soprintendenza per i Beni Archeologici la e-mail che trascrivo:

Dottoressa Nava, quello che accade in città alla via Masuccio Salernitano è incredibile e scandaloso.

Si demolisce un palazzo cinquecentesco che conserva fra il piano terraneo e il primo testimonianze storiche che in qualunque città europea si farebbe di tutto per tutelare. Ma al di là dell’ottusaggine dell’Amministrazione comunale, che preferisce una piazza per le luminarie natalizie alla conservazione del continuum storico-architettonico lungo la via, incomprensibile e al limite dell’omissione di atti d’ufficio è stato l’atteggiamento della Soprintendenza per i Beni Architettonici, il cui personale, il 31 luglio scorso, in occasione del sopralluogo effettuato insieme a tecnici comunali, certificò che nell’immobile non esiste nulla di “interesse culturale” (!). E le colonne con capitello? E le volte a vela e a crociera? E l’anomalo spessore dei muri che farebbero pensare a residui di fortificazioni? E l’ambiente di altezza abnorme che corrisponde a l’ex negozio di calzature? Quell’Ente, nel goffo tentativo di fare marcia indietro sulle dichiarazioni del 31 luglio, è stato sconfitto dal Comune davanti al TAR.

Ma Lei il 17 luglio, in una intervista rilasciata a “Il Mattino”, non aveva promesso un monitoraggio costante dell’immobile? O aspetta che, travolte colonne, capitelli, volte e archi, si giunga alle fondamenta?

Saluti, Vincenzo de Simone

Oggi la segreteria del soprintendente risponde:

Gentile Dottor de Simone,

questa Soprintendenza Le comunica che:

1.     la demolizione di Palazzo Renna-Sabetta  è di  competenza della Soprintendenza B.A.P di Salerno e Avellino.

2.   l’intervista alla dott.ssa Nava pubblicata dal Mattino il 17 luglio è del tutto  inverosimile in quanto il Soprintendente era all’estero per un ciclo di conferenze.

Come, come? La dichiarazione della dottoressa Nava pubblicata da “Il Mattino” il 17 luglio in un articolo a firma Erminia Pellecchia è un falso? Strane cose avvengono intorno al sito di via Masuccio Salernitano.


 

 

 

 

 

 

27/10/2009. Da Emanuela Scuoppo. palazzo Sabbetta

Ho saputo....

Cosa di potrebbe fare? E' a rischio la  STORIA e  L'ARTE di Salerno.........!!! Ma sono impazziti????

Solo persone ignoranti, possono demolire un reperto storico così importante!

Dott. Emanuela Scuoppo

27/10/2009. A Emanuela Scuoppo.

Dottoressa Scuoppo, credo che per salvare quanto rimane di Palazzo Sabbetta (storicamente sarebbe stato importante salvare il prospetto su via Masuccio Salernitano, ma esso allo stato della demolizione appare fortemente compromesso) sia necessaria una energica mobilitazione.

Purtroppo i miei tentativi di sensibilizzare gli organi di informazione locali non hanno sortito grandi effetti, così come i ripetuti appelli del signor Massimo La Rocca, che inviando centinaia di e-mail non riceve che qualche generica risposta. So che Lei amministra un gruppo su Facebook che si occupa di storia cittadina; se ne potrebbe creare uno apposito (tipo Salerno per Palazzo Renna-Sabbetta) e fare in modo che i membri inviino appelli, ad esempio al Ministero per i Beni Culturali, alla direzione regionale dello stesso ministero (sopratutto per ottenere, ove non lo avesse già fatto, che la Soprintendenza proponga appello davanti al Consiglio di Stato all’ordinanza della sezione salernitana del TAR della Campania che la esclude da ogni controllo sul cantiere), ai vari assessorati regionali, provinciali e comunali, ad associazioni culturali (rimaste completamente assenti nella vicenda), e ancora agli organi di informazione; sperando che un gruppo notevole di persone che insiste sull’argomento possa avere un effetto positivo.

Saluti, Vincenzo de Simone 


 

 

 

 

 

 

26/10/2009. Da Filippo Brindisi. il riscatto

Caro prof. De Simone, in via Masuccio è tutto un alacre lavorio di piccone. Quello che nel Cinquecento fu palazzo d'Avossa e poi Lauro Grotti, e prima ancora nessuno saprà mai chissà cosa, livello dopo livello si riduce in macerie. Camion dopo camion lo squarcio nella cortina della ex Giudaica prende verso la discarica.

Così è deciso, inesorabilmente.

Offro 10 Euro, da riconoscere immagino all'Impresa demolitrice, per acquisire il fregio marmoreo rivelato dalle foto insperate (a questo importo si aggiunga pure il risparmio che si otterrebbe sugli oneri di discarica).

27/10/2009. A Filippo Brindisi.

Signor Brindisi, temo la Sua sia un’offerta irricevibile. Se si accettasse il Suo riscatto, Comune, Direzione dei lavori, Soprintendenza, dovrebbero riconoscere l’esistenza di quel fregio (altrimenti come si potrebbe accettare un pagamento per qualcosa che non esiste?) e, conseguentemente di tutto quanto le immagini pubblicate su questo sito mostrano. Ma tutto quello che questo sito ha avuto la possibilità di mostrare per quei soggetti non esiste (anzi, non esistono nemmeno le immagini), altrimenti in un falso in atto pubblico potrebbe configurarsi la relazione congiunta Comune-Soprintendenza del 31 luglio scorso.

Per Sua informazione, Le rendo noto che un tentativo posto in essere dai signori Sabbetta di recuperare tegole, fregi, colonne e capitelli è stato frustrato da un netto rifiuto da parte della ditta demolitrice (evidentemente per gli stessi motivi).

A proposito di capitelli, ho inviato l’immagine che qui vede a lato alla dottoressa Daniela Di Castro, direttrice del Museo Ebraico di Roma; ha risposto: Molto interessante!, ma, non vedendosi gran che dalla foto, mi ha chiesto ulteriori dettagli. Non ho avuto il coraggio di risponderle che non posso fornirle altre immagini e una relazione, poiché in questa città quel capitello è in procinto di essere portato in discarica.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

27/10/2009. Avendo il signor Massimo La Rocca, il 20 ottobre, inviato a un centinaio fra Enti e persone un ulteriore appello per la tutela di quanto rimane di Palazzo Sabbetta, quello stesso giorno la Soprintendenza per il Beni Archeologici rispondeva:

La Soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta è ovviamente al corrente della vicenda relativa a Palazzo Sabetta, ma non entra nel merito di decisioni e/o determinazioni che spettano per competenza alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno e Avellino.

Un'eventuale intromissione si configurerebbe come mancanza di rispetto delle competenze specifiche dei colleghi. E' ovvio che, nel caso in cui si dovesse operare sul sedime del palazzo e/o sulle sue fondazioni, la Soprintendenza Archeologica sarebbe tenuta ad intervenire per la doverosa esplorazione archeologica preventiva di sito.Tanto si doveva.

Il Soprintendente Maria Luisa Nava

Il giorno 22 rispondeva anche la Soprintendenza ai Beni Storico-artistici:

Gentilissimo Sig. La Rocca, in qualità di funzionario della Soprintendenza ai Beni Storico-artistici, ho cercato di fare il possibile per capire cosa stesse succedendo x palazzo Sabbetta. Purtroppo siamo un Ente senza dirigente in questo momento e pertanto  impossibilitati ad agire energicamente. Quello che ho potuto fare è inoltrare al tribunale una nota in aggiunta a quella dell'Ing. Miccio in cui si chiede di valutare il valore storico artistico dell'immobile visto le notevoli decorazioni esistenti all'interno. Purtroppo pare che il tribunale si sia espresso negativamente dando ragione al Comune. Ora non so quali saranno i prossimi passi del Sindaco.

Sono comunque in contatto continuo con i colleghi della Soprintendenza BAP per eventuali nuovi passi. Ma noi come ufficio se non viene nominato un Dirigente, possiamo poco.

La saluto cordialmente e continui ad inviarmi eventuali altre notizie o meglio novità, semmai ce ne fossero. Rosanna Romano

Infine ieri ha risposto l’assessorato provinciale alla Legalità ed alla Trasparenza Amministrativa:

Per parte mia, anche su indicazione del Presidente Cirielli, e già in data 20 ottobre u.s., ho scritto al Comune di Salerno, oltre che alle due Soprintendenze, allo scopo di avere notizie. Nel caso, la terrò informata degli esiti.

Con cordiali saluti, Adriano Bellacosa


 

 

 

 

 

 

24/10/2009. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone, lei scrive "Meravigliarsi che in questa città si strappano radici profonde cento anni? In via Masuccio Salernitano si stanno strappando memorie certamente profonde cinquecento anni, ma forse anche mille". Sono d'accordo, mi piange il cuore!

Ma De Luca un cuore non ce l'ha, ne sono convinto. Colgo l'occasione per domandarle:

<<I Sabbetta si sono arresi o stanno studiando qualche ricorso?>> Saluti.

Massimo La Rocca

25/10/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, la signora Desiderio e i figli Sabbetta hanno ottenuto, lo ricordo a noi stessi, due ordinanze dal TAR della Campania (sede di Napoli) e dal Consiglio di Stato che, pur riconoscendo al Comune il diritto-dovere di salvaguardare l’incolumità pubblica, lo abilitano a demolire esclusivamente le parti pericolanti del palazzo. Stravolgendo la lettera e lo spirito delle due ordinanze, il Primo cittadino si è fatto portare in trionfo dai commercianti e dai residenti di via Masuccio Salernitano promettendo la demolizione totale dell’immobile e la creazione di una piazza (per la quale, ove malauguratamente dovesse essere realizzata, ho già coniato la denominazione di piazza dell’Ignoranza). A questo punto, la proprietà ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica che ha aperto un fascicolo pare con l’ipotesi di reato di falso ideologico. Pare anche, secondo fonti bene informate (direbbe qualche famoso giornalista), che l’apertura di tale fascicolo sia stata regolarmente notificata al Primo cittadino. Oltre questo, alla proprietà non rimane che un giudizio civile, che andrà ben oltre i tempi della piazza, delle luminarie e di quant’altro. 

Intanto, ricordo ancora a noi stessi, dopo la tavanata con la quale certificava l’assenza di interesse culturale dell’edificio e il goffo tentativo di recupero, la Soprintendenza per i Beni Architettonici è stata posta fuori gioco dallo stesso TAR della Campania (sezione di Salerno), avendo presentato una relazione dell’ingegner Miccio integrata, a quanto a Lei stesso è stato comunicato, da una nota della dottoressa Romano. Ricordo che nella vertenza davanti alla sezione salernitana dal TAR il Comune era contrapposto alla Soprintendenza, mentre la famiglia Desiderio-Sabbetta compariva soltanto quale parte interessata, quindi la relazione de Simone, non fatta propria dalla Soprintendenza, ma inserita in atti soltanto dai legali della famiglia, non ha avuto alcun rilievo probatorio. A questo punto, logica avrebbe voluto che fosse l’architetto Zampino, cui veniva negata la possibilità di svolgere il proprio ruolo istituzionale, a ricorrere al Consiglio di Stato, forte del fatto che quei giudici già avevano sentenziato per una demolizione soltanto delle parti pericolanti dell’immobile. A tale proposito, il 21 ottobre inviai all’esimio soprintendente la è-mail che trascrivo:

Dottor Zampino, quello che accade in città alla via Masuccio Salernitano è incredibile e scandaloso.

Si demolisce un palazzo cinquecentesco che conserva fra il piano terraneo e il primo testimonianze storiche che in qualunque città europea si farebbe di tutto per tutelare. Ma al di là dell’ottusaggine dell’Amministrazione comunale, che preferisce una piazza per le luminarie natalizie alla conservazione del continuum storico-architettonico lungo la via, incomprensibile e al limite dell’omissione di atti d’ufficio è stato l’atteggiamento dell’Ente che Lei dirige. Mi chiedo come è stato possibile che il 31 luglio scorso, in occasione del sopralluogo effettuato da tecnici comunali e da personale della Soprintendenza, quest’ultimo abbia potuto certificare che nell’immobile non esiste nulla di “interesse culturale” (!). E le colonne con capitello? E le volte a vela e a crociera? E l’anomalo spessore dei muri che farebbero pensare a residui di fortificazioni? E l’ambiente di altezza abnorme che corrisponde all’ex negozio di calzature?

So che l’Ente che Lei dirige, nel tentativo di fare marcia indietro sulle dichiarazioni del 31 luglio, è stato sconfitto dal Comune davanti al TAR. Sarebbe auspicabile che Lei ricorresse al Consiglio di Stato per far valere il diritto della Soprintendenza a svolgere senza ostacoli pretestuosi il suo ruolo istituzionale, poiché Le ricordo che lo stesso Consiglio di Stato ha autorizzato il Comune alla demolizione delle sole parti pericolanti e non del totale dell’immobile, e certamente il piano terraneo e il primo non presentano pericoli di crollo.

Consideri le immagine che allego [le immagini allegate sono la 3, la 7 e la 11 fra quelle pubblicate nell’apposita pagina di questo sito]: e se quelle volte [che si vedono nella 7] nascondessero, come abbiamo visto nel locale sotto l’Archivio di Stato, antichi affreschi?

Saluti, Vincenzo de Simone

Come abitudine di quell’Ente e di quella persona, la e-mail è rimasta senza risposta.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

LEGAMBIENTE SALERNO “Orizzonti”

TRAPIANTO 5 PLATANI SANTA TERESA: NESSUN DOCUMENTO UFFICIALE DAL COMUNE, GLI OPERAI INTANTO REALIZZANO STRANI FORI SUI PRIMI TRE

Ad oltre un mese di distanza Legambiente Salerno denuncia pubblicamente di non aver ancora ricevuto dal Comune di Salerno nessun progetto ufficiale relativo al trapianto dei 5 platani secolari che si trovano nell’area di Santa Teresa, il cui futuro, oltre che sopravvivenza, è legato al cantiere per i parcheggi pubblici di Piazza della Libertà e del condominio denominato Crescent.

Le informazioni in nostro possesso restano ferme all’annuncio a mezzo stampa del sindaco, in occasione dell’inaugurazione del cantiere, di un intervento “straordinario”, soprattutto per la cifra, di circa 60 mila euro. Ad oggi null’altro è dato sapere: chi realizzerà questo intervento? Quando? In che modo?

Sta di fatto che alcuni giorni fa, (scarica foto da Facebook, gruppo “Salviamo i 5 platani secolari di Santa Teresa”), alcuni operai, si presume della ditta che sta eseguendo i lavori, hanno effettuato dei fori, profondi e ben evidenti, sui tre platani a ridosso dell’aerea di cantiere. Legambiente chiede di sapere quale ditta specializzata stia intervenendo sui platani, a cosa servono questi fori e perché il tutto sia stato fatto in modo così poco trasparente.

E’ bene ricordare alla pubblica amministrazione che i 5 platani di Santa Teresa, prima dell’inizio dei lavori, godevano di ottima salute, come dimostrano le foto da noi realizzate ad inizio settembre. Sarebbe a dir poco strano se risultassero affetti da qualche oscura malattia o fungo dell’ultima ora…anche perché, ricadendo le loro enormi radici in piena area di scavo di cantiere, questo dimostrerebbe che le nostre preoccupazioni, evidenziate un mese fa, erano più che fondate nel caso gli scavi avessero danneggiato le radici dei platani.

Legambiente Salerno chiede al Comune di fare finalmente chiarezza su questa vicenda e di fornire tutte le informazioni ed i progetti relativi al futuro dei platani!

Futuro che, secondo noi, può e deve prevedere la permanenza dei platani in loco, al di là di qualsiasi improbabile ed improponibile trapianto.

Resta inspiegabile infatti perché su un’area di 45mila metri quadri, con solo 311 previsti a verde pubblico, i 5 platani debbano essere sacrificati da un progetto così imponente.

Non si costruisce la storia di una città strappando le sue radici più profonde…e quelle dei platani di Santa Teresa sono profonde più di 100 anni.

Il Circolo di Legambiente Salerno “Orizzonti”

Salerno 23-10-2009

legambientepersalerno@gmail.com

24/10!2009. Meravigliarsi che in questa città si strappano radici profonde cento anni? In via Masuccio Salernitano si stanno strappando memorie certamente profonde cinquecento anni, ma forse anche mille.


 

 

 

 

 

 

19/10/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile Prof. De Simone, come ulteriore tentativo ho inviato il seguente messaggio relativo a PALAZZO SABBETTA alla dott. Rosanna Romano responsabile per la città di Salerno della Soprintendenza per i Beni architettonici di Salerno: <<Gentile dott.essa Romano, che in Palazzo Sabbetta non ci siano reperti importanti non è esatto; ci sono volte a crociera, colonne medioevali, archi a sesto acuto, affreschi, fregi marmorei, resti di una torre bizantina delle Mura di Salerno, resti di un luogo di culto forse la SINAGOGA DEGLI EBREI SALERNITANI; le ricordo che la comunità ebraica salernitana era nel Medioevo una delle più importanti d'Italia e che contribuì fortemente allo sviluppo della celebre Scuola Medica Salernitana; purtroppo della Sinagoga salernitana si sono da tempo perse le tracce e secondo qualche storico potrebbe trovarsi proprio nelle strutture del Palazzo in questione; il Palazzo già nel '500 apparteneva ai nobili D'Avossa, poi nel '700 passò ai nobili Lauro Grotto. Se proprio non si riesce a bloccare la demolizione del Palazzo da parte del Comune, perchè la Soprintendenza non interviene almeno per salvare gli ELEMENTI ARCHITETTONICI DI PREGIO come colonne e fregi marmorei, evitando che finiscano in DISCARICA? A tal proposito le invio in Allegato Foto degli interni del Palazzo. Spero possa fare qualcosa. Cordiali saluti.

Massimo La Rocca>>


 

 

 

 

 

 

11/10/2009. Da Luigi Ferullo.

Gentile professore De Simone, le foto da lei  pubblicate in data 11/10/2009 mi hanno fatto INORRIDIRE, finalmente ho potuto constatare il palazzo senza nessun pregio artistico a detta del sindaco i tesori che nasconde. Il mio primo impulso è stato di mandare un e-mail a Striscia la notizia sperando che possano in qualche modo portare il caso all'attenzione di tutti,credo di aver agito per amore verso la mia città e spero che tante altre persone mandino altre e-mail, cominciando da lei, mandi le foto alla redazione -SEGNALAZIONI di striscia la notizia ,chissà che non riusciamo a fermare questa azione barbarica. Un bambino di 50 o 60 anni fa' quasi sempre era carente di vitamine,oggi assistiamo che i bambini di oggi sono super nutriti e super obesi lo stesso dicasi di Salerno fino a pochi decenni fà senza una vera, grande piazza, ora siamo sommerse da piazze e megapiazze. Sindaco non stravolgere per sempre via Masuccio Salernitano, SI alla messa in sicurezza MILLE VOLTE NOOOOOO! all'abbattimento di palazzo Sabbetta. Per amore di Salerno e dei Salernitani.

11/10/2009. A Luigi Ferullo.

Signor Ferullo, in questi giorni la proprietà dell’immobile ed io, quale suo consulente storico e portavoce, stiamo operando in tutti i modi (mentre sono pendenti altri giudizi davanti al Consiglio di Stato e al TAR, e sulla vicenda ha aperto un fascicolo la Procura della Repubblica), con continue pressioni sulla stampa e sulle televisioni locali per tenere desta l’attenzione sulla vicenda. Ma la città rimane assente, i giornalisti (quelli non schierati apertamente per la demolizione) evitano l’argomento, le associazioni culturali (non dimentichiamo che sono foraggiate dal Comune) non rispondono ai nostri appelli, i commerciati di via Masuccio Salernitano alla notizia (falsa!, ripeto falsa!) che il Consiglio di Stato aveva dato l’assenso alla demolizione totale hanno portato in trionfo il Primo cittadino, hanno organizzato brindisi e se ti individuano come fautore della conservazione dell’immobile e bene non farsi vedere lungo quella via (ignoti hanno anche citofonato ingiurie alla casa della signora Desiderio, madre dei signori Sabbetta).

Ma si spera di essere in grado di non mollare, anche se dovessimo riuscire a salvare solo il piano terraneo del Palazzo, affinché rimanga a testimonianza della dissennatezza e della pochezza culturale di questa città, ove nella raccolta differenziata (che dice il Sindaco ha raggiunto livelli da record mondiale) si comprendono anche le memorie del passato.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

10/10/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile Prof. De Simone, in relazione alla mia mail inviata all'UCEI, ho ricevuto risposta sia dall'UCEI, sia dalla Comunità Ebraica di Napoli; ecco di seguito tali risposte:

<<Gentile Signor La Rocca, La ringraziamo molto per la Sua segnalazione, che è stata inoltrata alle sedi competenti ed è oggetto di valutazione. In relazione a ciò, mi è stato chiesto di pregarLa di comunicarci un Suo indirizzo postale e un Suo recapito telefonico, in modo che si possa concordare con Lei un appuntamento per un eventuale sopralluogo.

Grazie per la collaborazione e cordiali saluti

Dott. Carlo Di Cave Unione comunità ebraiche italiane Archivio>>

<<Egr. Sig. Massimo La Rocca, le scrivo in merito alla sua cortese segnalazione. Gradirei potermi incontrare con Lei anche per poter fare un eventuale sopralluogo.

Pier Luigi Campagnano , presidente Comunità Ebraica di Napoli>>

11/10/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, lodevole la Sua iniziativa e l’immediato interessamento della comunità ebraica, ma, a parte la prudenza che dobbiamo al momento imporci circa l’identificazione del sito, di fatto il Comune impedisce a chiunque di avvicinarsi, compresa la Soprintendenza. Si spera che la prossima settimana, ci auguriamo martedì, la Procura della Repubblica ponga sotto sequestro il cantiere della demolizione deluchiana, ma, a maggior ragione, continuerà a non essere consentito l’accesso.

Saluti, Vincenzo de Simone   


 

 

 

 

 

 

08/10/2009. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone, nei giorni scorsi ho inviato all' UCEI, Unione Comunità Ebraiche Italiane, la seguente mail, pur essendo consapevole che in Palazzo Sabbetta è ancora da accertare la presenza di un Luogo di culto e ancor di più la presenza di una Sinagoga; spero che abbia il tempo di pubblicarla:

<<Vi informo che il Sindaco di Salerno Vincenzo De Luca sta procedendo alla demolizione di Palazzo Renna-Sabbetta in via Masuccio Salernitano nel Centro Storico di Salerno. Che nel Palazzo non ci siano reperti importanti non è esatto, ci sono volte a crociera, colonne, resti di una torre delle Mura di Salerno, resti di un luogo di culto forse la SINAGOGA DEGLI EBREI SALERNITANI; vi ricordo che la comunità ebraica salernitana era nel Medioevo una delle più importanti d'Italia eche contribuì fortemente allo sviluppo della celebre Scuola Medica Salernitana; purtroppo della Sinagoga salernitana si sono da tempo perse le tracce e secondo qualche storico potrebbe trovarsi proprio nelle strutture del Palazzo in questione; il Palazzo anticamente appartenne ai nobili D'Avossa, poi ai nobili Lauro Grotto. Che nonsia possibile nessun recupero anche questo è inesatto, come dimostrato dalle perizie del TAR della Campania e come dimostrato dagli edifici del Centro Storico de L'Aquila che stanno peggio combinati eppuresono in attesa di ristrutturazione non demolizione. I proprietari del Palazzo hanno presentato pochi giorni fa il progetto di recupero, quindi a questo punto è davvero assurdo che il Sindaco De Luca si accanisca per una sua demolizione. La soprintendente archeologica dichiarò qualche settimana fa che avrebbe sorvegliato sulla demolizione, ma il sindaco continua a dichiarare che vuole demolire tutto, anche il Pian Terreno del Palazzo!!!

Spero che questa mia mail sia di vostro interesse. Cordiali saluti.

Massimo La Rocca da Salerno >>


 

 

 

 

 

 

07/10/2009. Da Luigi Ferullo.

Dopo  un lungo silenzio mi rifaccio sentire, a dirla tutta ho avuto dei problemi con il pc, e poi con l'estate cerco di staccare come dire la spina, comunque eccomi ai miei quesiti:

Ho fatto una breve apparizione a Salerno nella seconda metà di Agosto l’avrei voluta conoscere ma purtroppo il tempo tante volte è tiranno,  e ,subito ho fatto il mio solito giro per tradizione nel centro storico, dove ho potuto constatare tutti i fatti e le malefatte che poi ho trovato sul suo sito tipo Orrori in città e la discussione.

I Barbuti con quella specie di restauro della piazzetta e la pavimentazione che non oso classificare, perchè in altri contesti vedi la Toscana è anche bella, ma da noi un pugno in un occhio.

In San Pietro a Corte la chiesa superiore sempre chiusa, e della sporcizia "antica" che regna all'entrata della stessa

Mi sono recato all'Archivio di Stato nella speranza di vedere la farmacia con l'affresco di San Ludovico, spiegando anche di essere venuto da Genova,..... dopo alcune telefonate mi è stato detto gentilmente di no.

Tutto quello che avevamo tentato di fare per piazza S. Agostino il risultato è lì, tutto inutile.

Anche il Castello di Arechi visitabile solo e sempre la parte secondo me meno importante.

Ho anche constato de visu la cancellata che chiude le mura nella parte retrostante di San Benedetto con il degrado dell'acquedotto di via Arce.

Infine (per adesso) la vicenda di palazzo Sabbetta, dove già in estate avevo scritto una e-mail alla Soprintendenza architettonica per sollecitarli ad un intervento per fare indagini prima dell'abbattimento di reperti architettonici di valore storico ed artistico ...silenzio totale. Il palazzo nella parte soprastante del vicolo  voltato, denuncia chiaramente la presenza di almeno una torre.... ma i ciechi non vedono.

Per chiudere sono partiti????? i lavori di restauro di palazzo Fruscione, una domanda sorge spontanea, ma gli stressi non potevano partire con il palazzo libero da inquilini?

Credo che il cartello sia stato messo per la vetrina di San Matteo.

Alla prossima , Tema, Piazza della Libertà.

07/10/2009. A Luigi Ferullo.

Signor Ferullo, con piacere La rileggo e La annovero fra le poche persone che hanno osato apertamente criticare la pavimentazione ai Barbuti; altri (mi riferisco a giornalisti, associazioni e enti vari teoricamente cultori del Centro storico), pur condividendo il nostro giudizio, tacciono, temendo di perdere contributi ed elargizioni comunali. Non commento il resto e giungo a Palazzo Fruscione. Ma quali lavori? Passata la festa (di san Matteo) gabbato lo santo... Domani il cartello di allestimento cantiere compie un mese (ne pubblicherò l’immagine in orrori in città), ma il cantiere non c’é! Ci sono, invece, le famiglie occupanti (non so se legittimamente o abusivamente).

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

06/10/2009. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone, l'intervento della Soprintendenza per i Beni architettonici per porre un Vincolo storico su Palazzo Sabbetta proprio nel momento in cui lo si sta demolendo sembra un intervento fatto solo per SALVARSI LA FACCIA; il Soprintendente Zampino ha avuto a disposizione molti anni per porre un Vincolo su tale Palazzo, ma non lo ha fatto.

Quanto alla RELAZIONE STORICA che i Sabbetta dovrebbero presentare come estremo tentativo per salvare il Palazzo, vista l'IGNORANZA in materia di Storia salernitana del Soprintendente Zampino e del Sindaco De Luca (poverino bisogna capirlo, è un SALERNITANO D'ADOZIONE, da lui non si può pretendere che conosca la Storia della città di cui è voluto diventare sindaco), ritengo che lei sia la persona più adatta a redigerla; spero quindi che possa contattare i Sabbetta per dichiarare in merito la sua disponibilità; chissà questa potrebbe essere l'occasione buona per avere l'autorizzazione ad entrare nelle viscere del Palazzo e scattare foto a tutte quelle cose d'interesse storico-architettonico che le MENTI ANNEBBIATE di Zampino e De Luca non riescono a vedere; al di sotto degli intonaci interni potrebbero anche essere nascosti degli AFFRESCHI ANTICHI di grande importanza per la Storia dell'Arte, come quello rinvenuto qualche mese fa nei locali dell'Archivio di Stato, e di cui lei ha ampiamente scritto in questo suo Sito; ciò è plausibile in un luogo che risulta antropizzato almeno dall'età longobarda; ma andrà tutto perso, se si continua con l'OTTUSA DEMOLIZIONE di De Luca che evidentemente non conosce la civiltà longobarda e più in generale la Storia di Salerno, e quindi non ne ha rispetto. Saluti.

Massimo La Rocca

06/10/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, in realtà dal 25 settembre scorso la famiglia Sabbetta dispone della mia opera (a scanso di equivoci preciso: a titolo del tutto gratuito) quale consulente storico; in tale qualità, in questi giorni sto lavorando alla relazione richiesta. La famiglia Sabbetta ha voluto anche conferirmi il ruolo di proprio portavoce (anche in questo caso collaboro a titolo del tutto gratuito) per la redazione di comunicati stampa da far pervenire alle redazioni degli organi di informazione cittadini, onde evitare che le notizie che circolano sulla vicenda siano solo quelli provenienti dalla sala stampa del Comune; quindi le informazioni reperibili alla pagina orrori in città di questo sito provengono di prima mano dalla famiglia Sabbetta e dai suoi legali.

Saluti, Vincenzo de Simone 


 

 

 

 

 

 

04/10/2009. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone, ho letto nella pagina "orrori in città" le ultime su PALAZZO SABBETTA. In effetti anch'io nei giorni scorsi a sentire i giornalisti dire che il Comune aveva chiuso la strada perchè si erano palesati tremolii in un muro del Palazzo, ho pensato subito male, e cioè che fosse una SCENEGGIATA messa in atto dal Comune per giustificare ulteriormente la demolizione. Se pure ci sono stati tremolìi in un muro del Palazzo, ciò è non da attribuire al fatto che il Palazzo fosse pericolante, ma è da attribuire alla demolizione in corso che sta via via indebolendo il Palazzo stesso. Insomma se il Palazzo d'ora in poi dovesse crollare con tutti i danni che potrebbe causare alle persone e ai palazzi vicini, la responsabilità sarebbe da attribuire a una sola persona, al nostro ILLUMINATO (per vìa delle luminarie di Natale) E STRAORDINARIO SINDACO DE LUCA. Peccato che in questa città non esistano o quasi giornalisti che abbiano il coraggio di fare inchieste su certe questioni, ne scoprirebbero delle belle! Lei ha parlato di un possibile intervento della Soprintendenza. Ma si riferisce alla Soprintendenza per i beni architettonici dell' INESISTENTE ZAMPINO o alla Soprintendenza per i beni archeologici dell' ENCOMIABILE NAVA? Saluti.

Massimo La Rocca

05/10/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, la Soprintendenza che avrebbe da tempo dovuto intervenire è, naturalmente, quella per i beni architettonici. Dopo molti scossoni apparentemente inefficaci fatti arrivare da più parti, improvvisamente via delle Botteghelle si è svegliata, ma infruttuosamente, poiché contro la sua azione tardiva tesa ad imporre un vincolo sull’immobile il Comune ha fatto ricorso al Tar sostenendo, non a torto, che nella vicenda mai prima d’ora l’ente zampiniano ha mostrato interesse. Il ridicolo è che quella Soprintendenza per tentare di vincere il giudizio davanti al Tribunale amministrativo, fissato per il prossimo 15 ottobre, ha chiesto alla famiglia Sabbetta di produrre una relazione sull’interesse storico dell’immobile, quasi che la conoscenza del patrimonio architettonico della città non fosse una sua competenza (come fanno a soprintendere se non sanno su cosa soprintendono?).

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

30/09/2009. Da Gianluca De Martino – Presidente Legambiente Salerno “Orizzonti”.

COMUNICATO STAMPA LEGAMBIENTE SALERNO

TRAPIANTO ASSURDO E COSTOSO: Il COMUNE METTE A REPENTAGLIO LA VITA DEI CINQUE  PLATANI SECOLARI NELL’AREA DI SANTA TERESA

Sono passati quindici giorni dall’apertura del cantiere di piazza della libertà e Legambiente Salerno “Orizzonti” , non ha ricevuto nessuna risposta ufficiale dal comune di Salerno sul destino dei 5 platani secolari di Santa Teresa. Nonostante l’aerea di cantiere si sia fermata a ridosso dei fusti, le loro enormi radici ricadono pienamente nella zona dove sono in corso i lavori per la realizzazione dei parcheggi pubblici.; riteniamo quindi che toccare le loro  radici sarebbe letale.

Non basta che il sindaco dichiari a mezzo stampa che ci sarà uno straordinario intervento per il loro trapianto, il cui costo si aggirerebbe sui 60 mila euro.

Legambiente ritiene questa operazione un inutile sperpero di denaro pubblico, inoltre non produrrebbe nessun effetto se non la morte degli esemplari in questione: i 5 platani secolari sarebbero spacciati, il trapianto infatti li porterebbe al decesso.

Sicuri che né il sindaco Vincenzo De Luca, né l’assessore all’Urbanistica, Domenico De Maio, né tantomeno l’assessore all’ambiente Gerardo Calabrese, vogliano rendersi responsabili di questa strage di innocenti, di questo inutile scempio nei confronti della natura.

Legambiente Salerno torna a chiedere a gran voce un ripensamento radicale del progetto, e innanzitutto va prevista l’esistenza in loco dei 5 platani secolari. E’ quantomeno assurdo che su un’area di 45mila metri quadri, con solo 311 previsti a verde pubblico, i 5 platani debbano essere annullati da una simile colata di cemento. Inoltre i cinque platani ricadono tutti nella zona dei parcheggi, pertanto facilmente integrabili all’intervento in questione.

La vicenda dei platani conferma a pieno il timore che Legambiente Nazionale aveva avanzato lo scorso 26 giugno sull’Ecomostro Crescent all’interno del rapporto annuale Mare Monstrum:

E il 2009 è cominciato secondo copione(… )Insomma i 470 chilometri di costa campana sono sotto scacco: non esiste località che si salvi (…). Non esiste località che si salvi,l’abusivismo vista mare non conosce zone franche. E se non sono ville o alberghi, sonostabilimenti balneari. (…) Senza dimenticare le grandi imprese immobiliari, alcune raccontate in questo dossier. Ultima, ancora sulla carta, ma già oggetto di dure opposizioni da parte di cittadini e ambientalisti, è il Crescent, il gigantesco edificio a mezzaluna dell’architetto catalano Bofill sul lungomare di Santa Teresa a Salerno e presentato alla stampa lo scorso marzo. Si tratta di un complesso semicircolare, con una superficie residenziale di circa 14.800 metri quadrati e 80 mila metri cubi di volume, adibito per lo più ad abitazioni private di pregio. Un condominio, insomma, su un terreno che il comune di Salerno ha riscattato al demanio per realizzare una struttura di interesse pubblico.

Il Crescent stravolgerebbe completamente lo skyline della città. Sotto accusa anche il silenzio della Soprintendenza, rea di un singolare silenzio-assenso all’opera” (pag 16 Rapporto Legambiente Mare Monstrum 2009)

Cordiali saluti

 


 

 

 

 

 

 

30/09/2009. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone, tempo fa lessi da qualche parte, ma non ricordo più dove, che i D'AVOSSA erano una Famiglia di origine spagnola, che in origine si chiamavano D'Abos; mi sembra di ricordare che fuggirono dalla Spagna in seguito a una persecuzione; sempre se non ricordo male nel '400 un re spagnolo cacciò gli Ebrei dalla Spagna; i D'Avossa erano forse EBREI? Se fosse così, si avvalorerebbe l'ipotesi che il Luogo di culto individuato nelle strutture di PALAZZO SABBETTA, un tempo Casa D'Avossa, possa essere la SINAGOGA degli Ebrei salernitani. Saluti. Massimo la Rocca

01/10/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, non conosco la notizia che Lei cita circa l’origine dei d’Avossa. Quello che è certo è che la famiglia compare in città nel 1588 nelle persone dei fratelli Giovanni Camillo, Giovanni Marino e Francesco che posseggono l’attuale Palazzo Sabbetta per eredità paterna; quindi è ipotizzabile che il padre dei tre, che in nessun documento è citato per nome, avesse costruito o acquistato il palazzo intorno alla metà del Cinquecento. Altri documenti dicono la famiglia proveniente dall’attuale comune di Pellezzano, ove altri d’Avossa risiederanno ancora nei secoli successivi.

Relativamente al rapporto Palazzo Sabbetta - sinagoga è bene sgombrare subito il campo da ogni possibile equivoco. Intanto non sappiamo per certo che le strutture inglobate nell’edificio siano effettivamente riconducibili ad luogo di culto; soltanto dopo tale accertamento, se mai sarà possibile, in considerazione del fatto che sul sito non è documentata alcuna chiesa, potremmo avanzare cautamente l’ipotesi che possa trattarsi della sinagoga. Naturalmente tutto dipenderebbe dalla datazione: per essere attribuibili al tempio ebraico i resti dovrebbero risalire almeno al Mille; se fossero databili oltre il Quattrocento potremmo pensare ad una cappella privata, anche se sarebbe molto strano che non sia stata mai sottoposta ad una visita pastorale né citata in alcun modo.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

29/09/2009. Da Filippo Brindisi.

Per similitudine beneaugurante.

Beneagurante la notizia fresca di rete che Stefano Bruni sindaco di Como, alluvionato e sommerso dalle reazioni concittadine, abbia sonoramente cambiato idea e intenda mai più realizzare lo scempio del muro.

In seguito all'alluvione in Valtellina del 1987 il comune di Como becca un finanziamento per realizzare un sistema di dighe mobili che impediscano l'allagamento di una piazza centrale dalle esondazioni del lago, un sistema da 15 milioni di euro."In realtà, manovrando le chiuse di Olginate, i tecnici ormai governano tranquillamente il livello del Lario, e il progetto comasco, dicono i tanti critici, è più che altro destinato a risistemare in bellezza il lungolago".

Poi durante i lavori il malaccorto vara una variante, oggetto di inchiesta, ed il muro previsto di 50 cm diviene una barriera di 2 metri di altezza tra la città e il suo Lago.

Lui sostiene che l'usuale presenza del Lago si trasferisce dai calpestii usuali ad una realizzanda passeggiata posta un più in alto. In altre parole non è che vi tolgo il Lago, solamente è che lo potrete ammirare dall'apposita passeggiata che vi intendo realizzare usufruendo dell'appetitoso finanziamento piovutomi dal cielo.

E' pur vero che le sponde del Lario sono oggetto di attenzione internazionale, e che anche li giornale locale s'attiva e raccoglie firme su firme d'interdizione. Ma alla fine, come in una lieta novella, il constructor lariano del PDL s'adegua allo spirito loci. E vissero tutti felici e contenti, e Formigoni ed i lombardi tutti s'accollano la demolizione dell'orrore costruito.

Ora è pur vero che qui sul golfo lunato noi non abbiamo nessun George Clooney ospite, e nemmanco giornale locale che raccolga firme... ma pure noi terruncielli godremmo di già di immanente spiritus loci (anche se quest'ultimo magari immeritato, mentre certo ci meritiamo quest'attuale nuovo arrivato, da Ruvo del Monte).

 

 

in alto: orrore lariano in via di demolizione

a lato: orrore salernitano in via di edificazione


 

 

 

 

 

 

20/09/2009. Cronache del Mezzogiorno, p. 7. Palazzo Sabetta: continua la querelle tra chi vuole l’abbattimento dello stabile e che punta al suo recupero

De Simone: «Depositato dalla proprietà il progetto di recupero architettonico dell’immobile»

di Elvira Cuciniello

Non c’è pace per Palazzo Renna - Sabetta, lo storico stabile di via Masuccio Salernitano da tempo al centro di dibattiti e polemiche tra chi ne vorrebbe la demolizione e chi, invece, il recupero. Mentre proseguono le operazioni di abbattimento dello storico edificio è infatti pervenuta in redazione una lettera da parte del signor Vincenzo De Simone; “Venerdì 18 settembre - scrive De Simone nella missiva - in ottemperanza a quanto disposto dal Tar lo scorso giorno 3 e nei termini accordati, la proprietà di Palazzo Sabbetta provvedeva al deposito del proprio progetto di recupero architettonico dell’antico immobile di via Masuccio Salernitano. Si smentiva in tale modo la previsione fatta dal sindaco De Luca dagli studi di una televisione locale secondo la quale la stessa proprietà non sarebbe stata in grado di ottemperare alla richiesta.

I prossimi giorni ci daranno i tempi degli interventi che dovrebbero portare alla soluzione auspicabile, cioè un recupero non la demolizione, dello storico edificio che fu dimora della famiglia d’Avossa fra Cinquecento e Settecento e che conserva preziose testimonianze della storia urbanistica cittadina”.

Ciò è quanto viene dichiarato dal signor De Simone, ma al contrario l’avvocato Alfonso Bove afferma che i lavori per l’abbattimento dell’antico Palazzo Sabetta proseguono con regolarità e costanza: gli operai sono impegnati dalle 7 del mattino fino alle 6 di sera compresa la domenica. L’ultimo piano del Palazzo è stato già demolito e nella mattinata di oggi si dovrebbe proseguire con la rimozione dell’impalcature che circonda appunto l’ultimo piano, in modo tale da rendere noto ai cittadini salernitani che i lavori sono effettivamente in corso per l’assoluta demolizione dello stabile.

Una querelle che dura ormai da troppo tempo quella legata a Palazzo Sabetta. I giudici del Tribunale Amministrativo Regionale hanno ritenuto, a seguito di una consulenza tecnica d’ufficio, prive di fondamento le perizie di parte presentate dal Comune che giudicavano irrecuperabile l’immobile e quindi necessaria la sua demolizione totale. Conseguentemente hanno disposto che entro quindici giorni la proprietà presentasse un proprio progetto di consolidamento di quanto non ancora demolito.

Fatto sta che i lavori proseguono, e anche con velocità, per restituire ai salernitani la bellezza della storica via Masuccio Salernitano e dare nuova speranza ai residenti che da troppi anni vivono in quel disagio chiamato Palazzo Sabetta.  


 

 

 

 

 

 

16/09/2009. Da Gianluca De Martino – Presidente Legambiente Salerno “Orizzonti”.

Salve, vi inviamo in allegato la nostra lettera indirizzata all'Amministrazione comunale e che vi preghiamo di diffondere per dare luce ad un aspetto di primo piano riguardo i lavori di riqualificazione della nostra città.
Pur ribadendo il nostro apprezzamento per l'impegno e lo sforzo che l'Amministrazione ha messo in campo negli ultimi 15 anni per riqualificare tutto il territorio comunale, per quanto riguarda invece il progetto di riqualificazione della area S. Teresa, come già ribadito dopo il  nostro incontro ufficiale di discussione del progetto stesso avuto al Comune nel mese di luglio, siamo contrari alla filosofia di pensiero degli uffici tecnici e di progettazione dell'apparato comunale.

Con l'auspicio che si possa ragionare con un unico obiettivo, la salvaguardia del territorio della nostra città, vi porgiamo i più cordiali saluti

Gianluca De Martino – Presidente Legambiente Salerno “Orizzonti”   www.giovanisalerno.it/legambiente

Sede del Circolo: 089 8423236 Via Marietta Gaudiosi 6 - 84135 Salerno ( traversa di via Settimio Mobilio, di fronte ex Ufficio Igiene Pubblica)

Per contatti immediati: - 328 5327134 – 347 8162807 

Comunicato stampa di LEGAMBIENTE SALERNO “Orizzonti”

AVVIO CANTIERE PIAZZA DELLA LIBERTA’: IL COMUNE CHIARISCA QUALE DESTINO ATTENDE I 5 PLATANI SECOLARI DELL’AREA DI SANTA TERESA

Il giorno 17 settembre 2009 sarà inaugurato dall’Amministrazione Comunale di Salerno il cantiere relativo ai lavori di Piazza della Libertà, piazza dove è prevista la costruzione  dell’edificio  Crescent.

Legambiente Salerno, Circolo Orizzonti, chiede ufficialmente al Sindaco, Vincenzo De Luca, all’Assessore all’Urbanistica, Domenico De Maio, e all’Assessore all’Ambiente, Gerardo Calabrese, di sapere qual è il destino toccato in sorte ai 5 platani secolari che si trovano nell’area in questione.

Nel progetto Piazza della della Libertà e Crescent, che investe una superficie territoriale di oltre 45.000 mila metri quadri di cui solo 311 metri quadri adibiti a verde pubblico (fonte progetto definitivo ai fini del parere B.A.P, studio di prefattibilità ambientale), non c’è traccia alcuna dei platani in questione.

Questo significa che per i 5 platani, che dominano con le loro fluide chiome il paesaggio di quella zona dal lontano 1904, non ci sarà alcun futuro?

Insomma saranno abbattuti? Sappiamo bene che è impossibile reimpiantarli altrove per la vastità delle radici e degli alberi stessi e noi ribadiamo che quei platani possono e devono essere integrati nel progetto di riqualificazione della zona in questione!

Già in occasione dell’incontro ufficiale avuto tra Legambiente ed il Comune di Salerno, lo scorso mese di luglio, era stata posta la questione dei platani, senza che alcuna spiegazione venisse fornita dall’amministrazione comunale. Ricordiamo che durante quell’incontro, a cui era presente anche Italia Nostra, fu fatto notare l’eccessivo impatto ambientale che la struttura, denominata Crescent, avrà sulla zona in questione, incidendo in modo significativo sul microclima dell’area, sulla spiaggia di Santa Teresa, sull’esistenza dei 5 platani secolari di alto valore storico e naturalistico e sulla deviazione del torrente Fusandola che sfocerà comunque su quel che rimarrà della spiaggia.

Fiduciosi di una risposta tempestiva le porgiamo cordiali saluti.


 

 

 

 

 

 

12/09/2009. Da Massimo La Rocca.

Il sindaco di Salerno Vincenzo Pinocchio De Luca, sulla demolizione di PALAZZO SABBETTA, oggi ha dichiarato che il Palazzo è in condizioni tali che basta una folata di vento per farlo cadere. Si tratta evidentemente di una BUGIA, a cui possono credere solo i Salernitani disattenti. Che sia una bugia lo dimostra il fatto che ancora oggi il Comune di Salerno consente tranquillamente il passeggio per via Masuccio Salernitano e dinnanzi a Palazzo Sabbetta. Che sia una bugia lo dimostra anche il fatto che fino a pochi giorni fa per la messa in sicurezza gli operai non si sono limitati a lavorare all'esterno del Palazzo, ma hanno tranquillamente lavorato anche all'interno e addirittura al Pian Terreno, dove hanno invitato ad entrare pure giornalisti e cameramen televisivi. Quindi le dichiarazioni di De Luca, secondo le quali lui fa la demolizione perchè tiene a cuore l'incolumità delle persone, sono FALSE e IPOCRITE ! De Luca è ancora in vita, ma un monumento dedicato a lui esiste già, è quello posto all'ingresso del Parco Pinocchio.

Ricordo che Palazzo Sabbetta contiene le strutture di una Torre delle Mura di Salerno, di un Luogo di culto forse la Sinagoga degli Ebrei salernitani, Resti di colonne e volte a crociera. Tutto da demolire senza che nessuno osi fermare De Luca?

Saluti. Massimo La Rocca


 

 

 

 

 

 

09/09/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, oggi all'inaugurazione dei lavori per il restauro di Palazzo Fruscione, De Luca mi è piaciuto molto, anche se non perde il vizietto di parlare di demolizioni. Ha parlato dei Normanni, di Roberto il Guiscardo, di archi a sesto acuto, insomma si è calato nella Storia di Salerno. Si tratta forse di un auspicabile cambiamento di strategia nella realizzazione della città turistica basata non solo sulle grandi Architetture contemporanee, ma anche sul grande Patrimonio storico di Salerno? Se fosse così, De Luca dovrebbe incominciare a fare un passo indietro sulla demolizione di Palazzo Sabbetta. Staremo a vedere.

Saluti. Massimo La Rocca

10/09/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, questo sito non è pregiudizievolmente favorevole o contrario a persone, istituzioni, colori politici, ma ai singoli comportamenti che sono posti in essere. Dal mio punto di vista, intollerabile è l’atteggiamento di De Luca nel caso di Palazzo Sabbetta, poiché mai, nel tempo, dai suoi precedenti mandati nel corso dei quali già ne ventilava la demolizione, è stato preso in considerazione il valore storico dell’immobile e l’impatto ambientale della sua demolizione; tanto in latitanza della Soprintendenza (che non sa nemmeno di casa parliamo, infatti vorrebbe cercare nelle sue fondamenta i resti di un fantomatico monastero) e delle associazioni volontariamente sorte per la tutela del patrimonio storico-ambientale di questa città.

Per Palazzo Fruscione staremo a vedere. Intanto noto che stamani sulle sue facciate non erano in allestimento impalcature che testimoniassero un reale avvio dei lavori, ma al disopra del cartello di identificazione del cantiere sventolava il bucato di una delle famiglie (pare tre o quattro) che ancora lo occupano.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

08/09/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, volevo appunto scrivere qualcosa a proposito della caduta di pietre dall'Acquedotto medioevale, quando mi sono accorto che lei aveva già scritto in merito nella pagina degli "Orrori in città".

Faccio però osservare che De Luca parla di messa in sicurezza per giustificare la demolizione di Palazzo Sabbetta, ma non parla di messa in sicurezza dell'Acquedotto; la messa in sicurezza naturalmente dovrebbe essere un restauro e non una demolizione; evidentemente per De Luca una pietra che cade da Palazzo Sabbetta sulla testa di una persona fa male, mentre quella che cade dall'Acquedotto fa bene.

Come spesso accade De Luca non brilla per coerenza, ma per opportunismo, e l'opportunismo di De Luca nel caso di Palazzo Sabbetta lei lo ha già chiaramente spiegato.

Saluti. Massimo La Rocca


 

 

 

 

 

 

06/09/2009. E-mail inviata a: Gruppi Consiliari al Comune di Salerno; quotidiani Corriere del Mezzogiorno, Cronache del Mezzogiorno, Il Mattino, Il Salernitano, la Città; emittenti televisive Lira TV, Tele Colore, Tele Diocesi, Tele Oggi, Telesalerno 1; associazioni Erchemperto, Fai, Gruppo Archeologico Salernitano, Il Centro Storico, Italia Nostra.

Il sottoscritto, quale cittadino e studioso di storia salernitana, desidera porre in evidenza alcune considerazioni e problematiche sulla vicenda di Palazzo Renna-Sabbetta.

L’immobile, danneggiato dal sisma del 1980, è stato lasciato in colpevole abbandono non solo dalla proprietà, cui correva l’obbligo di porlo in sicurezza nei confronti degli edifici circonvicini, ma anche dalle varie amministrazioni comunali susseguitesi, fra cui due mandati De Luca e il mandato De Biase, e dalla Soprintendenza ai Beni Ambientali, cui correva l’obbligo di tutelare adeguatamente, in latitanza della proprietà, questo pezzo della storia urbanistica cittadina. Nel corso di questo mandato, il Primo cittadino, immemore di nulla aver fatto nel corso dei mandati precedenti (l’immobile poteva essere espropriato per l’utilità pubblica derivante dalla sua conservazione), spinto dagli interessi pur legittimi di pochi e sicuro dell’ignavia della Soprintendenza, ha scelto di depauperare l’intera cittadinanza di questo bene storico-ambientale decretandone la demolizione.

Ma cosa rappresenta Palazzo Renna-Sabbetta?

L’immobile era esistente al 1588 essendo di proprietà della famiglia d’Avossa, che lo possiederà ancora nella seconda metà del Settecento. Con altri due edifici che prima della caduta delle mura prospettavano sull’attuale via Cannoniere (allora largo di Casa Avossa) costituiva il quartiere di lignaggio di quella famiglia, ossia la parte della città ove essa concentrava abitazioni e interessi, tanto che lo stesso tratto dell’attuale via Masuccio Salernitano su cui i tre immobili prospettavano era detta la via di Casa Avossa.

Oltre questa memoria storica, l’immobile conserva al proprio interno strutture che a chi ha avuto la fortuna di osservarle sono apparse estranee ad una costruzione per civili abitazioni, quali spessori esagerati di muri, un arco, una colonna con capitello. Si tratta di manufatti che andrebbero studiati, datati e identificati in relazione alla loro funzione originaria e che, essendo solidali con la struttura portante dell’edificio, rischiano (involontariamente?) di essere travolti nella demolizione.

Ma, al di là di tutto questo il problema è che il palazzo è inserito nel continuum di via Masuccio Salernitano che non può essere manomesso a cuor leggero; quindi, la domanda è: nella mente del Primo cittadino, una volta demolito Palazzo Renna-Sabbetta, la sua area di risulta diventerà una piazza con fontana o, essendo fortemente appetibile da qualche palazzinaro, vedrà il sorgere di qualche edificio post-moderno che sarà un pugno nell’occhio (non che la piazza con fontana non lo sarebbe) nel contesto del Centro storico cittadino?

Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

05/09/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, a proposito della TORRE MEDIOEVALE di via della Valle, la gentile e bella dott. Velia Tancredi della Soprintendenza per i beni architettonici di Salerno, mi scrive: << ... di questa torre ... la dott. Pasca ... ha passato la segnalazione agli architetti della sop. che si occupano di Salerno ... se vuole posso informarmi presso il responsabile di zona e farle avere ulteriori notizie >>.

Prof. De Simone, ne approfitto per chiederle un parere sui possibili costruttori della Torre. Normanni? Angioini? E se invece fosse opera dei Romani?

Saluti. Massimo La Rocca

05/09/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, La ringrazio per il fatto di tenermi costantemente informato sulle Sue iniziative. Spero che una sollecitazione della dottoressa Tancredi possa svegliare la nostra Bella Soprintendenza Addormentata.

Relativamente ad una mia opinione sul manufatto, Ella pretende troppo dalle mie conoscenze. Non sono un conoscitore di murature, ed anche ove lo fossi non azzarderei datazioni senza aver visto da vicino. Credo che altri, ad esempio al Gruppo Archeologico, siano ben più qualificati di me a dare un’opinione.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

03/09/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, RIGUARDO ALLA TORRE MEDIOEVALE di Via della Valle, tutti i destinatari hanno ricevuto la mia mail, molti l'hanno letta, ma nessuno mi ha dato una risposta; tutti per ora hanno seguito

la sua regola di "non rispondere agli sconosciuti"; insomma a meno che non mi rechi di nuovo a Via della Valle, temo che non avremo aggiornamenti sulle sorti della Torre.

Invece RIGUARDO ALLA RIPAVIMENTAZIONE DEL CENTRO STORICO, sto seguendo da diversi mesi la

questione sul suo sito; mi sa che non resta che fare ragionamenti consolatori, vista l'insensibilità del Sindaco De Luca verso i beni storici di Salerno e il silenzio-assenso del Soprintendente Zampino su tutto quello che fa De Luca; Zampino ora l'hanno addirittura promosso alla carica di re e lo hanno insediato alla Reggia di Caserta; una contraddizione questa visto che secondo il ministro Brunetta i funzionari pubblici efficienti bisogna premiarli, quelli inefficienti bisogna punirli; il risultato sarà che se prima a Salerno c'era uno zombie, d'ora in poi ci sarà un fantasma; quanto ai ragionamenti consolatori:

1 - una pavimentazione è un qualcosa di effimero, un pò come le costosissime LUMINARIE che De Luca mette a Natale; tra qualche anno potrà essere rifatta ulteriormente, e si potranno quindi fare scelte migliori di quelle attuali;

2 - prima della pietra lavica messa credo nel '700, il centro storico forse era pavimentato proprio in mattoni, un'ipotesi verosimile se si pensa che un tempo esisteva il cosiddetto "MATTONE DI SALERNO" e che esistevano le Fornaci di Ogliara, anche se resta da stabilire se i mattoni usati oggi per la pavimentazione abbiano lo stesso colore dei tradizionali mattoni salernitani;

3 - la pavimentazione in mattoni ricorda un pò quella dei Centri Storici toscani, quindi etruschi, e, guarda caso, Salerno ha ORIGINI ETRUSCHE;

4 - la pavimentazione in pietra lavica ricorda i paesi del vesuviano e del napoletano, meglio DIFFERENZIARCI anche in questo, e non solo riguardo allo smaltimento dei rifiuti;

5 - la pavimentazione in pietra lavica con il suo colore non aiuta a migliorare la già scarsa luminosità dei vicoli del Centro Storico, quindi per seguire le mode napoletane del '700 gli amministratori salernitani dell'epoca fecero una scelta poco indicata per la città di Salerno, insomma fecero una SCELTA POCO SALERNITANA.

Saluti. Massimo La Rocca

04/09/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, concordo con la prima parte della Sua mail, mi permetto di dissentire dalla seconda.

Qui non è questione di stabilire se l’utilizzo della pietra lavica sia imitativa dell’area napoletana, se i mattoni siano più consoni ad una città di vaghe origini etrusche o se il grigio lavico toglie luminosità ai vicoli, è questione di mantenere il Centro storico (che di veramente interessante per un turismo colto poco conserva per le scellerate scelte dall’epoca napoleonica in poi) uniforme, coerente e senza voli di fantasia.

I documenti giunti fino a noi che trattano della strade cittadine e accennano alla loro pavimentazione sono scarsi, significativi però sono tre atti del 1651 (Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4968). Il primo e il secondo, datati 6 e 7 febbraio, sono relativi all’accensione della candela per l’aggiudicamento del partito dell’accomodo delle strade della città (insomma una gara d’appalto). Le strade in cui ripristinare la pavimentazione sono: la strada delli Caldarari insino alle Botteghelle per avanti le case di Tommaso Manganario (oggi vicolo Siconolfo, guarda il caso!); la strada che comincia dalla chiavica che è nella strada del convento di Santo Agostino tirando diritto per avanti il monastero di San Giorgio et chiesa di San Matteo per avanti la porta grande di detta chiesa dove sono li lioni insino alle Botteghelle (evidentemente via Duomo); la strada della casa di Giovanni Angelo de Vicariis insino al monastero di San Michele Arcangelo (asse via Giovanni Guarna - via Roberto il Guiscardo - via San Michele); la strada del monastero della Piantanova (tratto terminale verso est di via dei Mercanti). Il terzo atto, datato 4 maggio, è il contratto per la fornitura di pietre d’intaglio da utilizzarsi per ripristinare la pavimentazione delle strade di cui sopra. Quindi, alla metà del Seicento, le strade citate già erano pavimentate di pietre d’intaglio (quali se non quelle laviche?) e le stesse erano utilizzate per il ripristino.

Ma anche ove dovessimo immaginare che si trattasse di pietre diverse dalle laviche, la questione è che oggi esse pavimentano la stragrande maggioranza delle strade del Centro storico (ad eccezione di quelle ove è stato utilizzato l’asfalto per ricoprirle), quindi ingiustificato è l’atto del toglierle dai Barbuti, sostituirle con mattoni rossi e riutilizzarle (come pare) per piazza Sant’Agostino.

A proposito dei colori del Centro storico, veda la proposta del consigliere comunale Giuseppe Zitarosa che oggi stesso ho inserito in orrori in città.

Saluti, Vincenzo de Simone  


 

 

 

 

 

 

22/08/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, mi fa piacere che Filippo Brindisi, con il quale diverse volte ho dialogato negli ultimi mesi, abbia dato il suo contributo alla pagina de "la discussione". Le comunico inoltre che mi sono permesso di scrivere per e-mail a Telecolore Salerno il seguente messaggio:

<<Gentile Direttore Franco Esposito, come gli altri giornalisti televisivi salernitani solitamente lei snobba quanto le scrivo, anche se io scrivo sempre per difendere e promuovere gli interessi della mia città.

Quindi con la presente mail in pratica non le scrivo nulla di mio pugno, ma la invito solo a consultare la seguente pagina internet http://digilander.libero.it/salernostoria/discussione htm; si tratta della pagina de "la discussione" del Sito internet del Prof. Vincenzo De Simone storico salernitano; qui dovrebbe leggere il messaggio inviato il 20/08/2009 dal sig. Filippo Brindisi e la successiva risposta del Prof. Vincenzo De Simone.

In questo modo comprenderà, e spero possa farlo comprendere ai suoi telespettatori, che il sindaco De Luca, con l'intenzione di demolire PALAZZO RENNA-SABBETTA, vuole demolire un pezzo importante della Storia di Salerno. Io credo che sia possibile una soluzione che consenta la difesa del diritto degli abitanti di Via Masuccio a vivere sereni, e allo stesso tempo che consenta la tutela di un bene storico importante; ci vorrebbe il buon senso non solo dei proprietari di Palazzo Renna-Sabbetta, ma anche del Sindaco De Luca.

Come ho messaggiato nella stessa pagina de "la discussione", a lei ribadisco che gli edifici del Centro storico de L’AQUILA stanno peggio combinati, eppure sono stati tutti puntellati in attesa di restauro, NON DI DEMOLIZIONE !!!

Se vuole ulteriori informazioni sulla questione, al principio della stessa pagina de "la discussione", troverà l'indirizzo mail del Prof. Vincenzo De Simone, che sulla Storia di Salerno è sicuramente più qualificato di me.

Saluti. Massimo La Rocca

23/08/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, La ringrazio per il Suo impegno e per le gentili espressioni che usa nei miei confronti. Purtroppo noi combattiamo battaglie che interessano pochi, ma anche se inascoltati continueremo, certi di essere nel giusto.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

20/08/2009. Da Filippo Brindisi.

Il "Capoccione" imbracciò il piccone e menò la prima picconata, a favore della cinepresa dell'EIAR. Il cornicione, opportunamente indebolito già prima della cerimonia dai manovali napoletani e veneti, andò in frantumi alla seconda plastica picconata. La sequenza fu poi diffusa nel bianco-nero dei cinegiornali: si apriva la nuova Via dell'Impero, si buttava giù tutta la tara del vecchiume, tutta la miseria che ci affliggeva, tutta la mortificazione del presente. Ci attendeva un nuovo meraviglioso futuro finalmente certamente migliore. E funzionò. Via tutto, azzeriamo tutto, e largo finalmente all'entusiasmo del promettente nuovo, anche se sconosciuto. Eccome se funzionò. Giusto fino alle bombe su San Lorenzo.

In via Masuccio Salernitano, l'antica via di Salerno dedicata al suo novellatore del '400 ispiratore di Giulietta e Romeo, il Comune ha iniziato la demolizione di un vecchio fabbricato inagibile dal terremoto dell'80, son ormai trenta anni. E' quasi per intero di proprietà di una unica famiglia i cui eredi, pare siano due sorelle, non hanno mai trovato accordo per completare i lavori di recupero che pure furono intrapresi e finanziati dallo Stato ormai decenni fa.

Più di una generazione di abitanti della stretta via è cresciuta oppressa dalle impalcature del cantiere mai completato, più di un commerciante ha abbandonato l'attività condotta per generazioni in una delle tre vie commerciali, oramai ex-via commerciale, del Centro Storico.

E sono giunti quindi fino all'esasperazione, fino al loro augurarsi di poter prendere un caffè nella futura piazzetta liberata dalla demolizione.

I tecnici firmatari del trentennale progetto di recupero degli anni '80 accennano ad una antica torre inglobata nel fabbricato, suggerita dal grande spessore di alcune murature. Nei loro grafici è anche riportato al centro del fabbricato un grande ambiente coperto da volta a crociera, ogivale. Ad 11, ben 11 metri da terra è riportato quel che sembra un largo arco trionfale, quello che separa la navata dalla crociera delle chiese. Inoltre sottolineano una colonna con capitello a vaso, decorato a grossolane losanghe, in opera nelle scale aperte verso sud con un gran finestrone.

Il fabbricato, che ancora non è rudere, sorge tra "muro e muricino", in un zona che fu di espansione longobarda della nuova loro capitale, l'ultima loro capitale che durò altri tre secoli oltre la disfatta dei longobardi del nord. Fu un quartiere nuovo che venne occupato da una delle colonie più numerose e colte di ebrei del meridione, fomentatrice della Scuola Medica Salernitana. Questi ci han lasciato poco di tangibile, cinque o sei testimonianze a noi oggi visibili in tutto il Centro Storico e nei Musei salernitani. Tra le quali una Via Giudaica, posta in continuazione con la Via Masuccio, che è solo un spezzone residuo dell'originaria. Molto di più ci han lasciato nei testi antichi, dove troviamo spesso citati ebrei della erudita colonia salernitana.

Gli studiosi della Salerno  antica non hanno mai individuato ambienti di culto in questo sito, viene menzionata solo una Chiesa dedicata alla Santa Croce che fu distrutta secoli fà da una mareggiata.

Io di più no so scrivere, e ne sono mortificato.

20/08/2009. A Filippo Brindisi.

Signor Brindisi, da quanto mi scrive riconosco in Lei la persona con la quale ebbi il piacere di intrattenermi alcuni mesi or sono nell’atrio del duomo e che mi permisi di definire un mio conoscente rispondendo al signor Rosa il 18 luglio scorso. Condivido pienamente la prima parte del Suo scritto su un certo ventennio e mi fa piacere che Lei rammenti, a quanti l’avessero dimenticato, che Giulietta non era di Verona.

Lei dimostra, ma lo sapevo già dalla chiacchierata che facemmo, una profonda conoscenza dalla identità dei luoghi di cui parliamo. Siamo all’estremità orientale della Giudaica, fra il muro e il muricino,  nell’area in cui il muro meridionale della città che i notai longobardi di prima dell’anno Mille definivano antica formava angolo volgendo verso settentrione e dove dovette esserci una torre. Relativamente a strutture probabilmente riferibili ad un luogo di culto, come già scrissi al signor Rosa, tutte le chiese documentate, anche con un numero limitato di citazioni, da Arechi II in poi, sono state ubicate nel tessuto urbano cittadino e nessuna di esse risulta sull’area di nostro interesse. La chiesa di Santa Croce che Lei cita era all’esterno del muricino longobardo, accosto alla nuova torre angolare che questi edificarono, circa trenta metri a meridione di Palazzo Sabbetta. Quindi o lì insistette una chiesa di cui non è giunta fino a noi alcuna notizia o deve trattarsi di qualcos’altro. Possiamo pensare alla sinagoga?

Il tempio ebraico cittadino è stato identificato da sedicenti studiosi di cose salernitane nella chiesa di Santa Lucia de Giudaica, ma si tratta di una tavanata galattica, come direbbe un noto comico. Di istituzioni ebraiche in città è documentata, al XII secolo, solo una schola, ma era sull’area che poi sarà occupata dal monastero di Sant’Agostino, oggi palazzo della Provincia.

Io non sono un conoscitore di edilizia sacra ebraica, quindi anche se dovessi vedere le strutture di cui Lei mi scrive non sarei in grado di riconoscerle. Il dramma è che alla Soprintendenza cittadina, almeno secondo notizie di stampa, sperano di trovare, demolendo Palazzo Sabbetta, residui di un fantomatico monastero di Santa Maria de Domno (Santa Maria de Domno non era un monastero, ma una chiesa parrocchiale e il suo sito è stato individuato all’imbocco occidentale di via Masuccio Salernitano, a meridione della strada).

Ove dovesse disporre dei rilievi delle strutture di cui mi scrive, sarei ben lieto di pubblicarli.

Saluti, Vincenzo de Simone   


 

 

 

 

 

 

18/08/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone lei scrive "nella Sua precedente comunicazione mi segnalava soltanto l’esistenza del manufatto, senza precisare che vi erano in corso lavori". Ciò è vero, ma non l'ho fatto per scortesìa. Visto che avevo intenzione subito dopo di ritornare in Via della Valle a fare foto, era meglio per la mia incolumità non pubblicizzare sul suo Sito la scoperta su presunti lavori abusivi; altrimenti da una parte ci sarei stato io con la fotocamera digitale, dall'altra operai incazzati con martelli e picconi.

Saluti. Massimo La Rocca

19/08/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, il mio non voleva essere un rimbrotto, soltanto mi appariva strano che mi avesse taciuto la parte più rilevante della notizia, ossia la manomissione del manufatto attualmente in corso.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

18/08/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, in merito alla TORRE MEDIOEVALE di Via della Valle, le invio uno stralcio del contenuto della mail che la scorsa settimana ho inviato a Sportello unico per l'edilizia e Polizia municipale del Comune di Salerno, Soprintendenza per i beni architettonici di Salerno, Soprintendenza per i beni archeologici di Salerno:

<<   ...Vi invio quindi la mail in questione per SEGNALARVI L' ESISTENZA di tale Torre. Vi invio allo stesso tempo la mail in questione per SEGNALARVI I LAVORI EDILI, anche con l'uso di un martello pneumatico, che in questi giorni, e sicuramente anche nelle ultime settimane, stanno interessando la Torre stessa in assenza dinnanzi al cantiere di qualsiasi Cartello che indichi l'Autorizzazione da parte del Comune, le Autorizzazioni da parte della Soprintendenza per i beni architettonici e della Soprintendenza per i beni archeologici, il Nome del progettista dei lavori.

Spero di esservi stato utile. Spero inoltre possiate informarmi sugli sviluppi della vicenda. Saluti e grazie.

Massimo La Rocca>>

Per ora nessuno mi ha risposto e intanto gli operai sono ancora ora tranquillamente a lavorare alla Torre.

Saluti. Massimo La Rocca

18/08/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, nella Sua precedente comunicazione mi segnalava soltanto l’esistenza del manufatto, senza precisare che vi erano in corso lavori. Gli Enti ai quali si è rivolto difficilmente danno confidenza ai cittadini, seguendo la buona norma di non parlare agli sconosciuti, quindi temo non avrà loro notizie.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

12/08/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone le invio la FOTO di un manufatto sito su Via della Valle  e uno stralcio della MAPPA 1:2000 del Comune di Salerno dove ho indicato con una "X" verde il luogo dove sorge tale manufatto oltre a una serie di scritte in verde per indicare utili punti di riferimento per i frequentatori del suo Sito internet. E' da notare innanzitutto che lo stesso manufatto non è indicato in alcun modo sulla Mappa del Comune; a prescindere dalle manìe demolitrici del Sindaco De Luca, è difficile che si possa tutelare un bene storico quando il Comune non sa nemmeno che esista! A me comunque sembra una TORRE MEDIOEVALE, come ho scritto sullo stralcio della Mappa. Le pongo quindi i seguenti quesiti. Era al corrente dell'esistenza di tale Torre? Dai documenti antichi si conosce il nome di tale Torre? Grazie per la sua pazienza.

Massimo La Rocca

 

 

13/08/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, La ringrazio per quanto mi invia, poiché devo confessarLe che non conoscevo l’esistenza del manufatto che mi segnala. Dall’immagine sembrerebbe proprio una torre medievale, ancorché manomessa. Di essa non possiedo notizie e non mi risulta segnalata nemmeno nel Catasto onciario (1753-1754). In questo stato di fatto, la Sua segnalazione diviene di grande interesse, permettendoci di portare all’attenzione di quanti frequentano questo sito un elemento forse sconosciuto ai più. Il problema rimane la tutela, ma l’Ente che a tanto dovrebbe soprintendere attualmente è impegnato alla caccia a Santa Maria de Domno nelle fondamenta di Palazzo Renna-Sabbetta.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

08/08/2009. Da Massimo La Rocca.

Prof. De Simone le faccio i complimenti, perchè ha illustrato la questione molto meglio di quanto abbiano saputo fare certi giornalisti televisivi salernitani, che, probabilmente anche per la loro faziosità, risultano poco professionali.L'invio a Palazzo Sabbetta di vigili urbani con i MANGANELLI allo scopo di far rispettare rigorosamente le Direttive di De Luca, di sorvegliare il cantiere, di spronare i lavoratori all'impegno, mi fa venire alla mente un certo VENTENNIO; l'OVRA deluchiana ormai ci segue e ci sorveglia. Ciò nonostante poche ore fa ho spedito al PODESTA' Vincenzo De Luca una mail contenente il seguente messaggio, pur sapendo che verrà cestinata probabilmente senza che venga neppure letta, in quanto esprime dissenso rispetto alla linea politica del Podestà medesimo:

<<Sindaco De Luca, anzichè fare solo RIPAVIMENTAZIONI di vicoli e piazzette del Centro storico, perchè non RESTAURA i monumenti e non da contributi economici per il restauro degli edifici storici? Se avesse fatto questo, Palazzo Sabbetta si poteva salvare. Ma se ci fosse la buona volontà da parte sua si potrebbe salvare anche adesso. Gli edifici del Centro storico de L’AQUILA stanno peggio combinati, eppure sono stati tutti puntellati in attesa di restauro, NON DI DEMOLIZIONE !!!

Saluti. Massimo La Rocca >>


 

 

 

 

 

 

06/08/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone nella pagina "orrori in città" scrive a proposito di Palazzo Renna-Sabbetta che "Il TAR ha escluso ogni ipotesi di abbattimento". Ma qual'è la fonte della sua notizia? Io ero rimasto che il TAR di Napoli aveva dato ragione al Comune di Salerno, e che la sentenza era stata trasmessa al TAR di Salerno.

Saluti. Massimo La Rocca

08/08/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, il 30 luglio scorso, con ordinanza n. 1905, il TAR della Campania, sezione di Napoli, ha sì riconosciuto il diritto del Comune di porre in sicurezza Palazzo Renna, ma ha precisato che l’esecuzione dei lavori può essere consentita, nel preminente interesse di tutela della pubblica e privata incolumità, nei limiti del consolidamento statico dell’edificio e con esclusione di ogni ipotesi di demolizione.

Il 4 agosto, alle ore 11:30, come recita la relata di notifica, il Comune ha affisso all’ingresso dell’immobile un documento con il quale il Sindaco, portando a sostegno della sua tesi opinioni di tecnici di parte, sostiene che il disposto del TAR è inapplicabile, poiché l’immobile non può essere messo in sicurezza senza demolizioni.

Il quotidiano la Città del 6 agosto, alla pagina 13, scrive: Procede con rapidità la demolizione di Palazzo Renna. [...] De Luca [...] ha la speranza che, procedendo con questi ritmi serrati, si possa arrivare alla demolizione definitiva poco prima di San Matteo. [...] Agli operai il sindaco ha chiesto di fare dei turni anche di notte, facendo una rotazione continua: il tutto per arrivare ad una soluzione definitiva del problema nel minor tempo possibile.

Stamani sabato, infatti, gli operai erano in piena attività sotto la sorveglianza dei Vigili Urbani. È evidente che il Sindaco tenta di battere sul tempo eventuali altri ricorsi alla magistratura con perizie che possano contestare la necessità dell’abbattimento completo dell’immobile e non solo delle sue parti irrecuperabili. Ma, oltre tutto, in presenza di turni di lavoro continui, come farà la Soprintendenza a monitorare il cantiere? La tragicommedia è divenuta ormai farsa.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

02/08/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone riguardo al Casino di Sant’Isidoro effettivamente l'idea della Casa Chiusa era una boiata, visto che il termine Casino era già in uso nel '500 ad indicare Case signorili; a giudicare dalle caratteristiche merlature presenti sulla sommità dei vari corpi di fabbrica direi che si tratta di architettura SPAGNOLA, in particolare dell'architettura spagnola erede dell'architettura musulmana presente in Penisola iberica; il Sant'Isidoro cui era dedicata la Cappella dovrebbe essere Sant'Isidoro L'Agricoltore santo SPAGNOLO patrono di Madrid e dei raccolti canonizzato nel 1622 a seguito di un suo miracolo a favore di Filippo II re di Spagna e delle Due Sicilie; in virtù di tutte le considerazioni fatte il Casino di Sant’Isidoro dovrebbe essere nato tra il 1622 anno della canonizzazione del Santo e il 1753-1754 biennio relativo al Catasto onciario da lei citato, e si può presumere che il proprietario originario fosse di origine spagnola; ciò non esclude però che prima del Casino di Sant’Isidoro, al suo posto potesse esserci qualcos'altro. Quanto ho esposto le sembra plausibile?

Saluti. Massimo La Rocca

03/08/2009. A Massimo La Rocca.

Sì, signor La Rocca, il Suo ragionamento mi sembra plausibile. Ove dovessero capitarmi altre notizie sul sito, in particolare sulla proprietà anteriormente al 1753-1754, sarà mia cura fornirglieLe.

Saluti, Vincenzo de Simone.


 

 

 

 

 

 

29/07/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone riguardo a Palazzo Renna-Sabbetta come ho sentito dal Liratg i proprietari hanno fatto ricorso al TAR perchè avendo reperito i SOLDI vorrebbero restaurarlo; ma De Luca ha detto no, insomma vuole per forza demolirlo! Francamente è una situazione tragicomica degna di un sindaco del PAESE DELLE BANANE, altro che sindaco di una città europea; infatti nelle cosiddette CITTA' EUROPEE IL PATRIMONIO STORICO VIENE TUTELATO!!!

Tralasciando tale argomento le sottopongo un problema; nella foto che allego è ritratto un fabbricato che si trova sulla Via della Valle, ossia l'antica via che da Canalone va verso San Liberatore e Cava dei Tirreni; in più sulle mappe del Comune di Salerno il sito dove sorge il fabbricato viene indicato con il toponimo "IL CASINO". Si tratta come penso di un antico convento fortificato? Si tratta forse del CONVENTO DI SAN NICOLA DI GALLOCANTA di cui ho letto un breve accenno su un libro? Infine il toponimo "IL CASINO" deriva forse da un antico uso del fabbricato come Casa Chiusa? Grazie.

Massimo La Rocca

31/07/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, su Palazzo Renna-Sabbetta non aggiungo altro a quanto già Le scrivevo lo scorso 21 luglio e a quanto oggi stesso inserisco alla pagina

orrori in città, poiché nulla c’è da aggiungere nella condiscendenza e nei silenzi assordanti dei soggetti di cui Le dicevo.

Relativamente al toponimo il Casino posso dirLe che nel Catasto onciatio del 1753-1754 il luogo è denominato il casino di Sant’Isidoro ed è descritto come una masseria di proprietà di Francesco Greco, consistente in un oliveto, una vigna e un bosco con case e trappeto, con cortile murato e cappella di Sant’Isidoro, il tutto confinante da mezzo giorno con beni della Madonna del Monte, da levante con beni degli eredi di Gaetano Amendola, da ponente con beni di Nicola Pizzicaro di Vietri, da tramontana con il bosco di Nicola Giordano e di Anna d’Alessio. Sulla possibilità che in origine fosse un monastero sotto lo stesso titolo di Sant’Isidoro sarei molto cauto, poiché mi parrebbe strano che di esso non sia giunta fino a noi alcuna notizia. Certamente non si tratta di San Nicola di Gallocanta, poiché esso (documentato fra il 1012 e il 1087) non era in territorio di Salerno, ma in loco Beteri, sul mare, ad occidente del ponte di Trimarghi, detto anche di Petralena, posto sul canalone che allora divideva il territorio della città da quello della badia di Cava e che oggi divide il comune di Salerno da quello di Vietri sul Mare. E da escludersi anche che si tratti di un’antica casa chiusa, poiché (a parte la scomodità di raggiungerla da parte dei frequentatori) nella Salerno fra Cinquecento e Settecento sono ben individuate le aree in cui esercitavano le prostitute: prima a monte della chiesa di Santa Lucia de Giudaica (l’area era detto al Bordello), poi a Portanova, lungo l’allora vicolo di Casa Pepe, oggi via Giovanni Ruggi d’Aragona.

Saluti, Vincenzo de Simone    


 

 

 

 

 

 

20/07/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, a proposito della demolizione di Palazzo Renna, è SCANDALOSO che il Sindaco De Luca si sia accanito per arrivare alla demolizione di questo edificio storico; e se come ho letto l'edificio risale veramente al '500, sarebbe ancora più scandaloso.

Tralasciando le demolizioni delle baracche, l'elenco di demolizioni di manufatti storici operate da De Luca è ormai lungo. A questo punto mi domando, da dove viene fuori tutto questo ODIO che De Luca nutre verso il patrimonio storico di Salerno? Come mai De Luca non sente come SUO il patrimonio storico di Salerno come lo sente suo ogni vero salernitano?

Saluti. Massimo La Rocca Cammarota

21/07/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, i politicanti che hanno avuto nelle mani il destino di questa città hanno sempre mostrato scarso interesse per il suo patrimonio storico-urbanistico e il sindaco attuale non fa eccezione. Data, dunque, per scontata l’impossibilità di ragionare sulla materia con il nostro primo cittadino, la preoccupazione è per la condiscendenza ai suoi propositi mostrata dall’ente che per ruolo istituzionale dovrebbe essere il garante della conservazione di quel patrimonio e per l’ignoranza esibita dallo stesso ente sulla storia e la natura dei beni che è chiamato a tutelare. Quell’ente vigilerà sulla demolizione che mai avrebbe dovuto consentire e se troverà una colonna, in arco, un accenno di volta a vela ci dirà che ha ritrovato il monastero (che mai esistette, né in quel luogo né altrove) di Santa Maria de Domno.

Questa vicenda è stata ammantata di retorica da libro Cuore e da tragicommedia: si è scritto di bimbi che non hanno mai visto il sole (!) per colpa dei Renna-Sabbetta, di comitati che si propongono di sorbire caffè sullo spiazzo di risulta della demolizione e altre baggianate simili. Intanto tacciono quelle associazioni che della tutela del patrimonio storico-ambientale cittadino hanno fatto il motivo della loro esistenza, forse perché tale esistenza è garantita dalle sovvenzioni comunali.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

17/07/2009. Da Gianluca Rosa.

Come già saprà dovrebbe iniziare la demolizione di palazzo Renna. Legga questo articolo del Mattino in cui si afferma che il palazzo è sorto sui ruderi del convento di S. Maria de Domno (... sarà vero ??) e che la soprintendente Maria Luisa Nava  monitorerà il cantiere.

Il Mattino”, 17 luglio 2009

Dall’articolo citato dal signor Rosa a firma Erminia Pellecchia

Non va dimenticato che il palazzo, edificato nel Cinquecento, è sorto sui ruderi del convento di S. Maria de Domno e, secondo chi ha avuto il coraggio di metterci piede, conserva ancora resti della chiesa. Intanto il soprintendente per i Beni archeologici Maria Luisa Nava annuncia che monitorerà il cantiere.

18/07/2009. A Gianluca Rosa.

Signor Rosa, la documentazione giunta fino a noi dell’area oggi impegnata da Palazzo Renna inizia soltanto l’8 marzo 1588, quando vi insistevano case della famiglia d’Avossa, che ne terrà il possesso ancora oltre la metà del Settecento. Quindi nessun luogo di culto è lì documentato; tuttavia un mio conoscente, che vi effettuò dei rilievi tecnici dopo il terremoto, mi diceva di aver notato delle strutture che gli parvero estranee ad un edificio per civili abitazioni, forse riconducibili a qualche antica presenza monumentale (veda su questa pagina la risposta del 6 maggio 2009 al signor Ferullo). Se così fosse, ammesso che si trattasse di una chiesa, ci troveremmo in presenza di un luogo di culto destinato a rimanere non identificato, poiché tutti quelli documentati sono stati ubicati (G. Crisci, Salerno Sacra, 2a edizione a cura di V. de Simone, G. Rescigno, F. Manzione, D. De Mattia, 2001). Comunque, certamente non si tratterebbe di Santa Maria de Domno (che per altro fu chiesa parrocchiale, non monastero), il cui sito, a meridione della stessa via Masuccio Salernitano, è riconoscibile dal suo campanile superstite, al civico 71 (l’immagine è su questo sito alla sezione l’identità dei luoghi, pagina il civico 71 della via Masuccio Salernitano, mentre l’argomento è ampiamente trattato al link il caso di Santa Maria de Domno su questa stessa pagina.

Ora, che Erminia Pellecchia creda nella storiella che racconta, passi. Se vi crede anche la dottoressa Maria Luisa Nava la cosa è estremamente preoccupante. Ma la vera questione è un’altra: Salerno si appresta a perdere un altro pezzo della sua storia urbanistica e, demolito il palazzo, quale nuovo orrore sorgerà al suo posto?

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

09/07/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone le invio una foto dall'alto delle Mura di Arechi nel Rione Mutilati, in realtà molto dall'alto visto che è stata presa dal satellite. Si nota che il gomito (freccia 1) esiste ancora, mentre non esiste più il muro (linea rossa) che dal gomito proseguiva verso sud raggiungendo l'Abbazia di S. Benedetto. Inoltre dove il Muro di Arechi da sud-est piega verso ovest (freccia 2) sembra che vi sia addossato sul lato sud un muro ricurvo più basso (freccia 3) che lascia intravedere alla sommità quella che definii "una strana e grande arcata"; la curvatura del muro più basso mi è suggerita anche dalle automobili parcheggiate a raggiera alla base del muro stesso.

Saluti. Massimo La Rocca


 

 

 

 

 

 

02/06/2009. Da Gianluca Rosa.

Salve, ho letto il testo della conferenza ed ho alcune domande. Nell'articolo si legge che

1- la chiesa di Sant'Andrea in plaium montis  è a Nord della porta Rateprandi, quanto a Nord non si evince.

2- il terreno a cui si fa riferimento è a Sud della chiesa di Sant'Andrea.

Che cosa spinge a dire che la porta di Rateprando si trova tra la chiesa ed il terreno ?

Da che cosa si deduce che la porta Rotense è a Sud del terreno ?

Forse esiste qualche altro documento che specifica meglio tali questioni ?

E' sicuro che la porta Rateprandi e la porta Rotense non siano due denominazioni della stessa porta?

Grazie Gianluca Rosa

04/06/2009. A Gianluca Rosa.

Signor Rosa, nel 1091 Guaimario conte di Giffoni dona alla badia di Cava le porzioni appartenute al padre Guidone dei patronati di una serie di luoghi di culto, fra cui la chiesa di Sant’Andrea apostolo costruita ubi a la Lama dicitur e il monastero sito super porta Rateprandi inter muros duplices huius civitatis ad honorem eiusdem sancti andree apostoli; l’anno successivo si precisa che il monastero beati andree apostoli, del cui patronato parte spetta alla badia di Cava per donazione del figlio di Guidone, è sito in Plaio Montis; analoga citazione è del 1100. Nel 1128 compare l’abate della chiesa di Sant’Andrea apostolo, sita a super et prope portam que prandi dicitur. Nel 1340 e nel 1359 registri di amministrazione della badia di Cava, nel contabilizzare le decime che i benedettini ricavano dalle chiese loro pertinenti nella città di Salerno, indicano la nostra Sant’Andrea come de portella; un altro registro redatto fra il 1478 e il 1482 la indica come sancti andree de portecella.

Intanto, una serie di quattro documenti (1140, 1156, 1166, 1172), integrandosi a vicenda, ci informano che un terreno in parte vuoto, in parte occupato da una casa in muratura, posto in Plaio Montis, subtus e prope la chiesa di Sant’Andrea in parte soggetta alla badia di Cava, confina ad oriente con una torre e con il muro che nell’attualità era della città, a settentrione con il muro vecchio della stessa città.

Nell’arco di tempo interessato dai documenti che abbiamo visto, la porta Rotense appare in diverse decine di atti, oltre che a case e terreni, relativi ad una serie di luoghi pii: fra il 1018 e il 1104 a proposito del monastero di San Giovanni ante porta rotense; fra il 1041 e il 1156 a proposito della chiesa di San Matteo de Solariis super portam que rotensis dicitur; fra il 1053 e il 1335 a proposito della chiesa di San Marco prope porta rotense; nel 1187 a proposito del monastero di Santa Maria Monialium a super porta rotense. Perché soltanto in relazione alla chiesa di Sant’Andrea la porta avrebbe dovuto essere citata con un nome diverso e addirittura come portella e portecella?

La mia convinzione rimane quella illustrata nella conferenza cui Ella si riferisce (Salerno, l’evoluzione delle mura), con una piccola aggiunta: nel 1293 i domenicani chiedono all’amministrazione regia che si disponga affinché siano riaperte al transito le portelle de lu Pinetu e de Agello, murate per motivi difensivi, che permettevano ai fedeli di uscire dalla città per raggiungere il loro monastero; tre anni dopo la stessa richiesta è avanzata relativamente alla portella de lu Franciscu. Credo che una di queste portelle fosse l’antica porta di Rateprando.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

01/06/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone le invio una foto delle mura di Arechi tratta dal libro "Adelperga, una principessa longobarda a Salerno" di Dorotea Memoli Apicella, più una copia della foto che uso come lavagna. Direi che alla sommità la Torre avanza di una cinquantina di centimetri o forse più. Immediatamente a sinistra della torre c'è una finestrella (freccia gialla), ancora più a sinistra si vede una strana e grande arcata (freccia celeste); inoltre al di sopra del muro sembra che si sovrapponga una struttura lineare (freccia viola).

Anche io qualche anno fa riuscii a fotografare da vicino tali mura grazie ad

un gentile signore che vedendomi interessato a fotografare le mura da dietro il cancello del parcheggio condominiale mi invitò ad entrare e a fotografarle da vicino; mi disse pure che la struttura in questione fu utilizzata dai Tedeschi durante la seconda guerra mondiale, ma prima di tutto mi precisò che la struttura stessa era un pezzo dell'acquedotto medioevale. Quest'ultima affermazione o è del tutto errata, o nasconde un pezzo di verità. Allora le domando, al di sopra di tali mura è sovrapposto un tratto dell'acquedotto medioevale, ossia la struttura lineare (freccia viola) sopra citata?

Se necessario le invierò anche le foto che scattai personalmente.

Saluti. Massimo La Rocca

02/06/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, questo sito è sempre aperto a qualsiasi notizia, immagine, opinione che possa migliorare la conoscenza che abbiamo del passato della nostra città; quindi, se vorrà inviare altre immagini ben volentieri saranno pubblicate. Io non so per certo se alla sommità del muro che ci interessa corresse una diramazione dell’acquedotto medievale, ma la cosa mi sembra molto probabile. L’immagine che allego è un ritaglio dalla Pianta di una porzione della città di Salerno del 1869 (in Archivio di Stato di Salerno) allargato rispetto al particolare già pubblicato relativamente al Suo intervento precedente. In esso si vedono i due acquedotti (freccia 1) al loro ingresso

sull’altopiano; è evidente che per giungere alla badia, l’acqua dovesse percorrere la sommità del muro latitudinale verso occidente (oggi tagliato dall’ingresso sull’altopiano della via San Gregorio VII) e del muro longitudinale verso sud fino al gomito (freccia 2); da qui doveva proseguire sulla traccia che si vede raggiungere il complesso benedettino. È molto probabile, dunque, che una diramazione proseguisse verso occidente lungo la sommità del nostro muro (freccia 3), forse per andare ad alimentare le peschiere che si vedono e forse addirittura per raggiungere il fortilizio oggi rappresentato da Casa Capone (freccia 4). Naturalmente per avere la conferma di tutto questo dovremmo avere la possibilità di fotografare le mura dall’alto e di accedere all’area del gomito (se esiste ancora) per cercare le tracce dell’innesto verso sud. Ma sopratutto dovremmo avere la possibilità di osservare e fotografare la faccia esterna dell’intero muro superstite, poiché ho l’impressione (suggeritami dal Suo notare quella che definisce una strana e grande arcata) che ad un muro più antico, suppongo rappresentato dalla faccia esterna, sia stato addossato un altro manufatto in epoca più recente.

Appena mi sarà possibile, cercherò di ottenere l’accesso al sito e vedremo cosa verrà fuori.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

29/05/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, ho letto il testo della sua conferenza. Ora so molte cose che prima non sapevo.

Le faccio un'osservazione anche se in realtà ne potrei fare altre. Come mai nella sua pianta dei circuiti murari non ha inserito la torre che ancora esiste nel Quartiere Mutilati? Forse non la interpreta come una torre?

Le invio la sua stessa foto in cui ho inserito una freccia rossa che indica la torre in questione.

Saluti. Massimo La Rocca

30/05/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, come Ella sa, le mura al rione Mutilati sono precluse all’osservazione ravvicinata, per cui l’immagine utilizzata nella mia conferenza è stata scattata da una notevole distanza, con la conseguenza che da essa non è possibile valutare, così come non è possibile farlo con l’osservazione da dietro il cancello che impedisce l’avvicinamento, l’avanzamento del manufatto che ha attratto la Sua attenzione rispetto alla faccia del muro. Di tale avanzamento è possibile, invece, avere un’idea dalla Pianta di una porzione della città di Salerno del 1869 (in Archivio di Stato di Salerno), di cui riproduco il particolare di nostro interesse. Come si vede, si tratta di un avanzamento minimo verso l’interno ed inesistente verso l’esterno. Ciò mi suggerisce che non si trattasse di una torre nel senso stretto del termine, ma forse della tromba di una scala che permetteva di salire a camminamenti lignei interni alle mura (delle loro travi sono traccia i tanti buchi presenti?). Se così fosse, un ripristino di scale e camminamenti potrebbe rendere il sito una delle maggiori attrazioni storico-culturali della città, ma chi lo dice ai condomini che detengono l’esclusiva del godimento?

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

22/05/2009. Da Massimo La Rocca.

La decisione del sen. Bondi Ministro per i Beni Culturali di SOPPRIMERE la Soprintendenza ai Beni Architettonici, Paesaggistici e Storici di Salerno e di mantenere in Campania solo le Soprintendenze di Napoli e Caserta E' ASSURDA per una serie di motivi:

1 - Sia Napoli che Caserta sono 2 città del Nord della Campania, quindi nel SUD DELLA CAMPANIA non esisterebbero più Soprintendenze;

2 - Napoli e Caserta sono 2 città molto vicine fra loro, quindi non si avrebbe in Campania una DISTRIBUZIONE EQUILIBRATA delle Soprintendenze;

3 - Caserta non è la SECONDA CITTA' della Campania, ma lo è invece Salerno; quindi la seconda Soprintendenza della Campania non spetterebbe a Caserta, ma a Salerno;

4 - La Provincia di Salerno è per superficie e popolazione una delle più grandi d'Italia; per superfice è la più grande della Campania; per popolazione è la seconda della Campania; di conseguenza il Governo dovrebbe avere maggiore RISPETTO per la Provincia di Salerno;

5 - In Provincia di Caserta non esistono BENI PAESAGGISTICI DI LIVELLO MONDIALE come la Costiera Amalfitana e la Costiera Cilentana che si trovano invece in Provincia di Salerno;

6 - Diversi decenni fa in Campania esisteva solo la Soprintendenza di Napoli e il risultato era che in Provincia di Salerno di regola non si facevano restauri di monumenti perchè la suddetta Soprintendenza finanziava solo restauri a Napoli; con la soppressione della Soprintendenza di Salerno ritornereno al NAPOLICENTRISMO del passato;

Con la decisione di sopprimere la Soprintendenza ai Beni Architettonici, Paesaggistici e Storici di Salerno e di mantenere in Campania solo le Soprintendenze di Napoli e Caserta, il Ministro per i Beni Culturali parla di razionalizzazione; in virtù dei motivi illustrati si deduce invece che si tratta di un'IRRAZIONALIZZAZIONE !

Saluti. Massimo La Rocca


 

 

 

 

 

 

12/05/2009. Da Luigi Ferullo.

Caro Prof. Qualcosa si è mosso, dalla soprintendenza finalmente si sono degnati di una risposta, assicurandomi che vigilano e che sul posto vi sono 2 archeologhe, io come sà non posso verificarlo ma credo che sia vero. Riguardo alla pavimentazione dei Barbuti mi hanno risposto che non dipende da loro ma dalla Soprintendenza BPA. Spero che le abbiano risposto anche a Lei, comunque quello che ho già detto in precedenza lo ripeto, i cittadini in generale dovrebbero essere più presenti sul territorio, e  tante cosucce potrebbero davvero avere una soluzione. Approfitto per chiederle un'altra mia curiosità.

Tra l'ex Orfanotrofio Umberto I (San Nicola) e San Lorenzo era attraversato da un torrentello, divideva di fatto i due siti, e questi rasentava il palazzo in Largo scuola salernitana, per intenderci quello che ha al suo interno la fontana monumentale, questa fontana era alimentata da questo torrente oppure aveva proprie sorgenti? Faccio presente che sono stato alunno dell'ex orfanotrofio precisamente gli anni dal 1950 al 1957, ricordo ancora perfettamente che nei locali dove poi venne impiantata la falegnameria, anche qui vi era una sorgente. In tempi recenti ho saputo che nella ristrutturazione e restauro hanno scoperto delle terme. La saluto  e  sempre Grazie.

12/05/2009. A Luigi Ferullo.

Signor Ferullo, sono lieto di ricevere attraverso Lei notizie della Soprintendenza archeologica. Ho scritto a quell’ente venerdì 8 alle ore 8,05 chiedendo semplicemente se la ditta esecutrice dei lavori aveva segnalato il ritrovamento che documentavo allegando l’immagine inviata anche a Lei; non avendo ottenuto risposta, ho ripetuto la richiesta questa mattina alle ore 8,34: al momento silenzio assoluto.

Relativamente alla Sua domanda, posso dirLe che il palazzo a nord del largo Scuola Salernitana compare nella documentazione, naturalmente non nella forma che vediamo attualmente, nel 1565 con la denominazione la Glorietta, essendo in possesso di Prospero Coduto che l’anno precedente l’aveva acquistato dalla famiglia Minerva. Nel 1575 la figlia di Prospero e il marito lo rivendono alla famiglia de Augustino, dalla quale passerà ai Lupolo per pervenire infine ai Cavaselice, che gli daranno grosso modo la forma attuale. Nell’atto di passaggio fra i Coduto e i de Augustino sono descritte due fontane, l’una esterna all’immobile, alimentata da acqua proveniente dal monastero di San Lorenzo e alla quale aveva diritto di attingere anche il monastero di Santa Maria delle Grazie, l’altra interna, alimentata da una propria sorgente posta nella cantina del palazzo.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

10/05/2009. Da Massimo La Rocca.

A proposito di Piazza Sant'Agostino è sorprendente il fatto che il sindaco De Luca fa fare lavori di arredo urbano alla Piazza con la realizzazione di un costoso e brutto monumento al centro della stessa, e poi nella vicina via Masuccio Salernitano c'è lo storico Palazzo Sabbetta che è in attesa di restauro da tantissimi anni, che oggi minaccia di crollare e che lo stesso De Luca dice di voler demolire. Anzichè fare l'arredo urbano a Piazza Sant'Agostino, NON ERA PIU' URGENTE spendere i soldi per consolidare staticamente Palazzo Sabbetta in danno ai proprietari?

Più in generale, anzichè fare l'arredo urbano a piazze e strade del Centro Storico, NON SAREBBE PIU' URGENTE spendere i soldi per consolidare staticamente tutti quei monumenti ed edifici antichi del Centro Storico e della città intera che minacciano di crollare?

Per ricostruire una forte identità salernitana, per creare la città turistica, per vivere in una città sicura senza il pericolo che ti crolli un muro addosso E' PIU' URGENTE UN ARREDO URBANO O IL RECUPERO DELLA STORIA ?

Saluti. Massimo La Rocca


 

 

 

 

 

 

08/05/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone ho visto la sua foto dei lavori che si stanno facendo a Piazza Sant'Agostino. Si vedono chiaramente strutture murarie antiche. Nel suo sito all'indirizzo digilander.libero.it/salernostoria/ formaurbis.htm lei propone una pianta del Centro storico in cui fa passare per Piazza Sant'Agostino il tracciato del Muro urbano prelongobardo; quella struttura quadrata che si vede nella foto potrebbero essere allora le fondazioni di una torre di tale Muro urbano. Un'immagine dall'alto chiarirebbe meglio la situazione; quindi inviterei qualche salernitano di buona volontà che abita in uno dei palazzoni che affacciano sulla Piazza o lavora nel Palazzo della Provincia, a fare delle foto dall'alto e a inviarle a questo sito internet.

Saluti.

Massimo La Rocca

08/05/2009. Da Luigi Ferullo.

Professore, come volevasi dimostrare, comunque Le  faccio presente che ho spedito due e-mail all'idirizzo sba-sa@beniculturali.it, soprintendenza di Salerno, invitandoli ad una presenza e controllo costante  su quello che emerge dagli scavi della piazza Sant'Agostino. Spero che l'indirizzo sia giusto, comunque invito i lettori di queste pagine di fare altrettanto cercano nei limiti del possibile di essere cittadini "presenti". Io, vivo dal 1969 a Genova, con questo non ho mai dimenticato Salerno e partecipo  purtroppo solo virtualmente  alla vita della città, quello che però devo far notare è che purtroppo nel meridione in genere le istituzioni sono poco presenti, e, la causa di questo secondo me è che il cittadino partecipa molto meno alla vita del proprio territorio, non vi è un forte movimento di opinione sulla salvaguardia del monumento, dell'ambiente od altro.

Come dire:La lingua batte dove il dente duole, e se non ti fai sentire.......Non vi è orecchio che senta.

Sono divagazioni, stando al tema attuale ricordo, qualche decennio indietro, lo scavo fatto davanti alla chiesa del Crocifisso, poi accuratamente ricoperto, oppure sempre qualche decennio fa' allo scoprimento  degli archi lungo via mercanti Lamberti e arco dei Pinto poi anche questi accuratamente ricoperti, ed io di rimando da Genova a scrivere lettere alle varie associazioni ed istituzioni invitandoli a ripristinarli...Silenzio totale, poi fortunatamente nel 2008 sono riemersi, pensate quante testimonianze non riemergeranno mai più, perse per sempre. Prof. De Simone ancora grazie.

08/05/2009. A Massimo La Rocca e Luigi Ferullo.

Signor La Rocca, signor Ferullo, accomuno i Vostri messaggi poiché trattano lo stesso argomento ed entrambi sollecitano interessamento da parte di altri cittadini. Anch’io ho inviato immediatamente una mail alla Soprintendenza Archeologica (l’indirizzo utilizzato dal signor Ferullo è esatto) semplicemente per chiedere se la ditta appaltatrice dei lavori ha segnalato l’affioramento di quelle strutture, ma al momento non mi è pervenuta risposta.

Saluti, Vincenzo de Simone 


 

 

 

 

 

 

07/05/2009. A Luigi Ferullo.

Signor Ferullo, il Suo intervento dello scorso giorno 5 mi ha spinto a portarmi a piazza Sant’Agostino (già c’ero stato qualche giorno dopo l’inizio dei lavori, ma senza fortuna). Il luogo è stato accuratamente blindato, ma sono riuscito a scattare l’immagine che allego e che inserisco fra i possibili orrori. Si vedono tracce di muri.

Saluti, Vincenzo de Simone

 


 

 

 

 

 

 

05/05/2009. Da Luigi Ferullo.

Eccomi ancora per avere lumi su qualche altro argomento, approfittando ancora della sua disponibilità.

Notizia di oggi, il Sindaco minaccia di abbattere palazzo Sabbetta in via Masuccio Salernitano, se non ricordo male adiacente a questo edificio dovevano trovarsi due torri della cinta muraria, se è cosi' puo dirmi qualcosa di più? Mi auguro che qualcosa di importante venga fatto per questo palazzo, i residenti hanno perfettamente ragione perchè è da qualche decennio abbandonato a se stesso un restauro e messa in sicurezza e da farsi certamente, abbatterlo mi sembra un po troppo. In questa zona in periodi diversi sono stati fatti vari "risanamenti"con il solo risultato di cancellare per sempre testimonianze, speriamo di non dover cancellare un altra fetta di territorio dalla mappa storica di Salerno, come già scritto per piazza S: Agostino qualcuno sorveglierà? Mi riferisco ovviamente alle istituzioni.

Ho vissuto la mia (lontana) infanzia in via Mercanti precisamente nel portone di Spirito, ricordo che questo palazzo aveva al suo interno un giardino, per il fatto stesso che questo palazzo costeggia il vicolo Castel Terracena, ne faceva mica parte? Grazie ancora  a presto.

06/05/2009. A Luigi Ferullo.

Signor Ferullo, altre volte il sindaco De Luca ha minacciato l’abbattimento di Palazzo Sabbetta; non spiega, però, cosa vorrebbe edificare al suo posto. Siamo nella fascia a meridione di quello che fu il giardino del monastero di Santa Maria della Pietà (detto della Piantanova). Qui in epoca prearechiana effettivamente correva il muro meridionale della città proveniente dal settentrione dell’attuale largo Dogana Regia e una torre, ove il muro svoltava verso settentrione per andare a sfiorare la zona absidale dell’attuale chiesa del Santissimo Crocifisso, dovette esserci. Con l’edificazione dell’antemurale arechiano (il Muricino), a circa dodici metri a meridione della strada, una seconda torre fu edificata nel punto di incontro del nuovo muro con il prolungamento verso meridione di quello disposto nord-sud; di questa seconda torre abbiamo qualche notizia in più: sappiamo che era detta la torre del Russo e che accosto ad essa, lungo la faccia esterna del Muricino, fu edificata una chiesa di Santa Croce, poi travolta da una mareggiata. Relativamente al Palazzo posso dirLe che un amico che vi svolse un sopralluogo dopo il terremoto mi raccontava di aver notato particolari strutture arcuate che non apparterrebbero alla costruzione attuale, ma sarebbero indizio di qualche antica presenza monumentale. Il Palazzo non andrebbe dunque abbattuto, ma recuperato e valorizzato con l’identificazione di quanto eventualmente nasconde. Chi lo dirà a De Luca?

Per piazza Sant’Agostino dovrebbe sorvegliare la Soprintendenza. Non credo lo farà.

L’isolato in cui è compreso l’immobile della Sua infanzia fra Cinquecento e Settecento era Casa Pagano, il cui giardino, verso settentrione, andava a raggiungere il palazzo badiale di San Benedetto (attuale Museo archeologico). Il vicolo che lo costeggia a occidente, attualmente Castel Terracena, fino al 1932 era denominato vicolo Nuovo; in quell’anno una commissione istituita dal podestà dell’epoca con l’incarico di rivedere i nomi delle strade della città propose il cambio di denominazione evidentemente su proposta di Carlo Carucci, che di quella commissione faceva parte, essendo egli convinto, come lo sono io, che il suolo su cui era stato edificato Castel Terracena è lo stesso su cui, poi, fu edificato il Castel Nuovo di San Benedetto (poi detto palazzo badiale). Successivamente qualcuno volle riconoscere improbabili resti di Castel Terracena alla traversa San Giovanni e, poiché il rincorrersi l’un l’altro è lo sport preferito dagli storici cittadini, la tesi fu immediatamente sposata creando una suggestiva leggenda metropolitana.

Per rispondere alla Sua domanda, non credo che Castel Terracena giungesse tanto a meridione da coinvolgere il giardino attuale..

Sull’argomento può leggere, ove non l’avesse già fatto, sul sito Salernostoria il mio articolo Il sito del Castel Terracena in Salerno (in la Rassegna Storica/principali articoli de Simone), le schede la traversa san Giovanni e il Museo archeologico (in l’identità dei luoghi) e lo scambio di corrispondenza fra me e il signor La Rocca (in la discussione).

Saluti, Vincenzo de Simone                 


 

 

 

 

 

 

04/05/2009. Da Gianluca Rosa.

Sig. De Simone,

come al solito con lei nessun intervento cade nel vuoto.

In particolare apprezzo il puntiglio scientifico con cui argomenta le sue discussioni.

Tutte queste cose che ha scritto sono davvero molto interessanti. Sarebbe bello riorganizzare queste informazioni sul suo sito  (magari in  "identità dei luoghi") affinchè non siano perse e siano facilmente fruibili per tutti. Meglio ancora se si potesse averle nella propria libreria per poterle consultarle magari sul divano.

A parte gli scherzi un giorno potrebbe scrivere un libro (se non lo ha già fatto) con le informazioni presenti sul sito, ci sono dati che non sono presenti in nessun libro sulla storia di Salerno.

Terminati i complimenti mi rimane una domanda:quando fu costruita la villa comunale il Fusandola era già interrato?

Grazie

05/05/2009. A Gianluca Rosa.

Signor Rosa, Grazie per i complimenti. Nuove schede per l’identità dei luoghi sono in preparazione. Un libro è cosa complessa se non si vogliono scrivere sciocchezze.

Alla domanda, purtroppo, non sono in grado di dare una risposta, poiché nulla al momento ho trovato nei pochi atti ottocenteschi dell’Amministrazione comunale che ho consultato.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

03/05/2009. Da Massimo La Rocca.

Gianluca Rosa dice "la causa delle esondazioni non è da attribuire alla copertura bensì alla scarsa pulizia degli alvei"; non è esatto perchè le coperture in caso di piena fungono da tappo, sicchè il fiume va a sfogare esondando a monte del tappo; ed è proprio ciò che avvenne, come scrive il prof. De Simone, nel 1626 "quando un delluvio d’acque sceso lungo il suo corso, impossibilitato a defluire per la presenza della torre, rase al suolo la chiesa della Santissima Annunziata"; in tal caso la torre funse da tappo; e forse è proprio ciò che avvenne nel 1954 quando funse da tappo la lunga copertura del Fusandola che va dalle Fornelle fino al mare; dopo l'alluvione era difficile immaginare di scoperchiare il Fusandola, più facile fu decidere di cementificarne l'alveo.

Quanto alla "scena bucolica", cosa cè di male? Non è il sindaco De Luca che a proposito di Salerno dice continuamente che vuole farla diventare una città-giardino così come lo era nei secoli scorsi?

Non ti sembra che l'interramento del Fusandola vada contro la filosofia della città-giardino? E poi i parchi e giardini urbani all'inglese non sono scenari bucolici all'interno delle città britanniche e americane? Non capisco poi l'affermazione "la copertura dei corsi d'acqua è stata dovuta in parte ai detriti portati dagli stessi"; se esistono coperture di corsi d'acqua è perchè tali coperture le ha fatte l'uomo, non la natura.

Volevo aggiungere che l'interramento della foce del Fusandola, secondo quanto detto dal sindaco, è più precisamente un intubamento della foce; in pratica una grossa tubazione, che conterrà le acque del Fusandola, verrà interrata al di sotto della spiaggia e verrà portata in fondo al mare; sempre secondo quanto dice De Luca tale operazione costerà un sacco di soldi; e io aggiungo che costerà un sacco di soldi anche per la manutenzione; infatti nel corso degli anni la tubazione si riempirà di detriti portati dal torrente, e, se non se ne facesse la costosa manutenzione, tali detriti fungerebbero da tappo con il rischio di una nuova alluvione nella zona delle Fornelle.

Ora una domanda sorge spontanea. Dati gli elevati costi dell'intubamento della foce, gli elevati costi di manutenzione, i problemi di sicurezza, la perdita di un bene storico-paesaggistico, NON SAREBBE PIU' SAGGIO CHE DE LUCA RIMANESSE TUTTO COM'E' ?

Saluti. Massimo La Rocca


 

 

 

 

 

 

01/05/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone sempre a proposito dell'orientamento della Chiesa di San Benedetto a Salerno, le invio 2 immagini. Una riguarda la Chiesa di S. Sabina a Roma del V sec.; l'asse longitudinale della chiesa è inclinato addirittura di 46° rispetto all'asse est-ovest, quindi la chiesa ha in sostanza un orientamento nordest-sudovest. L'altra riguarda la chiesa di S. Maria in Cosmedin a Roma del VI sec.; qui l'asse longitudinale della chiesa è inclinato di 35° rispetto all'asse est-ovest. Le 2 chiese in questione dimostrano che il canone dell'orientamento est-ovest, che lei cita, veniva applicato con grande elasticità; sembra che gli architetti spaziassero liberamente dall'orientamento sudest-nordovest all'orientamento nordest-sudovest passando per l'orientamento est-ovest. Lei colloca l'attuale Chiesa di San Benedetto a Salerno al XIV sec., ma, in base alle considerazioni su esposte sull'orientamento, non vedo una contraddizione con la tesi che colloca la chiesa all'XI sec., tesi che si ritrova in tante pubblicazioni sulla chiesa stessa.

Saluti. Massimo La Rocca

 

 

02/05/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, prendo atto di quanto mi comunica.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

30/04/2009. Da Gianluca Rosa.

Salve,

ho letto la mail di Massimo La Rocca relativa al torrente Fusandola e vorrei cercare di razionalizzare ed approfondire il discorso affinchè la discussione non diventi mera polemica ma, al contrario, un'occasione per approfondire la storia ed i luoghi della nostra città.

Osservando la spiaggia di Santa Teresa attualmente si possono osservare 3 canali/torrenti che sfociano nel mare:

1. in corrispondenza della strada tra il municipio e palazzo Natella ovvero via Porta di Mare, si tratta quindi di un corso d'acqua che segue la direttrice di via Canali nel centro storico.

2. in corrispondenza della strada tra il municipio e palazzo edilizia, ovvero un canale che segue la direttrice di vicolo delle Colonne/vicolo delle Galesse nel centro storico.

3. tra il Jolly Hotel ed il parcheggio di via Alvarez sotto il piazzale dell'ex parco giochi, qui si tratta effettivamente del torrente Fusandola.

Quindi nella mia totale ignoranza cerco di delineare l'identità dei tre corsi d'acqua, la prego di correggermi:

1. potrebbe essere l'antico corso d'acqua della via detta appunto dei Canali; lo stesso che provocò danni in tempi remotissimi e sui cui detriti fu costruita le reggia di Arechi. Attualmente questo canale è totalmente coperto e si potrebbe dire che sfocia direttamente nel mare senza mai vedere la luce. Credo che sia sempre stato coperto, almeno nel centro storico. L'ultimo tratto forse è stato coperto con la creazione della via della marina nell'ottocento.            

2. credo che anche questo sia un corso d'acqua che incalanava le acque reflue nel loro percorso monte-mare. Forse è stato sempre coperto forse no, forse in altri tempi questi canali correvano in maniera visibile lungo le strade del centro storico. Di fatto si può ipotizzare che essi siano stati coperti quando le città hanno avuto la necessità di curare maggiormente l'aspetto igienico, penso 1700-1800. Di sicuro l'ultimo tratto sarà stato interrato in parte con l'apporto di detriti dello stesso in parte con la costruzione dei giardini della marina, ovvero nell'800. Attualmente rimangono una decina di metri scoperti sulla spiaggia.

3. Per il torrente Fusandola vale lo stesso discorso. Di sicuro via Porta Catena faceva parte della rotabile Napoli-Salerno ed anche dalle immagini del 1600 (sul suo sito)  sembra che il Fusandola fosse interrato in quel tratto. Inoltre quando fu costruita la villa comunale il Fusandola doveva essere già interrato da tempo. Attualmente l'unico tratto scoperto (a parte il canalone a monte di via Spinosa ) sono i venti metri in cui il torrente attraversa la spiaggia.

Detto questo è importante notare che la copertura dei corsi d'acqua è stata dovuta in parte ai detriti portati dagli stessi ed in parte all'opera dell'uomo che ha approfittato di tali detriti per ampliare gli spazi a propria disposizione. Tutto questo è avvenuto nell'arco di secoli. Inoltre la causa delle esondazioni non è da attribuire alla copertura bensì alla scarsa pulizia degli alvei, difatti in seguito ai disastri del 1954 si pensò di risistemare il canalone e non di riportare alla luce il torrente all'altezza della villa comunale. Quando poi La Rocca dice "anche l'occhio vuole la sua parte,  è rilassante vedere scorrere le dolci acque di un torrente" si lascia andare ad una scena bucolica che è troppo lontana dalla realtà: una realtà che è stata costruita nei secoli non solo dall'uomo ma anche dalla natura.       

02/05/2009. A Gianluca Rosa.

Signor Rosa, l’immagine che allego è un particolare della Veduta Rocca (anni ottanta del Cinquecento, Biblioteca Angelica di Roma) e rappresenta esattamente il tratto del muro meridionale della città fra la torre dell’Annunziata e la porta di Mare. Noterà due piccole aperture nel muro e una terza sotto la torre. Si tratta di quelli che i notai medievali definivano diffusori, ovvero passaggi aperti per permettere alle acque di defluire verso il mare.

Il primo a partire dalla porta dovrebbe corrispondere all’estremità orientale dell’attuale Palazzo Genovese, ove sappiamo che giungeva un acquedotto che, dopo aver servito varie proprietà e la fontana del Campo, forniva acqua a quella che fu la casa di Fabrizio Pinto, che insisteva su quell’area, quindi ad altre proprietà verso meridione. Io non so se questo corso d’acqua, realizzandosi il Comune, possa essere stato deviato verso est per evitare che passasse sotto il Comune stesso, e quindi corrisponda al primo da Lei osservato. Le dico ciò perché non credo che sotto via dei Canali scorra un torrente, in quanto il banco alluvionale su cui fu costruita la reggia di Arechi non fu il risultato di un lento accumularsi di detriti, ma di un evento alluvionale subitaneo che trascinò a valle un enorme frana che andò a colmare il dislivello originariamente esistente fra il gradino rappresentato attualmente dalla via Tasso e il livello su cui erano state impostate le terme romane. A proposito della via dei Canali, comunemente diamo per scontato che la sua denominazione tragga origine dal fatto che canali d’acqua la percorressero; il Manoscritto Pinto (Biblioteca Provinciale, Manosritto 19), invece, al foglio 22, discorrendo della famiglia Canali, riporta: Presero il Cognome dall’Antico dominio della Baronia di Canali nella provincia Terra di Lavoro; e diedero in Salerno il nome alla Strada che si chiama de’ Canali. (Nel 1316) Landulfo de’ Canali dice, come i suoi antecessori han’avuto l’abitazione nella d.a Strada de’ Canali, ed havevano il proprio Seggio d.o de’ Canali, cioè un luogo aperto, contiguo alla loro abitazione, dove solevano fermarsi.

Il secondo diffusorio a occidente della porta di Mare è certamente quello attraverso il quale usciva dalla città il corso della Lama (o Lavina) che ancora scorre sotto i gradoni di Santa Maria de Lama (se ne sente il fruscio dalla grata ai piedi dei gradoni), sotto la via impropriamente detta Porta Rateprandi (non il vicolo delle Galesse) e sotto il vicolo delle Colonne, essendo il secondo elemento da Lei osservato. Il corso della Lama sfiorò la zona absidale sia della prima Sant’Andrea (la cripta recentemente portata alla luce), che della seconda. La sua copertura, realizzata probabilmente nel Seicento, determinò il ribaltamento dell’orientamento della chiesa, portandone l’ingresso dalle Galesse alla posizione che oggi osserviamo.

Dal terzo passaggio, quello sotto la torre dell’Annunziata, chiaramente si osserva uscire un corso d’acqua. Naturalmente si tratta del Fusandola che, sfiorando le mura occidentali della città, passava davanti alla porta dell’Annunziata (ove c’era un ponte), attraversava un cortile della chiesa (cortile che si vede murato alle spalle della torre), sfiorava il muro della stessa chiesa, passava sotto la torre e correva verso il mare.

Del Fusandola sono documentati almeno due momenti clamorosamente turbolenti: il primo si verificò in epoca longobarda, quando a seguito di una abnorme piena formò da se stesso una diga che ne deviò il corso; il secondo il 4 dicembre 1626, quando un delluvio d’acque (scrive il notaio Giovanni Antonio Ferro) sceso lungo il suo corso, impossibilitato a defluire per la presenza della torre, rase al suolo la chiesa della Santissima Annunziata, la cui ricostruzione, che porterà a quella giunta fino a noi, sarà avviata dalle fondamenta il 25 novembre 1627 con la benedizione della prima pietra da parte del reverendissimo d. Matteo Granita, patrizio salernitano e vescovo di Cava. Un terzo momento clamorosamente turbolento è quello del 1954, quando la Santissima Annunziata si salvò sebbene con notevoli danni. Nell’occasione, come Ella ricorda, ormai ampiamente coperto il corso dalle Fornelle al mare, fu decisa, non so con quanta consapevolezza, la cementificazione della parte alta dell’alveo, trascurando il fatto che più cemento significa anche maggiore velocità delle acque in caso di piena.

Venendo all’attualità: ricoprirne anche l’ultimo tratto nell’ambito di un’opera di cui ancora non siamo in grado di valutare l’impatto? Forse sì, forse no. In ogni caso il futuro non ci riserva immagini bucoliche.

Saluti, Vincenzo de Simone              


 

 

 

 

 

 

26/04/2009. Da Luigi Ferullo.

Ringrazio per la sollecitudine alle mie domande, approfitto ancora per la sua disponibilità per altre mie curiosità. A riguardo della chiesa dei Barbuti mi riferivo particolarmente al restauro del muro a graticcio dentro la chiesa, di nuovo murato quasi completamente, (non si poteva secondo lei intervenire in modo meno invasivo e lasciarlo alla vista?).

Alla fine degli anni 60 ebbi in regalo un libro del Prof. Castelluccio riguardante l'ubicazione di un anfiteatro a Salerno nella zona tra il  passaggio a livello di via Vernieri e Acquedotto medievale, sembra anche che in detta zona, ritrovarono qualche traccia di detto anfiteatro quando costruirono la ferrovia nell'800, cosa ne pensa al riguardo?

Ultimo quesito (per adesso), il giardino soprastante quello della Minerva e sottostante via Salvatore De Renzi, non potrebbe in una  futura espansione  essere collegato con la parte sottostante?, anche tenendo presente che la sorgente che alimenta il giardino della Minerva proviene da questo giardino. A parte la parte  tecnica e  burocratica sulla fattibilità, per lei sarebbe proponibile?

La ringrazio ancora. Ferullo Luigi

28/04/2009. A Luigi Ferullo.

Signor Ferullo, la chiesa di Santa Maria dei Barbuti è proprietà della Curia arcivescovile, è gestita dal parroco della Santissima Annunziata Minore (perché egli ha la titolarità di Sant’Andrea de Lavina, alla quale Santa Maria dei Barbuti fu annessa) e fu restaurata da un ingegnere che normalmente si occupa della manutenzione ordinaria degli immobili della Curia con un contributo della Conferenza Episcopale. Questi soggetti, presentato il restauro in occasione di Salerno Porte Aperte del 2005, decisero l’obliterazione della famosa parete traforata senza che la Soprintendenza, in tutt’altre faccende affaccendata, trovasse nulla da eccepire. Comunque, anche se questa bella pensata non fosse stata posta in essere, la parete non sarebbe fruibile poiché la chiesa, passata la festa, è tornata alla funzione di deposito delle cianfrusaglie di quel parroco. La mia opinione? Certo che la parete doveva essere lasciata in vista, ma sopratutto bisognava sottrarre l’immobile agli usi impropri cui viene costretto.

Relativamente al presunto anfiteatro, nulla posso aggiungere a quanto argomentato da Castelluccio. Tuttavia vorrei porre in rilievo che le strutture murarie (credo tronchi di colonne) che effettivamente furono rinvenute nell’area da Lei indicata potevano essere appartenute a qualsiasi edificio (ad esempio, una villa suburbana) poiché l’area era fuori dalle mura documentate della città romana, anche se Amarotta, nel suo volume Salerno romana e medievale (1989), suppone una estensione abnorme della città in periodo imperiale proprio per portarla a contenere il presunto anfiteatro.

Relativamente al rapporto fra il giardino di cui mi chiede (distinto nel catasto onciario settecentesco in due particelle dette il Galiziano e il Galizianello) e quello della Minerva, posso dirLe che storicamente si trattò di due realtà ben distinte e profondamente caratterizzate, essendo il primo una proprietà della famiglia Galliciano, patrizi cittadini, adibito, fra l’altro, alla concia delle pelli, il secondo un vero e proprio giardino annesso a case che passarono fra vari possessori. Certo sarebbe auspicabile una acquisizione da parte del Comune per creare un percorso storico, anche se fra due realtà profondamente diverse, ma purtroppo si tratta di questioni non facilmente risolvibili.

Saluti, Vincenzo de Simone     


 

 

 

 

 

 

24/04/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone ho letto la sua discussione con Gianluca Rosa sulla chiesa di San Benedetto, e mi dispiace dirvelo, ma, contrariamente a quanto entrambi credete, la chiesa in questione non ha un orientamento nord-sud; a tal proposito le invio un'immagine chiarificatrice; l'asse longitudinale della chiesa è inclinato di 48,5° rispetto all'asse nord-sud, mentre è inclinato di 41,5° rispetto all'asse est-ovest; ne consegue che la chiesa ha approssimativamente un orientamento est-ovest. Lei parla di una chiesa di San Benedetto più antica di quella che oggi vediamo e che si sarebbe collocata trasversalmente rispetto a quella attuale; ma siccome quella attuale è già orientata in senso est-ovest seppure in modo approssimativo, la chiesa di cui parla potrebbe non essere mai esistita.

Saluti. Massimo La Rocca

27/04/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, quando il signor Rosa ed io definivamo l’orientamento attuale di San Benedetto nord-sud non lo facevamo avendo misurato gli angoli del suo asse, ma per sottolineare (forse in modo grossolano) che la chiesa non è orientata secondo il canone altomedievale. In città, se Lei misura gli angoli degli assi di San Domenico, Santa Lucia, Santissimo Crocifisso, Santa Trofimena, troverà che forse solo quest’ultima è perfettamente allineata all’est-ovest, mentre San Domenico punta con la sua zona d’ingresso leggermente a sud e le altre leggermente a nord, compreso il Duomo e l’area ove fu Santa Maria de Domno. Il perché è intuitivo: alcune di queste chiese (Santa Lucia, Santa Maria de Domno, Santissimo Crocifisso) furono accostate a vie preesistenti (la via Carraria inter Murum et Muricinum le prime due, la via della porta di Elino la terza) e non potettero che seguirne l’orientamento leggermente deviante verso il nord, tanto più che le prime due ebbero anche un secondo limite nell’orientamento del muro meridionale. Tuttavia gli andamenti degli assi delle chiese citate non sono paragonabili a quello dell’asse di San Benedetto, che pur essendo più prossimo all’est-ovest che al nord-sud, appare incompatibile con il canone altomedievale.

Ma, al di tanto, mi pare evidente che la San Benedetto attuale, per caratteristiche murarie, ampiezza, presenza di tracce forse di un ripensamento in corso d’opera, non può essere datata al VII o VIII secolo, quindi una chiesa precedente dovette esserci, magari non trasversale alla presente in senso stretto, ma certamente con un orientamento est-ovest ben più definito. E qui ritorniamo alle eterne questioni: se il recupero dell’aula attuale fosse stato affidato non ad ingegneri, ma ad architetti e archeologi qualificati, se le Soprintendenze varie invece di pettinare bambole avessero svolto in quell’occasione i loro compiti istituzionali, se la fretta di riaprire al culto la chiesa non fosse stata cattiva consigliera, forse qualcuno sarebbe stato in grado di identificare le strutture, ora cementate nel pavimento, che furono rinvenute, e dirci se erano riconducibili ad una precedente chiesa o, nell’impossibilità dell’identificazione funzionale, almeno se erano databili al VII-VIII secolo (impianto badiale originario), all’XI secolo (propaggini settentrionali di Castel Terracena), al XIV secolo (presunta riqualificazione dell’area in relazione all’edificazione di Castel Nuovo), addirittura all’Ottocento (riconversione prima in teatro, poi in caserma).

Saluti, Vincenzo de Simone     


 

 

 

 

 

 

23/04/2009. Da Luigi Ferullo.

Le scrivo da Genova per la prima volta, seguo da molto tempo i suoi scritti sulla nostra Salerno. Avrei ed avrò spero, modo di chiedere diverse cose, sono certo che esaudirà la mia curiosità. Come primo quesito le chiedo:

Sarà fruibile al pubblico la "farmacia" dell'Archivio, ove è stato rinvenuto l'affresco di San Ludovico in un prossimo futuro? Adesso le prime cose che mi vengono in mente.

Nel mese di ottobre sono stato a Salerno con un gruppo di amici Genovesi, mi sono recato al castello di Arechi e, inspiegabilmente ho trovato le porte sbarrate, faccio presente che era una domenica. A parte questo disservizio, chiedo se può darmi una spiegazione perchè ogni qualvolta che ritorno a Salerno trovo la parte più antica dello stesso sempre non fruibile, staranno facendo ancora dei lavori di restauro in questa zona?

E' molto significativa tutta la documentazione fotografica sui luoghi e sugli orrori commessi in passato e al presente, in ispecialmodo quell'infausto restauro a Santa Maria dei Barbuti, mi riferisco al muro con graticcio, alla eterna decisione di spostare la caserma della Polizia per recuperare il chiostro di San Domenico, non per ultimo la notizia di ieri 21/04/09 dalla cronaca del tentativo di furto di tegole non ho capito bene se a S. Massimo o all'ex Carcere, per adesso mi fermo qui, mi scuso già da ora se ho messo troppa carne al fuoco ma mi creda essendo lontano da oramai  45 anni mi sento ogni giorno di più attaccato alla mia Salerno. Prima di salutare, oggi sono cominciati i lavori per la Piazza Sant'Agostino, mi raccomando OCCHIO vigile a chi può  quando ci saranno gli scavi della piazza, credo tutta di interesse archeologico e spero che lei potrà confermarmelo. Grazie e saluti.

23/04/2009. A Luigi Ferullo.

Signor Ferullo, La ringrazio per l’attenzione con la quale segue le vicende della nostra città e il mio lavoro.

La Farmacia dell’Archivio di Stato sarà fruibile, ma non saprei dirLe quando. Al momento i lavori di rimozione dei vari strati di imbiancatura deposti sulle pitture trecentesche hanno messo in luce, oltre al San Ludovico, vaste area decorate sulle volte e tracce di ristrutturazioni dell’aula intervenute nel corso del tempo. È stato anche evidenziato ed aperto un antico passaggio fra la cappella e l’attuale salone di ingresso dell’Archivio, passaggio che permetterà, a lavori ultimati, appunto la fruizione dell’ambiente.

Relativamente al castello, posso dirLe che i lavori di scavo nella parte più antica, condotti anni or sono dal professor Peduto, sono da considerarsi ultimati, ma credo si sia in attesa di finanziamenti che permettano la messa in sicurezza dell’area per l’apertura al pubblico.

Per quanto riguarda le altre questioni che Ella pone in evidenza posso assicurarLe che in questa città è in corso una quotidiana lotta fra chi desidera conservare le ormai scarse memorie del passato e il disinteresse, l’ignoranza e la smania di cambiamenti a tutti i costi.

Relativamente alla questione della ripavimentazione stradale ai Barbuti, di cui avrà visto alla sezione Orrori in città, ho inviato proteste al Sindaco, a ciascuno degli Assessori, ai Gruppi Consiliari sia di maggioranza che di opposizione; ho segnalato la problematica agli organi di stampa, alle televisioni locali, ai giornali on-line, alla Soprintendenza ai Beni Architettonici, alla Società Salernitana di Storia Patria, a Italia Nostra, al Fai, alle Associazioni Culturali cittadine, al Dipartimento Beni Culturali dell’Università. Fra tutti, ho ricevuto riscontro soltanto dal quotidiano Cronache (ma non perché la direzione di esso fosse sensibile alla problematica, ma soltanto perché l’amico Raffaele Avallone si è offerto di scrivere un articolo) e dalla Società Salernitana di Storia Patria, il cui presidente Francesco Li Pira ha girato la denuncia a tutti i soci suscitando la reazione, però, di uno soltanto di essi, il professor Giancarlo Abamonte del Dipartimento di Filologia Classica "F. Arnaldi" dell’Università Federico II di Napoli che scive: Caro Francesco, ti ringrazio per avermi rispedito le foto e la lettera giustamente indignata del sig. De Simone. E' una scelta orribile, che ti assicuro da vicino fa ancora più impressione che nelle foto.

Appena del 22 scorso è la denuncia del signor Massimo La Rocca (che può leggere in questa pagina) dell’intenzione, contro ogni logica, dell’Amministrazione comunale di interrare la foce del Fusandola.

Relativamente all’ultima parte della sua lettera, Le assicuro sorveglianza su piazza Sant’Agostino e foto di eventuali ulteriori orrori.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

22/04/2009. Da Massimo La Rocca.

Il Sindaco di Salerno De Luca recentemente in occasione della presentazione del plastico di Piazza della Libertà ha dichiarato di aver intenzione di interrare la foce del torrente Fusandola sulla spiaggia di Santa Teresa.

Tale interramento non andrebbe fatto per una serie di motivi:

1) il Fusandola fu la principale causa dei danni e delle centinaia di morti che ci furono nell'alluvione del '54, sicchè un interramento della foce potrebbe rappresentare in caso di piena del torrente un pericoloso ostacolo al deflusso delle acque;

2) il Fusandola è un torrente legato alla storia di Salerno perchè rappresentava il fossato delle mura occidentali della città e le sue acque servivano al funzionamento di diversi mulini; possiamo affermare che il Fusandola è uno dei monumenti di Salerno, e anche per questo andrebbe tutelato; oggi purtroppo il tratto del torrente che attraversa il tessuto urbano risulta gia' in gran parte coperto!

3) come si può vedere dalle rappresentazioni storiche della città e come precisato dalla prof. Rosa Carafa della Soprintendenza ai beni architettonici, in corrispondenza della foce del Fusandola esisteva una piccola e

suggestiva insenatura naturale, che purtroppo risulta oggi scomparsa; oggi la foce del Fusandola ci dice dov'era quest'insenatura; se De Luca cancellerà la foce, i Salernitani perderanno memoria della collocazione non solo della foce, ma anche dell'insenatura;

4) De Luca ha sempre precisato che le fognature di Salerno sono allacciate al depuratore e che quindi non scaricano nei fiumi e torrenti di Salerno; si deduce che le acque del Fusandola sono pulite, quindi perchè coprire la foce sulla spiaggia di Santa Teresa?

5) anche l'occhio vuole la sua parte; forse non lo sarà per De Luca, ma è rilassante vedere scorrere le dolci acque di un torrente;

6) oggigiorno nelle città italiane ed europee non si procede più all' interramento dei corsi d'acqua; sarebbe assurdo che De Luca vada in controtendenza in una città che vorrebbe far diventare di livello europeo; a talproposito porto l'esempio di Milano dove in occasione dell' Expo Universale verrà riportato alla luce un ampio tratto del Naviglio Grande, che erano stato interrato nel Dopoguerra;

7) la realizzazione della Piazza della Libertà non è inconciliabile con la presenza del torrente Fusandola; e se De Luca e/o Bofill vedono un'inconciliabilità, dovrebbe essere la Piazza della Libertà ad adeguarsi al torrente Fusandola e non il torrente Fusandola ad adeguarsi alla Piazza della Libertà; l'intelligenza di un progettista sta anche nel costruire avendo rispetto di quello che già esiste; è troppo facile costruire facendo ogni volta tabula rasa con demolizioni e interramenti di corsi d'acqua.

Saluti. Massimo La Rocca


 

 

 

 

 

 

17/04/2009. Da Gianluca Rosa.

Signor De Simone,

mi sembra che tra le chiese da lei citate non ci sia San Benedetto. Anche questa chiesa ha un asse nord-sud che dovrebbe non essere quello originale. Tra l'altro mi tolga una curiosità: ma gli archi che si vedono sulle navate di questa chiesa sono la traccia di un diverso orientamento oppure un tentativo di modifica del suo assetto architettonico?

Grazie.

18/04/2009. A Gianluca Rosa.

Signor Rosa, certamente San Benedetto va aggiunta agli esempi che riportavo, anche se con una sua specificità, come accennavo nella risposta al signor Massimo La Rocca del 6 marzo scorso. La badia di San Benedetto, al di là delle tesi più o meno probabili sulla sua fondazione, appare per la prima volta in un documento ufficiale al settembre 868. Che fosse di origine prelongobarda, longobarda del primo periodo o arechiana, come qualcuno vorrebbe, non potette che avere la chiesa orientata secondo il canone che conosciamo, ossia sull’asse est-ovest. Essa, quindi, dato per acquisito che insistesse sulla stessa area della chiesa attuale, ne impegnava soltanto una piccola parte trasversale; ma a quale altezza sull’asse nord-sud? Quando fu eseguito il recupero dell’aula attuale, alcune strutture fortuitamente rinvenute in profondità furono definite dagli addetti ai lavori non identificabili e quindi risotterrate; conseguentemente non sapremo mai, a meno di improbabili nuovi scavi, quale fosse il sito della chiesa antica, se ad essa quelle strutture appartennero.

E qui ricompare Castel Terracena. Dato per certo che l’edificio oggi del Museo sorge su parte del suo sito e dato anche per certo che esso si estendeva verso sud (come dalla discussione con il signor La Rocca), si estendeva anche verso nord? E per quanto? Ovvero, ricevuta in dono l’area di risulta di Castel Terracena, i monaci di San Benedetto la utilizzarono tutta per edificarvi il loro Castel Nuovo o la parte più settentrionale la riservarono ad un progetto di ampliamento della loro chiesa? L’acquisizione dell’area avvenne nel corso del pontificato di Alessandro IV (1254-1261), che donò quel suolo ai monaci. Nel 1301 Carlo II d’Angiò esorta lo stratigoto di Salerno ad adoperarsi affinché torni nel possesso della regia curia il luogo e la terra ove il castello di Terracena fu edificato e a non permettere che vi si edificasse alcunché di nuovo. Quindi, l’area è al momento priva di costruzioni. Nel 1412 risulta edificato (non sappiamo da quando) Castel Nuovo. Se l’attività edilizia dei monaci comportò la risistemazione dell’intera area di loro pertinenza, al Quattordicesimo secolo dovrebbe risalire la chiesa attuale, sorta, ormai, libera dal canone che conosciamo.

Gli arconi che si vedono lungo gli assi divisori delle navate sono stati attribuiti, manco a dirlo, ad un mutamento dell’orientamento nel corso dell’opera. Il fatto mi pare strano, anche perché, giustificata la presenza di quello di destra quale arco trionfale al limite del presbiterio, non si comprenderebbe la funzione di quello di sinistra, che si sarebbe trovato a spezzare la linearità della navata. Più probabile è che i due arconi siano i superstiti dei quattro che dovevano formare la crociera di un progetto di chiesa a croce latina, forse abbandonato in corso d’opera (ma mi sembrerebbe altrettanto strano) o forse modificato nel tempo.

Saluti, Vincenzo de Simone   


 

 

 

 

 

 

13/04/2009. Da Gianluca Rosa.

Salve,

le scrivo come al solito per rivolgerle una domanda.

Nell'opuscolo di Salerno Porte Aperte 2004 c'è un articolo di Gennaro MIccio che fa riferimento al recente restauro della chiesa del Crocifisso ed asserisce che le indagini misero in evidenza un portale appartenente probabilmente ad un diverso orientamento nord-sud della chiesa.

La domanda è: era al corrente di questo portale? se fosse vero che la chiesa aveva un diverso orientamento come si sposa con la sua teoria relativa alle mure orientali?

Saluti e Buona Pasqua.

15/04/2009. A Gianluca Rosa.

Signor Rosa, a Salerno è invalsa la curiosa moda di voler dimostrare improbabili mutamenti di orientamento delle chiese da parte di presunti esperti, che nulla mostrano di sapere né dei canoni generali dell’edilizia sacra medievale né della storia particolare dei monumenti cittadini.

L’attuale Santissimo Crocifisso, originariamente Santa Maria della Neve, detta anche di Portanova, compare nella documentazione giunta fino a noi con un documento del febbraio 1140 (Archivio Archidiocesano, pergamena 45) con il quale Romoaldo, figlio del fu conte Landone, ne dona la sua parte di patronato all’Archiepiscopio. Naturalmente non sappiamo quando essa era stata edificata, ma anche supponendo che ciò fosse avvenuto soltanto in quel secolo, ciò non poteva essere stato se non nel rispetto integrale di quanto i canoni tassativi (pena la impossibilità di procedere alla consacrazione) dell’edilizia sacra dell’epoca imponevano, ossia orientamento est-ovest, absidi a est, porta grande ad ovest; nel caso di chiese aperte, ossia non inserite nella clausura di un monastero, uno dei due lati lunghi (il nord o il sud) doveva essere libero da costruzioni affinché fosse possibile aprirvi una porta piccola verso una strada, un vicolo, un cortile aperto. A tutto questo si derogherà soltanto agli inizi del Trecento, infatti Sant’Agostino, edificato nel primo quarto di quel secolo non rispetta tale canone.

In città, abbiamo esempi significativi (ma altri se ne troverebbero spulciando i documenti) in Santa Maria de Domno, la cui pianta del 1862 (Archivio di Stato di Salerno, Perizie del Tribunale Civile, vol. 937, ff. dal 194-210) mostra la porta piccola aperta verso l’attuale via Masuccio Salernitano; in Santa Lucia, originariamente Santa Maria de Mare, detta anche della Giudaica o della Ruga Nova, con la porta piccola aperta, prima della ristrutturazione ottocentesca, verso l’attuale vicolo Giudaica (Archivio Archidiocesano, Visite pastorali, 1692); in San Felice in Felline, in cui si vede la porta piccola aperta verso il piazzale a nord; e naturalmente nel Santissimo Crocifisso, ove quella che Gennaro Miccio scambia per un antico ingresso che presupporrebbe un cambio di orientamento non è altro che la porta piccola aperta verso la via della porta di Elino, attualmente dei Mercanti.

Miccio l’anno successivo (Salerno Porte Aperte 2005) scrive, a proposito della chiesa di San Matteo Piccolo, confermando la scarsa conoscenza degli argomenti che tratta: L’attuale Cappella quasi sicuramente non è quella fondata nel 970 dal conte longobardo Pietro Gastaldo (figlio di Landolfo) e dalla moglie Aloara che la dedicarono a San Matteo e San Tommaso [...] Ma l’antico edificio longobardo, anche se individuato ‘in loco ubi a li canali dicitur’, doveva trovarsi quasi sicuramente alcune decine di metri più a monte. Certo che l’attuale chiesa non è quella fondata dal conte Pietro (gastaldo non è cognome, ma il titolo che Pietro deteneva prima di diventare conte), per il semplice motivo che quella era in Orto Magno, a settentrione di San Gregorio e a meridione dell’archiepiscopio; è altrettanto certo che non è quella esistente ai Canali fra il Duecento e il Seicento, per il fatto, come egli intuisce, che quella era ove attualmente se ne vede l’abside altomedievale sotto il fronte del conservatorio della Santissima Annunziata Minore, abside che la storiografia cittadina, creatrice di leggende metropolitane, attribuì ad una prima San Grammazio. Questa abside altomedievale è anch’essa testimone dell’orientamento canonico dell’epoca.

In città, altri leggendari mutamenti di orientamento sono attribuiti alla cripta di Santa Maria de Lama, individuando in un vano curvo verso settentrione una originaria abside, che io ritengo invece sia un ambiente della domus romana in cui la chiesa fu inserita; e a Santa Maria dei Barbuti (Adinolfi, Salerno Porte Aperte 2005), ove l’ipotesi del mutamento fu del tutto gratuita, mancando assolutamente elementi che lo facciano anche solo lontanamente supporre, mentre le relazioni delle Visite pastorali la descrivono sempre con l’orientamento attuale, precisando che verso oriente confinava con un giardinetto che si interponeva fra le sue absidi (originariamente aveva tre navate) e le case della famiglia Roppolo, il cui stemma si vede ancora sul portone lungo il vicolo Siconolfo.

Ma Miccio non è il solo ad ignorare i canoni dell’edilizia sacra altomedievale. Buona compagnia gli fa Braca, che in più di un’occasione, parlando della originaria San Giorgio, oggi nascosta dal pavimento a scomparsa che rimane perennemente chiuso, impedendone la fruizione, la dice orientata con l’abside a oriente e la porta a occidente non perché così doveva essere, ma per essere aperta verso il palazzo di Arechi. Oltre a sfuggirgli il canone, gli sfugge che il monastero di San Giorgio e la sua chiesa risultano già edificati al 916 o 917, quando Arechi non era ancora nato.

Di contro, in città abbiamo tre esempi di effettivi mutamenti dell’orientamento in San Pietro de Grisonte, orientata est-ovest con la porta piccola verso via dei Mercanti prima della ricostruzione seicentesca, in Sant’Andrea de Lavina, anch’essa orientata con le absidi ad oriente, come si vede in quella che oggi è la cripta, e poi ribaltata con l’abside a occidente e nella stessa San Giorgio.

Naturalmente ero al corrente di questo portale, anche perché lo si vede chiaramente lungo la parete nord della chiesa prospiciente sulla via dei Mercanti.   

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

20/03/2009. Da Gianluca Rosa.

Sig. De Simone,

leggo le sue pagine con piacere e le sono grato per le informazioni che mette a disposizione.

Come al solito avrei qualche domanda da porle. Nella sua risposta a La Rocca, lei dice che " ... Su quella torre (indicata come Casa Capone sulla pianta dell’Archivio di Stato che Lei conosce) Arechi innesterà le mura che, circondando l’ altopiano, andranno a formare l’angolo di nostro interesse sotto l’ isolato del Museo ... "  Questa frase non mi è molto chiara: le mura costruite da Arechi che circonderanno l'altopiano dei mutilati partono da Casa Capone o dall'angolo sotto l'isolato del museo?

Dove si trova nello specifico il tratto di muro nel rione mutilati di cui ha pubblicato la foto?

Sarebbe interessante avere un'immagine con le mura della città nei vari periodi storici ed in cui sono segnalati i tratti ancora visibili.

Grazie.

20/03/2009. A Gianluca Rosa.

Signor Rosa, la pianta a cui mi riferivo, indicandola al signor La Rocca come quella che lui conosce, è conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno e risale al 1862. In essa è rappresentata la parte orientale della città, circa dalla via Duomo alla Fieravecchia (di tale pianta spero di poter disporre a breve di una riproduzione da pubblicare). In essa, la costruzione che forma la copertura a gomito su via Sant’Alferio, a occidente di San Benedetto, è detta Casa Capone; osservata alle spalle, ossia dalla stradina che collega via Sant’Alferio al rione Mutilati, ove c’è l’arco anch’esso detto Capone, si nota che la costruzione è innestata su un’antica torre. Questo era il limite della città verso oriente prima che Arechi fortificasse l’intero altopiano oggi rione Mutilati (detto dai notai longobardi operanti prima del Mille la nuova città salernitana ad Corpus). A questa torre giungeva il muro proveniente da un’altra torre posta a ridosso del luogo ove oggi vediamo la chiesa di San Sebastiano (Monte dei Morti) a Portarotese (muro demolito agli anni Trenta del Novecento) e da qui partiva il muro che, superato l’arco Capone, scendeva, tagliando l’isolato oggi del Museo, per raggiungere la zona absidale della chiesa oggi del Santissimo Crocifisso, ove, su via dei Mercanti, si apriva la porta detta di Elino (erroneamente Elina), dalla quale proseguiva verso un’altra torre, detta del Russo, che costituiva l’angolo meridionale della difesa, da cui partiva il muro lungo il mare verso occidente.

Arechi fortificò l’altopiano (notare che noi non sappiamo per certo se San Benedetto esisteva già ed era posto fuori le mura, cosa possibile perché abbiamo altri esempi, o se fu edificato successivamente) innestando le nuove mura sulla torre rappresentata da Casa Capone. Se Lei si porta sul luogo, percorrendo verso oriente la via che taglia il rione (via Guglielmo da Ravenna), alla Sua sinistra vedrà una serie di quattro edifici; fra il primo e il secondo vedrà via Pompeo de Ruggiero, il cui accesso è impedito dal secondo dei cancelli da me fotografati: in fondo, aguzzando la vista, vedrà un tratto delle mura arechiane; procedendo, fra il secondo e il terzo edificio vedrà via Paolo Diacono, anch’essa chiusa da un cancello, il primo da me fotografato: in fondo, molto più chiaramente, vedrà un altro tratto delle stesse mura. Giunto in piazza Principe Amedeo, svoltando lungo via san Gregorio VII, all’angolo che la strada forma per calare verso via Arce, alla Sua sinistra, ancora una volta oltre un cancello e un muricciolo moderno cui è appoggiata una scala metallica, vedrà un altro pezzettino di mura, di molto ridotto in altezza, di cui noterà la continuazione alla Sua destra, anche qui oltre una cancellata ignobile, prima dell’innesto agli “archi dei diavoli”. Da questo punto, dovrà immaginare il prosieguo della fortificazione lungo la scarpata verso via Velia, quindi verso occidente, dall’angolo con via San Benedetto, ove era la torre detta, appunto, di San Benedetto, verso l’isolato del Museo, ove le mura arechiane si innestavano alle preesistenti, formando l’angolo di cui dicevo, sul quale sarà costruito prima Castel Terracena, poi Castel Nuovo.

La pianta dell’evoluzione delle mura che Lei auspica è probabile che possa essere realizzata.

Colgo l’occasione per informarLa che le immagini da Lei scattate in località Cernicchiara mi dicono dovrebbero riferirsi ad un acquedotto detto, appunto, del Cernicchiara, di cui abbiamo solo alcune citazioni e di cui è ignota l’epoca di costruzione. Le consiglierei di segnalarne la presenza, che a quanto mi è stato riferito non è nota, alla Soprintendenza, all’indirizzo (omissis).

Saluti, Vincenzo de Simone 


 

 

 

 

 

 

19/03/2009. Da Massimo La Rocca.

Vi scrivo per sottoporvi una questione relativa al patrimonio storico della nostra città. Nel Centro storico di Salerno esistono 2 chiostri che sono vere e proprie opere d'arte e che da soli sarebbero in grado di attirare decine di migliaia di turisti ogni anno a Salerno.

Uno è il Chiostro grande del CONVENTO DI SAN DOMENICO (oggi caserma della Polizia Stradale) in Largo San Tommaso D'Aquino; esso risale al XIII secolo, presenta motivi arabeggianti ad archi intrecciati e, cosa unica al mondo, il disegno degli archi risulta diverso su ognuno dei 4 lati del chiostro stesso; nell'800 il convento fu trasformato in caserma e gli splendidi archi del chiostro vennero purtroppo murati; del Chiostro grande del Convento di S. Domenico vi invio in allegato 5 immagini; le prime 3 sono disegni d'epoca che fanno vedere come appariva il chiostro fino all'800, le altre 2 sono foto che ho scattato qualche anno fa in occasione di Salerno Porte Aperte e che fanno vedere come gli archi del chiostro risultino murati; visto che il convento è oggi caserma della Polizia Stradale, bisognerebbe chiedere al Ministero dell'Interno la disponibilità a poter restaurare il chiostro riportandolo così al suo antico splendore; meglio ancora sarebbe chiedere al Ministero di delocalizzare la Caserma della Polizia Stradale lasciando così libero non solo il Chiostro grande, ma tutto il convento che tra l'altro vanta pure un chiostro più piccolo.

L'altro chiostro di cui vi volevo dire è il Chiostro del CONVENTO DI SAN FRANCESCO (ex carcere maschile) in Via Sant'Antonio; anch'esso risale al XIII secolo e presenta motivi arabeggianti ad archi intrecciati; nell'800 il convento fu trasformato in carcere e, subendo la stessa sorte di quello di S. Domenico, gli splendidi archi del chiostro vennero purtroppo murati; del Chiostro di S. Francesco ahimè non ho immagini da fornirle, anche se esiste un disegno dell'Archinti risalente all'800, che ci fa vedere come tale chiostro era eccezionale come quello di S. Domenico; se non sbaglio il convento risulta oggi di proprietà del Comune di Salerno, quindi in tal caso sarebbe più facile intervenire per riportare il chiostro al suo originario aspetto.

Spero che di tali chiostri, e in generale dei conventi a cui appartengono, possiate occuparvene per spingere il Comune di Salerno e la Soprintendenza ai Beni architettonici a darsi da fare per il loro restauro e per consentirne la visione ai Salernitani, nonchè soprattutto ai turisti.

Saluti. Massimo La Rocca

 

 

I disegni forniti dal signor La Rocca:

a sinistra di Vianelli, 1842;

sopra e a destra di Schulz, 1860.

 

Le due immagini dello stato attuale dei

luoghi, per sua gentile concessione, sono

state inserite nella sezione i luoghi di culto

alla pagina San Domenico.


 

 

 

 

 

 

17/03/2009. Cronache, p. 8. Polemiche sulla nuova pavimentazione dei Barbuti

«Un orrore rosso», un incubo degno del miglior film horror. Non usa mezzi termini lo storico salernitano Vincenzo de Simone per definire la nuova pavimentazione stradale dell’area di Largo Barbuti, opera ancora in itinere che rientra nell’ambito dei lavori di recupero urbanistico della parte alta del centro storico avviati lo scorso mese di settembre. Un intervento atteso, invocato da decenni, che mira a strappare al degrado e a restituire all’antica bellezza uno degli angoli più caratteristici e gravidi di storia di Salerno, un dedalo di viuzze cuore dell’antica capitale longobarda. Ma i risultati fin qui intravisti non hanno soddisfatto tutti, e a finire sul banco degli imputati è proprio il nuovo selciato appena messo in posa. Non sono pochi, infatti, i critici che non condividono la scelta dei materiali utilizzati, definiti incompatibili se non addirittura estranei con l’ambiente circostante. E non manca chi parla addirittura di un vero e proprio “pugno nell’occhio”. In sostanza proprio il pensiero del professore de Simone, vera autorità cittadina in campo artistico, da sempre estremamente sensibile alle tematiche storico-architettoniche del centro salernitano: «L’intervento di ripavimentazione stradale nell’area dei Barbuti e nel vicolo che corre al lato di palazzo Fruscione ha comportato la rimozione dei tipici blocchi di pietra vulcanica e la loro sostituzione con altri blocchi, non più irregolari e disposti “a cardamone”, come dicono i pavimentisti, ma regolari, perfettamente combacianti e del tutto anonimi». Ma il plus ultra dell’orrido per lo studioso salernitano -e per molti residenti nella zona, è bene rimarcarlo- lo si raggiunge all’altezza del vicoletto che passa davanti alla chiesa di Santa Maria dei Barbuti: «in quel caso la pavimentazione è stata sostituita con orribili mattoni rossi posizionati a lisca di pesce, del tutto estranei alle caratteristiche del nostro centro storico. In sostanza un’opera dagli effetti a dir poco sgradevoli».

«Io non so perché l’amministrazione comunale possa aver preso la decisione di procedere in questo modo -continua de Simone, che sul web ha intrapreso da qualche settimana una vera e propria campagna per fermare quello che non esita a definire un vero e proprio scempio- certo è che si sta consumando un altro attentato al nostro patrimonio ambientale, incoerente e in controtendenza con quanto fatto anche recentemente, quando i blocchi vulcanici che ora si estirpano ai Barbuti furono ripristinati, con effetto gradevolissimo, nell’area del largo Abate Conforti. Ho fatto presente a più riprese la situazione ma non ho mai ottenuto alcuna risposta, ed è per questo che mi chiedo chi decide tali opere e soprattutto dove sono gli organi preposti alla conservazione del nostro patrimonio ambientale. È possibile che il carattere del centro storico debba essere così impunemente snaturato?».

Raffaele Avallone

 

 

 

 

 

 

16/03/2009. Da Gianluca Rosa.

Salve,

nella pagina dedicata alla chiesa di San Benedetto leggo: ".. [Alfano] chiamerà a reggere il monastero Desiderio, gia abate di Cava, poi di Montecassino, che il 24 maggio 1086 sarà eletto papa con il nome di Vittore III. "

Non mi risultava che Desiderio fosse stato abate di Cava, e poi di Salerno.

Qual'è la fonte di questa informazione ??

16/03/2009. A Gianluca Rosa.

Signor Rosa, come sempre Lei è molto attento nel leggere quanto pubblico e di ciò La ringrazio. Dunque, ancora una volta mi coglie in flagrante e mi costringe a fare ammenda. Desiderio fu monaco di Cava, non abate; ma il mio errore non è di aver creduto che fosse abate di quel monastero, quanto di aver malamente riportato da Salerno Sacra, 2a edizione, volume III, p. 10, copiando Cava al posto di Capua (naturalmente ho già provveduto alla correzione).

La reggenza da parte di Desiderio di San Benedetto, che dovette essere più nominale che effettiva, è notizia da Kehr, Regesta Pontificium Romanorum, Italia Pontificia, VIII, Regnum Normannorum - Campania, ristampa, Berlino 1961, p. 364, come si legge alla stessa pagina della citata Salerno Sacra, alla nota 17.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

15/03/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone ho trovato molto interessanti le foto di Gianluca Rosa; spero che gli operai che hanno pulito l'alveo del Cernicchiara e che hanno fatto la scoperta abbiano avvisato la Soprintendenza Archeologica o quella ai Beni architettonici; ciò sarebbe importante perchè in questa città appena volti le spalle entra in azione l'Uomo delle Demolizioni, un Super Eroe negativo tutto salernitano che ama deturpare il patrimonio storico di Salerno.

Riguardo al suo ultimo messaggio, altro che pulce nell'orecchio come lei dice, si è trattato di uno sciame di pulci.

A proposito del Muro urbano prearechiano potrei convenire sulla linea continua blu da lei disegnata sulla foto satellitare, ma è poco convincente la linea tratteggiata, poichè non trova alcun riscontro nell'orientamento del tessuto edilizio fatta eccezione per l'orientamento dell'Arco Capone. A proposito dell'Arco Capone, mi viene da pensare che di regola una volta costruite le nuove Mura urbane, le vecchie Mura urbane venivano demolite incluse le Porte; quindi una volta eretto il Muro urbano arechiano, l'Arco Capone come Porta urbana avrebbe perso la sua funzione, e quindi avrebbe dovuto essere demolita; al contrario senza che avesse più nessuna utilità ha superato indenne almeno 1200 anni fino ad arrivare ai nostri giorni; non sarà che l'Arco Capone dalla creazione del Muro urbano arechiano fino all'800 è stata una Porta che consentiva l'accesso al recinto dell'Abbazia di San Benedetto? In questo modo si spiegherebbe il perchè non sia stata mai demolita.

A proposito dell'ingombro di Castel Nuovo, se in base agli antichi documenti lei interpreta che Castel Nuovo si estendesse anche a sud del Museo Archeologico, in realtà dalle citazioni che lei riporta degli antichi documenti io deduco l'esatto contrario; ossia a sud del Palazzo dell'Abbazia vi era un giardinetto nella descrizione del 1544, che diventa cortile nella descrizione del 1754; lei riporta che la stanza della Regina Margherita di Durazzo affacciava a meridione, quindi si può immaginare che la finestra della stanza della Regina affacciava proprio sul giardinetto, in cui con un pò di fantasia immagino che la stessa Regina soleva passeggiare; vi erano poi giunti al Palazzo dell'Abbazia, ma sembra desumersi non facenti parte dello stesso

Palazzo, "bagni di fabrica con lamie antiqui"; come detto non ho studiato lingue antiche, ma mi sembra di capire "vani antichi coperti con volte"; io innesterei tali bagni con la "mia" presunta torre, che ho ipotizzato facesse parte della cinta muraria, ma potrebbe anche essere una sopravvissuta torre della Reggia di Terracena, poi torre di Castel Nuovo; inoltre attigui a tali bagni v'erano "un poco de orto e un casalino"; riassumendo a sud del Museo Archeologico erano di proprietà dell'abbazia: giardinetto, bagni (che proseguivano a sud nel giardino della famiglia Pagano, almeno così ho inteso), orto, casalino. Insomma non mi sembra di vedere un'estensione di Castel Nuovo a sud dell'attuale Museo. Tra l'altro una tale presunta estensione a sud avrebbe dato a Castel Nuovo una forma planimetrica estremamente disordinata e tentacolare. Quale architetto civile, religioso, o peggio ancora militare, avrebbe potuto concepire una siffatta costruzione?

A proposito della demolizione commissionata da Camillo Pagano, si direbbe che questo salernitano avesse in mente di recuperare tutto il materiale risultante dalla demolizione, perchè con esso aveva intenzione di costruire un qualcosa ex novo; probabilmente tutto il materiale riciclato incluse eventuali colonne si trova oggi nell'isolato a corte che lei colora di fucsia; poichè si parla di "muraglia" e "pietre, tufi, marmi ed eventuali colonne" si potrebbe pensare alla sola Reggia di Terracena oppure alla Reggia di Terracena più il Muro urbano; non si può pensare invece al solo Muro urbano perchè, come lei dice, dalla demolizione non si sarebbero ricavate colonne, ma non si sarebbero ricavati neppure marmi e tufi visto che i Muri urbani di Salerno erano fatti di pietra.

A proposito dell'ingombro della Reggia di Terracena, in realtà non ho parlato di coincidenza Quadriportico della Reggia di Terracena-Quadriportico di San Benedetto, ma di coincidenza Reggia di Terracena-Museo archeologico; quando scrivo "il portico disegnato dal monaco medioevale potrebbe corrispondere a quello del Quadriportico di San Benedetto" intendo dire che il portico potrebbe corrispondere a uno solo dei 4 lati del Quadriportico di San Benedetto, ossia al lato sud; comunque tale affermazione era a sostegno della sua tesi che vuole che Reggia di Terracena e Museo Archeologico occupino lo stesso sito; ora però con il suo disegno in giallo sulla foto satellitare ho capito meglio il suo pensiero. Da parte mia non credo nemmeno al fatto che la Reggia di Terracena si sovrapponesse al lato sud del Quadriportico di San Benedetto; so che il Quadriportico fu eretto dall'Abate Arcivescovo Architetto Alfano dopo la metà dell'XI sec. poco prima che fosse eretta la Reggia di Terracena; non credo che Alfano potesse accettare che il Guiscardo costruisse la sua Reggia al di sopra del lato sud del Quadriportico eretto dallo stesso Alfano. Quindi eventualmente la

Reggia si trovava a sud del Museo Archeologico.

A proposito dell'interessantissima Pianta ottocentesca dell'Abbazia, anche se il rilievo appare approssimativo, lei dice "il braccio occidentale del presunto quadriportico non raggiungeva il campanile, ma fra i due elementi si apriva l’accesso al complesso"; in realtà al di sopra del cosiddetto "Ingresso dell’Edificio" che si vede nella Pianta, poteva esserci una volta in muratura che andava dal campanile alla parete opposta; quando poi dice riguardo all'altro braccio del quadriportico "l’orientale non raggiungeva la chiesa", analogamente si può ipotizzare una volta in muratura al di sopra della cosiddetta "sortita", e quindi un collegamento con la chiesa; è da notare inoltre come sia murato anche il lato del quadriportico antistante la chiesa, mentre riguardo al lato orientale le protuberanze che si vedono in Pianta dovrebbero corrispondere a colonne; insomma il Quadriportico quando fu eretto da Alfano non era probabilmente un Quadriportico sui generis come tale Pianta potrebbe indurrre a credere, ma era proprio come lo abbiamo sempre immaginato, uno spazio quadrangolare circondato da portici su 4 lati senza interruzioni. Relativamente alla citazione che il cortile dell'Abbazia aveva "un puzo in mezo, et al canto una fontana", è da notare che entrambi non sono presenti nella Pianta; comunque il pozzo dovrebbe esistere ancora oggi al di sotto dell'attuale via San Benedetto, mentre la fontana presumo sia stata spostata nell'800, e dovrebbe corrispondere alla cosiddetta Fontana di Antonella o Fontana dell'Amore che si trova oggi a ridosso del Museo Archeologico.

A proposito del Pozzo della Reggia di Terracena disegnato da Pietro da Eboli, se escludiamo che corrisponda a quello del Quadriportico di San Benedetto, allora oggi, ammesso che non sia nascosto in qualche corte o giardino, dovrebbe risultare anch'esso interrato, forse al di sotto di via Iannelli; se esistesse un inventario di tutti i pozzi del centro storico sarebbe un bel passo in avanti per identificare il sito esatto della Reggia. Trovato il Pozzo, trovata la Reggia!

Mi scusi se mi sono dilungato.

Saluti. Massimo La Rocca

16/03/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, sollecitare in questa città interventi degli Enti preposti alla tutela del nostro patrimonio storico-ambientale è estremamente complesso, per cui ho preferito sottoporre le immagini del signor Rosa, con il suo consenso, ad una consulenza privata, di cui seguiremo gli sviluppi.

Relativamente alla funzione dell’arco Capone la Sua ipotesi è corretta, poiché esso sarà l’accesso alle proprietà terriere della badia (l’intero odierno rione Mutilati), ancorché fossero concesse in fitto perpetuo a diversi privati, ancora nell’Ottocento. Per l’andamento del muro fra lo stesso arco e la zona absidale dell’attuale Santissimo Crocifisso, la mia opinione è certamente non condivisibile, ma non vedo nessun problema di rapporti con il tessuto edilizio attuale, poiché, secondo me, a nord del Museo, esso attraversava semplicemente la strada attuale e lo spazio fra San Benedetto e Santa Apollonia, che naturalmente non esisteva.

Relativamente all’ingombro di Castel Nuovo non posso che confermarLe che si estendeva a sud dell’attuale Museo fino ai beni dei Pagano, poiché non vedo dove, nell’ingombro attuale, ma sopratutto nella configurazione attuale, potessero trovare posto i locali fittati nel 1534 alla badia di Cava, ossia: una camera grande con retretto, detta la camera della regina, respondente sopra beni di Casa Pagano, tre celle adiacenti mediante corridoio, il passaggio per la sala per accedere a detti locali, tre vani in parte terranei con altro adiacente sopra il cellaro grande; le quali case erano congiunte con altre del monastero (Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4849, 1533-1534). Altri documenti recitano: 11 febbraio 1620, si fitta un magazzino di San Benedetto, in pede Palatii S(anc)ti Beneditti, con porta da fore, contiguo al giardino delli Pagani (ASS, Prot. not., 4947). 9 maggio 1620, un mastro muratore riceve un compenso dal procuratore del cardinale Borghese (abate commendatario di San Benedetto) p(er) fare la scarpa del palaczo allo spic(o)lo verso lo giardino de Casa Pagano (ASS, Prot. not., 4947). 31 luglio 1634, si fittano sette camere, un granaio, una cucina, una cantinetta e una stalla nel palazzo grande di San Benedetto, dentro il cortile di detto monastero; tre delle quali camere verso l’appartamento, nello stesso palazzo, del dottor Giacomo Rocco (ASS, Prot. not., 4956). Il tutto, come già Le dicevo, sarà descritto nel Catasto Onciario (1754) come consistente in due cortili, vari appartamenti e stalle, confinante ad occidente con la strada e a meridione con il complesso di Casa Pagano.

Relativamente al quadriportico, ai pozzi (di Castel Terracena e di Castel Nuovo) non saprei cosa aggiungere.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

04/03/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone, prima di tutto mi scusi per gli errori di memoria presenti nel mio messaggio precedente sulla Reggia di Terracena; ho confuso Tarcina con Tracina e De Angelis con Carucci. Riguardo al NOME lei mi ha scritto che il nome originario era Terracina. Era la risposta che auspicavo, perchè avevo già formulato l'ipotesi che il termine Terracena sia derivato da Terracina, e questo da Terrac(h)ina, ossia TERRA SCOSCESA; in merito all'elisione della lettera h è interessante pure notare come la dicitura Via Arce derivi da Via degli Arci (Pianta di Salerno anno 1862, Archivio di Stato) cosiddetta per la presenza degli Arc(h)i del Diavolo; ma si potrebbe anche dire Arcidiocesi che deriva da Arc(h)idiocesi. Mi scusi il ragionamento terra terra, ma non ho studiato le lingue antiche o l'evoluzione storica del dialetto salernitano. La questione del nome sembra effettivamente irrilevante, almeno circa le informazioni che ci da per poter localizzare il sito della Reggia; infatti il nome Terrachina si adatterebbe sia al sito del Museo Archeologico che a quello della Traversa San Giovanni, visto che in entrambi i casi esiste obiettivamente un terreno scosceso.

Riguardo al TIPO EDILIZIO, ossia palazzo o castello, la questione secondo me è più rilevante. Un castello avrebbe avuto torri, un palazzo no; un castello avrebbe avuto muri possenti, un palazzo no, quindi sarebbe stato pìù soggetto a crollare a seguito di un terremoto. Lei mi ha scritto che Amato di Montecassino parla di palazzo, e allora forse sarebbe giusto oggi parlare non più di Castel Terracena, ma esclusivamente di Reggia di Terracena. Tra l'altro ogni città ha almeno un Castello, poche città invece possono vantare Regge, e fra queste c'è la nostra Salerno.

Riguardo alla RELAZIONE Castel Nuovo-Cinta muraria e Reggia di Terracena-Cinta muraria mi ha scritto che in merito non ha compreso il senso della mia osservazione. Per chiarire il mio pensiero le invio 2 immagini satellitari dell'area in esame. Nella prima si può semplicemente vedere lo stato edilizio attuale, nella seconda ho evidenziato alcuni manufatti esistenti o non più tali. Relativamente alla seconda ho tenuto sì presente il suo disegno sul tracciato delle Mura urbane, ma ho disegnato il tracciato della Cinta muraria spostato leggermente verso est, ossia laddove il tessuto edilizio mi suggeriva di disegnarlo; in tal modo le Mura vanno ad innestarsi perfettamente verso nord in un edificio quadrangolare nel quale mi sembra di riconoscere una Torre. Come si può vedere Castel Nuovo risulta per intero all'interno della città, e se la Reggia di Terracena coincideva perfettamente in pianta con Castel Nuovo, allora anch'essa sarebbe risultata per intero all'interno della città; come detto nel precedente messaggio ciò mi lascia perplesso, visto che sappiamo da Amato da Montecassino che la Reggia di Terracena sorgeva sul Muro urbano, in modo da risultare un pò dentro e un pò fuori la città stessa.

 

 

Se vuole può usare la prima immagine satellitare che le ho inviato come tavolozza per esprimere le sue obiezioni. Fin'ora è vero ho fatto l'avvocato del diavolo. A sostegno però della sua tesi Reggia di Terracena-Museo archeologico le dico, guardando le 3 miniature di Pietro da Eboli, che il portico disegnato dal monaco medioevale potrebbe corrispondere a quello del Quadriportico di San Benedetto, che il pozzo potrebbe essere in realtà la fontana che si trovava al centro del Quadriportico, che lo spazio quadrato dentro cui è disegnato il pozzo potrebbe essere lo stesso spazio del Quadriportico.

Saluti.Massimo La Rocca

08/03/2009. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, come già Le scrissi, non conosco l’etimologia del nome Terracina né ho letto opinioni di altri, per cui non posso che trovare interessante quella che propone.

Relativamente alla tipologia edilizia, non posso che confermarLe, ma Lei lo sa benissimo poiché conosce la frase ove l’edificio è detto in parte dentro e in parte fuori la città, che Amato di Montecassino lo definisce merveillouz palaiz, mentre Pietro da Eboli scrive immemsa palacia regum; però lo stesso Pietro disegna l’edificio con merlature e torri. I documenti angioini, ma l’edificio già non esisteva più, parlano di castello. La mia opinione è che certamente almeno la parte che si protendeva all’esterno della città dovesse essere fortificata.

Per quanto riguarda il rapporto mura, Terracena, Castelnuovo, badia di San Benedetto le problematiche sono molto più complesse.

Le mura furono studiate da De Angelis e da Amarotta prima di me. De Angelis ipotizzò il muro orientale leggermente più ad oriente di quanto lo disegna Lei, lungo il vicolo Ruggi, per cui l’angolo che a noi interessa si sarebbe trovato fra l’estremità dell’attuale Museo e quel basso edificio al suo oriente, una volta panificio, oggi, credo, laboratorio del Museo stesso. Amarotta ipotizzò lo stesso muro molto più a occidente, lungo via Mazza, perché andasse a raggiungere il sito della traversa San Giovanni, ove egli riconosce Castel Terracena. Entrambe le ipotesi non erano fondate su documenti o tracce archeologiche, ma su illazioni degli autori; così come, mi scusi, quella che traccia Lei. Invece il tracciato che io assegno allo stesso muro poggia su un documento e su una traccia archeologica. Il documento ci dice che al 1291 il muro sfiorava la zona absidale di Santa Maria di Portanova, attuale Santissimo Crocifisso, e in esso si apriva, all’intersecazione con la via dei Mercanti, la porta anticamente detta di Elino (nella toponomastica cittadina erroneamente detta Elina), posta a ridosso della stessa chiesa. La traccia archeologica è rappresentata dal cosiddetto Arco Capone, ad occidente di San Benedetto, sulla stradina che collega via Sant’Alferio a via Guglielmo da Ravenna. Si tratta di una pusterola, ossia di una porta minore della città che permetteva, in epoca prearechiana, ossia prima che Arechi trasferendo la capitale dei suoi domini in città realizzasse il circuito fortificato dell’attuale rione Mutilati, di uscire dalla città verso quell’altopiano. A questa pusterola giungeva il nostro muro e, superata la torre che ancora si intravede sotto la stratificazione dell’edificio adiacente, svoltava lungo via dei Bastioni, come si vedeva ancora agli anni trenta del Novecento, per raggiungere l’area che sarà della chiesa di San Sebastiano del Monte dei Morti. Su quella torre (indicata come Casa Capone sulla pianta dell’Archivio di Stato che Lei conosce) Arechi innesterà le mura che, circondando l’altopiano, andranno a formare l’angolo di nostro interesse sotto l’isolato del Museo.

A questo punto è necessario ragionare sull’ingombro degli immobili. Dal Suo disegno mi pare di capire che Lei considera come Castel Nuovo il solo edificio oggi del Museo. In realtà così non era. Castel Nuovo si estendeva verso meridione almeno all’intero isolato che oggi lo comprende, ossia anche sull’area dell’edificio recente al meridione dell’area museale e oltre. Ove oggi si apre via Iannelli ricordo agli anni cinquanta del Novecento il giardino di una antica costruzione, residenza di un notaio, che evidentemente aveva fatto parte di Castel Nuovo. Del complesso abbiamo due descrizioni che vale la pena di rileggere. La prima è del 1544 (Archivio della badia di Cava, Platea di San Benedetto) e recita che congiunto alla chiesa, oltre al loco dove stanno li Frati, vi è il Palazzo di detta Abbatia con più e diversi membri di casa tanto terrani quanto solerati con cortiglio, con un puzo in mezo, et al canto una fontana; il tutto confinante da ponente con la strada pubblica dove è la porta grande per la quale si entra in dicto palazzo et poi in la Ecclesia e da meridione con un giardinetto della stessa badia che andava a raggiungere i beni dei Pagano; et de più gionto al dicto Palazo tene (la badia) certi bagni di fabrica con lamie antiqui con un poco de orto e un casalino, il tutto, anche in questo caso, confinante a meridione con beni dei Pagano. La seconda è del 1754 (Archivio di Stato di Napoli, Catasti Onciari) e descrive la parte non monastica di San Benedetto, ossia il Castel Nuovo, come consistente in due cortili, vari appartamenti e stalle, confinante ad occidente con la strada e a meridione con il complesso di Casa Pagano, in particolare con il giardino detto il Cetrangolo, a sua volta (l’intero complesso) prospettante sulla via Regia, oggi dei Mercanti. È  evidente che di quanto descritto il Museo attuale è soltanto una piccola parte; ma ciò lo si nota proprio in quella che Lei ritiene una torre, ma che secondo me è l’innesto di un braccio di fabbrica verso meridione che doveva formare il secondo cortile di cui al 1754. Il discorso della relazione fra Castel Nuovo e Casa Pagano si completa con un atto notarile del 1602 (Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili) con il quale quattro mastri muratori si impegnano con Camillo Pagano a sfabbricare, entro tre mesi, tutta la muraglia che sono nel jardino de esso Camillo nel loco detto li Vagni (i bagni della badia citati nel 1544), ad porta Nova, col patto che tutte le pietre, tufi, marmi ed eventuali colonne che risulteranno da detta demolizione rimangano di proprietà del detto Camillo; con esclusione (dalla demolizione) delle mura divisorie che sono fra esso Camillo con la abbatia de Santo Benedetto. Cosa erano queste muraglie dalla cui demolizione si sperava di recuperare addirittura delle colonne? Forse l’antico muro della città proveniente dall’antica porta Elina? (Ma con probabili colonne?); o forse resti di Castel Terracena rimasti fuori dalla ricostruzione benedettina?

Un secondo ragionamento di ingombri deve riguardare lo stesso Castel Terracena e San Benedetto. Lei, nell’ultima parte del Suo scritto, suppone una coincidenza fra il quadriportico di Castel Nuovo e quello di Terracena che appare alquanto improbabile. La badia di San Benedetto, al di là delle tesi più o meno probabili sulla sua fondazione, appare per la prima volta in un documento ufficiale al settembre 868. Che fosse di origine prelongobarda, longobarda del primo periodo o arechiana, come qualcuno vorrebbe, non poteva che avere una chiesa orientata secondo i canoni vigenti, ossia sull’asse est-ovest. Essa, quindi, dato per acquisito che insistesse sulla stessa area della chiesa attuale, ne impegnava soltanto una piccola parte trasversale; ma a quale altezza sull’asse nord-sud? Quando fu eseguito il recupero dell’aula attuale, alcune strutture fortuitamente rinvenute in profondità furono definite dagli addetti ai lavori non identificabili e quindi risotterrate; conseguentemente non sapremo mai, a meno di improbabili nuovi scavi nella chiesa attuale e nell’adiacente Circolo Ufficiali, quale fosse il sito della chiesa antica e quale parte dell’area descritta nel 1544 l’originario complesso badiale impegnava.

Ora, per suffragare la sua ipotesi della coincidenza fra i due quadriportici, dovremmo immaginare che Castel Terracena, almeno per una piccola parte, ossia per il braccio di fabbrica a settentrione del suo quadriportico, si estendesse sull’area della chiesa attuale; e, poiché credo che fra il castello e l’area badiale dovesse esistere un spazio (mi sembrerebbe strano che il limite del castello coincidesse con quello della badia), dovremmo posizionare l’originaria San Benedetto soltanto nella metà settentrionale della chiesa attuale. Il che è anche possibile, ma implicherebbe che nella distruzione del castello si sia salvato soltanto il quadriportico o almeno il suo ricordo, se Lei immagina una ricostruzione da parte dei monaci.

Ora vorrei porLe un’altra piccola pulce nell’orecchio. Ma il famoso quadriportico che sarebbe stato tagliato per l’apertura di via San Benedetto esistette veramente come noi lo immaginiamo? Ossia, i due bracci che si dipartono dal Museo attuale raggiungevano il pronao della chiesa costituendo un unicum con il lato che ne costituisce la facciata? L’archivio di Stato di Napoli conserva una pianta del complesso benedettino dei primi dell’Ottocento, durante il decennio francese. In essa (allego una riproduzione scusandomi della scarsa qualità) può vedere come il braccio occidentale del presunto quadriportico non raggiungeva il campanile, ma fra i due elementi si apriva l’accesso al complesso, mentre l’orientale non raggiungeva la chiesa, ma appare poco più della estensione attuale. Si nota anche una stradina (segnata c che la leggenda descrive come sortita e passaggio ad altra strada) fra il braccio orientale e un edifico (segnato L che la leggenda definisce locale particolare) addossato al meridione di parte della chiesa e di parte dell’attuale Circolo Ufficiali. Si nota ancora come già era tronca verso meridione l’estremità orientale del Museo attuale, ove Lei individua una torre mentre io vedo l’innesto di un braccio di fabbrica verso meridione. Le altre diciture della leggenda salienti ai nostri fini recitano: A, Ingresso dell’Edificio, ch’era Monastero di S. Benedetto; B, Cortile; D, Parte destra del suddetto Edificio destinato per Magazzini di forniture; G, Chiesa; h, Campanile.

Sull’immagine che Lei

mi ha gentilmente

fornito ho tracciato le linee della mia opinione, con l’approssimazione, che mi consentirà,

di alcuni metri, specialmente nell’area

di sutura fra i beni benedettini e Casa Pagano.

Saluti,

Vincenzo de Simone

 


 

 

 

 

 

 

03/03/2009. Da Gianluca Rosa.

Salve,

le invio delle foto che ho scattato in località Cernicchiara.

Grazie al taglio di un boschetto sono ora visibili degli archi di un acquedotto.

La zona è in via Risorgimento all'altezza del curvone che porta all'autostrada. Percorrendo la strada e alzando lo sguardo si intravede il primo dei tre archi a destra della casa abbandonata.

Le domanda che le pongo sono:

1) è possibile che siano tratti dell'acquedotto medioevale ??

2) qual'era il tracciato dell'acquedotto ??

Grazie.

 


 

 

 

 

 

 

27/02/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone ho letto la sua pubblicazione su Castel Terracena.

In primo luogo le domando, storicamente il primo nome con cui è stata chiamata la Reggia di Terracena fu Terracena, Terracina o addirittura Tarcina come sembra di leggere su uno dei disegni di Pietro da Eboli?

In secondo luogo, l'edificio in questione in origine veniva indicato come Palazzo o Castello?

In terzo luogo, dalla sua pubblicazione sulla Reggia di Terracena deduco che lei sposa la tesi di De Angelis secondo cui Castel Terracena si trovava nel sito dell'attuale Museo Archeologico. In virtù di ciò secondo lei Castel Terracena e Castel Nuovo sarebbero la stessa cosa? Se è così, non capisco come mai all'interno delle strutture del Museo durante i lavori di restauro svolti intorno agli anni '70 non sono state rinvenuti resti riferibili a un Castello-Reggia dell XI secolo. Se è così, nel guardare la sua piantina, il Castel Nuovo, che si sovrappone al lato sud del quadriportico di San Benedetto, andrebbe solo a toccare per il lato corto la cinta muraria senza andare nemmeno a sovrapporsi ad essa; se ciò per lo stesso Castel Nuovo non fa una grinza, per Castel Terracena mi lascia perplesso, visto che sappiamo da Amato da Montecassino che Castel Terracena sorgeva sul muro della citta, in modo da risultare un pò dentro e un pò fuori la città stessa.

Saluti. Massimo La Rocca

28/02/2008. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, la scritta che Lei nota sulla miniatura XXIII di Pietro da Eboli (credo a quella si riferisca) non è Tarcina, ma Tracina; noterà che al di sopra della t iniziale e su parte della r (seconda lettera) è presente un trattino. Si tratta del legamento abbreviativo utilizzato nel Medioevo per indicare la caduta di una coppia di lettere, nella fattispecie er. Dunque il termine abbreviato è terra, per cui l’intera parola è t(er)racina. Esempi di tale abbreviazione si trovano in migliaia di documenti notarili, ma anche sulla stessa miniatura XXIII, poco più in basso, ove la parola Imperatrix è così resa: I (con il ricciolo indicante la caduta di una m o di una n) p (con il gambo tagliato dal trattino indicante la caduta della stessa coppia er) (un carattere che appare come un 8 coricato con l’occhiello destro aperto, ma che in realtà è il legamento at unito alla r) ix (con il trattino da destra a sinistra dell’ultima lettera che scende sotto il rigo con lo svolazzo di fine parola), per cui I(m)p(er)a(t)rix. Sulla miniatura XVII, invece, in presenza di maggiore spazio, la stessa parola è resa Imp(er)atrix, comunque con la caduta della coppia er e il relativo trattino che taglia il gambo della p. Possiamo, quindi, supporre che la più antica dizione del nome sia Terracina. Relativamente alla seconda domanda, Amato di Montecassino parla di palazzo; successivamente si parlerà generalmente di castello. 

Mi permetta, però, di farLe osservare che queste sono questioni irrilevanti. Nel Medioevo, ma anche in età moderna, la resa di toponimi e cognomi spesso dipendeva dall’estro di scribi e notai e la difformità di un nome proprio non creava alcun problema di identificazione (una famiglia cittadina fu detta di volta in volta Sciabica, Isciabica, Yscabica; i del Pezzo furono detti anche de Petio; de Iudice e del Giudice era lo stesso cognome, a seconda che lo scriba o il notaio si esercitasse in latinismi o in italianismi; Guaimario fu scritto anche Waimario e Guglielmo Willielmo). La stessa cosa vale per palazzo, castello o altro. Lo stesso Pietro da Eboli chiama quello che oggi diciamo Castello turris maior e mentre sulla miniatura XXIV scrive helias gisualdi sulla XXV indica lo stesso personaggio come helias d(e) gisualdo.

Relativamente alla localizzazione, le tesi sono due: la prima, avanzata nel 1922 da Carlo Carucci (che io condivido) lo poneva ove oggi vediamo il Museo archeologico. La seconda lo pone alla traversa San Giovanni riconoscendone resti nelle strutture che lì si vedono.

Seguiamo i fatti. Il castello esiste al 1251. In una data imprecisata nel decennio successivo papa Alessandro IV (che muore nel 1261) dona il suolo sul quale era stato edificato ai monaci di San Benedetto. Come era andato distrutto? Quali diritti vantava la Santa Sede su quel suolo? I documenti giunti fini a noi non lo dicono.

Nel 1301 Carlo II d’Angiò esorta lo stratigoto di Salerno ad adoperarsi affinché torni nel possesso della regia curia il luogo e la terra ove il castello di Terracena fu edificato e a non permettere che vi si edificasse alcunché di nuovo. Quindi, l’area è al momento priva di costruzioni e il Re ne rivendica la proprietà contro la donazione fatta da Alessandro IV.

1412. I monaci di San Benedetto hanno edificato (non sappiamo da quando) e posseggono Castel Nuovo, attuale Museo. Dove l’hanno edificato? Io credo, e lo credeva Carucci, sul terreno loro donato da Alessandro IV che i Re di Napoli non avevano recuperato. Dunque, Castel Nuovo non è la stessa cosa di Castel Terracena, ma un nuovo castello (da cui il nome) edificato sull’area ove una volta era stato Castel Terracena (il vecchio castello cui il nuovo si contrappone nella denominazione).

Il perché nel restauro del Museo non si sono rinvenute tracce della costruzione precedente è evidente: di essa doveva essere rimasto soltanto un cumulo di macerie lasciate in abbandono certamente per lungo tempo, quindi probabilmente Castel Nuovo fu ricostruito dalle fondamenta, magari riutilizzando le macerie.

Relativamente alla Sua ultima osservazione, mi perdoni, ma non ne comprendo il senso. All’epoca dell’edificazione di Castel Terracena le mura formavano un angolo proprio sotto il Museo, come si vede nella mia piantina, e fino agli inizi del Quattrocento, quando il muro orientale fu portato alle spalle della chiesa di San Pietro in Vinculis, Castel Nuovo si sporgeva fuori città verso meridione, così come aveva fatto Castel Terracena.

Saluti, Vincenzo de Simone


 

 

 

 

 

 

26/02/2009. la Città, p. 10. Largo Conforti, l’affresco ha un autore

L’opera ritrovata al civico 8 dell’Archivio di Stato potrebbe appartenere al maestro della scuola senese

di Carlo Pecoraro

E’ sempre più nitida l’identità storica dei locali al civico 8 di largo Abate Conforti dopo l’intervento di restauro della “Prometeus” di Marcello Ragone. I lavori iniziati nel luglio del 2008 sotto la direzione dell’architetto Villani e dei tecnici della Soprintendenza, hanno portato alla luce un affresco trecentesco.

Nei locali adiacenti e connessi all’Archivio di Stato, fino al luglio dello scorso anno utilizzati come deposito, i restauratori hanno scoperto un affresco raffigurante un santo vescovo in età giovanile. Un dipinto,  che Vincenzo de Simone ha spiegato trattarsi di San Ludovico d’Angiò.

Ridda di ipotesi sulla mano che ha dipinto l’affresco, ma qui saranno gli storici dell’arte a dare un nome all’autore. Per de Simone suggestiva è l’ipotesi che si tratti della mano di Simone Martini, forse perché «in quello stesso anno o poco dopo» il pittore senese «dipinse la tempera su tavola, oggi conservata al museo di Capodimonte, raffigurante l’atto con il quale Ludovico, ricevendo dagli angeli la corona celeste che va a sovrapporsi alla mitria vescovile, pone quella terrena sul capo del fratello inginocchiato al suo fianco in guisa di committente». Molte le similitudini fra l’affresco di largo Abate Conforti e l’opera, conservata a Napoli, del pittore Martini - conosciuto anche come Simone Senese -, considerato indiscutibilmente uno dei maestri della scuola senese. Lo storico de Simone, dalle pagine del suo sito (digilander.libero.it/salernostoria) ha ricostruito le vicende dell’antico locale. «Il civico 8 - si legge - corrisponde ad un locale, detto la “Farmacia”, che nonostante i pesanti adattamenti conserva la volta che fu della cappella di San Leonardo della Regia Udienza. Questa compare nella documentazione giunta fino a noi il 16 marzo 1466 con il titolo di San Ludovico».

Lo storico chiarisce anche il malinteso sull’attribuzione dei locali all’antica chiesa di San Grammazio «ipotesi più suggestiva, ma anche più bizzarra» perché «della chiesa di San Grammazio si conosce perfettamente l’ubicazione: era sita sì al largo Abate Conforti, ma di fronte all’attuale Archivio di Stato e sarà rasa al suolo nel 1670».


 

 

 

 

 

 

22/02/2009. Da Massimo La Rocca.

Gentile prof. De Simone potrei farle decine di domande sulla Reggia di Terracena, ma per ora gliene faccio solo 2.

1) Quando si parla della Reggia non si comincia mai con lo spiegare il perchè del nome. Perchè insomma si chiama "di Terracena"?

2) Ho letto che la Reggia era costruita sul Muro della città. Quindi dinnanzi alla facciata della Reggia, che dava verso l'esterno della città, esisteva lo spazio- fossato che la separava dal cosiddetto Muricino?

Distinti saluti. Massimo La Rocca

23/02/2008. A Massimo La Rocca.

Signor La Rocca, ignoro, ma credo nessuno lo sappia, perché il castello fu detto di Terracena.

In relazione al sito, l’edificio non era sulle mura verso il mare, ove correva l’inter murum et muricinum, ossia lo spazio fra l’antico muro della città e l’antemurale (il Muricino) costruito dai longobardi, ma sulle mura verso oriente. Sull’argomento, sul mio sito, nella sezione La Rassegna Storica, nell’elenco principali articoli de Simone, può accedere al mio scritto Il sito del castello di Terracena in Salerno, ove spero troverà molte risposte e anche una piantina illustrativa.

Relativamente all’inter murum et muricinum Le preciso che non si trattava di un fossato con scopi difensivi, come mi pare Ella crede, ma di uno spazio di espansione urbana, ossia un vero e proprio quartiere aggiunto dai longobardi alla città preesistente. Il muro interno fu progressivamente eliminato nell’ultimo periodo longobardo (fra il 1000 e il 1060 circa), quindi non esisteva più all’epoca dell’edificazione del castello di Terracena. Sull’argomento, ancora dall’elenco di scritti che sopra Le indico, può accedere agli articoli La «forma urbis» prelongobarda e altre questioni di topografia salernitana e Nuove acquisizioni sulla chiesa medievale di Santa Maria de Domno in Salerno, entrambi con piantine.

Saluti, Vincenzo de Simone  


 

 

 

 

 

 

Lo stemma di Salerno e san Matteo: scoperta nuova bufala della storiografia ufficiale?

07/10/2008. Da Gianluca Rosa.

Salve,

ho letto un articolo di Ugo Pecoraro in cui si asserisce che la raffigurazione di San Matteo sullo stemma della città è precedente al 1544, ovvero all'assedio della città da parte del pirata Barbarossa.

Nell'articolo si fa riferimento ad un'effige presente sulla campana del campanile del duomo data 1535.

Lei che ne pensa?

08/10/2008. A Gianluca Rosa.

Sig. Rosa, lo stemma di Salerno più antico che io conosca è quello sulla veduta della città conservata presso la Biblioteca Angelica di Roma (da cui ho tratto i particolari che può vedere sul mio sito alla pagina le immagini) degli anni Ottanta del Cinquecento; in tale stemma vi è l’immagine di san Matteo. Non ho letto l'articolo che Lei cita e non conosco i termini della questione, ossia: si tratta di una campana attualmente esistente o di cui, essendo andata perduta, l'autore ha letto una descrizione? Nel primo caso non vedo il problema: basta andare a vedere se la data di fusione è effettivamente quella e se effettivamente è presente lo stemma della città con l'effige del Santo. Nel secondo caso bisogna risalire alla fonte della notizia, verificarne l'autenticità e l'attendibilità e trarre le conclusioni del caso. 

La mia opinione? Nel primo caso non avrebbe alcun valore davanti ai dati di fatto; nel secondo è che bisognerebbe risalire anche alla fonte che ha fatto ritenere a molti (ma chi fu il primo?) che l'effige del Santo fosse posta nello stemma a seguito dell'evento che conosciamo è valutare anche l'autenticità e l'attendibilità di essa.

Saluti, Vincenzo de Simone

10/10/2008. Da Gianluca Rosa.

Le domande che lei si pone sono interessanti, sarebbe effettivamente importante conoscere qual'è la prima fonte che cita la relazione tra l'assedio e lo stemma? in altre parole si tratta di un fatto documentato oppure è solo leggenda??

La cosa mi incuriosisce perchè è una cosa che avevo dato sempre per scontata.

Ad ogni modo la campana sembra esistente. La notizia è apparsa nella seconda pagina del mensile

"Il corso" che è online al seguente sito: http://www.12mesi.it

Ecco l’articolo a cui il sig. Rosa si riferisce.

Stemma di Salerno e San Matteo: Ecco la verità storica.

Riceviamo, da un salernitano doc e fine conoscitore della storia ufficiale e ufficiosa della nostra città, e volentieri pubblichiamo una precisazione in merito ad un articolo apparso nel mese di settembre sul nostro mensile e nel quale trattavamo della festa di San Matteo.

“Carissimi amici

da un anno a questa parte sto tentando di ristabilire una verità storica circa la datazione dello stemma del Comune di Salerno con l’effige di San Matteo. A riguardo pubblicai un articolo sul quotidiano “Cronache del

Mezzogiorno”, di cui allego fotocopia.

Ho notato leggendo il numero di settembre de “Il Corso” che in un servizio si affermava, ancora una volta, che la figura di San Matteo compare sullo stemma della Città dopo l’assedio del 27 giugno 1544 da parte del pirata Barbarossa.

Per questo motivo volevo precisare che nel campanile del nostro Duomo, sulla campana “Mezzana” appare lo stemma con l’immagine dell’Apostolo Matteo, con data 1535 ed un’iscrizione dedicatoria.

Fino ad oggi televisioni cittadine e carta stampata ignorano tale storico evento. Vi sarei grato se sulle pagine del vostro mensile edito da salernitani doc, divulgasse tale avvenimento.

Inoltre desidererei promuovere, alla cittadinanza e alla sensibilità del Sindaco De Luca, un restauro, perchè già nel 1980 quando ebbi la fortuna di toccare per mano e fotografare la campana, questa era ricoperta di incrostazioni e ossidazioni.

Vi ringrazio affettuosamente”.

Ugo Pecoraro

Dunque, se la campana è esistente, cosa osta a che venga fotografata ancora o che l’immagine in possesso del signor Pecoraro sia resa di pubblico dominio?


 

 

 

 

 

 

21/07/2008. Da Gianluca Rosa.

Salve,

ho dato un'occhiata alla lista degli arcivescovi di Salerno presente sul suo sito e ho notato che nella sua descrizione l'arcivescovo Romualdo II viene indicato come autore del "Chronicon Salernitanum". La stessa opera viene inoltre spesso citata nelle biografie dei  vescovi salernitani.

Di solito con "Chronicon Salernitanum" si indica il chronicon di un anonimo scritto intorno al finire del X secolo, forse ci si vuole riferire invece al "Chronicon sive annales"?

Forse l'opera a cui si riferisce può essere indicata con entrambi i nomi, ma credo che sia meglio specificare per non creare ambiguità ... mi corregga se mi sto sbagliando.

Distinti saluti, Gianluca Rosa

21/07/2008. A Gianluca Rosa.

Sig. Rosa, Ella ha perfettamente ragione. L’opera di mons. Romualdo II è il "Chronicon sive annales", che sulla pagina da Lei visitata del mio sito è divenuta "Chronicon Salernitanum" per una deprecabile svista. La ringrazio della segnalazione e provvedo immediatamente alla correzione.

Distinti saluti, Vincenzo de Simone


 

            Il san Ludovico ritrovato

           Il Mattino”, 18 giugno 2008

Dall’articolo Archivio, un affresco nei depositi a firma Erminia Pellecchia

Le ipotesi tante e suggestive, tra tutte quella che più affascina è che la piccola cappella ... sia quella di San Grammazio, dedicata al secondo vescovo della chiesa salernitana e di cui si è persa ogni traccia. A confortare la tesi è l’autorevole «Salerno Sacra» di Crisci-Campagna, che lo storico dell’arte Antonio Braca cita quasi a memoria: «L’antica chiesetta di San Grammazio, attuale rivendita di sali e tabacchi in piazza Abate Conforti già precedentemente “aedicola angusta erat er [?] vetustate propemodumdissolvebatur». Ubicata nella Platea Maior, degradata ed abbattuta per volontà dei monaci di S. Sofia. Il locale utilizzato a deposito dell’Archivio, a memoria degli anziani del luogo, ospitava proprio una tabaccheria.

È incredibile come in così poco spazio si possano mettere insieme tante sciocchezze:

Si confondono la prima e la seconda San Grammazio, ossia quella che nel 1670 fu definita aedicola angusta e quindi demolita, e quella poi ricostruita, ma certamente non sotto la Regia Udienza (attuale Archivio di Stato), e destinata dalla metà dell’Ottocento ad uso profano.

I monaci di Santa Sofia non c’entrano niente (il monastero maschile di Santa Sofia fu soppresso nella seconda metà del Duecento, quattrocento anni prima della demolizione della prima San Grammazio). La demolizione fu voluta dai gesuiti.

Non è vero che gli anziani del luogo ricordano nel locale in cui è avvenuto il ritrovamento dell’affresco una tabaccheria; lì c’era una farmacia.

           Il Mattino”, 19 giugno 2008

Si da conto di una nota di Pasquale Natella che riconosce nell’affresco san Ludovico di Tolosa e fa riferimento al lavoro di Simone Martini raffigurante lo stesso santo conservato al museo di Capodimonte.

           Cronache del Mezzoggiorno”, 24 giugno 2008

Dall’articolo Un tesoro d’epoca angioina torna alla luce in piazza Conforti a firma Raffaele Avallone

«Non c’è dubbio alcuno, l’affresco raffigura san Ludovico d’Angiò» è la ferma opinione di Vincenzo de Simone, uno dei curatori della seconda edizione di “Salerno sacra” vera bibbia per i cultori di storia religiosa salernitana. Una tesi accompagnata da inconfutabili argomentazioni, documenti alla mano: «Il locale in questione, noto al personale dell’Archivio come “la Farmacia”, è in realtà l’antica cappella gentilizia della famiglia della Porta, sotto il titolo di San Ludovico. La prima notizia della piccola chiesa giunta fino a noi risale al 1466, ma alla luce di questo ritrovamento va senz’altro retrodatata di circa un secolo. L’edificio di culto finì poi con il far parte del complesso della Regia Udienza perché un esponente del ramo della famiglia della Porta si macchiò del reato di ribellione, per cui i suoi beni, la cappella e le case superiori, furono confiscati e pervennero prima al principe di Salerno Roberto Sanseverino, poi ai Guarna, quindi alla famiglia de Samudio di Napoli che li cedette prima in locazione perpetua, poi in proprietà alla Regia Udienza».

Lo studioso non si sottrae al compito di tratteggiare brevemente la figura del santo in questione: «Ludovico d’Angiò era il figlio secondogenito di Carlo II lo Zoppo, principe di Salerno, e di Maria d’Ungheria. Dopo la morte del fratello Carlo Martello rinunciò al trono di Napoli a favore del fratello Roberto, entrando nell’ordine francescano. Consacrato vescovo di Tolosa nel 1296 da Bonifacio VIII, morirà di tubercolosi l’anno successivo a soli ventitre anni, il che giustifica i tratti giovanili raffigurati nell’affresco venuto alla luce. Ludovico sarà proclamato santo il 7 aprile 1317 da Giovanni XXII.

Per de Simone dunque l’affresco non raffigura assolutamente san Grammazio, come è stato ipotizzato in un primo momento. Ma c’è di più: «della chiesa di San Grammazio non si è persa ogni traccia, come è stato detto, ma di essa si conosce perfettamente l’ubicazione: era sita sì al largo Abate Conforti, ma di fronte all’attuale Archivio, allora Regia Udienza, grosso modo dove oggi vediamo la fontana. Sarà rasa al suolo, insieme a delle case ad essa addossate, nel 1670 per permettere ai gesuiti di creare il largo davanti alla loro chiesa, attuale Santissima Addolorata. 

            Controcampo Salerno”, 1 luglio 2008

Affresco trecentesco all’archivio di Stato

Il san Ludovico ritrovato (Vincenzo de Simone)

Il civico 8 del largo Abate Conforti corrisponde ad un locale noto al personale dell’archivio di Stato, che fino a qualche mese fa lo utilizzava quale deposito, come la Farmacia. Nonostante i pesanti adattamenti agli scopi dell’istituto, l’ambiente mostrava evidente, ai pochi che avevano la ventura di accedervi, la volta a vela che fu della cappella detta nel Settecento di San Leonardo della Regia Udienza, ma che la documentazione precedente indica con il titolo di San Ludovico; la sua prima citazione giunta fino a noi è del 16 marzo 1466, essendo posta sotto le case che erano state di Francesco della Porta e che nell’attualità erano possedute da Giovanni Guarna. In tale ambiente, ringraziando chi ha deciso che fosse ora di smetterla con l’uso improprio al quale era costretto, è recentemente venuto alla luce un affresco trecentesco raffigurante un santo vescovo di età giovanile, che non può che essere il titolare di quella cappella: san Ludovico d’Angiò, vescovo di Tolosa.

La storia documentata dell’isolato nel quale è inserito l’attuale archivio di Stato, una volta Regia Udienza, delimitato dal largo Abate Conforti, dalla via delle Botteghelle, dal vicolo Siconolfo e dal vicolo Gisulfo II, inizia con un documento del novembre 1053 con il quale proprio Gisulfo II concede ai conti Guaiferio e Alberto, che egli definisce “diletti parenti nostri”, la chiesa di San Marco, che era all’angolo in cima alla via delle Botteghelle, con tutti i beni, un bagno e ogni altro immobile ad essa annesso. Tale atto sarà esibito il 12 agosto 1335 da Matteo della Porta insieme ad una genealogia che dimostra essere egli discendente da uno dei beneficiati da Gisulfo II e, quindi, legittimo proprietario della chiesa e delle sue adiacenze.

Nel corso del tempo, l’isolato, escluse le case a ridosso di San Marco che saranno suo bene dotale ancora nella seconda metà del Settecento, sarà diviso fra i vari rami della famiglia della Porta e se quello che si fregerà dal titolo di marchesi di Episcopio manterrà la proprietà dell’immobile attualmente noto come palazzo Cavaselice, alla via delle Botteghelle, ancora sul finire del XVII secolo, altri perderanno le loro parti, sia alienandole che per altri avvenimenti; e fu per un atto di ribellione di uno dei suoi esponenti che il ramo possessore dell’area oggi dell’archivio di Stato si vide confiscare le case e la cappella gentilizia che aveva costruito in onore del santo angioino.

Pervenute a Roberto Sanseverino, principe di Salerno, prima le case, poi la cappella passarono ai Guarna, quindi alla famiglia de Samudio di Napoli che li cedette prima in locazione perpetua, poi in proprietà alla Regia Udienza; ancora nel 1616, pur essendo da tempo nell’ambito di quel tribunale, la cappella sarà citata come San Ludovico dei Guarna.

La scoperta dell’affresco, come sempre avviene, ha scatenato una gara all’identificazione del luogo e del personaggio fra i molti esperti di storia locale che questa città annovera. L’ipotesi più suggestiva, ma anche più bizzarra, fra quelle esposte è che il luogo sia la chiesa parrocchiale di San Grammazio, di cui si sarebbe persa ogni traccia, e, conseguentemente, il personaggio quel santo vescovo morto nel 490 all’età di quarantuno anni. Peccato che della chiesa di San Grammazio, lungi dall’essersi persa ogni traccia, si conosce perfettamente l’ubicazione: era sita sì al largo Abate Conforti, ma di fronte all’attuale archivio di Stato, grosso modo dove oggi vediamo la fontana. Sarà rasa al suolo, insieme a delle case ad essa addossate, nel 1670 per permettere ai gesuiti, con la complicità dell’arcivescovo Carafa e del sindaco protempore Matteo del Pezzo, di creare il largo davanti alla loro chiesa, attuale Santissima Addolorata; la ritroveremo ricostruita nel 1692, ma certamente non sotto la Regia Udienza e certamente senza che vi ricomparisse miracolosamente un affresco trecentesco.

Ludovico d’Angiò era il figlio secondogenito di Carlo II lo Zoppo, re di Napoli, e di Maria d’Ungheria. Dopo la morte del fratello primogenito Carlo Martello, rinunciò ad essere erede al trono napoletano e alle contee d’Angiò e di Provenza a favore del fratello Roberto, essendo entrato nell’ordine francescano. Consacrato vescovo di Tolosa il 24 dicembre 1296 da Bonifacio VIII, morirà di tubercolosi il 19 agosto dell’anno successivo a soli ventitre anni, il che giustifica i tratti giovanili raffigurati nell’affresco venuto alla luce. Ludovico sarà proclamato santo il 7 aprile 1317 da Giovanni XXII.

Forse in quello stesso anno o poco dopo Simone Martini dipinge la tempera su tavola, oggi conservata al museo di Capodimonte in Napoli, raffigurante l’atto con il quale Ludovico, ricevendo dagli angeli la corona celeste che va a sovrapporsi alla mitria vescovile, pone quella terrena sul capo del fratello inginocchiato al suo fianco in guisa di committente. Naturalmente il dipinto è altamente simbolico, rappresentando momenti diversi disposti su un piano extratemporale: infatti al momento della rinuncia, avvenuta fra il gennaio e il febbraio 1296, Ludovico non era ancora vescovo, anzi nemmeno sacerdote. Nella visione dell’artista il Santo ha i lineamenti giovanili propri della sua età alla morte, il volto assorto, ieratico, indifferente alla rinuncia temporale che compie.

Sarà compito degli storici dell’arte valutare se e quanto l’opera di Simone Martini possa aver influenzato quella del pittore della cappella salernitana dei della Porta. Noi, profani in materia e quindi prudenti, ci limitiamo a constatare una notevole somiglianza nell’espressione dei volti.


 

 

 

 

 

 

06/03/2008. Da Gianluca Rosa.

Gentile Sig. De Simone,

navigando su internet ho avuto modo di visitare il suo sito e di conoscere la RSS.

Ho capito che alcuni dei miei dubbi relativi alla storia della nostra città potevano essere risolti con una semplice domanda, quindi ho deciso di scriverle questa e-mail.  

Le domande sono:

1) Il "castrum Salerni" a cui si fa riferimento nella creazione della colonia romana è:

            a) il castello di arechi (o una fortificazione pre-esistente in quel sito)

            b) una fortificazione presente su Montevetrano

            c) nessuna delle due

2) La chiesa dell'Addolorata sorge sui resti del tempio Capitolino di epoca romana ??

3) Qual'era il nome dell'abitato di Fratte ??

La ringrazio in anticipo per la sua pazienza. Gianluca Rosa

06/03/2008. A Gianluca Rosa.

Sig. Rosa, volentieri rispondo alle Sue domande:

1) Il castrum Salerni fu il primo insediamento nel centro storico della città attuale di cui notizie sono giunte fino a noi; è da presumersi che fosse dall’area oggi del largo Abate Conforti verso occidente, ossia a cavallo dell’accesso dalla piana dell’Irno alla piana di Nocera (attualmente via Trotula de Ruggiero). Contestualmente, con molte probabilità, i romani istituirono sul colle ove oggi sorge il castello un punto di osservazione; infatti tracce di una costruzione prelongobarda sono state rinvenuta dal prof. Paolo Peduto che vi ha diretto una campagna di scavi, ma non è stato possibile determinare se si trattasse di un manufatto di epoca romana o bizantina.

Nel sito http://digilander.libero.it/salernostoria notizie sul castrum può trovare alla pagina il profilo storico e nella sezione le visite guidate alla visita Al limite del Plaio Montis: dalla porta Nocerina alla porta Rotense.

2) La storia documentata che conosciamo dell’area sulla quale sorge la chiesa oggi dell’Addolorata inizia soltanto nel Cinquecento, quando era occupata da case con cortile e giardino che saranno acquistate dai gesuiti allo scopo di edificare la loro chiesa del Gesù, che poi sarà del Carmine Nuovo e infine dell’Addolorata. Quindi nulla ci dice che lì potesse esserci stato un tempio romano.

Nel sito sopra indicato può consultare nella sezione i luoghi di culto la pagina dedicata alla chiesa.

3) Il nome dell’abitato etrusco-sannito di Fratte era Irnoy o Irnty.

Distintamente la saluto. Vincenzo de Simone

07/03/2008. Da Gianluca Rosa.

Grazie per le sue risposte.

Le espongo i motivi per cui le ho fatto queste domande, mi interesserebbe un suo commento a proposito:

1) I dubbi sull'ubicazione del 'castrum' mi sono venuti perchè ho letto alcune teorie che situano questo 'castrum' militare sulla collina Montevetrano (la collina alle spalle del nuovo cementificio). Di fatti sembra che fosse stato fondato come accampamento militare per sorvegliare i piceni deportati nella piana di Pontecagnano e che si erano ribellati durante la seconda guerra punica. Chi sostiene questa teoria fa riferimento alla posizione geografica più favorevole per controllare il territorio ed al nome della collina ovvero Montevetrano='Mons Veteranorum', ossia monte dei veterani.   

3)  Ho letto che gli ultimi studi non sono tanto propensi a far coincidere Irnoy o Irnty con l'abitato di Fratte. Infatti monete con la dicitura IRNTHY (con -THY suffisso locativo) sono state trovate in diversi luoghi della Campania ma mai a Fratte.Inoltre alcuni asseriscono che l'antico nome del fiume Irno fosse Leirinos, in seguito modificato in Irno.

08/03/2008. A Gianluca Rosa.

Sig. Rosa, noi conosciamo, dalla monetazione, una città forse osco-etrusco-sannita detta Irnoy, Irnty, Irnthy non individuata territorialmente. Abbiamo un abitato osco-etrusco-sannita di cui ignoriamo il nome. Poi abbiamo un fiume attualmente chiamato Irno, che in documenti longobardi, i più antichi giunti fino a noi, è detto Lirino o Lirno (se esistono fonti che lo citano come Leirinos [greco?] io non le conosco). Infine abbiamo una città che oggi si chiama Salerno, italianizzazione di Salernum, a sua volta latinizzazione di un toponimo più antico che forse richiamava, dopo il prefisso Sa (che soltanto un osco, un etrusco o un sannita potrebbe spiegarci) il nome dell’abitato o del fiume. Fermiamoci per una prima domanda: quante probabilità ci sono che queste assonanze non abbiano alcuna relazione fra di loro? Io credo poche.

Riprendendo il discorso: perché dico che Salernum è latinizzazione di un toponimo più antico?

Sappiamo che i romani deportarono i picenti, poi (forse contestualmente, forse qualche tempo dopo) istituirono un presidio militare, il castrum Salerni (campo militare di Salerno >Salernum). Perché lo chiamarono di Salernum? Secondo me perché il luogo ove lo posero già si chiamava, in osco, in etrusco o in sannito, in un modo che loro latinizzarono. Quando, nel 194 a.C., dedussero una colonia civile in oram maritimam, ad castrum Salerni (sul mare, presso il campo militare di Salernum), la città assunse lo stesso nome. Ora, se la colonia ad castrum Salerni fu fondata dove oggi vediamo il centro storico, come i ritrovamenti archeologici dimostrano, è possibile che il castrum al quale doveva essere “presso” (e da cui doveva ricevere protezione) fosse sulla collina Montevetrano? Io credo di no.

Distinti saluti. Vincenzo de Simone

08/03/2008. Da Gianluca Rosa.

Grazie per la pazienza con cui ha esposto la sua analisi e mi scusi se forse sono sembrato un po' scettico.

In verità mi occupo di materie scientifiche e sono portato a ragionare solo su elementi certi, tuttavia mi rendo conto che per avvenimenti accaduti migliaia di anni fa si può ragionare solo con gli avverbi ''forse" e  "probabilmente". 

Spesso contribuisco alla voce "Salerno" della wikipedia italiana (http://it.wikpedia.org/wiki/Salerno) e cerco di fare di tutto affinchè le informazioni riportate siano precise. La invito a dargli un'occhiata, sicuramente troverà un sacco di inesattezze: wikipedia è un'enciclopedia libera, chiunque può modificare una voce e dare il suo contributo anche chi (come me) non è una cima...   

Grazie di nuovo e distinti saluti. Gianluca Rosa