Agonia e cambio di potere (193-476)

Il tramonto dell'impero (193-610)


Il progetto di riforma

Glossario

Atlante

Cronologia

 


In questa pagina

 

Città, campagne e schiavi

La crisi incipiente

La militarizzazione

Dalle città all'imperium organizzato

La svalutazione e la depressione economica

Impoverimento, schiavitù e servitù

La grande crisi economica 


nell'impero romano del III secolo

Bassorilievo del III secolo con carro coperto, di aspetto simile a quelli del far west.

 

 

Il dominio di Roma era basato sulla conquista militare e sullo sfruttamento schiavistico delle campagne. All'economia di mercato fu sempre dedicata poca considerazione. Così quando l'esercito non fu più in grado di fornire nuovi bottini di guerra, le casse dello stato rimasero pericolosamente a secco. Gli imperatori aumentarono la tassazione che era sempre stata molto bassa e prima gravava esclusivamente sui contadini. 

 

La vecchia classe nobiliare si lasciò sfuggire il potere di mano, a scapito della figura dell'imperatore e dei militari, abbandonò la cura delle città e si chiuse in sé stessa. L'economia agricola soffriva di una crisi strisciante e la situazione fu decisamente peggiorata dalle epidemie, e dalle numerose guerre del terzo secolo. Un mondo che sembrava ricco e potente, improvvisamente si trovò sull'orlo della frantumazione. In cinquant'anni l'inflazione salì a livelli inauditi. E la moneta d'argento, su cui si basavano gli scambi fra la gente comune, perse qualsiasi valore reale. Nessuno voleva più il denarius d'argento. Al punto che i rappresentanti dello Stato non accettavano più le sue emissioni, neanche come pagamento delle imposte. Preferivano riscuotere quanto dovuto sotto forma di beni naturali.

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Prima del declino

Dopo la lunghissima fase di espansione, per Roma nel terzo secolo arrivarono nuovi nemici stranieri, guerre civili, malattie e un generale impoverimento. Il governo romano, sotto la dinastia di Severo  (193-235), riuscì a reggersi senza il consenso del senato, mettendo anzi il ruolo della vecchia aristocrazia in secondo piano. L'imperatore Severo e i suoi discendenti seguirono scrupolosamente le severe leggi romane, ma affidarono tutti i nuovi uffici e compiti vacanti a quella vecchia classe sociale dei «cavalieri», che ne garantiva l'autorità. La dinastia continuò ad aumentare le tasse. Nei confronti dei senatori - i nobili di allora - le tasse erano sempre state molto basse. In generale, la politica dei governi del terzo secolo cercò di essere più equa. 

 

Durante i cinquant'anni che vanno dal 235 al 284 ci furono numerose lotte fra armate dell'esercito imperiale. Alcune ai comandi dei senatori, altre ai comandi di «cavalieri». Questi scontri diedero luogo a quella situazione che è stata definita di "anarchia militare"Tale instabilità interna favorì le incursioni dei popoli esterni, che erano già in forte espansione demografica. Per affrontare gli attacchi contro l'impero soldati e «cavalieri» poterono fare richieste economiche via via crescenti e spesso ottennero l'elezione dell'imperatore, conquistando potere politico, diritti giuridici e di conseguenza una buona parte delle terre coltivabili. 

 

Ma lo Stato si trovò a corto di liquido. Le comunicazioni erano ardue a causa della guerra. Le miniere erano difficili da raggiungere. E ad ogni nuova emissione delle zecche le monete d'argento, su cui si basavano gli scambi commerciali della gente comune, erano sempre più simili a monete di rame. Intanto le imposte straordinarie, che sarebbero dovute restare a carattere eccezionale, diventavano sempre più spesso delle imposte fisse.

 

Tutto questo andava a scapito sia delle associazioni di cittadini comuni, sia della vecchia classe dirigente. Artigiani e commercianti persero rapidamente quella scarsa influenza politica che avevano. L'evoluzione sociale romana fu differente da quella moderna. Gli operai e i proletari (i plebei) erano giunti al potere durante i primi secoli dell'era romana, ma avevano perso subito quanto avevano guadaganto. Però anche i senatori, che si vantavano di aver portato Roma alla conquista del mondo durante la fase repubblicana (509-31 a.C.), si indebolirono a tal punto che alla fine del III secolo - sotto Gallieno (260-268) e Diocleziano (284-305) - avrebbero perso quasi tutti i loro privilegi, compreso il comando di reggimenti. Così non esercitarono più alcun potere reale, occupandosi dell'amministrazione civile, ma restando un organismo improduttivo e parassitario.

 

Durante il governo di Gallieno le incursioni nemiche divennero così frequenti da paralizzare completamente il sistema di comunicazioni imperiali. Nello stato romano la maggior parte delle tasse serviva per retribuire l'esercito e, in un periodo di "anarchia militare", le truppe - cui i Severi avevano affidato tutta la responsabilità del fisco - imposero con la forza il diritto di riscuotere le imposte direttamente dalle mani, o dai terreni, dei contribuenti. Le monete d'argento avevano sempre meno valore e quindi i soldati preferirono che i pagamenti avvenissero in oro o in prodotti necessari al momento. In tal modo lasciarono ulteriormente sulla piazza le monete svilite appena emesse dalle zecche governative. A un certo punto lo stato si divise in tre diversi sotto-imperi (260-274). La situazione era drammatica e per una decina d'anni l'economia fu prevalentemente a carattere naturale, allo stadio di mille anni prima. Le monete coniate nelle zecche centrali erano così svilite che si ossidavano dopo pochi mesi, diventando scure e deformate. Aureliano (270-275) riunificò l'impero e cominciò anche a produrre moneta in maniera più sofisticata, ma ancora per quasi  mezzo secolo, le entrate dello stato e il pagamento dei soldati sarebbero stati calcolati a seconda delle esigenze materiali. In pratica al posto dei contanti, gli stipendi erano fatti solamente di benefit.

 


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Città, campagne e schiavi

La crisi incipiente

La militarizzazione

Dalle città all'imperium organizzato

La svalutazione e la depressione economica

Impoverimento, schiavitù e servitù


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La storia di una lunga agonia (193-476)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'espansione romana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I nemici dell'Impero: germani, persiani e nomadi asiatici

 

La diffusione del cristianesimo

 

 


Città, campagne e schiavi. L'economia trascurata del mondo romano

Il dominio creato da Roma era sempre stato una specie di confederazione di città. Fino alla fine dei suoi giorni l'Impero Romano rimase un impero di città. I governanti diedero importanza solo ad esse, abbellendole e arricchendole, sfruttando il lavoro dei contadini liberi e degli schiavi che in campagna producevano il necessario al sostentamento di tutta la popolazione, di cui solo un decimo viveva nelle città. Lo stato dedicava scarsa attenzione sia ai commerci sia alle innovazioni tecnologiche. 

Chi non aveva lavoro si ammassava nei grandi agglomerati urbani, dove si poteva vivere di espedienti, in particolar modo a Roma che offriva distribuzioni gratuite di beni di consumo, nonché spettacoli mozzafiato di corse e sfide all'ultimo sangue, sempre gratis. Anche in città buona parte della manodopera era fornita dallo schiavismo: erano gli schiavi a costruire le arene dove si intrattenevano i "disoccupati". Lo schiavismo in campagna aveva alimentato una forte disoccupazione e quello in città non faceva che aumentarla. Essendo adibito all'edilizia, allo sfruttamento minerario e all'agricoltura lo schiavismo copriva una parte rilevante nel sistema produttivo romano. Circa il 10% dell'intera popolazione era giuridicamente una "cosa animata" (una res), la cui proprietà apparteneva ad un'altra persona.

 

Lo schiavismo ebbe perciò un ruolo anche nella crisi dell'economia imperiale. O meglio, in assenza dello schiavismo, l'economia romana avrebbe potuto essere più forte ed equilibrata, garantendo una migliore base materiale per la sua popolazione. Il ruolo dello schiavismo, infatti, era quello di agire come un freno sullo sviluppo tecnologico e sull'economia stessa, diminuendo la produttività globale e rallentando la circolazione del denaro. Quando la produttività generale dell'agricoltura si abbassò drasticamente a causa di carestie, guerre ed epidemie, la tecnologia era ancora incredibilmente primitiva e poco studiata, e non riuscì a vincere la sfida competitiva. Il sistema di traino dei buoi era del tutto irrazionale e, anziché agevolarle, rendeva difficile le operazioni di aratura. La società romana non sviluppò mai uno strumento efficace per i terreni grassi del nord-europa, lasciando improduttivi molti campi della Gallia, della Britannia e della Germania, che se arati a fondo avrebbero potuto essere molto più proficui rispetto ai semi-aridi terreni mediterranei.


Fine delle conquiste e inizio della crisi

L'importazione di ingenti masse di schiavi, unita all'aprirsi di più convenienti mercati esteri, aveva inferto un colpo fatale alla produzione artigianale e agricola italiana, sin dai tempi delle prime conquiste repubblicane. Era un fatto evidente agli stessi romani, ancor prima della fondazione dell'impero: si trattava di un tema molto discusso nella società dell'epoca. Una soluzione adottata fu quella di migliorare la produzione specialistica delle campagne sfruttando i terreni mediterranei adatti all'ulivo e ai vigneti. 

 

Ma le importazioni di prodotti meno cari dall'estero e di beni di lusso dal vicino e dal lontano oriente non furono mai equiparate dalle esportazioni dei prodotti ortofrutticoli italiani. La bilancia commerciale rimase negativa, d'altronde alla capacità produttiva era dedicata scarsa considerazione: lo stato trovava i soldi per finanziarsi solo grazie a nuove conquiste o nuove tassazioni. I "cavalieri" erano gli "imprenditori" del tempo, ma la maggior parte dei loro affari era data dal finanziamento e reclutamento dell'esercito, o dall'importazione dei prodotti di lusso, e comunque erano affari commerciali o fiscali, non indutriali o produttivi. Pur essendo dei "privati cittadini" i loro compiti più diffusi avevano comunque a che fare con lo stato e l'esercito: vendevano i pochi prodotti di lusso, riscuotevano le tasse e fornivano anche prestiti per le spedizioni militari. In generale le strutture produttive o "industriali" per le esigenze della popolazione non mancavano, ma il giro di soldi che le riguardava era nettamente inferiore rispetto all'attività militare o "d'alta finanza". L'esigenza di benessere degli uomini del passato era molto inferiore a quella moderna.

 

 

 

 

 

Pur essendo per tradizione una potente macchina militare, dopo le conquiste di Traiano (98-117), l'espansione territoriale dell'impero fu minima e così la supremazia militare romana "entrò in stand-by". Lo stato si concentrò finalmente sul miglioramento delle condizioni dei propri cittadini e sui commerci con l'estero. Nello stesso periodo, però, le popolazioni germaniche furono attraversate da convulsi movimenti migratori, probabilmente alimentati dall'espansione demografica, che portarono numerosi gruppi umani sempre più spesso in contatto con la frontiera romana. I persiani nel frattempo si stavano militarizzando e ambivano alla riconquista degli antichi territori da loro posseduti in Mesopotamia, Siria e Asia Minore prima delle conquiste di Alessandro Magno e di Roma, avvenute centinaia d'anni prima, fra IV secolo a.C e I d.C.. 

 

La grande crisi del III secolo dopo Cristo ebbe evidenti segni premonitori ai tempi dell'imperatore filosofo Marco Aurelio (161-180). Durante il suo regno si affacciarono vari fenomeni negativi: le prime incursioni delle tribù germaniche, la successiva guerra, l'aumento di tasse, la diminuzione dell'argento nelle monete, le prime epidemie di peste o vaiolo e le carestie. Tutti fenomeni caratteristici del III secolo, che intrecciandosi si moltiplicarono l'un l'altro, mettendo in vista le carenze della produzione agricola e lo scontento strisciante della popolazione meno privilegiata, problemi trascurabili in una fase di "espansione economica".

 

 


"Militarizzazione" e caduta dell'aristocrazia

Alla fine del II secolo, mentre il ruolo di "capo del governo" era coperto da un imperatore dotato di alta caratura intellettuale, Marco Aurelio, l'impero si trovava circondato da nemici le cui potenzialità offensive erano ben evidenti. Marco intraprese una guerra contro i germani che erano penetrati in Italia fino all'Adriatico, ma suo figlio, l'imperatore Commodo (180-192), preferirì mettere in opera un governo di "basso profilo", improntato al mantenimento della pace. 

 

Le nuvole però si addensavano, nere, all'orizzonte. Gli eserciti di frontiera mostravano preoccupazione per gli incalzanti movimenti dall'estero. Commodo non fu in grado di arrestare la crescente opposizione politica e fu assassinato. A partire dal 193 la dinastia dei Severi, proveniente dai paesi del Mediterraneo orientale, concentrò tutte le sue energie contro la pressione dei germani e l'invadenza dei persiani. Dato che non c'erano più bottini con cui provvedere alle spese di mantenimento dell'esercito, che rappresentavano almeno la metà della spesa totale, le tassazioni su tutti i cittadini dell'impero - ma non sulla privilegiata Italia - furono gradatamente aumentate. 

 

L'aumento delle tasse e la concentrazione di potere ai reggimenti dell'esercito provocò un feroce dissenso interno, che si levava da ogni classe sociale. L'unità dell'impero romano mostrava dei segni di cedimento, ma la dinastia si dimostrò ben determinata nei propri progetti di consolidare lo stato, culturalmente e militarmente, attorno al concetto di monarchia. La vecchia nobiltà fu totalmente privata del potere, e praticamente si rifugiò nei propri possedimenti di campagna. Anche i ricchi erano colpiti da nuove tasse. Ma il peso delle richieste imperiali gravava in massima parte, ovviamente, sui cittadini comuni. I ceti più deboli, plebe urbana e contadini, non ci stavano a sopportare continuamente dei tremendi sacrifici, senza che la situazione politica cambiasse a loro favore. Le ribellioni di questi cittadini, i cui diritti giuridici erano inferiori per legge a quelli dei ricchi, e i cui rappresentanti politici erano stati eliminati alla fondazione dell'impero, furono però agevolmente domate tramite interventi repressivi delle forze armate. 

 

Dopo che nel periodo della pax romana le città si erano sviluppate senza bisogno di mura e truppe militari al loro interno, alla prima minaccia di irruzioni germaniche, la res publica romana tornò ad essere una "maccchina militare" come era sempre stata. La "militarizzazione" di questo periodo fu però di tipo professionale, e non più volontaria. A differenza che nei secoli andati, ora sia gli aristocratici, sia il popolo, osteggiavano il governo. L'aumento delle tasse e la diminuzione dell'argento nelle monete fecero sì che anche l'inflazione, lentamente ma inesorabilmente, aumentasse. Questi due fenomeni sviluppatesi nei primi due secoli dell'impero e caratteristici del III secolo - l'imposizione delle tasse e l'inflazione - erano totalmente sconosciuti alla mentalità dell'aristocrazia antica. Le tasse sui proprietari terrieri, le imposte sulla persona fisica e anche le multe, infatti, non avevano mai rappresentato una grande entrata nelle casse dello stato repubblicano, Stato che aveva occupato i cinque secoli (509-31 a.C.) anteriori alla fondazione dell'impero. Per i "nobili" senatori ricchezza e nobiltà d'animo erano qualità naturali, che si basavano sulla proprietà terriera e sui valori tradizionali, dovuti allo sfruttamento della natura e al controllo del proprio seguito. La ricchezza era "naturale" ed era dovuta all'introito della guerra ottenuta tramite l'abilità politica di comando. Per i senatori, dunque, la causa della crisi (inclinatio rei publicae) erano i nuovi governanti non romani (provinciali) e non aristocratici (cavalieri). Nel III secolo, ormai esclusi dalla gestione dello stato, vedevano con timore l'aumento dei prezzi e l'imposizione di tasse. Ma già prima delle irruzioni germaniche questa evoluzione sociale contribuì ad alimentare l'idea della decadenza dei tempi anche fra le classi colte.

 

L'alta società italiana aveva sempre addossato la responsabilità della crisi a quei provinciali che mano a mano acquisirono i "normali" diritti civili e politici. L'impero traslava verso l'unificazione giuridica e culturale. Quasi tutti gli imperatori, al governo del mondo romano, furono di estrazione non italica e volentieri estero i diritti civili, giuridici e politici ai propri connazionali, e agli altri paesi, acquisendone il consenso necessario a governare su una così vasta "confederazione di stati uniti". Roma non aveva mai schiavizzato i nobili conquistati e anzi nel corso del tempo essi erano entrati a far parte della "nobiltà romana". Quindi durante i primi due secoli dell'impero (che corrispondono anche ai primi due secoli d.C.), i governi, sebbene di estrazione provinciale, furono retti da esponenti della classe senatoriale, o all'inizio del III secolo da esponenti degli equites, ricchi non aristocratici (cioè non senatores), come i Severi (193-235) che pur non essendo nobili di nascita si ispiravano direttamente agli antichi ideali della cultura greco-romana, leggermente adattata al periodo storico. Invece, dal III secolo in poi, sempre più spesso gli imperatori furono dei semplici militari, meno colti dei loro predecessori e magari attratti da culti monoteisti, come quello del dio Sole.

 

Le associazioni dei normali cittadini avevano scarsissimi diritti politici e, chiaramente, essendo il controllo dell'esercito monopolizzato dall'impero, non avevano alcun potere in campo militare. I contadini erano sempre più poveri. E i poveri avevano perso i loro rappresentanti politici alla fondazione dell'impero, quando i sovrani assunsero su di sé l'onere e i titoli dei tribuni del popolo. Quindi la plebs di Roma finì per accontentarsi dell'assistenzialismo statale ed essere uno strumento politico in mano di senatori o delle guardie che risiedevano a Roma (pretorianes). Una volta eliminate le tensioni popolari che, prima della fondazione dell'impero, avevano contribuito ad animare tutta la storia della repubblica romana, la partita politica restò in mano ai due poli dotati del potere militare, sotto l'impero: gli ufficiali dell'esercito, che a differenza del passato provenivano dai ranghi, e la decadente classe senatoria, per cui la legge, seguendo la tradizione dell'aristocrazia romana, prevedeva il comando diretto delle legioni. Nel III secolo mentre l'impero avrebbe avuto bisogno di un governo unitario che si opponesse agli assalti nemici, i generali "romani" (legati) diedero luogo a quelle devastanti lotte fra reggimenti i cui risultati furono anarchia e secessioni politiche. Ogni nuovo imperatore doveva garantirsi l'appoggio di più reggimenti possibili, elargendo somme di denaro sempre maggiori. Il pericolo che il governo fosse rovesciato era talmente grave che i soldati e i loro comandanti poterono fare richieste economiche via via sempre più esigenti.

 

Essendoci numerose guerre civili ed aumentando il numero di scontri coi germani e coi persiani (nonché coi popoli celtici e africani) avere un esercito regolare ed efficiente era del tutto fondamentale. Pagare i soldati, invogliarli con aumenti e premi di ogni genere e aumentare il gettito fiscale fu la conseguenza necessaria che pesò su tutta la società imperiale. Le richieste di soldati semplici ed ufficiali furono a volte eccessive. La loro opera era assolutamente indispensabile ed essi cercarono di approfittare della situazione a proprio esclusivo vantaggio, o a vantaggio della regione che rappresentavano (Gallie, Illyria, Oriente). Dopo tutte queste guerre, alla fine del III secolo i militari sarebbero divenuti, con l'uso della violenza, la prima forza politica del paese. I soldi per finanziare l'esercito vennero trovati con un costante aumento della pressione fiscale, che andò a colpire tutti gli strati sociali.


Confronta con

 

L'inizio della crisi sotto i Severi (193-235)

 

L'impero in pericolo, l'anarchia e le secessioni (235-284)

 

 

 

 

Settimio, capostipite della dinastia dei Severi (193-235)

 


Dalle città autonome all'imperium organizzato

 

Durante la dinastia di Severo (193-235) si verifica una costante "militarizzazione" e un progressivo aumento delle tasse. In questo periodo si rende definitivo il ruolo organizzativo dello stato centrale, a scapito dell'autonomia delle singole città. Gradatamente nel terzo secolo, con l'avanzare del tempo, per le irruzioni esterne, la contemporanea ascesa del potere militare, l'incremento delle tasse, lo svilimento della moneta d'argento e l'aumento esponenziale dei prezzi, tutti i cittadini dell'impero finiranno per impoverirsi e perdere l'influenza politica esercitata nelle città dalle loro associazioni. I lavoratori, dalla classe media a quella bassa, come operai, artigiani e commercianti stanno scomparendo del tutto dalla scena politica. I nuovi poveri continuano ad aumentare e si ammassano in città, soprattutto a Roma, dove si ricevono numerosi prodotti alimentari distribuiti gratuitamente o a basso prezzo, e dove si assiste a spettacoli mozzafiato, anch'essi a basso prezzo. 

 

Vediamo dunque come si è verificata la scomparsa delle classi medie, fenomeno dinamico connesso con la trasformazione dell'impero da una "confederazione" di città autonome a una struttura organizzata e centralizzata. Innanzittutto l'aumento delle imposte ricade in buona parte sui contadini, mandandoli spesso in crisi, costringendoli a fare debiti e nella peggiore delle ipotesi a vendere le terre. Praticamente anche nel mondo romano, nonostante l'assenza del progresso tecnologico, i piccoli proprietari perdono i propri diritti a favore dei grandi latifondisti, proprietari di immensi appezzamenti di terreno (con cui si misurava la "ricchezza"). Cioè, in parole povere, in un libero mercato le grandi aziende aumentano sempre il loro giro di affari. Le piccole e medie imprese falliscono. La società si polarizza, lo strato medio diminuisce. Il mondo dal III secolo in poi si divide sempre più marcatamente fra ricchi e poveri, senza un gruppo di persone che faccia da contatto fra i due estremi. Moltissimi politici romani erano consapevoli di questa continua "crisi agraria", che andava avanti da secoli. A più riprese la repubblica e l'impero divisero terreni pubblici e latifondi privati in piccoli lotti da assegnare ai cittadini-soldati. La misura aveva motivi politici e militari. Ma la legge dell'economia è implacabile.

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Prima del declino

Alla fondazione dell'impero (31 o 27 avanti Cristo) solo gli italiani erano cives, gli altri erano peregrini. Ma nel II e III secolo la società si è andata unificando, mentre il commercio era già globale. Così mentre i "nobili" locali diventavano imperatori "di Roma", anche i sudditi (peregrini) sono diventati "cittadini romani" (cives) e ora possono fare carriera nell'esercito "romano", ottenendo uno status giuridico migliore di quello iniziale e uno stipendio molto più alto.

A partire dal II secolo, mentre le classi dei proprietari di medio livello (i piccoli agricoltori) si impoveriscono confluendo nella plebs urbana, dall'altra parte i militari e i funzionari addetti alla gestione dell'impero organizzato raggiungono lo stesso livello di "importanza sociale" dei senatori: si sta formando, cioè, un'unica classe sociale di «benestanti», chiamati dalla legge honestiores, basata sulla ricchezza e la gerarchia imperiale, più che sulla nobiltà tradizionale. Ma nel terzo secolo questi cittadini altolocati non sono così ricchi come i pochi "cives" di una volta, antichi privilegiati dotati di cittadinanza romana: i molti cittadini (cives) odierni sono praticamente gli stessi sudditi di un tempo con un altro nome. 

I diritti giuridici che hanno raggiunto - come la possibilità di subire proveddimenti penali non violenti - vengono pagati in moneta sonante, ovvero col pagamento delle tasse. Così i cives del III secolo non hanno niente a che vedere con gli antichi cives romani: hanno gli stessi diritti, ma sono costretti a pagare le tasse. Quindi si impoveriscono più facilmente e non hanno nemmeno in mente di fornire monumenti e opere pubbliche alle città, com'era antica abitudine di quei privilegiati di un tempo, che si chiamavano già cittadini. Ma anche i discendenti dei "pochi cives" di una volta stanno perdendo i loro vecchi privilegi. Infatti nel II e III secolo le élite privilegiate, discendenti delle vecchie aristocrazie sottomesse dai romani, vengono escluse dalla facoltà di raccogliere le tasse a favore della crescente organizzazione burocratica dell'impero. Così anch'essi non ritengono più fra i loro compiti l'abbellimento delle città e il sostegno generale al popolo e alla cultura civica (evergetismo). 

Di conseguenza è lo Stato stesso, servito da uomini fedeli all'impero e non alla città d'origine, ad occuparsi di monumenti, strade e acquedotti. La creazione di un'unico stato sta quindi portando alla crisi delle singole città, del loro potere locale, della loro ricchezza privata, in favore dell'accentramento e dell'amministrazione pubblica. Un fenomeno che non si fermerà, ma anzi progredirà per tutto il secolo successivo, sotto Diocleziano (286-305) e Costantino (313-337). 

Il problema è che nel corso del III secolo l'economia decade velocemente: non solo i piccoli proprietari terrieri, ma anche i grandi e piccoli commercianti perderanno importanza, e con essi tutte le corporazioni cittadine e la vita urbana in generale. La partita politica resterà in mano ai potenti di sempre, i grandi proprietari terrieri. Chi ha dei soldi quindi non li investirà più in capitali, ma in beni fondiari.

 

Buona parte di questa dinamica è causata dalle continue guerre del terzo secolo, col loro carico di insicurezza e governi imperiali semi-anarchici. Ma l'abbattimento della società aristocratica in favore di una "meritocratica" era già in corso. Entrambe pensavano di essere le migliori, le più efficienti. Di fatto si passò da un governo tradizionale aristocratico a un governo, "nuovo", che non teneva conto delle differenza di nascita. Il potere dell'imperatore però sarà assoluto (non limitato dai senatori) ed egli formerà una classe "nobile" (privilegiata) completamente nuova, totalmente alle sue dipendenze.

 

Già da duecento anni la società aristocratica era stata quasi abbattuta da "rivoluzioni" politiche in nome del popolo. I vecchi nobili avevano perso il loro ancestrale potere. Anche le persone comuni però sono state coinvolte nella crisi generale dell'organizzazione pubblica. La crisi economica del III secolo fa sì che nessuno abbia più la possibilità di condurre il proprio podere, né di sostenersi col commercio. Tutti possono fare carriera e arricchirsi solo in funzione dello stato e del suo esercito, necessario contro l'avanzata dei pericoli esterni. Fra l'altro ai contadini che si arruolano vengono offerti gli stessi diritti giuridici degli honestiores. Contemporaneamente, però, la crisi economica grava su tutti, sia contadini che commercianti, favorendo l'impoverimento generale. 

 

La società non appare più divisa nei tre grossi ordini, senatori, cavalieri e plebei, separati rigidamente in base alla ricchezza e alla nascita. Adesso ci sono solo le due grandi categorie giuridiche di ordine superiore, gli honestiores (di cui facevano già parte i vecchi senatori e cavalieri) e gli humiliores (commercianti, contadini, servi, schiavi). E il passaggio da una all'altra è meno rigido in entrambe le direzioni. I contadini (una volta plebei a vita) possono ora diventare honestiores arruolandosi nell'esercito. I senatori sono decadenti. I commercianti sono pochissimi. La vita nell'esercito però è molto dura e spesso i contadini, piuttosto che una vita da "plebe" urbana malamente assistita dallo stato, preferiscono entrare alle dipendenze dei grandi proprietari, "a vita", preferiscono essere servi, che fare i soldati o i mendicanti.

 

La categoria dei grandi proprietari terrieri (i ricchi), riassumendo, sarà formata dai seguenti honestiores: i senatori tradizionalisti che sopravvivono nel lusso decadente; i discendenti delle aristocrazie locali sottomesse che, per la politica imperiale di assimilazione, hanno acquisito titoli civili o nobiliari romani, diventando a loro volta «cavalieri» e persino senatori (termini esistenti solo sulla carta); e infine i generali arricchiti, che derivano dai vecchi «cavalieri» (sempre meno spesso mercanti e sempre di più militari o funzionari statali) o dai nuovi soldati professionisti (di carriera) arruolati in buona parte fra i contadini.


Svalutazione della moneta e depressione economica

L'antica Roma non ha mai avuto un solido apparato burocratico. L'imperialismo romano prevedeva l'autonomia delle singole città. La riscossione delle imposte, come la cura delle opere pubbliche, era affidata alle ricche famiglie locali. L'impero era, per scelta, una sorta di confederazione, e quindi non aveva bisogno di una forte gestione organizzativa. Così, la maggior parte delle spesa dello stato era dedicata alle forze armate. In condizione di emergenza, gli imperatori, oltre che sui senatori, si sono basati sugli unici ad avere ingenti capitali liquidi, i «cavalieri», e si sono indebitati con essi. Ma la vecchia politica dell'aristocrazia senatoria prevedeva che la classe giuridica dei «cavalieri», comprendente militari, mercanti e finanziatori fosse subordinata a quella dei senatori, che erano grandi porprietari terrieri. 

L'influsso di questa mentalità era ancora molto forte nel III secolo. Gli imperatori del tempo, per soddisfare le richieste dei militari e dei «cavalieri», non vollero contrarre debiti eccessivi e allora seguirono troppo spesso l'esempio di Marco Aurelio (161-180). Non dotati di un solido apparato economico e capitalistico, si trovarono spesso a corto di soldi, e così ricorsero continuamente a quell'espediente che ebbe gravi conseguenze per le generazioni future: la quantità di metallo prezioso all'interno delle monete fu progressivamente ridotta, fino a precipitare, settant'anni dopo Marco Aurelio, all'1% emesso da Gallieno in tempo di secessioni politiche. 

In un certo senso si può sostenere che tale politica avesse, comunque, uno scopo "nobile", "umanitario" o quantomeno sociale. Forse non era né un espediente di bassa lega, né un modo di ingannare il popolo o i soldati. Infatti, sebbene diminuissero il contenuto reale di metallo fino, i sovrani non mutavano il rapporto del denarius con l'oro, che era l'unico bene di riferimento. In questo modo si imponeva alla moneta un corso forzoso, cioè si impediva che, in un periodo di crisi economica, ci si rifugiasse nei beni più durevoli. Si cercava di evitare che i grandi commercianti si rivolgessero esclusivamente al "bene rifugio", all'oro, lasciando perdere l'argento e quindi screditando la circolazione della moneta dei "piccoli scambi". Infatti mentre l'oro era riservato alle grandi transazioni internazionali, l'argento era utilizzato dalle classi medie, dai soldati comuni, dagli artigiani e dai mercanti di quartiere. Gli imperatori avevano, e dovevano avere, anche un consenso "popolare" e nel III secolo non esisteva più un "diritto a governare" né di natura aristocratica, né religiosa: i governi forse miravano realmente a una libertà di scambio per tutti gli individui, e non solo per quelli più ricchi, gli unici che potevano permettersi l'oro. Tutti gli imperatori dei primi due secoli avevano sempre sostenuto la moneta d'argento e così fecero anche la dinastia di Severo all'inizio del III secolo, Gallieno a metà, Aureliano e Diocleziano alla fine. Lentamente, però, mentre il valore reale delle monete diminuiva, i prezzi al consumo aumentavano, e in qualche decennio l'inflazione divenne sempre più veloce, arrivando a un livello irrecuperabile, e aggravando notevolmente la crisi economica stessa.

Ad ogni emissione delle zecche, infatti, le monete d'argento erano sempre più simili a monete di rame. L'attività bancaria, di cambio, prestito, deposito, era tenuta  in poco conto. Nella maggior parte dei casi era affidata a schiavi affrancati, cioè ai cittadini di diritti più infimi. Lo stato non entrava minimamente nei loro affari, ma li obbligava a rispettare alcune rigide regole, come il tasso di cambio fra argento e oro. Pur essendo le leggi romane molto attente e sviluppate, l'economia sfuggì del tutto al loro controllo. Il mercato nero aveva un certo peso economico. E così, nonostante le leggi  da parte di Severo (193-211) contro tale mercato, i banchieri, che pagavano le tasse, ma che avevano infimi diritti e scarse o nessuna attività di investimento, andavano sempre più frequentemente incontro al fallimento. Sebbene supportata dallo stato, la moneta d'argento perdeva valore reale: i prezzi aumentavano e le tasse pure. Questi fenomeni, uniti alle guerre, alle carestie e alle epidemie, non facevano che rincorrersi ed intrecciarsi, perpretrando una situazione di crisi generale e ristagno della produzione. 

Tutti i tentativi di riforma economica fallirono miseramente, per più di duecento anni. Le condizioni dei normali cittadini (che in otto casi su dieci facevano i contadini) continuarono a peggiorare. Secondo alcune stime, nel III secolo ad un aumento del prezzo del grano di cento volte, corrispondeva il solo raddoppio della paga di un soldato (presa come riferimento perché è una delle meglio documentate). Sotto Gallieno (260-268) l'impero, attaccato da tutte le popolazioni di confine, perse momentaneamente molte province importanti e con esse il controllo di fondamentali miniere di argento, di rame e di ferro. La moneta divenne così svalutata che tutti volevano liberarsene. Il denarius, in teoria d'argento, aveva in realtà solo una leggera patina chiara che si ossidava in fretta. I cittadini distinguevano da tempo le "vili monete" dalla ricchezza "vera" - i possedimenti in natura - ed erano contenti di pagare le tasse con queste monete prive di valore. 

Si può immaginare che la situazione dei contadini fosse al limite della sopportazione umana. In seguito all'accentramento dei poteri nel solo esercito, le esazioni fiscali si confondevano ormai con le espropriazioni. E i soldati con gli esattori. I militari imposero con la forza il diritto di riscuotere le tasse direttamente dai possedimenti dei contribuenti, eludendo il passaggio attraverso l'autorità centrale, che comunque era sempre un autorità di natura militare. Dato il totale crollo del denaro, i militi preferivano riscuotere le imposte o in oro o in beni naturali: spesso quindi non accettavano le monete appena emesse dallo stato, lasciandole circolare ulteriormente. L'inflazione inevitabilmente salì alle stelle. 

La crisi dei piccoli e medi proprietari terrieri era totale. Iniziata secoli prima in seguito all'importazione di prodotti meno cari dall'estero e alla diffusione dei latifondi schiavisti, si era aggravata irrimediabilmente. Ormai da varie generazioni per pagare le imposte i fattori e gli agricoltori ricorrevano a prestiti, ma quando i debiti salivano troppo, erano costretti a vendere le loro terre, retrocedendo nelle classi sociali, diventando sempre più poveri. Ora la situazione di impoverimento divenne generale e consueta. Le conseguenze saranno quel fenomeno di "associazione" da parte dei poveri coi grandi porprietari terrieri, caratteristico del medioevo.

 

 

 


Confronta

 

L'anarchia militare e le contromisure (235-284)

 

La riforma tetrarchica di Diocleziano (284-312)

 

Nel frattempo le incursioni dei guerrieri germanici, le lotte interne all'esercito, le carestie e le epidemie stavano comportando, sembra logico, un notevole calo demografico. Ricordiamoci che l'impero nella sua totalità aveva circa 80 milioni di abitanti, una cifra corrispondente a una grossa nazione attuale. La sua base produttiva, con una tecnologia pre-moderna, non poteva essere che bassa. Le perdite di migliaia e migliaia di uomini durante le guerre avevano una grossa incidenza percentuale sulle possibilità dell'agricoltura. Quindi, o per l'impoverimento o per le necessità dell'esercito, le terre venivano abbandonate e restavano incolte. Dato il calo della cura e dell'attenzione da parte degli aristocratici ai problemi pratici, le terre diventavano degradate e malariche. Così provocavano ulteriore malessere e miseria. E le proprietà su cui imporre le tasse erano sempre di meno. L'agricoltura, poco studiata e non più supportata da innovazioni tecnologiche, non fu più in grado di garantire una produzione sufficiente. Carestie, epidemie e alta mortalità divennero all'ordine del giorno. Nel III secolo si mise in moto un circolo vizioso dal quale l'Europa si risollevò solamente nel periodo corrispondente alle riforme monetarie di Carlo Magno, datate IX secolo, che riuscirono a introdurre nuovamente una moneta per "i piccoli commerci".

 

Aureliano (270-275) avviò un progetto di riforma che ebbe un parziale successo. La novità era che adesso sulle monete veniva riportato il valore nominale. Fino ad allora non era mai stato così. L'operazione di Aureliano era una vera emissione di moneta in senso moderno, caratterizzata cioè dal sostegno evidente dello Stato. Le nuove monete furono subito accettate e per qualche anno l'economia potè respirare. La cinghia però era troppo stretta per tutti. Lo stesso Aureliano, che agì in modo forte ed autoritario, adottò una dura politica fiscale e avviò un processo che caratterizzerà il secolo successivo (sotto Diocleziano e Costantino): i battellieri - indispensabili per il trasporto del grano - vennero posti sotto la direzione dello stato, e ne fu avviata la trasformazione in una corporazione ereditaria, fissandoli al lavoro del padre, situazione che sarà tipica del medioevo.


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Il progetto di Diocleziano


Impoverimento, schiavitù e servitù

Il pericolo di razzie da parte dei "barbari" era reale. Lo stato chiedeva una tassa - basata sulla proprietà - per provvedere alla difesa. Fino all'inizio del III secolo i volontari erano stati sufficienti per produrre contingenti militari di un certa grandezza. L'esercito inizialmente si era autofinanziato con le conquiste territoriali. Ma ora la situazione era difensiva. La tasse sui guadagni non c'erano. Ma le tasse sulla proprietà - che costituiva la misura della ricchezza - aumentarono. Data la crisi monetaria negli ultimi tempi si doveva pagare l'imposta fondiaria sempre più spesso in beni naturali. I senatori e gli altri latifondisti locali (equites e curiales) potevano fornire numerosi beni e materie prime, ma la gente normale rischiava di dare tutto ciò che aveva e che serviva per mantenere la famiglia, rimanendo senza niente da mangiare. 

 

Il sistema economico era prevalentemente agricolo. E la crisi dei contadini  - che costituivano la massa della popolazione - era grave: per pagare le imposte i piccoli e medi proprietari ricorrevano a prestiti, ma quando i debiti salivano troppo, erano costretti a vendere le loro terre, retrocedendo nelle classi sociali. Da liberi proprietari diventavano affittuari. Chi era in affitto probabilmente aveva ben poco da parte e se aveva delle riserve monetarie, a metà del terzo secolo esse non valevano più nulla. Il commercio era in decadenza, la disoccupazione alta e la povertà a un passo. Le possibilità che aveva il contadino impoverito erano solo due o tre, e tutte sgradevoli. 

 


Lo stato antico aveva sempre cercato di attuare delle riforme agrarie, ma ora la "decadenza" e il "luxus" dominavano le abitudini dei potenti. I senatori non si preoccupavano più dei loro concittadini, piccoli proprietari terrieri che stavano impoverendosi e scomparendo. Il disinteresse politico favorì la diffusione del cristianesimo

 

 

 

 

 

 

 

Chi aveva questi problemi innanzitutto... poteva arruolarsi nell'esercito. Le campagne erano sempre state il serbatoio per l'esercito romano. Lì si otteneneva un posto fisso, una paga decente, vitto e alloggio anche per la famiglia. Però si doveva affrontare una vita di incessante attività fisica, rudi esercizi, continue schermaglie e frequenti battaglie all'ultimo sangue. Nel III secolo la mortalità nell'esercito spaventava le possibili reclute. Anche gli aumenti di stipendio non erano più sufficienti a invogliare i contadini ad arruolarsi. La guerra incombeva da ogni parte: la vita nell'esercito era talmente rischiosa e la popolazione talmente scoraggiata che, almeno in Italia, divenne abituale fra i poveracci persino tagliarsi un pollice piuttosto che prendere un'arma in mano. 

Durante la fase delle "invasioni barbariche" (nel V sec.) la difficoltà dell'esercito romano di trovare reclute di quasiasi natura sarà talmente grave che verranno accettate nelle truppe anche uomini con menomazioni fisiche.

Alcuni, che riuscivano a non esserre cacciati dai propri campi, per evitare la fame e per evitare di essere arruolati, preferivano affidare la propria persona alla "protezione" di qualche ricco del luogo.Dunque alcuni uomini si fecero servi "volontariamente". Nel III secolo i grandi proprietari terrieri, soprattutto in Gallia, trasferirono la loro residenza dalle città, a rischio di saccheggio e tumulti, alle ville in campagna, fuori mano, possibilmente protette da mura e guardie private. Lontano dagli amministratori dello stato che demandavano proprio ai signorotti locali - i curiales - le incombenze della riscossione e della fornitura di eserciti. 

Per la mancanza di nuovi popoli da sottomettere e per la diffusione di una morale più umanitaria dal II secolo stava continuamente diminuendo l'utilizzo di schiavi. D'altronde un uomo giuridicamente libero non poteva essere reso schiavo solo perché povero. Così, quando la congiuntura economica provocò un generale impoverimento, i potenti, accanto alla conduzione dei latifondi su cui già lavoravano gli schiavi, iniziarono a concedere l'uso delle loro vaste terre anche a famiglie di contadini, giuridicamente liberi, ma totalmente impoveriti, e probabilmente già indebitati coi proprietari stessi.

Pur di non arruolarsi o per non difendere uno stato che sentivano lontano, molti contadini si affidarono ai potenti locali, rinunciando - palesemente - a una parte della propria libertà. Così intere famiglie, soprattutto nella Gallia, trassero sostentamento dalla coltivazione dei latifondi padronali, smembrati in piccoli lotti, diventando affittuari. Non avendo contanti, una buona parte del raccolto doveva essere consegnata ai possessores. I latifondisti evitavano così che le proprie terre rimanessero incoltivate e in compenso garantivano l'incolumità del colono, contro le razzie germaniche ma soprattutto contro gli agenti del fisco che cercavano di procurarsi nuove reclute. 

Dato l'alto grado di insicurezza, la mobilità, sia fisica che sociale, era nettamente diminuita. Il lavoro scarseggiava e divenne sempre più comune restare legati alla condizione in cui si era nati. Nel III secolo accanto alla schiavitù antica comparve, spontaneamente, quella forma di sfruttamento che sarà la "servitù della gleba" medievale: presto verranno stipulati dei veri e propri contratti scritti a stabilire il rapporto di dipendenza, chiamato patrocinato oppure, con termine celtico, vassallaggio. I latifondisti acquisirono potere materiale, accordandosi con gli stessi contadini, preoccupandosi di proteggerli... dallo Stato che voleva arruolare uomini per difendere il territorio.

Le classi sociali erano cambiate. Non c'erano più i nobili senatori, che trattavano con gli schiavi (che erano delle res) oppure con i clienti, uomini liberi appena un "grado di privilegio" sotto di loro. Ora c'erano solo patrones e servi, il cui divario era amplissimo. Molto gradualmente la servitù avrebbe sostituito la schiavitù. La morale cristiana aveva sicuramente contribuito alla formazione di questo secolare processo, ma la Chiesa, anche quando ottenne il potere giuridico a partire dal IV secolo, non prese alcun provvedimento specifico per la salvaguardia dell'humanitas: esortava i proprietari a tenere comportamenti decorosi, ma gli schiavi, soprattutto quelli domestici, continuarono a esistere per diverse centinaia d'anni. Infine, fu solamente dal VII secolo che la servitù iniziò a rappresentare la maggior parte del contadiname. 

La Gallia era il luogo dove questo fenomeno fu più evidente. I prezzi erano altissimi e le imposte lasciavano i "cittadini dell'impero", cioè le persone in senso giuridico, completamente privi di risorse. Nel III e IV secolo alcuni contadini di antica discendenza celtica cercarono di ribellarsi sia al potere imperiale sia ai poteri aristocratici locali, formando bande di briganti, chiamati in gallico bagaudes. In questi casi però i contadini - impoveriti dalla crisi economica - avevano ben poche speranze di sopravvivenza. Anche le aristocrazie germaniche che avrebbero preso il potere in questi luoghi si sarebbero adeguate ai metodi repressivi. I bagaudes furono sempre combattuti, perseguiti, arrestati, confinati o eliminati.

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