il sito di storia salernitana

a cura di Vincenzo de Simone

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il caso san Felice

 

Nel territorio del comune di Salerno esistono due chiese dedicate al culto di san Felice: San Felice in Felline e San Felice in Pastorano, la prima citata nella documentazione giunta fino a noi dall’ottobre 936, la seconda dall’ottobre 1183. Dovrebbe trattarsi di due luoghi di culto dedicati a san Felice presbitero e martire salernitano (+ probabilmente 303 o 304), le cui reliquie furono da Alfano I, arcivescovo di Salerno 1058-1085, poste nella cripta del duomo normanno insieme a quelle degli altri santi martiri Fortunato, Caio e Anthes e di cui scrisse Romualdo II Guarna, arcivescovo di Salerno 1153-1181, fissandone nel Kalendarium del suo Breviarium il ricordo liturgico alla data IX kal. martii, ossia al 21 febbraio.

Tanto fu messo in discussione dallo storico Carmelo Currò che ritenne il santo salernitano mai esistito, accreditando la tesi che fosse confuso con san Felice presbitero e martire nolano (+ probabilmente dopo il 313), ricordato il 5 e il 14 gennaio. Un primo problema è che il santo nolano non fu martire, ossia non morì per testimoniare la sua fede in Cristo, ma fu soltanto per qualche tempo imprigionato; il secondo, è che la sua figura è confusa con san Felice vescovo di Nola e martire (+ secondo una versione 95; secondo altra, 259), ricordato il 27 agosto o il 15 novembre, ma che, secondo altra tesi, non sarebbe mai esistito, essendo uno sdoppiamento della figura del san Felice presbitero. In realtà a Nola è venerato anche un altro Felice: è san Felice vescovo, 473-484, ricordato il 9 febbraio.

Incurante della tesi nolana, oggi il sito web della parrocchia di San Felice e Santa Maria Madre della Chiesa, che attualmente include il territorio anticamente di San Felice in Felline, riporta notizie storiche della chiesa insieme alle vicende del santo martire salernitano rivendicandone il culto. Sorgono però due problemi: il primo è che dalle notizie storiche risulta che la prima citazione della chiesa sarebbe “dell' 883 come dono ai Benedettini di S. Massimo di Salerno da parte di Teoperga figlia di Emerisio, vedova del longobardo Ragenbrando”, mentre un esame della fonte (doc. 98 del vol. I, pp. 123-126, del Codex Diplomaticus Cavensis) evidenzia che l’oggetto della donazione di Teoperga non è la chiesa (che in nessuna parte del documento è nominata), ma un terreno posto in Felline; il secondo è che attualmente la chiesa non è intitolata a san Felice presbitero e martire salernitano, ma a san Felice I papa e martire (269-274), ricordato il 30 dicembre.

Dalla sua comparsa nelle fonti al 1811, quando la parrocchia fu soppressa e il territorio unito a Santa Croce, il titolo della chiesa fu semplicemente San Felice in Felline, senza precisazione della qualità del santo (presbitero, martire, vescovo, papa o altro). La nuova parrocchia che si costituiva ebbe il titolo di Santa Croce e San Felice, anche in questo caso senza alcuna precisazione. Nel 1961 si ripristinò la sede parrocchiale presso l’antica chiesa, ma, come accennato, si scelse, non è chiaro sulla base di quale presupposto, il titolo di San Felice I papa e martire, riconosciuto civilmente con decreto presidenziale del 31 agosto e registrato dalla Corte dei conti il 18 ottobre. Altro fatto singolare è che nella scissione da Santa Croce, a quest’ultima non fu sottratto il titolo di San Felice, ma la parrocchia continuò e continua a fregiarsene, come dal decreto arcivescovile del 7 luglio 1986, con il quale si fissavano i titoli che saranno riconosciuti civilmente del ministero dell’Interno il 29 novembre successivo. Intanto, il 15 ottobre 1969, era stata istituita la nuova parrocchia di Santa Maria Madre della Chiesa, alla quale il 28 giugno 1986 è unita San Felice I papa e martire, per cui il nuovo titolo, San Felice e Santa Maria Madre della Chiesa, è comunicato al ministero dell’Interno lo stesso 7 luglio 1986.

Attualmente, presso la parrocchia il titolo di San Felice I papa e martire è considerato un clamoroso errore della Curia arcivescovile operante nel 1961, forse dettato dal desiderio di assicurare alla rinata parrocchia un patrono certo nel timore che fosse reale l’inesistenza del martire salernitano, della quale già si discuteva.

 

 

San Felice in Felline, affresco

La vicenda del martirio del nostro san Felice presbitero e martire salernitano che si legge sul citato sito web parrocchiale è riassunta su quello dell’arcidiocesi, che però aggiunge un curioso particolare: “Dracco, prefetto della città, comandò che (Felice) fosse condotto fuori le mura, attraverso la via Portuense, in una località distante due miglia" dove fu decapitato. Ora, chiunque mastica un pochino di urbanistica salernitana sa che questa città mai ebbe una via Portuense; se poi si mastica un pochino di cultura generale si dovrebbe sapere che una via Portuense esiste a Roma, costruita alla fine del I secolo per collegare l'Urbe con il porto fatto costruire dall'imperatore Claudio alla foce del Tevere. Ed infatti, a Roma, al terzo miglio della via Portuense, sul luogo ove sorgerà il cimitero poi a lui dedicato, fu decapitato un altro san Felice che il martirologio romano ricorda il 29 luglio.

Portandoci alla storia di San Felice in Pastorano, anche in questo caso non abbiamo elementi per determinare la qualità del santo ivi venerato. Un indizio lo cogliamo da alcune descrizioni seicentesche del dipinto posto sull’altare maggiore: vi era raffigurata la beata Vergine con a lato i santi Felice presbitero e Felice martire (il primo il nolano, il secondo il salernitano?). Si direbbe che, nell’impossibilità pratica di determinare a quale san Felice fosse in origine dedicato il luogo di culto, si abbia voluto risolvere il problema onorando i due in contemporanea. Nei secoli successivi di questo dipinto si perderanno le tracce e, dopo la breve comparsa di un’altra icona ove appare da solo un san Felice non identificato, nel 1917 si rileva nella chiesa l'esistenza di una statua “del santo Patrono”, mentre nel 1973, a devozione di un figliano, sulla facciata, al di sopra della porta, è realizzata la riproduzione della stessa statua, che è un manufatto di fine settecento e che raffigura un san Felice in abiti vescovili. Quando è avvenuto il passaggio dai santi precedenti a questo? e, sopratutto, chi è costui?

Nella nutrita schiera di vescovi Felice poi innalzati agli onori degli altari, secondo la tradizione parrocchiale raccolta dall’attuale (2010) parroco don Giacomo Palo, il nostro è da identificarsi con il vescovo martire di Tubzac o Thibinca, oggi Zoustina, presso Cartagine, in Tunisia (247-303), decapitato il 15 luglio e in tale giorno ricordato dal martirologio romano e festeggiato nella parrocchia di Pastorano. Questo sarebbe il san Felice venerato anche a Venosa (Potenza), con l’appellativo di Thibiuca,

San Felice in Pastorano, facciata

 

18 agosto 2012. Riceviamo da Carmelo Currò.

S. Felice a Salerno, la vera identità

E’ stato opportunamente e autorevolmente ricordato come io abbia negato la reale esistenza di un S. Felice martire salernitano, già sostenuta dal defunto canonico Carucci il quale, se non sbaglio, riuscì persino ad avere una sorta di riconoscimento liturgico della sua memoria, riconoscendolo nel presunto Felice cui è intitolata la chiesa omonima a Torrione.

Carucci, si sa, voleva discutere e insegnare su argomenti dei quali non aveva alcuna conoscenza, dalla storia dell’arte all’agiografia; con grande ostinazione non solo si impegnava nei suoi ragionamenti ma li metteva sulla carta, li pubblicava e pretendeva che la gente gli desse ragione. Ringraziamo Dio che si è fermato di fronte ai numeri e alle formule, altrimenti se avesse deciso di fare il chimico, sarebbe stato micidiale per i suoi vicini.

Di come siano andati avanti i suoi studi sui santi la dicono lunga alcuni saggi di nessun valore e fondamento, come quello esemplificativo su S. Caterina d’Alessandria; in cui sostiene senza prove sostanziali che la Santa protettrice della Scuola medica sia stata venerata a Salerno perché il suo culto fu introdotto nella città erede della scuola eleatica dal vescovo bizantino S. Eusterio. Dimenticando come siano solo ipotesi che i medici velini abbiano avuto eredi culturali in quella che sarebbe divenuta la capitale del Principato o che tutta la classe dirigente dell’area salernitana era etnicamente bizantina fino all’invasione dei Longobardi e che quindi il culto per una Santa orientale quale S. Caterina potrebbe essere stato introdotto da un componente qualunque del clero o dell’amministrazione e non da un determinato vescovo di cui appena si conosce il nome. Senza contare le infinite forzature sull’identificazione con Caterina della Santa il cui nome “sempre vergine” appare vicino alla figura sacra che si trova al lato della Madonna nei ritrovamenti archeologici medievali della chiesa di S. Pietro a Corte. Affreschi prudentemente ritenuti “bizantineggianti” ma che si intende egli vorrebbe ricondurre forse persino al periodo in cui i Longobardi non erano ancora giunti a Salerno. Se non fosse che di certo gli affreschi di cui si parla sono posteriori all’epoca in questione, se non addirittura risalenti al XII-XIII secolo (Cf. M. AMORUSO, Conservando… restaurando, da Salternum, N. 22-23). Lasciamo dunque da parte i risultati che provengono da una preparazione agiografica solo ipotetica; dal momento che ipotesi, postulati e forzature costituiscono moltissimi inutili e dannosi elementi che riempiono le operette del Carucci con cui egli invase e confuse la città per diversi decenni.

In realtà, nel S. Felice cui si riferiscono le chiese salernitane di S. Felice in Felline e di S. Felice vescovo in Pastorano, si ritrovano ricordi e sovrapposizioni di più santi che hanno portato questo nome.

A mio avviso, come ho scritto nel mio libro “Il sogno della dama ignota - Storia del Comune di Baronissi dalle origini al Settecento” (Montoro Inferiore 2011, pp. 16-17), la venerazione per il primo S. Felice deve essere stata rivolta a S. Felice sacerdote di Nola, città da cui probabilmente venne introdotto il Cristianesimo nell’area della Valle dell’Irno e a Salerno. Non è un caso che in città vengano infatti venerate le Sante (anche esse ritenute donne-medico o meglio praticanti di medicina) Tecla, Archelaide e Susanna, la cui tarda Passio racconta la traslazione delle loro reliquie da Cimitile di Nola a Salerno in epoca longobarda. Appare evidente che i nomi non sono stati scelti a caso, nella compilazione della storia se non nella scelta delle reliquie da portare nella capitale (se mai all’epoca si fosse trovato a Cimitile qualche residuo epigrafico). Archelaa era infatti la pia donna nolana che portava il pane a S. Felice prete quando questi fu rinchiuso in una profonda fossa dai pagani persecutori. Tecla era invece il nome della Santa veneratissima dai Longobardi del Nord Italia rifugiatisi nel Ducato meridionale dopo l’invasione dei Franchi, il cui culto essi portarono con sé insieme a quello dei santi Vittore, Ambrogio, Apollinare, le cui dedicazioni di trovano puntuali in alcune chiese del Salernitano; insieme ai ricordi e alle reliquie di Quirino e Genesio, poi confusi con sconosciuti Cirino e Quinigesio, i cui corpi furono portati in città dal Picentino sempre su volere dei Principi longobardi (Id., pp. 26-27). Infine, Susanna si chiamava una nota monaca benedettina salernitana.

La struttura di cui si compone la passio delle Sante, dunque, è organizzata tenendo in primo luogo conto di dati onomastici che dovevano essere graditi e non ignoti alla classe dirigente nell’epoca in cui fu redatta. E il dato del nome Archelaide lo ritroviamo proprio accomunato con quello di Felice che doveva essere stato uno tra i Santi più venerati nell’area campana dopo il periodo delle persecuzioni. Tuttavia, nell’altra Passio  dei tre Santi martiri  salernitani Caio, Ante e Fortunato, rinveniamo l’onomastico Felice, riferito a un compagno di martirio ritenuto essere stato vescovo buzocense, ossia presule della diocesi di Tibiuca, in Africa.

Il martire Felice che sarebbe morto a Venosa, dunque, considerato compagno dei tre  Santi salernitani nel corso della persecuzione di Valeriano nel 259-260, e non dell’altra di Diocleziano, come ho ampiamente dimostrato (Cf. C. CURRO’, Ancora sui tre Martiri salernitani: alcune considerazioni, in Rassegna storica salernitana, N. 23 1995, pp.319 e ss), è invece diverso sia da Felice prete che da S. Felice africano vescovo di Tibiuca e mai venuto in Italia nel corso della sua vita. Infatti, dovendo cercare di definire l’identità di un santo di cui si era perduta l’effettiva identità, i compilatori della Passio credettero di riconoscerlo in un santo omonimo molto venerato ai loro tempi. La ricostruzione agiografica deriva dal fatto che i Cristiani vissuti solo qualche secolo dopo le persecuzioni, aggiunsero alle loro devozioni anche quelle per i Santi africani cattolici perseguitati dai Vandali ariani. Infatti, dopo aver invaso l’Africa settentrionale e conquistato Cartagine nel V secolo, i Vandali avevano confiscato i beni della Chiesa e imprigionato quanti non si convertivano alla loro eresia. Fu allora che, per non essere sottoposti al pericolo dell’abiura, molti sacerdoti e  fedeli si rifugiarono in Italia meridionale, portando con sé reliquie e devozioni per i loro santi, i cui nomi si ritrovano anche nella nostra toponomastica, come è avvenuto per S. Adiutore, Cipriano, Ilarione, Menna. Il nostro S. Felice vescovo, dunque, sostituisce non nel nome ma nell’identità, la devozione per un altro omonimo campano, ed i due vengono confusi l’uno con l’altro, fino a stabilizzarsi, nel caso del S. Felice in Pastorano, con un non meglio identificato vescovo. Vescovo che, a mio avviso, è l’umana sovrapposizione  del Santo di Tibiuca al sacerdote nolano. Per Felline si rimane invece senza una “classificazione”, e meglio sarebbe considerare il titolo della chiesa come riferito all’antico Santo sacerdote di Nola.

Con buona pace di chi continua ancora a leggere Carucci.

Carmelo Currò