|
NEWS SOMMARIO AGORA'
|

Antimafia 2000
Una rivista per sapere tutto quello che si deve sapere sulla
lotta contro la mafia |
|
La Feder
Mediterraneo lavora al fianco dell' UNESCO

 |
|
AISE
Agenzia internazionale stampa
estero

Un legame con gli immigrati
italiani nel mondo
|
|

Biennale dei giovani artisti dell'Europqa
e del Mediterrqneo. Clicca sul manifesto per leggere il bando |
|
SCUOLA & TERRITORIO

Un programma didattico che ha già coinvolto 500.000
studenti: informati, cliccando sul simbolo della Feder Mediterraneo
|
|
Patto
per il Sud

Un sito Web, un grande progetto di rinascita per il
Mezzogiorno. Clcca sulla fiaccola per saperne di più.. |
|

Il sito web della
Feder Mediterraneo aderisce alla Rete Civica Metropolitana della Provincia di
Napoli
|



|
Mediterraneo in italiano
e arabo

Una rivista scritta in italiano e
arabo, due lingue per parlare della stessa cosa: del Mediterraneo. Si
chiama Assadakah
|
|
Libertà di informare in
cinque continenti

La prima classifica mondiale della
libertà di stampa: Firmato: Reporters senza frontiere...
|
|
Socio della tua banca

Una formula bancaria che potrebbe
risolvere molti problemi: studiamola insieme... |
| Alla scoperta dell'altro
Sud

Il
millenario Regno fondato da Ruggero il Normanno diventa un itinerario turistico
culturale
Clicca sulla bandiera
|
|

LIBRI
L'Inghilerra contro il
Regno delle Due Sicilie
|
| |
|

di
Franco Nocella
Il
Mediterraneo che tutti amiamo: solare, fulgido, carico di memorie, pittoresco e
vitale, un mondo ricco di olivi e di palme, di scintillii della luce sul mare
immobile, di pastori che riportano alla memoria i versi di Omero, di paesi che
appaiono come grappoli di case abbarbicati alle colline, di balsami della
macchia che il maestrale diffonde sul mare, di ore dolci dei tramonti estivi, di
ombre che scendono dai marmi antichi, di muri colorati, di sguardi tra le
persiane socchiuse, di gesti familiari del vivere in strada, di feste
religiose, di santuari cristiani e di kasbhe islamiche, di palazzi, ville
e castelli, di facce di contadini segnate dalla fatica e abbronzate dal sole…
Ma,
il Mediterraneo è anche il mare più famoso del mondo. Non c'è altro luogo del
pianeta in cui siano nate e tramontate civiltà così grandi, ove siano state
addensate dalla storia vicende tanto complesse e sconvolgenti. Differenze e
contrasti che, per altro, non disgregano l'omogeneità che lega le regioni lungo
le sue rive, ma sembrano quasi averla rinsaldata. Per millenni, attorno alle sue
sponde, è stato tutto un rompersi e un riallacciarsi di legami. Per usare una
stupenda immagine suggerita dal musicista cretese Jannis Markopoulos, si
potrebbe dire che questo mare unisce da millenni i popoli mediterranei come il
sangue vivificatore che scorre fra gli organi di un unico corpo.
E'
possibile per l'Italia immaginare il proprio futuro senza tener conto della
straordinaria circostanza per cui essa si trova - geograficamente, storicamente
e, soprattutto, culturalmente - al centro di questo mare e di questo mondo?
E' possibile chiudere gli occhi di fronte a una vocazione che è, da sempre,
iscritta nel codice genetico di questo territorio e delle popolazioni che lo
abitano? E' possibile che una visione convenzionale e banalizzata della vita
alimentata da gruppi di potere economico proiettati lì dove li spinge il flusso
delle loro ricchezze induca, quasi, a vergognarsi di essere mediterranei? Una
tendenza di pensiero ancora fortemente presente ha, per molto tempo, cercato di
affermare l'idea che l'Italia debba scegliere fra l'Europa e il Mediterraneo.
Quasi che non fosse parte, integrante e indissolubile, tanto dell'una quanto
dell'altro. Dobbiamo rimanere aggrappati alle Alpi, è la perorazione che
esemplifica questo punto di vista, per non scivolare verso le Piramidi e, cioè,
nella "palude mediterranea". Oggi sono, soprattutto, le regioni
meridionali - quelle che per otto secoli fecero parte del Regno nel sole fondato
nel Sud italiano, al centro del Mediterraneo, da uomini del Nord quali furono i
Normanni - a contrastare questa tendenza e a rialzare la bandiera mediterranea
in nome non solo dell'Italia, ma dell'intera Europa.
Il
Mediterraneo ha ancora molto da insegnare e un grande ruolo da svolgere. Esso
costituisce uno spazio fisico determinato che incuba un ideale umano
corrispondente. Uomo e ambiente definiscono questo mare e le regioni che lo
circondano come uno spazio non
paragonabile a nessun altro: cultura irripetibile, fioritura di temperamento e habitat come il mondo, altrove, non ha mai conosciuto e per la cui
formazione sono state necessarie guerre, spoliazioni, migrazioni, lavori
imponenti, biblioteche, studi, invenzioni e una energia vitale caratteristica
che emana, probabilmente, dal suolo e che non si manifesta da nessuna altra
parte.
Il celebre architetto Antonio Gaudi rende quest'idea in maniera
semplice e chiara, quando dice che la virtù sta nel punto medio. Mediterraneo
vuol dire in mezzo alle terre. Lungo le sue rive la luce media è a 45
gradi ed è la luce che meglio definisce i corpi e mostra le forme. Non è un
caso, dunque, se proprio qui sono fiorite le grandi culture artistiche: al loro
formarsi non è stato certamente estraneo questo particolare equilibrio di luce.
Né molta, né poca. Perché, sia l'una che l'altra accecano e i ciechi non
vedono.
Nel
Mediterraneo si impone la visione concreta delle cose, nella quale si mostra
l'arte au-tentica. La nostra forza plastica è costituita da un particolare
equilibrio fra la logica e il sentimento. Le terre del Nord puntano tutto sulla
razionalità, aborriscono il sentimento e, con l'illusione della chiarezza,
producono fantasmi. Mentre quelle
dell'estremo Sud, per eccesso di luce, rifiutano la razionalità e fabbricano
mostri. Tanto con la luce insufficiente, quanto con quella accecante la gente
non vede bene e l'equilibrio del suo spirito ne risulta ineluttabilmente
compromesso.
Gli
abitanti dei paesi che gravitano sul Mediterraneo sentono la bellezza con più
intensità di quelli dei paesi nordici e questi stessi lo riconoscono. La gente
del Nord apprezza più la ricchezza che si consegue con uno sforzo del pensiero.
I loro grandi musei sono il loro vanto, li curano non grande attenzione e gli
costano molto danaro, ma i nordici non badano a spese perché sono ricchi. Per
le opere che contengono pagano somme favolose, che mai sarebbero state date ai
loro autori che, in generale, condussero una vita misera. Questi autori erano
del Mediterraneo: italiani, greci, egiziani, spagnoli… I nordici si sentono
orgogliosi del possesso di tali ricchezze (si pensi ai fregi del
Partenone, sottratti ad Atene ed esposti nel Museo Britannico di Londra) perché
non hanno una visione plastica della vita, che, invece, caratterizza l'uomo
mediterraneo e che vale più di qualsiasi ricchezza.
E' giunto il momento di guardarsi intorno e di cercare di comprendere,
nell'era della globalizzazione dei mercati e degli stili di vita che tende a
omologare anche le identità culturali dei popoli, in che misura esiste una
consapevolezza sociale della peculiarità che caratterizza il modo di pensare e
di vivere che, nel corso dei millenni, si è andato consolidando attorno al mare
più antico del mondo.
Al
di là della retorica che porta ad accettare ciò che viene da oltre le Alpi
come se fosse la verità rivelata, comincia
a crescere il numero di coloro che
notano e denunciano le contraddizioni di una Europa che si muove a due diverse velocità di sviluppo:
l'Europa del Nord e l'Europa mediterranea. Due entità differenti non solo per
la struttura economica, ma anche perché portatrici di sensibilità culturali
del tutto divergenti fra loro. Più che di una Europa a due velocità, quindi,
bisognerebbe parlare di due Europe che cercano, da secoli e con grande
travaglio, una unità culturale che, tuttavia, non sono ancora riuscite a
raggiungere. Da tempi immemorabili la storia d'Europa si presenta come il
confronto fra due mentalità che dovrebbero essere complementari. Nonostante
questo, nel XX secolo, si sono contati sulle dita ricercatori e intellettuali
che si sono de-dicati a una riflessione su questa realtà che finisce con il
suggerire un ragionamento sui fini e sui mezzi della società industriale
avanzata, sul rapporto fra tecnologia e civiltà, una riflessione che per
l'Italia ha una rilevanza decisamente strategica.
E'
necessario colmare questo vuoto e riconsiderare la storia europea per scoprire
le cause e le origini di quello che si può definire l'uso volgare della
tecnologia. Secondo lo quanto hanno osservato con particolare lucidità lo
spagnolo Luis Racionero (El Mediterraneo y los barbaros del Norte) e
l'italiano Franco Cassano (Pensiero meridiano),
il mondo nordico si è
distinto nella sua capacità di saper produrre, mentre quello mediterraneo,
proponendo come virtù quelli che gli sono rinfacciati come difetti, potrebbe
distinguersi come guida al consumo verso una migliore qualità della vita.
Queste due dimensioni, quantità e qualità, efficienza e bellezza, definiscono
le due Europe alla ricerca di quell'unità culturale la cui mancanza costituisce
il tallone di Achille del vecchio continente: il sangue giovane del Nord, che ha
propiziato la rivoluzione industriale, deve affinarsi attraverso gli ideali
umanisti del Mediterraneo.
Ci
troviamo di fronte ad una prospettiva caratterizzata dalla dicotomia fra
tecnologia e civiltà: l'opulenza materiale e la qualità della vita che
differenziano l'esistenza delle due Europe attraverso mentalità e modelli di
vita notevolmente diversi. Il mondo mediterraneo, facendo leva, con greci e romani, su una
società di schiavi, costituì una società di ozio creativo. Il mondo nordico,
su una industrializzazione di massa, ha costruito la società del consumo. Ora
gli sviluppi della tecnologia e i processi sempre più avanzati di
automatizzazione della produzione ci fanno intravedere la possibilità di dar
vita a una nuova civiltà dell'ozio, dove il ruolo degli schiavi sia assunto
dalle macchine. Quest'idea stenta a prendere corpo perché i nordici, impregnati
di puritanesimo, continuano ad idolatrare il lavoro e l'efficienza produttiva.
E' giunto il momento di promuovere una razionale adesione di tutta l'Europa agli
ideali epicurei ed umanistici del Mediterraneo. Se i nordici hanno saputo
produrre, i mediterranei sanno consumare. L'arte di vivere non si improvvisa.
Non basta essere ricchi per praticarla. E' necessario possedere uno spirito
raffinato ed essere eredi di una lunga storia, qualità che i nuovi nordici non
posseggono. Il livello di vita in Occidente ha raggiunto punti di benessere che
permettono di porsi questioni di qualità.
La
teoria secondo cui il sangue giovane dei barbari del Nord risvegliò i degenerati
abitanti della regione mediterranea dal loro interminabile ozio di Capua era
coerente con l'epoca dell'industrialismo entusiasta. Ora sono proprio i giovani
nordici che vanno verso il Sud mediterraneo e ricer-cano la nozione della
misura. Sono stati loro i primi a denunciare - attraverso i movimenti verdi,
ecologisti e alternativi - la
fallacia dello sviluppo illimitato, l'aggressività della razionalità
esasperata ed il concetto disumano del lavoro fine a se stesso. Gli apatici e
scettici uomini del Mediterraneo avevano le loro buone ragioni per affrontare la
vita con tranquillità. Non si trattava di degenerazione o di mollezza, ma di
moderazione e di misura che nascevano dal sapere e dalla consapevolezza.
Coerente
con la mentalità utilitaristica degli anglosassoni, l'Occidente propone
soluzioni tecniche ai problemi culturali senza rendersi conto che le soluzioni
non sono materiali, ma mentali, come sostengono gli umanisti del Mediterraneo.
Al contrario, i popoli
mediterranei hanno imitato il
modello tecnologico del Nord, di cui subiscono il fascino. Ma, le mentalità
continuano a rimanere distinte, perché cultura e civiltà sono espressioni di
processi storici di lunga durata. Sino al 2000 avanti Cristo, affermava J.H.
Breasted, si ebbero importanti movimenti di popoli nomadi da steppe e deserti
fino alle aree civilizzate del Mediterraneo. Pur sotto il dominio di ariani,
dori e romani, esisteva e continuava a esistere, però, il sostrato degli
antichi popoli mediterranei (cretesi, etruschi, sardi, sikani, liguri, tartesi)
che seppe civilizzare gli indoeuropei e portare alla formazione dello spirito
che, poi, caratterizzò la civiltà dei greci e dei romani. Quando i greci e i
romani furono civilizzati dal sostrato degli antichi popoli del Mediterraneo, si
produsse una nuova invasione di barbari del Nord. Questa volta germanici, che
distrussero la civiltà greco-latina e quella mentalità ancestrale del
Mediterraneo, sorta dalla stessa terra e rigeneratasi così come si rinnovano i
suoi alberi e le sue piante.
Uno
sfortunato evolversi della storia ha fatto sì che i popoli del Nord
impostassero un modello produttivo basato sulla tecnologia prima di avere il
tempo di civilizzarsi attraverso il contatto con le regioni urbanizzate del Sud
mediterraneo. Queste affermazioni, forse, possono sembrare taglienti. Bisogna
riconoscere, sia pure con tutte le sfumature necessarie, i grandi apporti
culturali del Nord: gli esploratori inglesi, gli eruditi tedeschi, i missionari
svizzeri, il socialismo svedese, Goethe e Russel, la raffinatezza di Oscar Wilde.
Nonostante ciò, un fatto
è certo:
che capitalismo
e meccanizzazione sono prodotti del Nord e che quella parte dell'Europa,
in termini generali, a causa della brevità della sua storia, mantiene segni
allarmanti e oggettivamente riscontrabili di una mentalità barbara,
suscettibile di manifestarsi durante la guerra con orrori terrificanti e di
proiettarsi sinistramente anche sul sistema economico.
E'
anche bene considerare che i termini contrapposti di barbaro e mediterraneo
si riferiscono a modi di comportamento più che a luoghi geografici. Tuttavia,
sussistono tre fatti importanti. Primo: che i barbari calarono dal Nord sul
Mediterraneo. Secondo: che nei paesi del Nord non esistettero città fino al
XIII secolo. Terzo: che il Mediterraneo è una zona climatica abitabile, mentre
il Nord è inospitale. Tutto questo - al pari del vino e della birra, del lardo
e dell'olio d'oliva - distingue due diverse Europe. Quindi
vennero gli
americani liberatori,
repubblicani, ricchi e
generosi. Una intera generazione guardò con entusiasmo all'american way of
live. Si imitò l'efficientismo tecnocratico e industrialista e, negli anni
'60, l'Europa mediterranea entrò nella società del consumo. Il risultato è
sotto la vista di tutti. Il progresso materiale è innegabile e, in buona
misura, apprezzabile. Ma, l'arretramento dal punto di vista umano e della qualità
della vita appare altrettanto rilevante. La prospettiva più probabile, però,
è, oggi, quella dell'inquietudine nella ricchezza. Per i paesi mediterranei si
può parlare di sopravvivenza nei limiti degli interessi dei mercati dominanti.
Questo è il motivo dell'autoemarginazione delle giovani generazioni: il
programma di sviluppo economico, applicato con mentalità tecnocratica, non
tiene in sufficiente conto l'ideale di qualità della vita che i giovani
considerano traducibile nella realtà quotidiana di una civiltà sviluppata.
Il
problema è quello di accertare quali forme di vita distruttive della civiltà
mediterranea siano contenute nel sistema economico di benessere materiale che
viene dal Nord. Da un lato sarebbe assurdo rifiutare il progresso tecnologico,
dall'altro è doloroso vedere come si distruggano i valori umani e civili delle
nostre antichissime forme di vita. Era necessario distruggere la civiltà
mediterranea per sostituirla con una neurotizzante metropoli industriale,
sacrificare la qualità della vita a favore della fabbricazione in serie,
soffocare il dialogo fra uomini civili sotto lo stridio ossessivo dei mass
media?
La
soluzione del dilemma tecnologia-civiltà esige la ricerca di una terza
via. Il problema non è quello della tecnologia in se, ma quello di contrastare
l'uso volgare che, sotto l'impulso delle tendenze dominanti provenienti
dal Nord, se ne sta facendo. E' urgente sottomettere la tecnologia alla civiltà
e ciò sarà possibile soltanto con un cambiamento dei valori. Si
tratta di
un problema
di lungo
periodo, di un problema di educazione. E' necessario chiedersi se non
esiste un sistema di valori e una organizzazione economica che diano qualità e
senso all'uso della tecnologia. Si tratta di sfruttarla con misura, orientandola
verso fini di tipo naturale, ambientale, umanista e qualitativo. Dal
Mediterraneo deve partire un grande sforzo che permetta a tutta l'Europa di
muoversi in questa direzione. Questa è la missione che il nostro movimento si
è assegnato quando nacque, da Napoli, nel 1988 al termine di una grande marcia
popolare il cui tema era ed è il nostro programma: "Il Mediterraneo deve
vivere".
|
|
ORIGINE
E CAUSE DI UN'ECONOMIA DIPENDENTE

Lo
smantellamento dell'apparato industriale del Regno delle Due Sicilie e il ruolo
della rapace borghesia agraria nel trapasso dallo Stato autonomo all'Italia
unita: «brigantaggio», emigrazione e spoliazione sistematica del risparmio
calabrese senza prospettive di sviluppo
di
Franco Nocella
La
Calabria - nonostante l'importanza delle sue risorse territoriali, ambientali,
culturali ed energetiche - oggi una delle regioni piú povere dell'Italia e
dello stesso Meridione: lo scotto pagato da questa regione all'unificazione con
il Regno piemontese, seguita alla conquista militare del 1860, è stato grande e
non c'è dubbio sul fatto che le premesse dell'attuale sottosviluppo, del
mancato decollo economico e dell'emarginazione di oggi furono poste proprio da
quanti non esitarono a fare carte false pur di ottenere l'eliminazione dello
Stato autonomo di cui le province calabresi avevano fatto parte per 730 anni.
Il
settore rispetto al quale i governi "unitari" succedutisi dopo
l'eliminazione del Regno delle Due Sicilie hanno fatto sentire maggiormente i
loro effetti negativi è quello industriale che, prima dell'arrivo di Garibaldi
e di Vittorio Emanuele II, con iniziative nelle attività siderurgica, tessile
ed estrattiva, faceva della Calabria la regione "piú densa di industrie,
dopo Napoli, Caserta e Salerno" (1) .
In
particolare, nel settore siderurgico operavano due grandi stabilimenti, la
ferriera di Ferdinandea e le officine di Mongiana, che erano stati ubicati
sull'altopiano delle Serre per utilizzare la limonite del monte Stella ed il
carbone da legno tratto dai boschi di faggio e di abete. Gli stabilimenti, che
producevano un quarto del fabbisogno del Regno delle Due Sicilie ed occupavano
oltre mille operai, erano nati come industria statale e lavoravano su commesse
militari. A questi due complessi se ne deve aggiungere un terzo, non meno
importante: quello di Cardinale, realizzato sulla sponda del fiume Ancinale, nel
bosco di Razzona, conosciuto come "ferriera del principe di Satriano",
che nel 1839 poteva contare su ben nove fornelli di fusione. Qui furono
costruite le attrezzature utilizzate per gli avveniristici ponti in ferro del
Garigliano e del Calore. Non si può, infine, non ricordare la fonderia di ferro
in spranghe di Fuscaldo, sul litorale tirrenico della Calabria citeriore
L'attività
siderurgica e quella dell'estrazione del sale (quest'ultima occupava a Lungro
altri mille operai) erano organizzate su basi moderne e segnavano la presenza di
un proletariato industriale che si differenziava nettamente dal resto della
popolazione, che era agricola ed artigianale, sia per l'occupazione stabile che
per i comportamenti sociali. In queste realtà si ricordano i primi segnali di
un'organizzazione assistenziale ed i primi scioperi.
Le
altre attività di rilievo erano quelle dell'estrazione della liquirizia e del
tannino da castagno. Ma, il settore maggiormente diffuso era quello tessile
legato alla trasformazione dei prodotti locali come la lana, nella Calabria
citeriore, e la seta, nelle Serre e nel Poro. In alcuni casi la produzione era
organizzata su basi moderne e, talvolta, si registrava la presenza di
imprenditori stranieri. In altri la produzione era organizzata a livello
artigianale. I prodotti tessili trovavano sbocco sui mercati locali, ma - non di
rado - il livello di specializzazione comportava la loro diffusione in altre
regioni. Nel momento in cui il Regno delle Due Sicilie veniva soppresso, in
Calabria si contavano 11.000 telai e la sola industria serica occupava oltre
3.000 uni di forza-lavoro, soprattutto femminile. Anche nel settore delle pelli,
del cuoio, del sapone, del mobilio, delle sedie, dei cappelli, dei fiori
artificali, degli oggetti in ferro o in rame la produzione era organizzata
artigianalmente e trovava collocazione sui mercati sia locali che nazionali ed
esteri (2).
Nella
politica economica successiva alla conquista del 1860 manca una strategia capace
di rendere piú moderni i modi di produzione e di allargare i mercati dei
settori artigianali o domestici. Mancano anche interventi finalizzati al
mantenimento di quelle condizioni che avevano favorito la localizzazione dei
settori dell'industria moderna nelle province calabresi. Gli stabilimenti di
Mongiana e di Ferdinandea, per esempio, entrarono subito in crisi e chiusero i
battenti per le difficoltà di reperimento delle materie prime o delle fonti
energetiche tradizionali, senza che sia stato fatto nulla per la creazione di
nuove fonti, come quelle idro-elettriche: basta pensare che, all'inizio del
secolo, 40 anni dopo la fine del Regno autonomo, la Calabria disponeva -
nonostante le immense risorse naturali - soltanto di 1.000 kw di potenza
installata, cioè la metà di quella presente nella Basilicata, territorialmente
piú piccola ed assai piú povera di risorse.
La
verità sullo smantellamento dell'antico apparato industriale della Calabria è
stata occultata in tutti i modi, ma - nonostante tutto - emerge e si impone come
un dato oggettivo ed inoppugnabile. In un commento dei dati del censimento
industriale del 1961 si legge testualmente: "La situazione industriale
della Calabria al 1961, anno del centenario dell' unificazione, appariva
notevolmente deteriorata rispetto al secolo precedente, allorché la penisola
bruzia rivestiva un ruolo di primo piano in vari settori dell'industria del
Regno borbonico" (3).
Furono
ben presto dissolte le illusioni suscitate dal demagogico decreto firmato a
Rogliano da Garibaldi, con cui si concedeva alle popolazioni povere della
provincia di Cosenza l'uso gratuito dei terreni demaniali della Sila. Quel
proclama aveva fatto sperare nell'affermazione di una strategia di politica
agraria favorevole alla restituzione delle terre usurpate ed alla diffusione
della proprietà contadina che avrebbe potuto costituire un volano per lo
sviluppo dell'intera agricoltura calabrese. Ma le cose non andarono in questo
modo. Passata l'onda d'urto che spazzò via il Regno fondato da Ruggiero il
Normanno e restaurato da Carlo di Borbone, il nuovo Stato sabaudo restituí il
potere che gli agrari avevano perduto e si diede da fare per mantenere in vita i
rapporti sociali e le forme contrattuali del passato.
L'Italia
unita segnò, in altri termini, il trionfo di una proprietà di "parvenus"
emersi in seguito alla lenta erosione giuridica ed al ridimensionamento
economico della dell'eredità feudale del Medio Evo perseguiti ininterrottamente
nelle Due Sicilie dal 1734 in poi. Si trattava di piccoli borghesi avidi e senza
tradizioni cui i governi francesi di occupazione spalancarono le porte nel 1806,
con il pretesto delle leggi eversive della feudalità, e che costituirono la
quinta colonna su cui poterono fare affidamento i registi che, da Torino e da
Londra, telecomandarono prima la spedizione dei mille e poi l'invasione
piemontese. L'unico scopo di questa classe, in Calabria come nel resto del
Meridione, fu quello di sottrarre la maggiore quantità di prodotti a contadini
sempre piú declassati ed impoveriti (4).
E'
stato affermato, e non a torto, che questa borghesia rurale rapace ed
opportunista, spina nel fianco dei governi borbonici e trionfatrice dopo
l'annessione di 135 anni fa, non gestí la terra, ma organizzò il saccheggio
sistematico delle risorse naturali della Calabria. In effetti, essa si impadroní
delle terre di uso comune e, in questo modo, depauperò il patrimonio zootecnico
e forestale. Lo fece attraverso l'oppressione sistematica dei contadini ormai
disarticolati e costretti a lavorare di zappa frammenti di terra ogni anno
diversi, senza alcuna possibilità di organizzare la propria attività
produttiva. Non mancarono, ad onor del vero, delle eccezioni (giardini di
agrumi, oliveti e piú tardi vigneti nella Calabria ulteriore: esempi di colonía
migliorataria), ma - essendo quantitativamente limitate - esse non furono
sufficienti a mutare i caratteri di fondo della generale destrutturazione
dell'economia calabrese.
Sta
di fatto che, dopo il 1861, di fronte alla spoliazione economica cinicamente
progettata dai gruppi di potere che sponsorizzavano il nuovo governo
"unitario" di Torino, alle masse popolari calabresi non restò altro
che la strada della resistenza armata che gli storici del nuovo regime
chiamarono "brigantaggio". Si trattò, in realtà di una feroce guerra
civile durata quasi un quindicennio, che investí tutto il Meridione e provocò
migliaia di morti e decine di migliaia di carcerazioni. Quando questa eroica
resistenza fu piegata in un mare di sangue e di inaudite sofferenze, alla
sconfitta militare e politica i diseredati calabresi, privati violentemente
delle non infondate speranze di sviluppo costruite pazientemente per decenni dai
governi delle Due Sicilie, risposero con l'emigrazione di massa.
Per
chi rimase in Calabria ci furono altro sangue ed altre sofferenze. Aprendo la
campagna elettorale del 1919 a Crotone, Antonio Anile, candidato del Partito
popolare, in un discorso che costituisce un atto d'accusa inequivocabile per lo
Stato italiano nato dal risorgimento progettato dai banchieri della Valle
Padana, disse testualmente: "Il governo borbonico, che pure si era proposto
di attuare un vasto ed efficace programma di bonifiche delle nostre contrade
malsane, aveva, in considerazione del maggior rendimento che sarebbe venuto ai
proprietari delle terre bonificate, imposto una speciale tassa di bonifica, il
cui prodotto avrebbe dovuto impiegarsi esclusivamente a far proseguire e
completare le opere iniziate. Il nuovo governo d'Italia mantenne per un certo
tempo, com'è facile intendere, l'imposta; e ne risultò un fondo di parecchi
milioni, fatto di danaro nostro e che avrebbe dovuto essere speso per noi.
Ebbene, questi nostri milioni, un bel giorno, vennero con rapido decreto
distornati e concessi interamente, con una delle piú flagranti violazioni di
legge, per la bonifica delle terre che sono attorno a Ferrara" (5).
Un
esempio, in mezzo a tanti, per dare l'idea concreta di una spoliazione che
continua tutt'oggi. In un documento del Movimento meridionale di qualche anno
fa, infatti, si legge che ogni anno la Calabria "presta" migliaia di
miliardi alle regioni sviluppate d'Italia. Si tratta di risparmio raccolto dalle
banche, dagli uffici postali, dai fondi pensionistici e dallo Stato
direttamente, attraverso i titoli del tesoro. Per non parlare dell'IVA che i
rivenditori calabresi sborsano alle industrie delle regioni settentrionali nel
momento in cui acquistano merci e che queste hanno modo di trattenere per
diversi giorni. Si arriva, in tal modo, ad una cifra che - con stima prudenziale
- viene valutata attorno ai 40.000 miliardi di lire. Se si considera che ogni
anno il sistema finanziario non alimenta in Calabria piú di 700 miliardi di
investimenti, si arriva alla conclusione che nella regione non si investe se non
un miserrimo 2% del risparmio calabrese. Come se questa spoliazione non
bastasse, è risaputo che le banche applicano in Calabria un tasso di sconto che
supera anche di sette lire ogni cento il tasso medio italiano, per cui il
danaro, dal Pollino allo Stretto, costa molto piú che al Nord e nessuno ha mai
fornito convincenti ragioni del perché: questo accade in una regione dove la
disoccupazione tocca una persona su due in età di lavoro, dove un apparato
industriale come quello di Crotone di sgretola al pari di un gigante dai piedi
di argilla, dove ancora non sono state smaltite le delusioni per il centro
siderurgico promesso e mai realizzato a Gioia Tauro, dove interi comprensori -
da Castrovillari al litorale reggino - sono cosparsi delle carcasse di una
idustrializzazione fasulla che aveva iscritto nel proprio codice genetico un
preordinato destino di fallimento.
"Penso,
in certi momenti", diceva Antonino Anile nel suo discorso elettorale
pronunciato a Crotone nel 1919, riferendosi ai problemi del suo tempo, ma forse,
avrebbe potuto ripetere la stessa cosa anche oggi, "se le definizione data
da Gladstone del governo borbonico, la negazione di Dio, non debba affibbiarsi
al governo venuto dopo" (6). Una storia fatta di violenza, di
sofferenze e di ingiustizie quella della Calabria conquistata da Garibaldi
all'Italia unita dalle trame del conte di Cavour e dal filo di ferro
insanguinato dell'esercito di occupazione guidato de generali francofoni come
Cialdini e La Marmora. A pagare, da allora fino ad oggi, sono stati sempre i piú
deboli.
In
un manifesto, diramato da Catanzaro il 26 dicembre 1850, sottoscritto dal
maresciallo di campo marchese Nunziante, si ordinava - in nome e per conto del
Re delle Due Sicilie - il disarmo dei guardiani al servizio dei proprietari
terrieri: non fu mai un mistero il fatto che, come ha confermato il liberale
Francesco Saverio Nitti, le "classi subalterne" trovarono sempre un
appoggio nella Corona meridionale, dall'introduzione del catasto onciario del
1741-43 ad opera di Carlo III (7) fino alla creazione dei "monti
frumentari " della prima metà del secolo scorso per iniziativa di
Ferdinando II (8).
Ebbene,
scoppiata la prima guerra mondiale, nel 1915 furono interrotte le correnti
migratorie ed i contadini calabresi furono mandati a combattere sui fronti
alpini del Nord-Est. Essi formarono i primi reggimenti lanciati, l'uno dopo
l'altro, contro i reticolati e le trincee austriache: di quanto sangue calabrese
sono intrise le montagne di quelle regioni nord-orientali... Furono i reggimenti
della brigata "Catanzaro" a sacrificarsi per impedire l'invasione del
Trentino. Il compenso che ne ebbero è noto. Fu loro negato ogni avvicendamento
di riposo e quando osarono, per questa disumana ingiustizia, una protesta, la
risposta fu crudele e spietata: la decimazione.
NOTE
1) L. Gambi, "La Calabria", Utet, Torino 1975
2) A. Pugliese, "Calabria: i caratteri di una economia dipendente",
Franco Angeli, Milano, 1985
3) J.C. Gambino, "L'industrializzazione fantasma, il caso Calabria",
Esi, Napoli, 1980
4) A. Paparazzo, "I subalterni calabresi tra rimpianto e
trasgressione", Franco Angeli, Milano, 1984
5) "Quaderni Calabresi - Quaderni del Mezzogiorno e delle Isole", n.
60-61, gennaio 1986
6) Idem
7) S. Brich, "Dipignano nel 1700: aspetti sociali ed economici",
Comune di Dipignano (Cosenza), 1994
8) A. Mangone, "L'industria nel Regno di Napoli, 1859-1860", F.
Fiorentino Editrice 1976
|
| |
|