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Impariamo a conoscere i fruttiferi minori del progetto europeo «Genres 29»

Il ficodindia: non è solo un simbolo di aridità

di Ida Di Mola

Continua la nostra campagna a favore dei fruttiferi minori nell’ambito del progetto Genres e in questo numero vogliamo imparare a conoscere pregi e difetti di una specie non molto apprezzata come l’Opuntia ficus indica, meglio conosciuta come fico d’India.

Il genere Opuntia, il più conosciuto della famiglia delle Cactacee, comprende più di 1600 specie. Per diverse ragioni, lo studio tassonomico del genere ha incontrato numerose difficoltà e appare tuttora soggetto a continui mutamenti. Sicuramente molti problemi sono creati dalla facilità di questa pianta ad incrociarsi, cosa che ha provocato un’estrema variabilità dei fenotipi. E’ grazie all’uomo (o meglio… a causa dell’uomo?) che è avvenuta un’opera di selezione destinata alla diffusione delle specie più richieste dal mercato: quelle con produzione frutticola tra le quali primeggia il fico d’India.

 

Le specie del ficodindia, sono originarie dell’America tropicale, ma nel tempo si sono diffuse in tutto il continente americano, dalle regioni meridionali del Canada alla Patagonia, per poi in seguito approdare nelle zone più aride di diversi Paesi, soprattutto sulle coste del Mediterraneo, nell’Africa centrale e meridionale, nell’Asia occidentale, in Australia e nel Nord della Penisola indiana. Addirittura le prime indicazioni sull’ uso alimentare di questa pianta risalgono al 6500 a.C.. Caratteristica comune di tutte le aree di diffusione è un grado di aridità più o meno elevato. Nonostante ciò, queste piante sono in grado di tollerare temperature invernali da –6 a –8°C, riducendo l’ attività vegeto-riproduttiva. E’ infatti proprio grazie a queste caratteristiche che la coltura si è guadagnata un ruolo importante nell’agricoltura sostenibile sia di zone aride che semiaride, mentre le proprietà farmaceutiche dei suoi prodotti, l’origine esotica e il ridotto impatto ambientale, l’hanno resa interessante anche per le aree in cui è stata introdotta recentemente. In questi ultimi dieci anni è stato registrato un notevole aumento delle superfici coltivate, tanto che oggi è una delle specie più diffuse: in Italia il maggiore incremento è stato registrato in Sicilia ed è stato finalizzato ovviamente alla produzione frutticola.

L’elevata rusticità del genere, visto il mancato interesse del miglioramento genetico, ha reso possibile condurre con successo tale coltura anche con un ridotto impiego di mezzi tecnici. In Italia e nei Paesi dove si è osservata una forte intensificazione colturale sono state proposte sia la pratica irrigua sia la concimazione e la gestione razionale del suolo, con criteri simili a quelli usati per le altre specie frutticole.

 

Oggi, quindi, il ficodindia può competere con tutte le altre specie da frutto, in virtù di una domanda internazionale sempre crescente di frutti esotici.

D’altra parte gli odierni usi di tale specie vanno ben oltre l’esclusivo consumo alimentare; grande importanza assume l’impiego del ficodindia nella gastronomia etnica di diverse nazioni dove esso sostituisce soprattutto la mancanza di alimenti ricchi. In Messico il ficodindia è la quinta specie per importanza, da cui si producono verdure (nopalitos) tramite la raccolta dei giovani cladodi (pale). I nopalitos vengono usati freschi o cucinati in oltre trecento modi diversi e conservati sott’olio o sottaceto. I cladodi più adulti vengono utilizzati per ottenere farine per la preparazione di biscotti e composti industriali dietetici, ma da queste "pale" è possibile ricavare anche marmellate e canditi, mentre il frutto è la base di numerosi prodotti dolciari, sciroppi, puree e bevande.

Non pensiate però che dall’epidermide del frutto e dai semi, non siano state messe a punto tecnologie per l’ottenimento di prodotti secondari come canditi e oli.

Radici storiche confermano, invece, l’uso del ficodindia per l’alimentazione del bestiame, in particolare per i poligastrici, e molto importante è la possibilità di insilare anche il materiale di potatura ottenuto da impianti destinati alla produzione della frutta.

Ma ricordiamo anche che da questa pianta si ottiene la produzione del colorante carminio, che trova largo impiego nella cosmesi, nell’industria tessile e nell’agroalimentare, mentre le sue sgargianti fioriture

vengono impiegate per uso ornamentale...

 

Ottobre'00

Progetto genres 29 sui fruttiferi minori di Bruna Cardinale

Settembre '00

Alpaca made in Italy:  primi allevamenti di camelidi "nostrani". B.C.


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