Il
Crocefisso (XIV secolo) e la statua di papa San Gregorio VII (XVII
secolo) qui a lato, per secoli sono state fra le opere d'arte che danno
danno pregio alla nostra cattedrale, la prima posta nell'accesso
settentrionale della cripta, la seconda nell'abside destra della
basilica superiore, ove da sempre è posta la sepoltura del grande
pontefice.
Con
la realizzazione del nuovo seminario metropolitano di Pontecagnano,
inaugurato il 4 settembre 1999 da Sua Santità Giovanni Paolo II,
l'allora arcivescovo Gerardo Pierro dispose che le due opere fossero
trasferite in quella sede sottraendole al culto dei cittadini e al
godimento di cultori dell'arte e turisti.
Da
qualche giorno è stata lanciata da alcuni gruppi facebook che hanno a
cuore la tutela dei beni storico-artistici-ambientali salernitani una
petizione all'attuale arcivescovo Luigi Moretti affinché le due opere
ritornino alla loro sede naturale.
2 febbraio 2012. Aggiornamento. In relazione a
quanto sopra, il 30 gennaio scorso Matteo La Rocca segnalava la
questione, oltre che all'Arcivescovo, ai vari enti di tutela del
patrimonio artistico e alle autorità politico-amministrative del Comune
e della Provincia. In data odierna, il soprintendente Miccio risponde:
In relazione alla nota del “DUOMO
DEPAUPERATO” del Sig. La Rocca Massimo da Salerno pervenuta a questo
Ente a mezzo PEC si riscontra che la tutela e la corretta collazione
delle opere sono di competenza della BSAE.
Si ritiene, comunque, opportuno segnalare che lo spostamento delle
suddette opere, eseguito allorquando la competenza era assorbita
nell'allora unico istituto ministeriale – Soprintendenza BAPPSAE,
avvenne in assenza delle necessarie autorizzazioni e fu allora oggetto
di relative corrispondenza tra i due Enti.
20 gennaio 2012. Orrore o bufala?
Ambienti solitamente bene informati vicini alla stanza di Regia del
Comune lasciano trapelare che è allo studio l'ipotesi di rilasciare, a
presentazione del certificato di nascita, a tutte le cittadine
salernitane di età compresa fra i quindici e i sessantacinque anni, un
buono per il ritiro gratuito presso esercizi commerciali convenzionati
del capo qui presentato.
agosto
2011, raccoglie una intera mandria di bufale.
Leggiamo: [in epoca bizantina, a Salerno] il tempio capitolino
divenne una chiesa consacrata a S. Sofia, mentre la basilica romana fu
riadattata a sede del pretorio bizantino, probabilmente nella stessa
area che fu anche, nei secoli successivi, occupata dal maggiore edificio
giudiziario della città; furono, inoltre, aperte nelle mura altre sei
porte: la Respizzi, la Nocerina, la Rateprandi, la Porta di Mare, la
Elina e la Rotese.
Adesso chi lo racconta al conte
Guaiferio, figlio di Guaiferio, (già scambiato da altri storiografi con
l'omonimo principe) che la sua Santa Sofia
era stata ricavata un quattro/cinque secoli prima della sua nascita da
un tempio capitolino? E chi lo spiega ai vari edifici sedi dei vari
tribunali nel corso dei secoli che tutti sono figli di un presunta
basilica romana? E chi si incarica di chiedere agli antichi salernitani
come facevano ad entrare in città e ad uscirne prima dell'epoca
bizantina, visto che tutte le porte furono aperte solo allora? E chi
chiederà all'autrice di dedicarsi ad altro?
Da
Gianluca Aliberti ci perviene l'immagine a lato scattata nella serata di
ieri alla balaustra
della gradinata del duomo con il commento:
duomo di Salerno balaustra cade a pezzi.
Secondo Filippo Brindisi il danno (confessiamo che non l'avevamo mai
notato) risale a qualche anno fa per l'incauta manovra di una automezzo impegnato in lavori nella piazza sottostante. In ogni caso, tanto più se l'episodio è ormai
annoso, non
possiamo che sollecitare il restauro.
I
prospetti laterali conservano pregevoli decorazioni databili intorno
alla metà del XIII secolo d.C. ed appartenenti ad un antico edificio che
poteva essere l’Episcopio di Salerno [...].
Si
tratta di una delle maggiori
bufale della storiografia
salernitana ripresa da un saggio di Arturo Carucci del 1981 con il quale
riconosceva negli ambienti ipogei di San Pietro a Corte l'antica
cattedrale e in questo edificio l'episcopio (a proposito si veda L'ubicazione dell'antica cattedrale dei
vescovo salernitani).
La
domanda é:
ma il soprintendente Miccio ci crede
veramente o non legge quanto si pubblica sul suo sito?
Salerno è città dai molti (reali o presunti) primati: la scuola medica più antica;
le luci più sfavillanti; gli avori unici, come unici sono i
resti dell'acquedotto e della reggia longobardi; il sindaco più amato;
il logo più insulso e costoso; e
ancora avrà la semirotonda sul mare più grande; il crescent più alto; la
sirena più straordinaria. Ma crediamo sia indubbio che il primato
irripetibile rimarrà quello della capacità ineguagliabile delle sue
amministrazioni di storpiare i nomi dei personaggi ai quali si decide di
dedicare vie. Abbiamo già visto i casi Guaimaro, Gisolfo,
Adelberga, Gaitelcrina; oggi aggiungiamo
quello del generale
Fidenzio Dall'Ora (si
veda alla paginanati in
città), ribattezzato
Fulgenzio D'Allora.
Accetti le nostre scuse, generale, lei che ebbe la ventura di
nascere per caso in questa città grande nel passato, poi sempre più
miserrima e cialtrona. Se può consolarla, sinceramente contriti, qui la
ricordiamo con Guaimario IV, Gisulfo II, Adelperga e Gaitelgrima.
immagine di Luciano Guasco
4 gennaio 2012, via delle Botteghelle, 45.
In questo immobile, non so
da quando e da chi, fu posta questa lapide, ma è una
bufala.
Nel 1154-55 la famiglia
dell'arcivescovo (il padre conte Pietro e i fratelli Roberto, abate di
San Gregorio; Luca, signore del castello di Mandra; e Giovanni, non il
beato, che verrà due generazioni dopo) abitavano in case site in quello
che oggi è il cortile murato di fronte al portone del complesso di Santa
Sofia, ove testimonieranno che scale poste nello stesso cortile
appartenevano alla badia di Cava.
Fra Quattrocento e primi del
Seicento, Casa Guarna sarà l'attuale Archivio di Stato, tant'è che la
cappella di San Ludovico era detta de Guarna. L'immobile di cui
alla lapide nel Cinquecento rientrava nel complesso di Casa de Ruggiero,
che si estendeva lungo ambi i lati di via delle Botteghelle; al Carasto
onciario (1754) sarà in possesso di Saverio de Ruggiero.
propria, la vecchia tesi di
Michele de Angelis relativa alle mura romane di Salerno e lo fa
inserendo la Tavola I, dal titolo Michele de Angelis -
Elaborazione della sua carta delle mura di Salerno, annessa al
lavoro
studi di urbanistica salernitana - la città
medievale, presente su questo sito dal dicembre 2009.
Un consiglio (articolato in più voci) del tutto amichevole all'autrice:
lasci perdere Michele de Angelis, meritevole per aver dato l'avvio agli
studi di urbanistica cittadina ma ormai irrimediabilmente smentito;
conduca propri studi esercitando prima dell'arte dello scrivere, quella
più ardua del leggere (magari quanto scrivo nel capitolo da cui trae la
tavola); si eserciti nel disegnare piantine o, almeno, preferendo il più
comodo utilizzo di quelle
altrui, citi la fonte, non per un obbligo di legge, ma per un più
semplice moto di gratitudine e cortesia.
26
dicembre 2011. Donatello Ciao scrive su
facebook:
Cari amici, nella mia ultima
visita guidata a Sant'Andrea De Lama, mi sono accorto che nelle cassette
depositate tra gli scavi, qualcosa era stato spostato, e subito mi sono
ricordato di cercare questo volto, che ovviamente non c'era più e mai
rivedremo, credo...questa foto resterà l'unica testimonianza..
Sulla parete di sinistra è collocato il monumento funebre
dell’Arcivescovo Biagio de Vicariis, morto nel 1731, il cui stemma è
murato nel pavimento.
Si tratta di una
bufala,
poiché Biagio de Vicariis non fu arcivescovo, ma vicario capitolare in
occasione delle sedi vacanti 1690-1692 (dopo la morte
dell'arcivescovo Passarelli), 1695-1697 (dopo la morte dell'arcivescovo
de Ostos), 1722-1723 (dopo la morte dell'arcivescovo Poerio), 1729-1730
(dopo la morte dell'arcivescovo de Vilana Perlas). Dal 1728 ebbe la titolarietà della
sede vescovile di Cafarnao.
Dallo
scorso giorno 6 abbiamo tentato di avere dalla Soprintendenza per i Beni
Architettonici e Paesaggistici per le province di Salerno e Avellino
lumi intorno alla fonte storica che permette l'affermazione sul sito di
quell'ente,
che fu re Roberto d'Angiò a dare incarico a
Matteo Silvatico di realizzare il giardino dei semplici che oggi si
identifica con quello detto della Minerva (si veda lo scambio di
e-mail alla pagina note e discussioni).
Non
essendo pervenuta l'informazione, ma soltanto un rimando ad altro sito
che, per altro, nulla chiarisce, possiamo classificare l'affermazione
come
bufala!
Ma ci chiediamo: cosa è questa MP
Mirabilia srl che firma i testi che appaiono sul sito della
Soprintendenza salernitano-avellinese?
Si
tratta di una società romana che ha per sottotitolo L’Arte di
Comunicare l’Archeologia, l’Architettura, la Scultura, la Pittura, il
Paesaggio, il Cinema (!).
Una
domanda al soprintendente Miccio: ma non pensa che a Salerno, intorno al
nostro patrimonio storico, ci sia qualcuno (e non ci riferiamo solo al
curatore di questo sito) che ne possa scrivere di meglio lasciando
tranquille le bufale?
Ieri sulla pagina Facebook
Il Giardino della Minerva è in pericolo! Paola Valitutti ha
scritto:
Carissimi, finalmente vi
porto una buona notizia, Luciano ha firmato la nuova convenzione, che
contiene tutti i punti, relativi la salvaguardia del Giardino! La
Minerva resterà, quello che noi tutti amiamo, ossia un luogo dove poter
raccontare la storia della Scuola Medica Salernitana! Scongiurata la
minaccia dell'inutile biodiversità alla Minerva!
Oggi sulla stessa pagina
leggiamo da Luciano Mauro:
Al gruppo: poche parole per
manifestare la gratitudine a voi tutti che vi siete spesi per tutelare
il Progetto scientifico di gestione del Sito, cioè di un Orto botanico
con finalità essenzialmente didattiche, legate alla grande tradizione
della Scuola medica Salernitana. Ieri pomeriggio ho firmato la nuova
convenzione. Da oggi, quindi, sono di nuovo il Conservatore di questo
prezioso bene chiamato Giardino della Minerva.
Notizia
precedente sull’argomento, 6
dicembre 2011.
Inserito in una
nicchia è il sepolcro del giurista Agostino Pontano. Il giurista è
raffigurato disteso sulla cassa avvolto nella toga.
Si tratta di una
bufala,
poiché, come si legge scolpito nel marmo, si tratta della sepoltura del
giurista Pontano (de) Augustino, marito di Prospera Solimena e padre di
Geronimo e Michele (de) Augustino, che qui lo posero nel 1547.
8 dicembre 2011. Loghi.
Duiciento milia euri!
U
aname du' Priatorio!
Se il logoschifezza da 200.000 euro non avesse
conquistato la notorietà televisiva di Striscia la notizia
avremmo preferito non parlarne; ma tant'é, ci corre l'obbligo di
proporre, gratis, alcune alternative.
In
alto a sinistra: via Masuccio Salernitano.
In
basso a sinistra: residui 1980.
In
basso a destra: Giardino della Minerva.
La
città europea, turistica e illuminata cresce.
6 dicembre 2011, aiuola spartitraffico di
Vincenzo De Luca? No. Giardino della Minerva di Matteo Silvatico.
La
città europea, turistica e illuminata cresce.
immagine di Nicola Vernieri
dicembre 2011, Giardino della Minerva.
Il
luogo simbolo della Scuola medica salernitana, gestito dalla fondazione
omonima, rimasto senza giardiniere.
6 novembre 2011, Rione Mutilati.
Il 15 marzo 2009,
su questa pagina segnalavamo l'orrore che al Rione Mutilati resti delle
mura longobarde fossero imprigionate in aree condominiali e quindi
risultassero non osservabili da vicino. Nel tempo ci siamo ricreduti,
poiché in più occasioni, l'ultima questa mattina, abbiamo sperimentato
la disponibilità dei condomini a permettere l'accesso all'area. Uno di
loro, di più, ebbe la cortesia di ospitarci nel proprio appartamento, il
che ci permise lo scatto fotografico dall'alto qui sopra riportato.
Da
questo sito ci piace periodicamente attingere perle di cultura
storica salernitana, certi di trovare di che nutrire la mente e
rinfrancare lo spirito.
Questa volta l'argomento è una delle sedi della stessa Soprintendenza
(infatti questo Ente ha tanti cervelli che studiamo la tutela dei beni
architettonici cittadini da aver bisogno di più prestigiose sedi:
Palazzo d'Avossa e Palazzo Ruggi d'Aragona ), poiché a proposito di
Palazzo d'Avossa leggiamo: Lo stemma nobiliare posto sul portale
di accesso al palazzo - costituito da un arco a tutto sesto su bassi
piedritti - è quello dei D’Avossa, che acquisirono l’edificio dai primi
proprietari, i Della Calce, probabilmente intorno alla metà del XVIII
secolo.
Don
Prospero (ultimo della Calce possessore del palazzo) per favore dica ai
suoi antenati, che ebbero la concessione imperiale di questa prestigiosa
insegna, che hanno tutta la nostra solidarietà, quindi smettano di
rivoltarsi nelle tombe e dall'alto della loro condizione di puri spiriti
perdonino questi ignoranti e si consolino pensando a cosa essi sono
riusciti a fare alla dimora storica dei d'Avossa stessi, il cosiddetto
Palazzo Sabbetta.
1:
vista da via Sant'Alfonso Maria de' Liguori della via che collega (?) il
piazzale dell'ingresso principale del cimitero a via Irno.
2:
vista da via Irno della stessa strada.
Lo
stradario di Salerno (sito ufficiale del Comune) recita:
Gaitelcrina - Km. 0,088
via - rione Fratte - dalla via Irno alla via Sant'Alfonso Maria De'
Liguori.
Gaitelcrina? Chi sarà stata
costei per dover subire il disonore di tale dedica? Mica il Consiglio
Comunale che il 20 maggio 1967 (sindaco Alfonso Menna) deliberò, su
verbale della Commissione di toponomastica, tale intitolazione intendeva
riferirsi ad una delle due
figlie di Guaimario IV che
ebbero nome
1
2
Gaitelgrima? Se così fosse, la linea di storpiamento dei nomi di nostri
concittadini illustri perseguita dagli ignoranti che hanno amministrato
e amministrano questa città sarebbe salva, poiché questa perla
andrebbe ad aggiungersi a Gisolfo II (in luogo di Gisulfo), a
Guaimaro IV (in luogo di Guaimario), ad Adelberga (in luogo
di Adelperga).
Ci
risparmiamo qualsiasi commento sullo stato dei luoghi.
Per chi legge: l'acquedotto è
quell'ammasso di pietrume che toglie spazio al parcheggio dei bycher ed
ostruisce quella magnifica saracinesca di fine 20° secolo...
Immagine e commento di
Nicola Vernieri, dalla pagina facebook
Avevo sempre creduto
(ingenuamente) che l'appellativo a Corte facesse riferimento alla
corte dominica dei principi longobardi, ma dal sito della
Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province
di Salerno e Avellino
(sempre sia lodata) apprendo che:
La chiesa sorge nella
zona detta già in età romana ad Curtim.
Il
giorno 14 scorso il crollo di un solaio ha interessato lo stabile di
fronte la chiesa di Santa Maria de Lana, causando il ferimento di una
persona. L'immobile, di proprietà dell'azienda ospedaliera San Giovanni
di Dio e Ruggi d'Aragona, non contiene affreschi di Leonardo, né di
Giotto, però fa parte di quel
retaggio storico di questa città che retrogradi come chi gestisce questo
sito tentano di sottrarre all'avanzata della Città Europea fatta
di fontane, buchi nella Porta Nova e luminarie natalizie. Siamo
certi che l'amministrazione comunale lo giudica solo un vecchio
edificio senza alcun interesse, che ben volentieri demolirebbe; ma
questa volta (vendetta di Palazzo Sabbetta), si prospetta un
singolare conflitto di interessi, poiché questo
edificio fa da sostegno ...
...
all'ala verso meridione di Palazzo Ruggi d'Aragona, ove ha la propria
sede centrale
la
Soprintendenza per i Beni Architettonici
e
Paesaggistici (ex Zampino, ora Miccio)!
in alto: lato orientale dell'edificio, visto dall'ingresso di Santa Maria de Lama.
a lato: vista da via Tasso;
la parte candida
è l'ala verso meridione di Palazzo Ruggi d'Aragona
18
agosto 2011.
Il
signor Massimo La Rocca invia una serie di immagini che sono il Prima
eil Dopo della ricostruzione del santuario sul Monte
Stella. Come egli lamenta, l'intervento ha completamente cancellato le
poche, ma significative, evidenze superstiti della costruzione
trecentesca dovuta alla munificenza testamentaria (1308) di Riccardo Scillato,
che dispose un legato di ottocento once d'oro per l'erezione della
chiesa e di un annesso monastero, affidando il compito a Filippo Cavaselice, della badia di Santa Maria de Vetro di Ogliara, dal quale il
nuovo cenobio avrebbe dovuto dipendere.
Come
si vede, quella che nella parte bassa dell'immagine qui a sinistra (Dopo)
potrebbe addirittura credersi una costruzione ex novo in realtà è il
restauro (?) della facciata che si vede nella parte alta (Prima).
Nell'operazione, è scomparso l'arco acuto di accesso, che giungeva fino
all'oculo che si vede superstite nell'immagine in basso, e anche l'arco,
uguale, di accesso all'area absidale.
Che
non si tratti di una costruzione ex novo (che avrebbe comunque
comportato la demolizione di quanto rimaneva dell'edificio trecentesco),
lo dimostrano le due immagini in alto, ove si vedono evidenziati i
pilastri di sostegno della muratura trecentesca presenti anche nella
ricostruzione, bellamente intonacati di bel nuovo. Nell'immagine in alto
a destra si nota anche l'ex arco acuto di accesso all'area absidale, ora
ribassato con perdita della propria identità.
Risparmio ogni commento circa i colori della facciata.
Cosa
aggiungere? Ci chiediamo, il signor La Rocca ed io, chi possa aver fatto
tutto questo, chi ha concesso la licenza edilizia, ove fosse la
Soprintendenza. Ma forse la risposta l'abbiamo: I responsabili sono
gli stessi che hanno pavimentato di rosso i Barbuti, che hanno rivestito
di ceramiche San Gregorio, che hanno demolito Palazzo Sabbetta.
Il sito della
Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province
di Salerno e Avellino tratta del
Conservatorio
Ave Gratia Plena,
però la prima
delle due immagini che presenta ritrae la chiesa di San Giovanni di Dio.
2 agosto 2011.
A cura del signor
Giovanni Amatuccio è stata segnalata alla Soprintendenza l'errore. Oggi
l'immagine è stata rimossa.
26
marzo 2011, chiesa del Monte dei Morti.
post di Massimo Matteo La Rocca con immagini di Filippo Brindisi sulla pagina facebook Per Palazzo
Sabbetta.
Scomparsi i dipinti presenti
nella chiesa del Monte dei Morti prima dell'inizio dei restauri.
Incredibile che solo ora si viene a sapere, ossia a sei mesi dalla fine
dei lavori.
All'ipotesi che le tele
siano presso il Museo Diocesano, il dottor Antonio Braca risponde: Errore, sono
involate. Erano al loro posto fino all'inizio dei restauri. Aperto il
cantiere nessuno ha pensato, o se l'hanno fatto non si sa chi, a
rimuoverle e metterle in un posto sicuro. Quando si è andati per
cercarle... voila, non c'erano più. E non si sa che fine abbiano fatto.
Chi ha notizie da poter fornire è pregato di farsi avanti. Parliamo di
un san Domenico e di un Francesco del 1618 di cui esiste anche
documentazione fotografica.
Presenze inquietanti con
tavolato nell'antico giardino di San Nicola de la Palma
Questa immagine, con la didascalia sopra riportata,
comparve su questa pagina nel dicembre 2008.
È notizia di oggi, 10 novembre 2010, che si
inaugurano (?) i lavori per il recupero di San Nicola de la Palma.
5 novembre 2010,
dal Corriere del Mezzogiorno
Buchi alla porta di San Matteo, Nicolais: la Soprintendenza
chiarisca
L'ok all'installazione delle «Luci d'artista» con la
foratura della superficie marmorea di Porta Nova e le
polemiche
SALERNO— I chiodi metallici affissi alla porta
di San Matteo in piazza Flavio Gioia diventano
un caso nazionale e finiscono in Parlamento.
L’eco di quanto avvenuto a Salerno, ossia la
foratura della superficie marmorea in travertino
di Porta Nova, l’unico varco medioevale ancora
esistente in città, su cui si erge dal 1756 la
statua di San Matteo, è arrivata fino a Roma. A
prendere posizione contro la "superficialità"
della Soprintendenza ai beni artistici e storici
della provincia di Salerno è stato il deputato
del Pd Gino Nicolais, ex assessore regionale
della giunta Bassolino ed ora uno dei membri più
autorevoli della Commissione Cultura della
Camera. «Voglio approfondire la questione di
Salerno — ha esordito Nicolais — e sono pronto
già domani ad informare il capo gabinetto del
ministero delle Politiche Culturali per ottenere
un intervento diretto del ministro Bondi. Poi
presenterò una interrogazione parlamentare sul
fatto, per capire quali siano le responsabilità
specifiche. Siamo in un Paese dove si parla
sempre poco di cultura e di beni artistici, e
quando accade, purtroppo, ci rendiamo conto che
troppo spesso la cultura e la tutela del
patrimonio sono messe in un angolo».
Insomma quei
buchi sono proprio indigesti, non solo ai
salernitani che tanto amano quella porta
in piazza Flavio Gioia, uno dei simboli della
città, ma anche a quei parlamentari, come
Nicolais, che dimostrano sensibilità per la
valorizzazione della storia e della memoria
collettiva. «Non ho letto i documenti ed il
carteggio formale che è intercorso tra la
Soprintendenza, il Comune e la ditta
appaltatrice — ha aggiunto il parlamentare del
Pd — e dunque dire apertamente in questo momento
di chi sia la responsabilità di ciò che è
accaduto mi sembra azzardato. Di sicuro la
Soprintendenza è il soggetto titolare della cura
del patrimonio artistico e quindi un simile
evento denota quantomeno una certa
superficialità. Non si possono avallare azioni
del genere. In casi simili, però, occorre andare
a verificare anche le eventuali responsabilità
delle ditte che si occupano di certi lavori, in
quanto non è raro il caso in cui si operi senza
tutte le autorizzazioni del caso ed a volte con
scarsa attenzione».
Ma Nicolais è
ancora più netto quando si analizza il danno
arrecato al monumento: «Qui non si tratta
di un semplice graffio, parliamo invece di un
danno permanente che non sarà più
ripristinabile. L’attività di restauro andrà a
sanare la ferita, ma il danno sottostante
resterà per sempre. Oggi il moderno concetto
della cultura ci impone di rispettare la storia
e di tramandarla ai nostri posteri. Dunque
occorre fare di tutto per difendere queste opere
da ogni forma di danneggiamento».
4 novembre 2010, il lupo
(di cui scrivevamo lo scorso giorno 1, o forse un altro lupo, poiché
pare si tratti di una diversa Soprintendenza, ma il livello della
dirigenza non cambia) ha già azzannato un pezzo del patrimonio storico salernitano
dal Corriere del Mezzogiorno
il caso: un pilone si regge su porta nova
La Soprintendenza autorizza
buchi nella porta di San Matteo
Il motivo: servono per sistemare le Luci d’artista.
L'inaugurazione il 5 novembre col sindaco De Luca
SALERNO— Un trapano a percussione e quattro chiodi
d’acciaio: ecco come è stata ferita la storica porta
medioevale della città, dedicata a San Matteo, e collocata
in piazza Flavio Gioia. Magari qualcuno non aveva fatto caso
al fatto, visto il tourbillon di operai al lavoro per le
ultime e febbrili operazioni relative alla collocazione
delle «Luci d’artista», le creazioni di luce che saranno
inaugurate ufficialmente venerdì 5 novembre dal sindaco di
Salerno Vincenzo De Luca. Eppure l’impatto visivo del pilone
d’acciaio — che regge una delle creazioni artistiche
collocate nella popolare "Rotonda" — è notevole: quel pilone
si regge proprio su Porta Nova, l’ultima porta d’accesso
alla città risalente al 1754, sulla cui
sommità — nel 1756— fu collocata anche la statua del santo patrono,
realizzata dallo scultore Francesco Pagano. Martedì pomeriggio abbiamo
provato a fare una passeggiata nel cuore di piazza Flavio Gioia,
completamente immersa nelle attività di messa a dimora delle luci
d’artista. Nonostante il nostro stupore
e quello di tanti altri cittadini che si trovavano a transitare nella
zona, quei chiodi— che bucano la storica porta cittadina —
esistono davvero e sono pure di notevoli dimensioni, così come sono
notevoli quelli posizionati sul lato posteriore della porta, applicati
sulla borchia retrostante che ne bilancia il peso. A prima vista un vero
e proprio sfregio, ma andando a guardare le carte è tutto assolutamente
in regola. Infatti la Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici della
provincia di Salerno ha preso atto della collocazione delle luci
utilizzando come base d’appoggio l’arcata marmorea, interamente
ricoperta di travertino. Abbiamo anche provato a chiedere il perché di
quella installazione e la risposta l’abbiamo ritrovata nel carteggio
inviato dalla Soprintendenza, dove si fa chiaramente riferimento ai
buchi effettuati nel marmo per reggere il peso della struttura luminosa.
Ci è stato anche assicurato che nei prossimi giorni — nella parte
posteriore della porta — verrà collocato un contrappeso che consentirà
di scaricare la massa della struttura e le eventuali vibrazioni.
Non contenta di quanto
autorizzato, la Soprintendenza — che a Salerno pone vincoli
anche per un semplice chiodo — è riuscita a fare
anche di più. Nella nota di autorizzazione inviata al
Comune, ha anche evidenziato che quei buchi saranno
eliminati. Con un intervento a spese del Comune. Che dovrà
porre rimedio con un intervento tampone, seppur con moderne
tecnologie di restauro. Chissà se a Roma autorizzerebbero di
trapanare le mura del Colosseo per un cartellone
pubblicitario o a Firenze consentirebbero di piazzare
qualche chiodo negli Uffizi. A Salerno invece no. Anche la
porta simbolo della città può essere bucata. Qualche
settimana fa, le luci d’artista furono sistemate addirittura
nella parte alta della porta di San Matteo. Dopo una rivolta
popolare, quell’intervento fu rimosso. Evidentemente la
lezione non è servita alla Soprintendenza. Che è riuscita
anche a fare di più.
Umberto Adinolfi
1° novembre 2010, in
bocca al lupo al patrimonio storico salernitano
Nello scorso mese di
ottobre, al vertice della Soprintendenza per i Beni Architettonici, a
Giuseppe Zampino è subentrato Gennaro Miccio. Non staremo qui a
riconsiderare le capacità del partente, poiché di esse già ampiamente
narra il delitto di via Masuccio Salernitano, ma cercheremo di
conoscere quelle del neopromosso attraverso la scelta di tre perle
scaturite dal suo ingegno.
Nell'opuscolo Salerno
Porte Aperte 2004, trattando del recupero della parete nord della
chiesa del Santissimo Crocifisso, asseriva che le indagini avevano
posto in evidenza
un portale appartenente
probabilmente ad un diverso orientamento nord-sud della chiesa. Ora,
chiunque mastica di edilizia sacra medievale (la chiesa è citata per la
prima volta nel 1140) sa che un luogo di culto dell'epoca non poteva che
essere edificato sull'asse est-ovest, avendo una porta piccola su
uno dei lati lunghi, che è quella che meraviglia e scatena la fantasia
dal Nostro.
L'anno successivo, il nuovo
Salerno Porte Aperte e il recupero di San Matteo Piccolo erano
occasione di un nuovo dotto intervento, poiché il Nostro scriveva:
L’attuale Cappella quasi sicuramente non è quella fondata nel 970 dal
conte longobardo Pietro Gastaldo (figlio di Landolfo) e dalla moglie
Aloara che la dedicarono a San Matteo e San Tommaso [...]
Ma l’antico
edificio longobardo, anche se individuato ‘in loco ubi a li canali
dicitur’, doveva trovarsi quasi sicuramente alcune decine di metri più a
monte. Certo che l’attuale chiesa non è quella fondata dal conte
Pietro (gastaldo non è cognome, ma il titolo che Pietro deteneva prima
di diventare conte), per il semplice motivo che quella era in Orto
Magno, a settentrione di San Gregorio e a meridione dell’archiepiscopio;
è altrettanto certo che non è quella esistente ai Canali fra il Duecento
e il Seicento, per il fatto che quella era ove attualmente se ne vede
l’abside altomedievale sotto il fronte del conservatorio della
Santissima Annunziata Minore e anche perché la costruzione dell'edificio
attuale è documentata al Settecento.
La terza perla la si legge
nel protocollo 24617, a sua firma e controfirmato da Zampino, emesso
dalla Soprintendenza il 15 settembre 2009 nell'ambito della questione
Palazzo Sabbetta,ove si parla di
Convento di Santa Maria della Pietà e Monastero della Piantanova,
mostrando di ignorare che Piantanova è un appellativo dato al Santa Maria della Pietàdopo la ristrutturazione realizzata fra il 1574 e il 1622.
In bocca al lupo, non
a lui, ma al patrimonio storico salernitano affidato al suo ingegno.
7 settembre 2010, Centro storico.
Murales,
forma d'arte molto
apprezzata dal sindaco di questa città barbara.
26 giugno 2010, Centro
storico.
Città europea a vocazione
turistica cercasi
a sinistra: Santi Crispino e
Crispiniano
al centro: Sant'Andrea de
Lavina
queste immagini sono state
riprese e pubblicate il 27 giugno da
www.dentrosalerno.it
e il 28 giugno da
www.12mesi.it e dai quotidiani
Cronache del Mezzogiorno
e la Città
29 giugno 2010, Centro
storico.
Tre giorni dopo: nessuna
resurrezione
26 maggio 2010, Seminario
diocesano.
Nel trigesimo delle morti di
san Francesco
d'Assisi e san Ludovico di Tolosa
Nella serata del 3 ottobre
1226 è morto un certo Francesco, originario di Assisi, noto alle
cronache per una bizzarra vita in povertà e umiltà, spregiatore delle
ricchezze paterne, fondatore di un certo ordine monastico destinato ad
essere dimenticato come la memoria del suo fondatore, poiché costui, in
vita, non ha pensato nemmeno a farsi innalzare una statua a futura
gloria.
Il 19 agosto 1297 è morto
anche Ludovico, figlio del re di Sicilia Carlo II. Altro personaggio
bizzarro, costui: seguace del Francesco di cui sopra, ottusamente
rinunciò al trono paterno e pur essendo stato nominato vescovo di
Tolosa, anche lui, come il suo maestro spirituale, non si fece erigere
alcuna statua.
Il 26 aprile 2010 un certo
Gerardo, che ebbe la ventura di essere nominato arcivescovo di
Salerno-Campagna-Acerno, nel compiere gli anni e nel lasciare la guida
della diocesi per la meritata pensione, ha pensato, lui sì geniale, di
farsi erigere una statua per la gratitudine che i popoli, non è chiaro a
quale titolo, gli dovrebbero.
Quindi oggi, 26 maggio 2010,
ricorre il trigesimo di Francesco d'Assisi e di Ludovico di Tolosa,
perché se essi morirono nei corpi nel 1226 e nel 1297, nello
spirito sono morti il 26 aprile scorso.
Una mano di colore a
coprire!
26 maggio 2010, Centro
storico.
In epoca napoleonica, quando
questa città subì irreparabili danni al proprio patrimonio
storico-immobiliare, nel ridurre a stalla la cappella di San Ludovico
alla Regia Udienza (oggi all'Archivio di Stato) si pensò di nascondere
il crimine stendendo una mano di colore sulle volte a fine decoro e
sull'affresco trecentesco poi fortunosamente riscoperti. In via Masuccio
Salernitano si è prodotto altro crimine che, analogamente, il vandalo di
turno ha pensato potesse essere nascosto da altro colore. Passano i
secoli, ma questa città continua a subire inerte e distratta,
ieri dal
nume dei fasti imperiali, oggi da quello delle luminarie, per
l'occasione nelle vesti di alto patrono di schifezze graffitare. Per
fortuna esiste la speranza che i secoli ancora una volta facciano
giustizia.
4 maggio 2010, Torrione.
Il costone orientale del
moncone di collina su cui si erge la torre la Carnale, sottoposto
allo stress del taglio di alberi e arbusti che lo ricoprivano e
all'assalto delle ruspe deluchiane, è finito per franare lasciando un
nudo strapiombo. L'intero rimasuglio di quella che fu la collina argine
della città verso oriente sarà circondato da una barriera cementizia che
farà la gioia degli artisti dello spray.
4 maggio 2010, via Masuccio Salernitano dopo la cura De Luca.
3 maggio 2010, via San
Benedetto. No comment. Anzi, sì: vergogna!
19 aprile 2010, Archivio di
Stato, inaugurazione del restauro della cappella di San Ludovico d'Angiò
Ma san Grammazio era
francescano?
L'occasione di questa inaugurazione non ha
mancato di porre in rilievo le ampie manchevolezze che caratterizzano
gli addetti ai lavori ai quali è affidato il nostro patrimonio
storico-artistico. Infatti, in dotti interventi è stato
auspicato che ricerche future pongano in
luce la natura dell'ambiente (?) e come mai esso si trovi dove lo
vediamo (?). Ove quei signori avessero sfogliato Salerno Sacra,
seconda edizione, 2001, o avessero consultato questo sito, l'identità
dei luoghi,il civico 8 del largo
Abate Conforti,avrebbero le risposte da circa un
decennio.
Il vertice
dell'insipienza è stato raggiunto con l'intervento di un noto critico
d'arte che già si distinse all'epoca della scoperta dell'affresco con
l'individuare san Grammazio nel santo vescovo raffigurato, presumendo
che qui fosse stato il luogo di culto a lui dedicato (che fu demolito
nel 1670!). Lui insiste. Peccato che il nostro santo, come nel dipinto
di Simone Martini raffigurante san Ludovico d'Angiò che si conserva al
Museo di Capodimonte a Napoli, indossi il saio francescano sotto i
paramenti vescovili, mentre alla morte di san Grammazio (25 gennaio 490)
erano molto di là da venire sai, francescani e lo stesso poverello
d'Assisi.
a lato: tavola di Simone
Martini e affresco di Salerno.
13
aprile
2010, futura piazza della Libertà
Non cercateli, sono andati!
Legambiente Salerno "Orizzonti" (www.giovanisalerno.it/legambiente)
comunica che lo scorso sabato ha avuto inizio, disattendendo tutte le
rassicurazioni precedentemente elargite, l'abbattimento dei secolari
platani di via Alvarez, sacrificati sull'altare della megalomania
deluchiana alla ricerca della mitica città europea.
In
pari data la Sala stampa del Comune informa che il prossimo giorno 17 si
terrà in città La festa degli alberi 2010 (nel senso che faranno
la festa ad altri alberi?).
Il
principe de Curtis a questo punto si esibirebbe nella sua mitica
pernacchia (o pernacchio, come amava sottilizzare).
11
aprile
2010, Museo diocesano.
È
inutile bussare qui, non aprirà nessuno...
Questo portoneè chiuso a cittadini e turisti dalla fine del
2007, quando si concluse l'esposizione degli avori salernitani e
della cassetta di Farfa.
Qui
dentro rimangono nascosti alla cultura di questa città, che si dichiara
europea e a vocazione turistica in virtù di brutte fontane e inutili rotatorie, oltre i
citati avori, la croce di Roberto il Guiscardo,l'Exultet
del XIII secolo, la Crocefissione di Roberto d'Oderisio, il
San Michele di Cristoforo Scacco, diverse opere di Andrea Sabatini,
una ricca serie di dipinti tardomanieristi e di cultura napoletana del
Seicento e del Settecento, oltre a lapidi e altri oggetti di spoglio,
fra cui le balaustre (colpevolmente rimosse) che una volta coronavano l'altare maggiore della
Cattedrale, e ancora monete, medaglie e addirittura una copia della
Sacra Sindone realizzata a Torino nel Seicento, forse dono al monastero
di San Michele della beata Maria Francesca di
Savoia, come ci ha ricordato lo scorso 6 aprile un articolo
a firma Massimo La Rocca apparso alla pagina 8 del quotidiano Cronache del Mezzogiorno.
25 marzo
2010, Matierno. Cabina del metano: esempio di rispetto del bene
pubblico da parte di candidati.
25
marzo
2010, Matierno. Il candidato al palo:
speriamo ci resti.
Esempi precedenti dello stesso
disinvolto fare, 8 maggio 2009.
A tre
giorni dall'appuntamento elettorale si annunciano Grandi lavori a
Matierno.
Peccato
che gli stessi Grandi lavori furono già annunciati il 7 luglio
dell'anno scorso e da allora non è stata mossa una pietra.
24 marzo
2010, rione Gelso. Aurelio Nicolodi, chi era costui?
Il signor
Massimo La Rocca, come sempre attento osservatore di quanto avviene in
questa città a vocazione europea (!), come ama definirla il Primo
Cittadino, segnala che al rione Gelso la via una volta intitolata Duca
Guglielmo oggi è dedicata ad Aurelio
Nicolodi.
Chi sarà stato mai costui per meritare di prendere il posto del duca d'Altavilla,
nipote di Roberto il Guiscardo e governante del più rilevante stato italiano
con capitale Salerno?
Si tratta di una delle solite genialate che prendono forma e si consumano
nelle secrete stanze della Commissione di toponomastica, ove sono sconosciuti, oltre
a Guglielmo d'Altavilla, i principi Gisulfo e Guaimario e la principessa
Adelperga (che per quell'ufficio continuano ad essere Gisolfo, Guaimaro, Adelberga). Una sola la nostra speranza: che in sua morte (che prima o poi
avverrà), al genio che ha fatto la scelta non sia dedicata una via.
9
febbraio 2010, Corriere del Mezzogiorno.it
Salerno, crolla il solaio di casa, bimbo cade per 6 metri: illeso
Paura in largo Montone a Salerno, sigillato il complesso È «atterrato» in una
chiesa sconsacrata
Un volo di sei metri. Nel buio di una chiesa sconsacrata. Tragedia sfiorata ieri
pomeriggio a Salerno, nel cuore del centro storico. Siamo in Largo Montone, a
pochi passi da via Trotula De Ruggiero. Un bambino giocava tranquillamente in
casa quando alle 14.45 è crollato una parte del solaio. Il piccolo, 8 anni, ha
fatto un volo di circa 6 metri prima di cadere in un vano della chiesa
sottostante di Santa Maria Alimunda. In casa, con lui, c’erano la madre e i
fratelli. Spaventati dal rumore e richiamati dalle grida del piccolo, i
familiari hanno subito chiesto aiuto.
Nel frattempo uno dei fratelliè uscito dall’abitazione recandosi dinanzi
all’ingresso della chiesa. Dopo aver sfondato la porta, il ragazzo si è infilato
in una piccola apertura prima di poter accedere nella zona in cui era caduto
Andrea. Sul posto sono subito arrivati i carabinieri e l’ambulanza.
Fortunatamente il bambino non ha riportato gravi conseguenze. Per lui solo
contusioni e qualche graffio. Poteva andare molto peggio, anche perché il
bambino è atterrato su di una vecchia lavatrice abbandonata nella chiesa.
Il piccolo resterà in osservazioneper 48 ore al Ruggi, ma solo a scopo
precauzionale. Dopo le prime concitate fasi di soccorso, sono arrivati in Largo
Montone i vigili del fuoco, i caschi bianchi e gli uomini della Protezione
Civile. L’abitazione è stata posta sotto sequestro in attesa dei controlli di
stabilità che partiranno già questa mattina. «La macchina dei soccorsi ha
funzionato bene — spiega Augusto De Pascale, assessore comunale alla Protezione
Civile — in pochi minuti sono intervenute tutte le componenti, Protezione Civile
inclusa. Abbiamo provveduto a chiudere la casa perché bisogna fare accertamenti
più approfonditi per verificare l’agibilità». De Pascale ha poi aggiunto che,
dalle prime indagini svolte, sembrerebbe che l’immobile sia di proprietà
dell’Azienda ospedaliera salernitana. «La casa sarebbe di proprietà
dell’ospedale — spiega — abbiamo chiamato il direttore Attilio Bianchi che ha
trovato una sistemazione temporanea per la famiglia».
Ieri notte i familiari di Andrea hannotrovato ospitalità da una vicina
ma, già da questa sera, dovrebbero dormire presso una casa di accoglienza
convenzionata con l’Azienda ospedaliera . Solo dopo aver accertato l’agibilità
dell’immobile, si deciderà se far tornare il nucleo familiare all’interno di
quell’abitazione. Intanto, dopo la caduta di alcuni calcinacci da Palazzo di
Città, tre giorni dopo si è verificato questo episodio in Largo Montone che
inevitabilmente porta alla mente il crollo di Favara dove hanno perso la vita
due sorelline di 3 e 14 anni. Quello dell’agibilità nei centri storici resta un
problema complesso ma a Salerno, assicura l’assessore De Pascale, la situazione:
«E’ ampiamente sotto controllo».
Carlo Gravina
Domanda: visto che non si tratta né di fontane né di rotatorie,
Vicienzo (con il tacito assenso dell'esperto Zampino)
abbatterà casa e chiesa?
scheda di Santa Maria de Alimundo
16
gennaio 2010, Palazzo Sabbetta.
Ieri, la
Guardia di Finanza ha sequestrato
all'interno del cantiere demolitorio di Palazzo Sabbetta la colonna con
capitello medievale la cui presenza fu documentata su questo sito, insieme
ad altri elementi architettonici di rilievo, fin dall'11
ottobre scorso con immagini poi varie volte riproposte.
Conseguentemente, il direttore dei lavori (che, ricordiamo, aveva attestato
in documento avente valore di atto pubblico l'assenza di elementi di
interesse culturale nell'immobile) è stato deferito all'Autorità
Giudiziaria. Ci pare, però, che anche gli enti Comune (nella persona del
sindacoDe Luca) e Soprintendenza per i Beni
Architettonici (nella persona del soprintendente Zampino) avessero prodotto
la stessa attestazione.
8
gennaio 2010, Palazzo Fruscione.
Oggi
non ricorre il quarto complemese del cantiere inesistente, poiché ieri
qualcosa si è mosso intorno a Palazzo Fruscione, cui questa ricorrenza (per
conoscerne l'origine clicca sull’immagine) si riferiva. Pare inizino
i lavori. Speriamo bene, anche perché la Soprintendenza per i Beni
Architettonici non dovrebbe metterci lo... Zampino.
29
dicembre 2009, Archivio di Stato.
Fortuitamente, come a volte capita,
a
questo sito, un benefattore anonimo ha fatto pervenire l’immagine a lato.
Si
tratta della cappella gentilizia originariamente della famiglia della Porta,
oggi all’interno dell’Archivio di Stato, ove, nel giugno dello scorso
2008,
fu rinvenuto l’affresco
trecentesco raffigurante san Ludovico d’Angiò che nell’immagine si vede al
centro in alto.
Ov’è l’orrore?
Nel fatto che questo bene culturale della Città, fisicamente di proprietà della
Provincia, sia sottratto alla fruizione pubblica e alla disponibilità dello
stesso Archivio (che vorrebbe utilizzarlo quale spazio espositivo)
dall’atteggiamento della Soprintendenza zampiniana, che dilaziona i tempi, a
domande sull’argomento (ma è comportamento noto) non risponde, accampa scuse
quali il non avvenuto completamento del restauro conservativo (ma da circa sei
mesi nessuno vi pone mano e nell’ambiente non vi sono tracce di un cantiere
attivo). Da fonte bene informata (direbbe qualche giornalista di grido) pare che
ciò che manchi sia il riposizionamento di alcune lapidi settecentesche rimosse
dalla parte più interna dell’ambiente per il loro restauro (già completato a
novembre) e la posa in opera di una rampa lignea per facilitare l’accesso al
sito, opere per le quali mancherebbe la copertura finanziaria. Pare anche
che altra cosa che manchi sia uno studio sulla storia del luogo, sull’identità
(?) del santo, sulle implicazioni storico-artistiche dell’affresco, da
presentarsi all’apertura ufficiale dell’ex cappella, al quale starebbe lavorando
uno degli scienziati zampiniani.
Una offerta:
non sforzi la mente, poiché gran parte di quanto gli serve appare già su questo
sito (alla pagina il civico 8 del largo Abate
Confortie volentieri gliene facciamo dono (quindi può liberamente ricopiarlo, poiché non
lo consideriamo nostra proprietà intellettuale, ma patrimonio della Città),
basta che si sbrighi.
8
dicembre 2009, Palazzo Fruscione.
Oggi
ricorre il terzo complemese del cantiere inesistente.
Per
conoscere l’origine di questa ricorrenza clicca sull’immagine.
6 dicembre 2009, piazza Sant’Agostino.
Questa mattina, il curatore di questo sito, seguendo la visita
guidata di Luca Borsa, che trattava delle mura medievali della città, con il
folto gruppo di appassionati che seguiva il relatore, si è ritrovato in
piazza Sant’Agostino. Al cospetto dell’elemento architettonico (?) che
riproduciamo a lato, uno degli astanti, dopo aver notato il suo richiamare i
pilastri del casermone di fondo, si chiedeva cosa rappresentasse quel
Patibolo. Non sappiamo se la definizione piacerà al signor Massimo La
Rocca, che lo definì semplicemente Coso, ma l’episodio ci conforta
sul fatto di non essere i soli paranoici critici sulla
riqualificazione in corso del Centro storico.
L’episodio richiama alla mente che quando, nel 2006, si
procedette al restauro della facciata dell’ex chiesa di Sant’Antoniello,
sede della pasticceria Pantaleone, l’ufficio stampa del Comune emise un
comunicato che nelle intenzioni di chi questa città amministra avrebbe
dovuto rendere edotti i cittadini sull’identità dell’antico luogo di culto.
In esso si leggeva che la chiesa era stata la sede della confraternita che
accompagnava i condannati a morte nel loro penoso cammino verso il patibolo
eretto in piazza Sant’Agostino. A parte il fatto che quella confraternita
aveva sede non in Sant’Antoniello, ma in Sant’Antonio dei Nobili, il
patibolo in piazza Sant’Agostino mai vi fu, per il semplice fatto che la
piazza non esisteva fino ai bombardamenti del secondo conflitto mondiale che
la crearono demolendo le case ivi esistenti.
Che l’erezione testé posta in essere del Patibolo sia un
tentativo di dare senso a quel comunicato stampa?
Quando, in giugno, attiravamo l’attenzione dei distratti
amministratori e cittadini di questa ex capitale (che tutto dimentica e
trasforma) sul fatto che i principi Guaimario IV e Gisulfo II sono divenuti
nella toponomastica cittadina Guaimaro e Gisolfo, alla nostra
mente, pur costantemente (e troppo spesso inutilmente) vigile sulle
problematiche del Centro storico, colpevolmente sfuggì l’analoga sorte, che pur
conoscevamo, toccata alla principessa Adelperga, figlia di re Desiderio e
consorte di Arechi II, divenuta sulla targa del vicolo a lei dedicata
Adelberga.
Per pietà, una prece a suffragio di queste tre povere anime
private della loro identità, affinché, se dobbiamo dar credito agli antichi
egizi, per tale circostanza non siano private della vita eterna (se possibile,
per la principessa anche un po' di pulizia).
Sembrano conclusi (si spera) i lavori di
ripavimentazione ai Barbuti. L’ultimo intervento ha interessato il vicolo
Siconolfo, ove la situazione era intollerabile per la presenza dell’asfalto.
Il 3 novembre ci chiedevamo quale genialata avrebbero escogitato fra
Comune e Soprintendenza. Per fortuna lor signori hanno lasciato riposare le
menti e, pare, esaurite le scorte di mattoncini rossi tipo Gubbio,si sono limitati a far porre in opera i blocchi già visti altrove.
Certamente meglio dell’asfalto, ma insufficienti, a nostro avviso, in
relazione alle caratteristiche generali del nostro Centro storico.
17
novembre 2009, città turistica?, ma di turismo sessuale?
Il
giorno 6 scorso, il signor Filippo Brindisi, a commento dell’immagine a
sinistra (vicolo Piantanova, sotto Palazzo Sabbetta) e riferendosi al
Sindaco di questa città, scriveva sulla bacheca del gruppo FacebookSalerno per Palazzo Sabbetta:
Chissà non lo fermasse ricordargli che la porta sulla parete sinistra nella
foto è stato l'ingresso di una casa chiusa, una casa di tolleranza, un
casino insomma. Fin agli anni 80 conservava ancora l'originale portone in
legno intagliato con figure umane nello stile di quando c'era "Lui"
l'originale, quello che col piccone ti apriva Via dei Fori Imperiali (noi
avremo Via dei Fori Luminari?).
Noi,
consci ma non rassegnati all’ineluttabile, siamo stati ancora una volta in
pellegrinaggio sul luogo e abbiamo scoperto sulla porta indicata dal signor
Brindisi, ironia della sorte, i resti di un manifesto che si vedono a
destra.
15
novembre 2009, macchina del tempo o ignoranza?
Che
Peppe l’Incompetente (al secolo Giuseppe Zampino, architetto,
soprintendente per i Beni Architettonici di Salerno e Avellino) agisse nel
modo che conosciamoin cattiva fede era un nostro sospetto, ma
abbiamo fatto bene a non esplicitarlo, poiché l’ultima tavanata sua e
della sua équipe di scienziati ci illumina sul fatto che all’Ente che
egli dirige (speriamo ancora per poco) non si agisce in cattiva fede, ma in
buona e sana ignoranza.
Il
nostro Peppe si produce in questi giorni quale curatore di una mostra
di pittura allestita presso la chiesa di San Salvatore de Fundaco. Il
fatto è singolare e di grande interesse scientifico, poiché prevede l’uso di
una sofisticata macchina del tempo; è, infatti, soltanto con l’utilizzo di
un siffatto aggeggio che Peppe, la pittrice, i dipinti, il
presentatore e la gentile Maria Gabriella, che distribuisce inviti e
comunicato stampa, potranno essere in quell’ex luogo di culto scomparso
dall’urbanistica cittadina sul finire del Cinquecento.
A
meno che Peppe e la sua équipe di scienziati non confondano San
Salvatore de Drapparia (della quale effettivamente danno l’indirizzo a chi
volesse visitare la mostra) con la scomparsa San Salvatore de Fundaco,
nel qual caso non si tratterebbe dell’utilizzo di un sofisticato aggeggio,
ma dell’esibizione di una buona dose di sana ignoranza.
Ma come
fanno a soprintendere se non sanno su cosa soprintendono?
10
novembre 2009, via Masuccio Salernitano.
Prospetto di
Casa d’Avossa (Palazzo Renna-Sabbetta). Certamente era una delle più
caratteristiche facciate lungo quell’antichissima via. Si notano i tre piani
inferiori in edilizia frammentaria tipica della prima metà del Cinquecento
(documentati a partire dal 1588) e il quarto piano realizzato nel Settecento dai
Lauro-Grotto, subentrati nella proprietà alla metà di quel secolo. A
quest’ultimo piano appartenevano i decori affrescati, i fregi marmorei e la
volta a stucco delle immagini in basso.
Il primo
personaggio che si vede a lato è, invece, Vincenzo De Luca, sindaco, detto
Vicienzo funtanella, per via delle fontane che ha disseminato in
città, delle quali la più pacchiana è quella che si vede davanti la chiesa
di San Pietro in Camerellis; detto anche Vicienzo l’illuminato, per
via delle altrettante pacchiane luminarie natalizie che pare gli mollano da
Torino, dopo che hanno raccolto i fischi di quelle popolazioni. In futuro
sarà noto anche come Vicienzo il demolitore o l’allargapiazze,
per via del delitto contro la memoria storica di questa città perpetrato il
via Masuccio Salernitano.
Il
secondo personaggio è Giuseppe Zampino, soprintendente per i Beni
Architettonici di Salerno e Avellino, detto ‘o silenzio assenso, per
via del fatto che tacendo vive. In futuro sarà noto soprattutto come
Peppe l’incompetente, per via del fatto che lui e gli altri
scienziati della Soprintendenza decretarono, riferendosi a quanto sopra
abbiamo visto: nulla di culturalmente interessante (!).
Al di
là dello strano coso di ispirazione cimiteriale innalzato al centro e
dell’utilizzo degli ultimi (speriamo) scampoli di mattoncini rossi tipo
Gubbio, la pavimentazione di piazza Sant’Agostino poteva dirsi
accettabile nel riutilizzo dei basoli strappati ai Barbuti, una cui
rimanenza ancora giace in loco (immagine 1) e di sampietrini. A
completare l’opera, nel complesso non ignobile, le acute menti dei tecnici
comunali hanno pensato di ripavimentare con sampietrini anche
i due passaggi coperti, l’Arco dei Pinto e la via Santa Maria de Domno, che
collegano la piazza alla via dei Mercanti.
Ecco,
però, l’immancabile caduta (di gusto e di buonsenso) che guadagna la
citazione su questa pagina: la via Giuseppe Vigorito, che da via Roma sale
dividendo piazza Sant’Agostino dal largo Dogana Regia, è riasfaltata, per
cui un orrido nastro nero corre a separare i basoli appena posti in
opera sull’attraversamento della piazza da quelli del largo (immagine 2).
Tale orrore si arresta a circa un metro dalla strettoia di via Santa Maria
de Domno e da raccordo fra l’asfalto e i sampietrini posti in questa
appare un tratto in cemento (immagine 3).
Oggi
ricorre il secondo complemese del cantiere inesistente.
Per
conoscere l’origine di questa ricorrenza clicca sull’immagine.
3
novembre 2009, Palazzo Sabbetta.
Purtroppo il palazzo che il curatore di questo sito e il gruppo Facebook Salerno per Palazzo Sabbettahanno sperato fino all’ultimo di poter
salvare, quello detto Renna-Sabbetta, ma che faremo bene a ricordare come
Casa d'Avossa,
cinquecentesco, che incorporava vestigia la cui natura mai conosceremo, è
praticamente distrutto, tanto che la luce del cielo salernitano penetra
nell’ex negozio Di Donato. A noi, che per esso ci siamo battuti, pur
sconfitti, rimane la certezza di aver operato dal lato giusto della
barricata e le immagini che rimarranno
pubblicate su queste pagine. Alla città rimane l’ignoranza e la protervia
della classe dirigente che si è data, l’incompetenza della dirigenza della
Soprintendenza per i Beni Architettonici, l’ignavia delle associazioni nate
per la tutela del Centro storico cittadino e le luminarie natalizie. Auguri.
Sono
ripresi i lavori di ripavimentazione ai Barbuti, precisamente al vicolo
Siconolfo. Qui la situazione era intollerabile per la presenza dell’asfalto.
Quale genialata avranno escogitato fra Comune e Soprintendenza?
Lo
scorso giorno 15 il TAR della Campania - sezione di Salerno ha accolto il
ricorso del Comune avverso il protocollo del 15 settembre con il quale la
Soprintendenza per i Beni Architettonici aveva avviato il procedimento per
la dichiarazione dell’interesse culturale di Palazzo Renna-Sabbetta.
Seguiamo la tempistica della vicenda:
In
previsione della completa demolizione dell’immobile, il 17 luglio la
Soprintendenza, ravvisando la possibile perdita di beni di interesse
culturale, chiedeva al Comune di non eseguire demolizioni
generalizzate e di essere costantemente informata in merito alla
esecuzione degli interventi.
Il 31
luglio rappresentanti del Comune e della Soprintendenza effettuavano un
sopralluogo congiuntofinalizzato alla individuazione della eventuale
presenza di parti di interesse storico o architettonico, sopralluogo che non
ha fatto emergere alcun “interesse culturale” (!); quindi, non avendo
visto niente di “interesse culturale”, in data 26 agosto, la
Soprintendenza comunicava alla Proprietà, che invocava la vigilanza
sull’immobile: l’edificio non è oggetto di alcun provvedimento di tutela
emesso da questo Ministero, né di dichiarazione di interesse culturale:
pertanto, non sussistendo i presupposti di legge, per questo Ufficio non
ricorrono obblighi di vigilanza.
Il 7
settembre su Cronache del Mezzogiorno compariva una lettera del
curatore di questo sito con la quale si poneva in evidenza l’identità del
palazzo, il fatto che contiene manufatti che andrebbero studiati, datati
e identificati in relazione alla loro funzione originaria, il suo
rilievo quale parte integrante del continuum urbanistico lungo via
Masuccio Salernitano. A questo punto, miracolosamente (qui non si vuol
sostenere a seguito di tale lettura), la Soprintendenza muta parere e
il 14 settembre invia proprio personale sul luogo allo scopo di eseguire
una prima documentazione fotografica; a tale personale, però, è
impedito dalla direzione dei lavori di poter effettuare qualunque ripresa.
Si giunge così al protocollo del 15 settembre avente per oggetto l’avvio del
procedimento per la dichiarazione dell’interesse culturale del palazzo,
contro il quale produrrà ricorso il Comune portando a sostegno una relazione
del 23 settembre del direttore dei lavori che attesta come nel corso dei
lavori non è stato rinvenuto nessun elemento di interesse culturale.
In
previsione della comparsa davanti al TAR, la famiglia Desiderio-Sabbetta
affida al curatore di questo sito la stesura di una
relazione storico-urbanistica da presentare
alla Soprintendenza affinché la utilizzi per sostenere l’interesse culturale
dell’edificio (poiché loro non sanno di cosa si parla, tanto è vero che nel
sopralluogo nulla avevano notato). Poi compaiono su questo sito
immagini che il personale della
Soprintendenza avrebbe potuto scattare, se non ne fosse stato impedito dalla
direzione dei lavori.
Si
giunge così al 15 ottobre. L’avvocatura dello Stato, che avrebbe dovuto
tutelare gli interessi della Soprintendenza, non è presente in aula, ma ha
depositato una generica memoria redatta da un funzionario della
Soprintendenza stessa in cui non compare neppure un capoverso della
relazione de Simone (potevano mai mostrare di aver bisogno di un
consulente esterno per cose che loro dovrebbero conoscere?), per cui è il
legale della famiglia Desiderio-Sabbetta a farla accludere agli atti, ma,
evidentemente, con perdita di rilievo. La sorte delle immagini già apparse
su questo sito non è chiara (forse mai pervenute, forse andate smarrite,
forse temute in quanto non autorizzate, forse imbarazzanti).
L’abile legale del Comune fa notare l’inconsistenza del tutto, pone in
grande rilievo il fatto che durante il sopralluogo del 31 luglio i tecnici
della Soprintendenza e la direzione dei lavori nulla di “interesse
culturale” avevano notato, fa notare il mutato atteggiamento della
Soprintendenza a seguito di notizie di stampa (si riferisce forse
alla lettera pubblicata da Cronache del Mezzogiorno il 7 settembre?),
fa notare che la mancata demolizione di questo edificio anonimo e
fatiscente pone in pericolo l’incolumità pubblica.
E
amen.
P.S.
“Il
Mattino”,
17 luglio 2009, articolo a firma Erminia Pellecchia:
Non va dimenticato che il palazzo, edificato nel Cinquecento, è sorto sui
ruderi del convento di S. Maria de Domno e, secondo chi ha avuto il coraggio
di metterci piede, conserva ancora resti della chiesa. Intanto il
soprintendente per i Beni archeologici Maria Luisa Nava annuncia che
monitorerà il cantiere.
A parte
la bufala su Santa Maria de Domno, cosa stanno facendo questi altri?
Continua
la demolizione dell’immobile, quindi noi, che non pensiamo male per non
incorrere in peccato, dobbiamo credere che non si è raggiunto ancora il punto
del tecnicamente necessario per la salvaguardia dell’incolumità pubblica
secondo il prudente e responsabile giudizio della Amministrazione, che
dovrebbe agire secondo criteri di proporzionalità e di contemperamento con
l’interesse privato (della proprietà dell’immobile),come recital’ordinanza del Consiglio di Stato 2009 04983.
Ma
concretamente, la città cosa sta perdendo per guadagnare una piazza per le
luminarie natalizie?
Guarda
la rassegna di dodici immagini che questo sito
si è procurato in esclusiva e pensa che ad ogni ora che passa i picconi
deluchiani mandano in discarica qualcosa di quello che vedi.
Ma cosa
rappresenta quello che vedi? Leggi la relazione
storica sull’immobile che il curatore di questo sito ha elaborato quale
consulente storico della proprietà di quello che fu Casa d’Avossa.
Ieri, in
proseguimento dell’udienza iniziata martedì 6, il Consiglio di Stato, in
sostanziale conformità a quanto già sentenziato dal TAR della Campania che, a
seguito di perizia d’ufficio stabilì la illegittimità della demolizione totale
del palazzo avviata dal Comune senza che ne sussistesse la reale necessità, ha
stabilito che la difesa della pubblica incolumità deve essere perseguita secondo
criteri di proporzionalità e di contemperamento con l’interesse privato e che,
quindi, la demolizione dell’immobile deve essere attuata nei limiti in cui è
tecnicamente necessaria secondo il prudente e responsabile giudizio
dell'Amministrazione.
L'ordinanza, quindi, riconosce al Comune, come già il TAR, la salvaguardia della
incolumità pubblica, ma ne respinge di fatto due capisaldi dell’azione fin qui
svolta, ovvero la necessità della demolizione totale (tanto da creare una
malaugurata piazza con fontana che il Primo cittadino già va propagandando come
l’opera 1 per il prossimo san Matteo) e l’esclusione dalla vicenda
dell’interesse della proprietà.
L’Amministrazione, dice il Consiglio di Stato, può demolire, ma soltanto per
quanto tecnicamente necessario; si esclude quindi la demolizione totale.
Bene, ma chi vigilerà su quanto è tecnicamente necessario? Ci si affida
al prudente e responsabile giudizio della Amministrazione, ossia al
giudizio di quegli stessi signori che vogliono la rasura al suolo della
cinquecentesca Casa d’Avossa. Ma mi facciano il piacere..., direbbe il
principe de Curtis.
Oggi
desideriamo porgere i nostri più sentiti auguri di buon complemese al
cantiere inesistente la cui nascita è annunciata dal cartello di cui a
sinistra si vede l’immagine. Esso fu affisso ad uno dei locali terranei di
Palazzo Fruscione in previsione dell’avvio del recupero architettonico di
quell’immobile, dal nostro Primo cittadino annunciato in pompa magna
all’approssimarsi della festività del Santo patrono (ventuno opere per il
ventuno settembre!, è il motto). Ma i buontemponi che l’affissero non
notarono che eventuali impalcature allestite lungo la facciata dell’immobile
sarebbero inevitabilmente entrate in conflitto con il bucato steso al sole
salernitano da una delle famiglie occupanti (immagine in basso). Terremo
d’occhio palazzo, cartello, bucato e cantiere inesistente e di quest’ultimo
annoteremo i complemese sperando, da salernitani amanti del Centro storico,
di non dover celebrarne anche qualche compleanno.
3
ottobre 2009, Palazzo Sabbetta.
Durante la scorsa settimana (a iniziare da venerdì 25 settembre) è andato in
scena, e continua nelle repliche, un nuovo atto della tragicommedia di via
Masuccio Salernitano. Ne scriviamo su questa pagina soltanto oggi non perché
ci fosse ignoto l’evento (ne hanno scritto tutti i giornali con cronaca di
Salerno e ne hanno parlato tutte le televisioni locali), ma perché abbiamo
preferito osservare l’evolversi del fatto prima di valutarlo.
Venerdì 25 tecnici e operai impegnati nella demolizione avrebbero avvertito
vibrazioni e scricchiolii nella struttura dell’immobile tali da far temere
un imminente crollo. Non sono stati allertati i Vigili del Fuoco per la
valutazione della eventuale necessità di sgombrare gli immobili adiacenti,
ma si è preferito inoltrare una comunicazione al Comune. Domanda: e se
nella notte il fabbricato fosse effettivamente crollato?
L’indomani, sabato 26, i Vigili Urbani, comandante in testa e assessore alla
Protezione civile al seguito, hanno transennato gli accessi alla parte di
via Masuccio Salernitano già sovrastata dall’imponente struttura di
salvaguardia; ma domenica 27 la via risultava di nuovo aperta al transito
(immagine), per essere poi richiusa, riaperta e ancora richiusa, secondo
l’estro del momento.
Vibrazioni e scricchiolii? Ma non sono i tentativi violenti di demolirlo
(rimbombi si odono da via dei Mercanti e da via Roma) che fanno vibrare e
scricchiolare il palazzo che pare resistere tenacemente? Non siamo tecnici e
non valutiamo, osserviamo soltanto che la vicenda aggiunge un elemento alle
ragioni pro-demolizione che il Comune porterà all’udienza davanti Consiglio
di Stato fissata per il prossimo martedì 6.
A
pensar male si fa peccato
- direbbe un noto politico - ma spesso...
Intanto,
con la lentezza da bradipo tipica degli organi ministeriali (con buona pace
di Brunetta) si è mossa anche la Soprintendenza, ma in perfetta confusione e
senza essersi preventivamente munita di una relazione storico-ambientale;
prevedibilmente, il tentativo di sottoporre l’immobile a vincolo è stato
immediatamente stoppato dal Comune con un ricorso al TAR salernitano che si
discuterà il prossimo giorno 15. (Continua...)
È fissata
per il prossimo martedì 29 l’udienza davanti al Consiglio di Stato per la nota
vicenda della demolizione di Palazzo Sabbetta. In quella sede, la proprietà,
avendo ottemperato al disposto del TAR che aveva fissato il termine di quindici
giorni dal 3 settembre per la presentazione di un proprio progetto di recupero
dell’immobile, sosterrà quanto già riconosciuto dal Tribunale Amministrativo a
seguito di perizia d’ufficio, cioè la recuperabilità del fabbricato. Di contro
il Comune sosterrà l’irrecuperabilità e la necessità di continuare nella
demolizione. Convitato di pietra nel caso continua ad essere la Soprintendenza
ai beni storici-ambientali che, ignorando l’identità storica dell’immobile
(prima Casa d’Avossa, poi Palazzo Lauro Grotto), rimane inerte, come lo è sempre
davanti alle problematiche della tutela del nostro Centro storico, quasi che
tanto non fosse il proprio motivo di esistenza.
Giunge
notizia, dopo l’inserimento in questa pagina del testo soprascritto, che
l’udienza davanti al Consiglio di Stato è stata rimandata a martedì 6 ottobre.
19 settembre 2009, Ma san Matteo protegge
ancora Salerno?
Il periodo immediatamente antecedente la
festività di san Matteo, per tradizione deluchiana, è il momento in cui si
inaugurano opere pubbliche o pezzetti di esse (la Cittadella giudiziaria è
stata inaugurata a pezzetti un numero immemorabile di volte). Quest’anno, il
Centro storico, in onore del Santo patrono, si è arricchito di un numero
straordinario di eccentriche stramberie di gusto pacchiano e carnevalesco,
quasi non fosse il cuore dell’antica capitale dei principi longobardi, ma un
carrozzone da caravanserraglio.
I Barbuti sono stati violentati da mattoncini
rossi di gusto tosco-umbro che nulla c’entrano con il loro contesto
storico-ambientale; piazza Sant’Agostino ha avuto anch’essa la sua razione
di mattoncini e, pare, i basoli strappati ai Barbuti, prima di
essere arricchita da un Coso indecifrabile, che molto richiama
architetture cimiteriali e che, forse, vuole essere un omaggio ai porticati
dei casermoni che, responsabili le amministrazioni Menna e compagnia,
deturpano il luogo; il massimo è stato raggiunto lungo le pareti esterne
della chiesa di San Gregorio (prima citazione
marzo 1058) deturpate dalla posa in opera di ceramiche di gusto vietrese,
assolutamente incoerenti con la storia e l’identità del luogo, ma di sicuro
effetto, poiché si sa che le carnevalate più sono vistose più suscitano
sentimenti di ammirazione. Il tentativo di arricchire via Masuccio
Salernitano di uno spiazzo al posto di Casa d’Avossa, oggi Palazzo Sabbetta,
per il momento è andato frustrato, ma al Comune sperano di condurlo in porto
per il san Matteo del prossimo anno.
Allora
la domanda: Ma san Matteo protegge ancora Salerno?
19 settembre 2009.
Il signor Massimo La
Rocca scrive:
Stamani
il sindaco De Luca, da quel gioiello artistico che è l'antica CHIESA
DELL'ANNUNZIATA restaurata grazie alle sollecitazioni del cardinale Martino,
è passato ad inaugurare quel brutto Coso rivestito di travertino al centro
di PIAZZA SANT'AGOSTINO; De Luca non ha capito che un brutto monumento puoi
ricoprirlo anche di diamanti, ma resta un brutto monumento. Giusto un anno
fa lo stesso De Luca impedì all'arcivescovo Pierro di erigere sul sagrato
del Palazzo Arcivescovile un monumento a PAPA GREGORIO VII, questo sì un bel
monumento; l'Arcivescovo fu poi costretto a traslocare tale monumento al
Seminario di Pontecagnano, e in tal modo Salerno ha perso la possibilità di
arricchirsi di una piccola opera d'arte e al tempo stesso piccola meta
turistica; infatti i turisti diretti al Duomo si sarebbero sicuramente
fermati a fotografare il monumento a Gregorio VII; in compenso però abbiamo
De Luca che ci arricchisce di schifezze, come il Coso di Piazza
Sant'Agostino, spacciandole per opere STRAORDINARIE, opere che mai nessun
turista perderà tempo a fotografare; chissà perché poi di ogni opera che
inaugura, De Luca dice che è straordinaria, anche se si tratta di un banale
marciapiede! Il progettista del Coso di Sant'Agostino non ha fatto un grande
sforzo mentale per partorire il Coso stesso; una piazza come Piazza
Sant'Agostino meritava invece un monumento di qualità di gran lunga
superiore. E' strano che un Sindaco che demolisce manufatti di un certo
valore storico e architettonico come PALAZZO SABBETTA, la Palazzina liberty
delle Terme Campione, i Magazzini Generali del Molo Manfredi, il Palazzo
della Dogana del Porto Antico, incoraggia la realizzazione di tali
schifezze, potenzialmente destinate alla DEMOLIZIONE in un futuro si spera
non lontano.
Ma,
al di là di quanto scrive il signor La Rocca, questa città si arricchisce
ogni giorno di belle cose di pessimo gusto, come si può vedere
percorrendo via dei Mercanti. Grande genialata carnevalesca è stata
posta in opera lungo i muri dell’antichissima chiesa di San Gregorio (prima
citazione marzo 1058 - scheda in i luoghi di
culto) decorandola con improprie ceramiche di gusto vietrese che
evidentemente con la storia e l’identità del luogo c’entrano come i classici
cavoli a merenda. C’è da chiedersi se tale intervento non costituisca
deturpamento di immobile di interesse storico, ma non chiederlo alla
dirigenza della Soprintendenza, potresti svegliarla dal suo beato sonno (o
è quello stesso ente che ha promosso l'opera?).
1
2
17 settembre 2009, Palazzo Sabbetta.
Aggirando il disposto del TAR, che ha giudicato immotivata e arbitraria la
demolizione dell’antico immobile disposta dal Comune, sabato scorso è
ripreso l’accanimento su Palazzo Sabbetta, nonostante il Tribunale avesse
accordato alla proprietà quindici giorni di tempo (che scadranno domani) per
la presentazione di un progetto di recupero.
Immagine
1. L’enorme gru in azione in via Masuccio Salernitano.
Immagine
2. Il materiale di risulta della demolizione è caricato su automezzi che
stazionano a lato della chiesa del Santissimo Crocifisso.
Intanto il curatore di questo sito ha appreso che:
1. La proprietà domani, in ottemperanza al disposto del TAR,
presenterà il richiesto progetto di recupero.
2. La presunta comproprietà nell’immobile della Santa Sede (per
cui è stato rivolto un appello alla demolizione da un gruppo di bambini
direttamente al Papa) è una bufala, poiché il Vicariato di Roma, nella persona
di monsignor Mario Scala, già provvide a suo tempo alla rinuncia formale di una
donazione fatta da una delle allora proprietarie.
3.
Attualmente la proprietà è nelle mani di un’unica famiglia, ad eccezione di uno
dei locali terranei, per cui la dichiarazione recente del Primo Cittadino che
non vi è accordo fra la miriade di proprietari è altra bufala.
È notizia della Polizia Municipale che la notte scorsa raffiche
di vento hanno causato la caduta di detriti dall’acquedotto medievale su via
Arce, per cui i vigili sono intervenuti a tutela dell’incolumità pubblica.
Stamani, però, l’area non appare transennata né si nota il materiale caduto,
con ogni evidenza prontamente rimosso.
Questo monumento cittadino, già depauperato dalle amministrazioni
Menna e compagnia con la demolizione, a favore dei palazzinari di turno, di
una parte consistente sul rione Mutilati e a monte di via Michele Vernieri
(ma un altro pezzo è caduto anche con l’apertura del trincerone), è
lasciato da decenni senza interventi di manutenzione.
Ci
auguriamo di essere cattivi profeti, ma provocatoriamente avanziamo
l’ipotesi che in un futuro non lontano residenti e commercianti del luogo, a
tutela della propria esistenza in vita, invocheranno la demolizione di
questi inutili archi, che hanno il torto di non condurre acqua, né a mulini
né a fontane.
5 settembre 2009, Palazzo Sabbetta.
Ormai non
passa giorno senza che la telenovela di via Masuccio Salernitano si arricchisca
di nuovi episodi e ci costringa a nuovi commenti e interrogativi.
1
2
3
Immagine 1. Tardivamente, il Comune ha apposto
al cantiere il cartello indicante la natura dei lavori, il loro importo, il nome
della ditta appaltatrice e quant’altro. Apprendiamo così che la demolizione
totale dell’immobile (giudicata illegittima dalla Magistratura) è stata
appaltata per poco meno di mezzo milione di euro. Quesito: ove la proprietà
presentasse un progetto di consolidamento coerente affidando i lavori ad altra
impresa, quale contenzioso si istaurerebbe fra il Comune e l’impresa
appaltatrice della demolizione non eseguita? Secondo quesito: ove la proprietà
non dovesse presentare un progetto adeguato e si dovesse procedere alla
demolizione, come il Comune pensa di recuperare il mezzo milione dai vari
proprietari fra cui la Santa Sede? Forse facendo vendere giudizialmente l’area
di risulta a qualche palazzinaro ansioso di innalzare un nuovo orrore incoerente
con il Centro storico?
Immagine 2. L’enorme impalcatura realizzata per
l’avvio della demolizione, pare costata oltre trentatremila euro, invocata da
residenti e commercianti che giustamente temevano la caduta di detriti sulle
loro teste, pare, secondo notizia odierna di stampa, sia divenuta oggetto di
denigrazione da parte di quegli stessi residenti e commercianti che minacciano
ora di smontarla con le proprie mani (!?).
Immagine 3.
Stamani, l’angolo che per settimane ha visto il presidio di una pattuglia della
Polizia Municipale appare deserto. Ci auguriamo che i vigili siano utilizzati
dal Comando per servizi più seri che il presidio di Palazzo Sabbetta.
4 settembre 2009, dal nostro Centro storico vituperato.
Palazzo Sabbetta.
I giudici del Tribunale Amministrativo Regionale
hanno ritenuto, a seguito di una consulenza tecnica d’ufficio, prive di
fondamento le perizie di parte presentate dal Comune che giudicavano
irrecuperabile l’immobile e quindi necessaria la sua demolizione totale.
Conseguentemente hanno disposto che entro quindici giorni la proprietà presenti
un proprio progetto di consolidamento di quanto non ancora demolito.
Il tempo ci dirà se quello degli eredi Sabbetta
è un bluff o effettivamente hanno intenzione e possibilità economica per
procedere. Pare, comunque, allontanarsi l’eventualità che l’area di risulta
dell’antico edificio divenga luogo per sorbire caffè prima di essere consegnata
a qualche palazzinaro che già si leccava i baffi immaginando il sorgere di un
nuovo orrore e il relativo lauto guadagno.
Barbuti.
A latere della questione ripavimentazione in
rosso, è notizia che il consigliere comunale Giuseppe Zitarosa (Forza
Italia) ha chiesto l’inserimento nel prossimo consiglio comunale del punto
all’ordine del giorno redazione ed adozione del piano del colore per il
centro storico di Salerno. L’idea che il Centro storico debba avere colori
uniformi (ma và!) è venuta all’esponente politico visitando Ostumi, il che pone
in evidenza il provincialismo della classe dirigente (sia di destra che di
sinistra) di questa città definita europea, pronta ad accogliere
suggerimenti provenienti dall’esterno e a snobbare quelli provenienti
dall’interno: il Nostro, come tutti i consiglieri e gli assessori
comunali, ricevette, il 24 marzo scorso, una mail dal curatore di questo sito
con la quale si sollecitava un intervento teso a bloccare la posa in opera dei
mattoni rossi davanti Santa Maria dei Barbuti. Ovviamente non vi fu risposta.
Ora, con il piano del colore, l’egregio consigliere si ripropone la
realizzazione di una riqualificazione urbanistica grazie alle indicazioni di
un progetto unitario di fondo, studiato e calato nella specifica realtà di
Salerno, tenendo cura dell’ambientazione storica preesistente ed indirizzando le
esigenze dei privati verso una armonica realizzazione degli interventi non
contrastando ma valorizzando l’esistente realtà estetica.
Ma mi faccia
il piacere!...,
direbbe il principe de Curtis.
1° settembre 2009, dai cantieri nel Centro storico.
Barbuti.
Sembrano ultimati (o sospesi?) i lavori di manutenzione
straordinaria che, secondo il cartello a suo tempo posto in loco,
avrebbero dovuto interessare le vie Botteghelle, Giovanni Guarna,
Siconolfi, Guaimano e Barbuti.
La sorte
peggiore è toccata al vicolo Barbuti, che si è visto strappare i
tradizionali blocchi di pietra lavica sostituiti in piccola parte da anonimi
blocchetti imitativi degli originali e in gran parte dall’orrore
costituito dagli ormai tristemente famosi mattoncini rossi. Una sorte
intermedia è toccata al vicolo che i progettisti dell’intervento chiamano
Guaimano, che il Comune chiama Guaimaro IV e che in realtà
dovrebbe chiamarsi Guaimario IV, ripavimentato con altri anonimi
blocchetti grigi, ma diversi da quelli posti in opera all’inizio del vicolo
Barbuti, lungo Palazzo Fruscione, tanto per fare campionario. Un velo
pietoso è da stendersi sull’intervento operato sull’area che ospita il
teatro estivo, ove sono stati posti in opera blocchetti grigi, mattoncini
rossi e marmi che con l’ambiente del nostro Centro storico c’entrano come i
classici cavoli a merenda. La sorte migliore è toccata a via delle
Botteghelle, con un intervento limitato alla sola area estrema
settentrionale che ha salvato la pavimentazione originale. E la via Giovanni
Guarna e il vicolo Siconolfo, che i progettisti dell’opera chiamano
Siconolfi? Pare abbiano fortunosamente evitato qualsiasi intervento
conservando il loro deprecabile asfalto; deprecabile, ma senz’altro meglio
dell’orrore rosso.
Piazza Sant’Agostino.
Lasciata
dalla Soprintendenza al suo destino (pare non sia stato trovato altro che le
fondamenta degli edifici lì insistenti fino ai bombardamenti del secondo
conflitto mondiale), la riqualificazione è in esecuzione: pare che i
marciapiedi avranno i mattoncini rossi non utilizzati ai Barbuti, tanto per
esaurire le scorte, mentre il fondo stradale avrà i classici blocchi di
pietra lavica caratteristici del nostro Centro storico (evviva!). Saranno
gli stessi strappati al vicolo Barbuti o, portati quelli in discarica, ne
sono stati acquistati altri ex novo, tanto per movimentare le casse
comunali? Alla luce di questa scelta, quale logica ha quanto operato
scelleratamente davanti Santa Maria dei Barbuti?
a lato: marciapiede lungo il fronte
posteriore di Palazzo Sant'Agostino
in basso: blocchi di pietra lavica pronti per essere posizionati
Palazzo Sabbetta.
Si
attende per il prossimo giorno 3 una pronunciamento della Magistratura
sulla
legittimità della demolizione totale disposta dal Comune in danno della
proprietà dell'immobile e del patrimonio storico-architettonico cittadino.
Intanto,
il cantiere sotto sequestro è giorno-notte sorvegliato da una pattuglia
della Polizia municipale, pare per impedire che gli eredi Sabbetta o loro
mandatari compiano un blitz occupando fisicamente i locali.
Siamo
alla paranoia.
Notizia
precedente sull’argomento Barbuti 30 luglio 2009;
sull’argomento
Il
Primo cittadino ha perso la corsa giorno-notte-festivi intrapresa per
battere
sul
tempo la Magistratura. Da alcuni giorni, il cantiere è sotto sequestro,
evidentemente per accertare che la demolizione disposta dal Comune rispetti
quanto già disposto dal TAR, ossia che sia strettamente necessaria ad
assicurare la incolumità pubblica.
La
festività del Santo patrono si avvicina e pare che il Nostro non avrà
modo nell’occasione, come previsto qualche settimana fa da un noto
quotidiano cittadino, di pavoneggiarsi sullo spiazzo di risulta di una delle
antiche residenze della famiglia d’Avossa, in cui insistono elementi
architettonici da sottoporre a studi accurati per determinarne età ed
identità. Anzi pare che qui uno spiazzo da offrire agli appetiti di qualche
palazzinaro per la creazione di un nuovo orrore non ci sarà mai,
poiché, anche se si dovesse riconoscere la necessità della demolizione dei
piani superiori, è difficile che si riconosca la stessa necessità per il
piano terraneo e i primi due o tre.
Intanto,
curiosamente, il cantiere sotto sequestro, così come lo era a lavori in
corso, è costantemente sorvegliato da una pattuglia della Polizia
municipale. Non si capisce a quale scopo: forse per impedire agli eredi
Sabbetta di ricostruire quanto demolito o forse nel timore che il Primo
cittadino, in un impeto di furia demolitrice, dia di mano personalmente ad
un piccone e faccia giustizia sommaria di questo mostro che turba i suoi
sonni.
Il TAR ha
escluso ogni ipotesi di abbattimento. Il caffè che il fronte pro-demolizione
aveva intenzione di gustare sull’area di risulta rischia di freddarsi. La
Soprintendenza (che non sa nemmeno di cosa si parla) dovrà pazientare per
recuperare i resti del fantomatico monastero di Santa Maria de Domno che mai
esistette, né lì né altrove. Intanto i topi che pare infestassero il sito sono
stati avvistati sugli arenili cittadini, a godersi il sole e il mare di questa
città europea. La tragicommedia continua.
a
sinistra: inaugurato il nuovo largo dei Barbuti. Si tratta di
un’opera del tutto estranea al contesto storico-urbanistico nel quale è
stata inserita. L’area di risulta dell’anticocomplesso abitativo, parte del monastero di Santa Maria della Mercede,
parte della famiglia Verta, lungi dall’essere recuperata alla memoria
storica, è stata semplicemente ricoperta da una pavimentazione in cui non
mancano gli ormai famosi mattoncini rossi. La buona notizia è che si sono
salvati i resti dei muri perimetrali dell’antico edificio lungo il vicolo
Gisolfo II (ma chi era questo Gisolfo?).
a
destra: lavori a Palazzo Sabbetta in via Masuccio Salernitano, fra smanie
demolitrici, tragicommedie e ricorsi al TAR: demolizione o recupero?
Vedremo.
Notizia
precedente sull’argomento Barbuti, 13 giugno 2009.
7 luglio 2009, Matierno.
Il
Sindaco (al quale ieri è stato assegnato il premio Campania Awards 2009 per
l’impegno profuso nella trasformazione urbanistica e nella salvaguardia
dell’ambiente) oggi incontra i cittadini della frazione per illustrare i
Grandi lavori in progetto. Intanto gli attacchini comunali, per
propagandare la visita del Primo Cittadino, un lavoro nel campo della
qualità ambientale l’hanno già eseguito con affissioni abusive sulla cabina
del metano (appena liberata dai manifesti elettorali), sulla centralina
della Telecom, sui pilastri del Palazzetto dello sport (luogo esposto alle
visite di atleti e accompagnatori extraprovinciali), addirittura (nessuno
aveva mai osato, nemmeno i più spregiudicati fra i candidati amministratori)
sul muro della chiesa.
Strano destino, quello di Guaimario IV e di Gisulfo II. Padre e figlio,
furono gli ultimi principi longobardi di Salerno e, nella fortuna e nella
cattiva sorte, quelli che determinarono due momenti fra i più significativi
nella storia di questa città, il primo portandola alla massima importanza
nell’Italia dell’XI secolo, il secondo perdendola a favore dei normanni. I
due principi furono accomunati dal fatto che entrambi persero, il primo la
vita, il secondo il principato, ad opera dei fratelli delle rispettive
mogli, essendo da questi assassinato il primo, depredato del trono il
secondo. Ma la sorte, a distanza di un millennio, sarebbe stata ancora
singolarmente beffarda con essi, accomunandoli anche nella perdita delle
proprie identità; infatti Guaimario è divenuto Guaimaro e Gisulfo,
Gisolfo.
È
noto che dell’identità storica di questa città poco importa ai suoi
amministratori, come si vede dalla pavimentazione stradale tipo
tosco-umbra che viene posta in opera ai Barbuti (esempio di
provincialismo di bassa lega, altro che città europea), ma vogliamo
almeno restituire le identità ai nostri antichi principi o dobbiamo farci
ridere dietro da qualche turista non balneare, magari un tedesco che quei
nomi ben conosce?
13 giugno 2009, Barbuti.
al centro: ultimati i lavori in via delle
Botteghelle; la buona notizia è che la strada conserva la sua pavimentazione
tradizionale
a destra: uguale fortuna non incontra il vicolo
Guaimaro IV (ma il principe non si chiamava Guaimario?), ove la
pavimentazione posta in opera è costituita dai brutti blocchi già visti
lungo Palazzo Fruscione, con la variante che qui sono lisci, mentre lì sono
martellati
Al momento, l'orrore rosso sembra essere
limitato all'area di Santa Maria dei Barbuti.
La domanda (che certamente rimarrà senza risposta,
come d'abitudine dell'Amministrazione comunale) è: quale logica guida queste
scelte?
in basso:
9
maggio 2009, Fratte, piloni della tangenziale. Contributo di aspiranti amministratori al decoro cittadino
7 maggio 2009, piazza Sant'Agostino.
Al
momento non sappiamo se sta per essere realizzato un nuovo orrore, ma
lo temiamo.
Tracce di muri, forse semplicemente delle case qui esistenti prima dei
bombardamenti del secondo conflitto mondiale.
Alla
Soprintendenza cosa ne sanno?
Il
tutto sarà ignorato e ricoperto da mattoncini rossi tipo Barbuti?
4 maggio 2009, Barbuti.
A due mesi dalla prima segnalazione
sull'argomento, continua l'avanzata dell'orrore rosso ai Barbuti.
Intanto ho inviato proteste al Sindaco, a
ciascuno degli Assessori, ai Gruppi Consiliari sia di maggioranza che di
opposizione; ho segnalato la problematica agli organi di stampa, alle
televisioni locali, ai giornali on-line, alla Soprintendenza ai Beni
Architettonici, alla Società Salernitana di Storia Patria, a Italia Nostra,
al Fai, alle Associazioni Culturali cittadine, al Dipartimento Beni
Culturali dell’Università. Fra tutti, ho ricevuto riscontro soltanto
dall’amico Raffaele Avallone (che ha scritto un articolo sul quotidiano
Cronache) e dalla Società Salernitana di Storia Patria, il cui
presidente Francesco Li Pira ha girato la denuncia a tutti i soci suscitando
la reazione, però, di uno soltanto di essi, il professor Giancarlo Abamonte
del Dipartimento di Filologia Classica "F. Arnaldi" dell’Università Federico
II di Napoli che scive: Caro Francesco, ti ringrazio per avermi rispedito
le foto e la lettera giustamente indignata del sig. De Simone. E' una scelta
orribile, che ti assicuro da vicino fa ancora più impressione che nelle foto.
A
breve sarà indetta la gara per l’appalto del recupero architettonico
di
Palazzo Fruscione. I lavori prevedranno indagini archeologiche tese a
recuperare la quota di impostazione dell’immobile, con
scavi
nell’adiacente vicolo Barbuti;
ciò
significa che il selciato appena messo in opera dal comune sarà vittima dei
martelli pneumatici.
La
domanda è:
ma
l’amministrazione non sapeva?
La
speranza invece è che la ditta vincitrice dell’appalto sia in grado
di
ripristinare poi il selciato tipico del nostro centro storico, rimediando,
seppure in piccola parte, allo scempio.
in
alto: palazzo Fruscione,
al
quale insigni storici cittadini hanno attribuito le più varie identità ed
età: parte della reggia di Arechi? Antico archiepiscopio? Normanno? Angioino?
a
lato: il selciato orribilis posto a spezzare la continuità ambientale
a lato: non sperare di poterlo osservare da
vicino, poiché l'accesso è
chiuso da un cancello
in
basso: altro tratto residuo delle stesse mura, appena visibile in fondo
a lato: anche in questo caso non sperare di
poterlo osservare da vicino,
poiché l'accesso è chiuso da un altro cancello
Le due strade che abbiamo visto chiuse dai
cancelli e, quindi, ridotte ad uso condominiale hanno delle denominazioni:
via Paolo Diacono e viaPompeo de Ruggiero e come tali
sono inserite nello stradario della città, come è possibile verificare sul
sito web del comune, il che dovrebbe significare che sono vie
pubbliche.
Come è possibile che siano state chiuse da quei
cancelli?
Come è possibile che si permetta ad un
condominio di privati di inibire alla fruizione pubblica questi accessi ad
un sito storico di primaria rilevanza per l'identità di questa città?
Quei ruderi sono cosa propria di quel
condominio o patrimonio della collettività non solo cittadina, ma
addirittura universale, essendo testimonianza di quella che fu la capitale
di uno degli stati più rilevanti dell'Italia intorno all'anno Mille?
E se quel condominio dovesse deliberare la demolizione o
semplicemente una destinazione d'uso impropria di quelle mura chi potrebbe
impedirglielo? Il comune, che pare abbia abdicato alla proprietà delle
strade? La soprintendenza? Ma qualcuno di questo ente preposto alla tutela
del nostro patrimonio storico e ambientale conosce almeno lo stato di quelle
mura? Le ha mai osservato da vicino? Qualcuno, fra soprintendenza e comune,
conosce lo stato del tratto di cinta nascosto dietro al palazzo?
E i condomini adiacenti, che anche incorporano e occultano altri
tratti di quelle vestigia, quali diritti su di esse vantano?
Quale impressione su Salerno ricaverà il turista costretto ad
osservare un pezzo di storia attraverso cancelli condominiali?
4 marzo 2009, Barbuti.
in alto: cumulo di blocchi di pietra vulcanica
strappati dalla pavimentazione stradale
a lato: il tipico selciato del centro storico
sostituito da un'anonima
pavimentazione grigia
a destra: orrore rosso davanti
Santa Maria dei Barbuti
Chi decide
presso il Comune la realizzazione di questi scempi? Dove sono gli organi
preposti alla conservazione del nostro patrimonio ambientale? Possibile che il
carattere del centro storico debba essere così impunemente snaturato?
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18 febbraio 2009, via Spinosa.
in alto: Torre dei ladri.
1, l'immobile in origine. 2-3, il piccolo poggio sotto le arcate è divenuto un
enorme terrazzo che soffoca la palma intanto cresciuta nel giardino sottostante,
completamente coperto dal nuovo manufatto.
Comune,
Soprintendenza, sapete almeno di cosa parliamo? Tutto regolare, tutto
autorizzato?
in basso: (risultato) Panorama con palma
prigioniera
piazza Vittorio Veneto,
in alto: Orizzonte con muffe
prima visione del turista che giunge in città
avendo già subito il confort di Trenitalia