FONOLOGIA
PARTE VIII
FORME PARAGOGICHE
PARAGOGE IN -JE DEI MONOSILLABI
Quasi tutte le parole (nomi, aggettivi, avverbi, verbi) monosillabici (e in genere tutte le parole tronche) comportano un epitesi tipica del dialetto sanmartinese aggiungendo il suffisso -je. Fanno parte di questa categoria i pronomi personali soggetto (î, tu, nu, vu) e gli aggettivi possessivi (mi, to, so).
[*] Le forme sî, s(e)jè e s(e)ièje sono uguali (omografe e omofone) nei verbi sapé e èsse.
Gli avverbi scî e nò possono aggiungere (oltre alla normale epitesi in scije e nòje) il gruppo paragogico -ne e diventano scîne e nône.
PARAGOGE DEI POLISILLABI IN -JE
Hanno anche lo stesso comportamento le parole tronche terminanti i -î. Es.:
fandasî e fandasîje,
carestî e carestîje
uelî o uelîje
- ecc...
In genere nelle parole tronche si tende (non obbligatoriamente) ad apporre la terminazione -je. Es.:
velà e velaje
magnà e magnâje
candà e candâje
vedé e vedéje
- ecc...
Quindi tutte le forme infinite (parole tronche) dei verbi di tutte le coniugazioni possono aggiungere -je, tranne quelli della seconda coniugazione in -e atona (che sono parole piane).
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BISILLABI E POLISILLABI
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| FORME NORMALI | FORME PARAGOGICHE |
| fatî | fatije |
| 'nzevà | 'nzevaje |
| magnà | magnàje |
| merì | merìje |
| 'qquenzendì | 'qquenzendìje |
| seffrì | seffrìje |
| (g)uertà | (g)uertàje |
| vedé | vedéje |
| velà | velàje |
| zappà | zappàje |
| zellejà | zellejàje |
RAFFORZAMENTO E ASSIMILAZIONE CONSONANTICA
1) mmasciate deriva da ambasciata [provenz. ambaissada] dove la mm costituisce l'assimilazione del gruppo mb e, quindi, la parola va scritta e pronunciata con due m.
2) nen tené [pr. nen dené
] e
ne' ttené
significano entrambi non tenere. Nel primo caso avviene il fenomeno della sonorizzazione
consonantica (di t davanti ad n); nel secondo caso la
forma breve atona ne' (invece di nen = non) causa un rafforzamento
consonantico della t intervocalica.
3) Le parole mmonde e bballe (come molte altre) si possono considerare l'abbreviazione di a mmonde e a bballe. Anche qui la m e la b in posizione intervocalica si raddoppia. La preposizione a anche quando non si pronuncia resta sottintesa e, quindi, il raddoppiamento permane comunque; del resto le stesse consonanti si troverebbero sempre in posizione intervocalica.
ASSIMILAZIONE MORFOSINTATTICA
L'assimilazione consonantica si produce anche tra parola e parola.
- quillu sfottò che fà ne' mme piace
pruòpeje [ne' mme > nen me].
Succede pure che la preposizione 'n o l'avverbio di negazione n' (apocope di nen) si fondi con la consonante iniziale della parola che segue (a volte mutandosi in m) sonorizzandola. [ortografia già usata da D. Sassi]
Come si nota la fusione consonantica viene provocata da 'n (prep. = it. in) e n' (avv. = it. non).
SPOSTAMENTO DELL'ACCENTO
Lo spostamento dell'accento produce nelle alterazioni dei cambiamenti vocalici; in genere quando una sillaba perde l'accento la sua vocale (se non è a) si contra sempre nella schwa.
case, casétte, casettélle, casettellùcce
mane, manùcce
vótte, vettecélle, vettarellùcce
còcce, queccétte, queccetèlle
uòcchie, uecchiùcce, uecchietejèlle
La a (che sia contratta o meno) resta sempre identica a se stessa ovvero a o â.
Notate come la u di ugne (pl. di ogne) produce nei suoi alterati la dittongazione in ue.
Ugne :
uegnetejelle, uegnucce, uegnetellucce
accr. uegnûne
dispr. uegnacce
Lo stesso succede per la forma singolare.
Ogne :
uegnetelle, uegnucce, uegnetellucce
accr. uegnône
dispr. uegnacce
In genere le poche parole piane (in sillaba non libera), sdrucciole o bisdrucciole inizianti per u od o (o uò), in sillaba tonica, seguono lo stesso processo di dittongazione in ue.
- ugne > uegnacce
- ùleme > uelemèlle
- uòcchie > uecchietejèlle
- uòjje > uejjaróle
- uòmmene > uemmenecièlle
- ùlcere > uelcerâte
- ùmede > uemedicce o meglio emedicce
- urze > uerzetejèlle
- ùseme > uesemejatôre
- ùtele > ueteletà
- ònde > uendecélle
- ónne > uennecélle
- órdene > uerdenà
- òrghene > uerganétte
- òrte > uertecélle o ertecélle
- òsse > uessecèlle
Alcune alterazioni e derivazioni di
parole, non predilette dall'uso, risulterebbero sgradevolmente forzate
nella dittongazione in ue o addirittura errate.
- ombre > uembrecelle o embrecelle (accettabile)
- òpere > ueperette (errata)
- òsteje > uestejucce (errata)
PRINCIPIO DI INDETERMINATEZZA
Ecco degli esempi di indeterminatezza vocalica
(niente a che vedere con la funzionalità morfologica ovviamente).
a) fatt 'i fatta toje
- la a (di fatta) non ha nessuna relazione con il genere e il numero, è una pura eufonizzazione. Andrebbe detto regolarmente fatt 'i fatti toje [o fatt 'i fatte toje
], ma è più facile la versione parlata (la prima), in barba alla regolarità della grammatica ... Bisogna sempre preferire il parlato che a sua volta preferisce la facilità, la fluidità, ecc...
b) pover' e mmé!
, pover' e tté!
, pover' e nnu!
, ecc... - Anche qui c'è un eufonizzazione e la e corrisponde alla preposizione a. Si dovrebbe dire pover' a mme! [influenza dello spagnolo. - in italiano si dice povero me!]. Spesso accade questa indeterminatezza vocalica oscillante tra una é ed una â. Per eufonizzazione si intende uno spreco minore di energia, di fiato e quindi di apertura vocalica.
c) C'è fatte nera nere
. La -a di nera può essere riferita sia al maschile che al femminile, creando anche qui un indeterminatezza del genere (al singolare).
- C'è fatte nere nere. - È la stessa frase di prima, soltanto che qui, invece di -a abbiamo la -e (schwa) che crea di nuovo l'indeterminatezza del genere (sempre al singolare).
- Pera spadône
(sing.) e pera spadûne
. (pl.) Qui la -a invece non rispecchia il numero ma solo il genere.
- Anemâla vaccîne
può significare sia il plurale che il singolare e la -a finale di anemala (eufonizzazione di -e), come nell'esempio precedente, non distingue il numero.
d) Sta comé Ggeveddì mmèzz' a settemâne
. - La e (contratta o schwa) di come diventa é (chiusa).
INDETERMINATEZZA DELLA DURATA VOCALICA E
DELLA FUNZIONE GRAMMATICALE
e) a
'rret'
a porte ![]()
- la a (in grassetto) è una preposizione articolata
(a + 'a = a) o soltanto l'articolo 'a?... In realtà
noi diciamo:
v(a) a 'mmonde (vai su)
v(a) a bballe (vai giù)
st(a) a 'ngoppe (sta sopra)
- ecc...
Il problema nasce dalla fusione vocalica delle due a contigue di parole diverse. La vocale a (che risulta da questa fusione) è indeterminata nella sua durata che oscilla tra una â breve e una â lunga.
f) - Prendiamo la frase seguente:
La funzione grammaticale di m'é(j)a (mi devo) si riduce nella terza frase a m'...
INDETERMINATEZZA PARALINGUISTICA
DELLA FUNZIONE RIVELATA
Abbiamo già visto, per la funzione nascosta e per la funzione rivelata del genere e del numero, l'indeterminatezza della vocale finale che tende sempre a restare schwa, se non viene accompagnata da un'altra parola.
[*] - In effetti il mutamento plurale delle vocali finali è dovuto a fenomeni emotivi coinvolgenti, in prima persona (paralinguistici dunque) talché usando un tono distaccato (o anche una modulazione lenta della voce) tutto ritornerebbe all'inerziale shwa.
'i câse belle
'u barône mîje
'i barûne mîje
majìstre bbrave
ecc...
Soltanto il femminile singolare non ha in genere questa tendenza e il genere rivelato resta tale, sia quando il tono è coinvolgente, sia quando esso è distaccato.
Le parole, che hanno nella sillaba accentata la vocale a (accentata dunque), quando si alterano (spostando l'accento), la sillaba atona che precedentemenente era tonica resta sempre a (normale o contratta).
câse > câsétte, câsettélle
mâne > mânétte, mânìjje
ca'sce > ca'scettélle [*]
câsce > câscélle [*]
[*] Ricordiamo che la vocale a seguita da una consonate doppia ['sc = doppia sc] o doppia semiconsonante o gruppo consonantico è simile alla a italiana.
SCHWA
Tutte le altre vocali atone (tranne la a)
generalmente sono sempre schwa.
Le vocali u, i, o e e (aperte o chiuse
o contratte), nei nomi alterati, perdendo l'accento si trasformano in
e (schwa)
tónne, tennetèlle
vuòve, vevarejèlle
pìzze, pezzarèlle
pèzze, pezzelélle
pejèzze, pezzetejèlle
uleme, uelemelle [*]
uelive, uelevelle [*]
puzze, pezzétte
lupe, lepétte
lune, lenétte
[*] Ribadiamo alcuni considerazioni già sopra accennate per la u.
a) La u non si trova mai in sillaba atona.
b) se la u è tonica e in principio di parola dittonga in ue.
c) se la u fa parte di un dittongo iniziale resta sempre u. [?]
uajjône > uajjengelle
uelive > uelevelle
uòcchie > uecchietejelle
uòjje > uejjetelle
d) se la u fa parte di un dittongo non iniziale ritorna schwa.
[?] In effetti la u (semiconsonante) di un dittongo iniziale si comporta come il digramma gu.
Anche la o iniziale accentata (VEDI sopra) generalmente dittonga in ue quando perde l'accento.
Ricordiamo che le parole inizianti per vocale (esclusa la a) sono pochissime rispetto a quelle inizianti per consonante.
SOTTRAZIONE VOCALICA DINAMICA
L'apostrofo, oltre ad essere congenito nella parola ('n, 'u, 'i, 'a, pe', mo', Pasqua' da Pasquale, 'ngoppe, ecc...), può indicare la caduta vocalica iniziale o finale di parola durante il susseguirsi dinamico delle parole. Il dialetto tende ad evitare lo iato, e così, nel parlato (spontaneo), elimina spessissimo una delle due vocali che si incontrano (appartenenti a parole diverse).
- uocchi' a ssole
< uocchi(e) a ssôle ![]()
- l'a date 'ngopp 'i recchie
< l'a date 'ngopp(e) 'i recchie
[*]
[*] Possiamo stabilire che non ci possono essere due apostrofi consecutivi e, perciò, quando avviene la sottrazione vocalica, se c'è già un apostrofo congenito (dovuto ad aferesi) non se ne aggiunge un altro.
Quando si parla di effetto dinamico, ci si riferisce al ritmo del parlato; è ovvio che se c'è titubanza, una pausa, un esitazione, ecc... la sottrazione vocalica non accade.
Una stessa frase può subire sottrazioni vocaliche diverse ovvero: nell'incontro tra due vocali appartenenti a parole diverse può accadere la sottrazione della vocale precedente o di quella successiva.
'U vraccie ândenate me fa male [frase completa]
'U vraccie 'ndenate me fa male [sottrazione successiva]
'U vracci' ândenate me fa male [sottrazione precedente]
A volte (precipuamente nel dialetto arcaico) tra le vocali di due
parole consecutive (finale dell'una e iniziale dell'altra) viene
interposta una consonante (in genere una g aspirata,
attualmente in disuso). Es.:
- pe(g) areje < pe' areje
- ped ûne < pe' ûne
- che (g)h'è < che è
- 'ndó (g)h'è jûte < 'ndó è jûte
Mutamento consonantico per lo spostamento
della tonicità sillabica
Accade, come per le vocali, che certe consonanti (o gruppi consonantici) mutino secondo la tonicità sillabica.
| sillaba tonica | mutamento | sillaba atona | |||
| gròsse | g-r > | gu-r | guresselélle | ||
| scròcche | c-r > | qu-r | squreqquétte | ||
| cóse | co > | que | quesétte | ||
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Eccezioni apparenti |
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| chelôre > [*] | che > | que | quelôre | ||
[*] Le eccezioni, come il termine chelôre, sono un un acquisizione più recente. Si dovrebbe dire quelôre; infatti diciamo vestite quelerâte (e non chelerâte)
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