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Il Mediterraneo 
e i "barbari"
del Nord...

di Franco Nocella

Il Mediterraneo che tutti amiamo: solare, fulgido, carico di memorie, pittoresco e vitale, un mondo ricco di olivi e di palme, di scintillii della luce sul mare immobile, di pastori che riportano alla memoria i versi di Omero, di paesi che appaiono come grappoli di case abbarbicati alle colline, di balsami della macchia che il maestrale diffonde sul mare, di ore dolci dei tramonti estivi, di ombre che scendono dai marmi antichi, di muri colorati, di sguardi tra le persiane socchiuse, di gesti familiari del vivere in strada, di feste religiose, di santuari cristiani e di kasbhe islamiche, di palazzi, ville e castelli, di facce di contadini segnate dalla fatica e abbronzate dal sole…

  Ma, il Mediterraneo è anche il mare più famoso del mondo. Non c'è altro luogo del pianeta in cui siano nate e tramontate civiltà così grandi, ove siano state addensate dalla storia vicende tanto complesse e sconvolgenti. Differenze e contrasti che, per altro, non disgregano l'omogeneità che lega le regioni lungo le sue rive, ma sembrano quasi averla rinsaldata. Per millenni, attorno alle sue sponde, è stato tutto un rompersi e un riallacciarsi di legami. Per usare una stupenda immagine suggerita dal musicista cretese Jannis Markopoulos, si potrebbe dire che questo mare unisce da millenni i popoli mediterranei come il sangue vivificatore che scorre fra gli organi di un unico corpo.

  E' possibile per l'Italia immaginare il proprio futuro senza tener conto della straordinaria circostanza per cui essa si trova - geograficamente, storicamente e, soprattutto, culturalmente - al centro di questo mare e di questo mondo? E' possibile chiudere gli occhi di fronte a una vocazione che è, da sempre, iscritta nel codice genetico di questo territorio e delle popolazioni che lo abitano? E' possibile che una visione convenzionale e banalizzata della vita alimentata da gruppi di potere economico proiettati lì dove li spinge il flusso delle loro ricchezze induca, quasi, a vergognarsi di essere mediterranei? Una tendenza di pensiero ancora fortemente presente ha, per molto tempo, cercato di affermare l'idea che l'Italia debba scegliere fra l'Europa e il Mediterraneo. Quasi che non fosse parte, integrante e indissolubile, tanto dell'una quanto dell'altro. Dobbiamo rimanere aggrappati alle Alpi, è la perorazione che esemplifica questo punto di vista, per non scivolare verso le Piramidi e, cioè, nella "palude mediterranea". Oggi sono, soprattutto, le regioni meridionali - quelle che per otto secoli fecero parte del Regno nel sole fondato nel Sud italiano, al centro del Mediterraneo, da uomini del Nord quali furono i Normanni - a contrastare questa tendenza e a rialzare la bandiera mediterranea in nome non solo dell'Italia, ma dell'intera Europa.     

  Il Mediterraneo ha ancora molto da insegnare e un grande ruolo da svolgere. Esso costituisce uno spazio fisico determinato che incuba un ideale umano corrispondente. Uomo e ambiente definiscono questo mare e le regioni che lo circondano  come uno spazio non paragonabile a nessun altro: cultura irripetibile, fioritura di temperamento e habitat come il mondo, altrove, non ha mai conosciuto e per la cui formazione sono state necessarie guerre, spoliazioni, migrazioni, lavori imponenti, biblioteche, studi, invenzioni e una energia vitale caratteristica che emana, probabilmente, dal suolo e che non si manifesta da nessuna altra parte.

  Il celebre architetto Antonio Gaudi rende quest'idea in maniera semplice e chiara, quando dice che la virtù sta nel punto medio. Mediterraneo vuol dire in mezzo alle terre. Lungo le sue rive la luce media è a 45 gradi ed è la luce che meglio definisce i corpi e mostra le forme. Non è un caso, dunque, se proprio qui sono fiorite le grandi culture artistiche: al loro formarsi non è stato certamente estraneo questo particolare equilibrio di luce. Né molta, né poca. Perché, sia l'una che l'altra accecano e i ciechi non vedono.

  Nel Mediterraneo si impone la visione concreta delle cose, nella quale si mostra l'arte au-tentica. La nostra forza plastica è costituita da un particolare equilibrio fra la logica e il sentimento. Le terre del Nord puntano tutto sulla razionalità, aborriscono il sentimento e, con l'illusione della chiarezza, producono fantasmi.  Mentre quelle dell'estremo Sud, per eccesso di luce, rifiutano la razionalità e fabbricano mostri. Tanto con la luce insufficiente, quanto con quella accecante la gente non vede bene e l'equilibrio del suo spirito ne risulta ineluttabilmente compromesso.

  Gli abitanti dei paesi che gravitano sul Mediterraneo sentono la bellezza con più intensità di quelli dei paesi nordici e questi stessi lo riconoscono. La gente del Nord apprezza più la ricchezza che si consegue con uno sforzo del pensiero. I loro grandi musei sono il loro vanto, li curano non grande attenzione e gli costano molto danaro, ma i nordici non badano a spese perché sono ricchi. Per le opere che contengono pagano somme favolose, che mai sarebbero state date ai loro autori che, in generale, condussero una vita misera. Questi autori erano del Mediterraneo: italiani, greci, egiziani, spagnoli… I nordici si sentono orgogliosi del possesso di tali ricchezze (si pensi ai fregi del Partenone, sottratti ad Atene ed esposti nel Museo Britannico di Londra) perché non hanno una visione plastica della vita, che, invece, caratterizza l'uomo mediterraneo e che vale più di qualsiasi ricchezza.  E' giunto il momento di guardarsi intorno e di cercare di comprendere, nell'era della globalizzazione dei mercati e degli stili di vita che tende a omologare anche le identità culturali dei popoli, in che misura esiste una consapevolezza sociale della peculiarità che caratterizza il modo di pensare e di vivere che, nel corso dei millenni, si è andato consolidando attorno al mare più antico del mondo.

  Al di là della retorica che porta ad accettare ciò che viene da oltre le Alpi come se fosse la verità rivelata,  comincia a crescere il numero di coloro  che  notano e denunciano le contraddizioni di una  Europa che si muove a due diverse velocità di sviluppo: l'Europa del Nord e l'Europa mediterranea. Due entità differenti non solo per la struttura economica, ma anche perché portatrici di sensibilità culturali del tutto divergenti fra loro. Più che di una Europa a due velocità, quindi, bisognerebbe parlare di due Europe che cercano, da secoli e con grande travaglio, una unità culturale che, tuttavia, non sono ancora riuscite a raggiungere. Da tempi immemorabili la storia d'Europa si presenta come il confronto fra due mentalità che dovrebbero essere complementari. Nonostante questo, nel XX secolo, si sono contati sulle dita ricercatori e intellettuali che si sono de-dicati a una riflessione su questa realtà che finisce con il suggerire un ragionamento sui fini e sui mezzi della società industriale avanzata, sul rapporto fra tecnologia e civiltà, una riflessione che per l'Italia ha una rilevanza decisamente strategica.

  E' necessario colmare questo vuoto e riconsiderare la storia europea per scoprire le cause e le origini di quello che si può definire l'uso volgare della tecnologia. Secondo lo quanto hanno osservato con particolare lucidità lo spagnolo Luis Racionero (El Mediterraneo y los barbaros del Norte) e l'italiano Franco Cassano (Pensiero meridiano),  il  mondo nordico si è distinto nella sua capacità di saper produrre, mentre quello mediterraneo, proponendo come virtù quelli che gli sono rinfacciati come difetti, potrebbe distinguersi come guida al consumo verso una migliore qualità della vita. Queste due dimensioni, quantità e qualità, efficienza e bellezza, definiscono le due Europe alla ricerca di quell'unità culturale la cui mancanza costituisce il tallone di Achille del vecchio continente: il sangue giovane del Nord, che ha propiziato la rivoluzione industriale, deve affinarsi attraverso gli ideali umanisti del Mediterraneo.

  Ci troviamo di fronte ad una prospettiva caratterizzata dalla dicotomia fra tecnologia e civiltà: l'opulenza materiale e la qualità della vita che differenziano l'esistenza delle due Europe attraverso mentalità e modelli di vita notevolmente diversi. Il  mondo mediterraneo, facendo leva, con greci e romani, su una società di schiavi, costituì una società di ozio creativo. Il mondo nordico, su una industrializzazione di massa, ha costruito la società del consumo. Ora gli sviluppi della tecnologia e i processi sempre più avanzati di automatizzazione della produzione ci fanno intravedere la possibilità di dar vita a una nuova civiltà dell'ozio, dove il ruolo degli schiavi sia assunto dalle macchine. Quest'idea stenta a prendere corpo perché i nordici, impregnati di puritanesimo, continuano ad idolatrare il lavoro e l'efficienza produttiva. E' giunto il momento di promuovere una razionale adesione di tutta l'Europa agli ideali epicurei ed umanistici del Mediterraneo. Se i nordici hanno saputo produrre, i mediterranei sanno consumare. L'arte di vivere non si improvvisa. Non basta essere ricchi per praticarla. E' necessario possedere uno spirito raffinato ed essere eredi di una lunga storia, qualità che i nuovi nordici non posseggono. Il livello di vita in Occidente ha raggiunto punti di benessere che permettono di porsi questioni di qualità.

  La teoria secondo cui il sangue giovane dei barbari del Nord risvegliò i degenerati abitanti della regione mediterranea dal loro interminabile ozio di Capua era coerente con l'epoca dell'industrialismo entusiasta. Ora sono proprio i giovani nordici che vanno verso il Sud mediterraneo e ricer-cano la nozione della misura. Sono stati loro i primi a denunciare - attraverso i movimenti verdi, ecologisti e alternativi  - la fallacia dello sviluppo illimitato, l'aggressività della razionalità esasperata ed il concetto disumano del lavoro fine a se stesso. Gli apatici e scettici uomini del Mediterraneo avevano le loro buone ragioni per affrontare la vita con tranquillità. Non si trattava di degenerazione o di mollezza, ma di moderazione e di misura che nascevano dal sapere e dalla consapevolezza. 

Coerente con la mentalità utilitaristica degli anglosassoni, l'Occidente propone soluzioni tecniche ai problemi culturali senza rendersi conto che le soluzioni non sono materiali, ma mentali, come sostengono gli umanisti del Mediterraneo. Al  contrario,  i  popoli  mediterranei  hanno  imitato il modello tecnologico del Nord, di cui subiscono il fascino. Ma, le mentalità continuano a rimanere distinte, perché cultura e civiltà sono espressioni di processi storici di lunga durata. Sino al 2000 avanti Cristo, affermava J.H. Breasted, si ebbero importanti movimenti di popoli nomadi da steppe e deserti fino alle aree civilizzate del Mediterraneo. Pur sotto il dominio di ariani, dori e romani, esisteva e continuava a esistere, però, il sostrato degli antichi popoli mediterranei (cretesi, etruschi, sardi, sikani, liguri, tartesi) che seppe civilizzare gli indoeuropei e portare alla formazione dello spirito che, poi, caratterizzò la civiltà dei greci e dei romani. Quando i greci e i romani furono civilizzati dal sostrato degli antichi popoli del Mediterraneo, si produsse una nuova invasione di barbari del Nord. Questa volta germanici, che distrussero la civiltà greco-latina e quella mentalità ancestrale del Mediterraneo, sorta dalla stessa terra e rigeneratasi così come si rinnovano i suoi alberi e le sue piante.

  Uno sfortunato evolversi della storia ha fatto sì che i popoli del Nord impostassero un modello produttivo basato sulla tecnologia prima di avere il tempo di civilizzarsi attraverso il contatto con le regioni urbanizzate del Sud mediterraneo. Queste affermazioni, forse, possono sembrare taglienti. Bisogna riconoscere, sia pure con tutte le sfumature necessarie, i grandi apporti culturali del Nord: gli esploratori inglesi, gli eruditi tedeschi, i missionari svizzeri, il socialismo svedese, Goethe e Russel, la raffinatezza di Oscar Wilde. Nonostante  ciò, un  fatto  è  certo:  che  capitalismo  e meccanizzazione sono prodotti del Nord e che quella parte dell'Europa, in termini generali, a causa della brevità della sua storia, mantiene segni allarmanti e oggettivamente riscontrabili di una mentalità barbara, suscettibile di manifestarsi durante la guerra con orrori terrificanti e di proiettarsi sinistramente anche sul sistema economico.

  E' anche bene considerare che i termini contrapposti di barbaro e mediterraneo si riferiscono a modi di comportamento più che a luoghi geografici. Tuttavia, sussistono tre fatti importanti. Primo: che i barbari calarono dal Nord sul Mediterraneo. Secondo: che nei paesi del Nord non esistettero città fino al XIII secolo. Terzo: che il Mediterraneo è una zona climatica abitabile, mentre il Nord è inospitale. Tutto questo - al pari del vino e della birra, del lardo e dell'olio d'oliva - distingue due diverse Europe. Quindi  vennero  gli  americani  liberatori,  repubblicani,  ricchi e generosi. Una intera generazione guardò con entusiasmo all'american way of live. Si imitò l'efficientismo tecnocratico e industrialista e, negli anni '60, l'Europa mediterranea entrò nella società del consumo. Il risultato è sotto la vista di tutti. Il progresso materiale è innegabile e, in buona misura, apprezzabile. Ma, l'arretramento dal punto di vista umano e della qualità della vita appare altrettanto rilevante. La prospettiva più probabile, però, è, oggi, quella dell'inquietudine nella ricchezza. Per i paesi mediterranei si può parlare di sopravvivenza nei limiti degli interessi dei mercati dominanti. Questo è il motivo dell'autoemarginazione delle giovani generazioni: il programma di sviluppo economico, applicato con mentalità tecnocratica, non tiene in sufficiente conto l'ideale di qualità della vita che i giovani considerano traducibile nella realtà quotidiana di una civiltà sviluppata.

  Il problema è quello di accertare quali forme di vita distruttive della civiltà mediterranea siano contenute nel sistema economico di benessere materiale che viene dal Nord. Da un lato sarebbe assurdo rifiutare il progresso tecnologico, dall'altro è doloroso vedere come si distruggano i valori umani e civili delle nostre antichissime forme di vita. Era necessario distruggere la civiltà mediterranea per sostituirla con una neurotizzante metropoli industriale, sacrificare la qualità della vita a favore della fabbricazione in serie, soffocare il dialogo fra uomini civili sotto lo stridio ossessivo dei mass media?

  La soluzione del dilemma tecnologia-civiltà esige la ricerca di una terza via. Il problema non è quello della tecnologia in se, ma quello di contrastare l'uso volgare che, sotto l'impulso delle tendenze dominanti provenienti dal Nord, se ne sta facendo. E' urgente sottomettere la tecnologia alla civiltà e ciò sarà possibile soltanto con un cambiamento dei valori. Si  tratta  di  un  problema  di  lungo  periodo, di un problema di educazione. E' necessario chiedersi se non esiste un sistema di valori e una organizzazione economica che diano qualità e senso all'uso della tecnologia. Si tratta di sfruttarla con misura, orientandola verso fini di tipo naturale, ambientale, umanista e qualitativo. Dal Mediterraneo deve partire un grande sforzo che permetta a tutta l'Europa di muoversi in questa direzione. Questa è la missione che il nostro movimento si è assegnato quando nacque, da Napoli, nel 1988 al termine di una grande marcia popolare il cui tema era ed è il nostro programma: "Il Mediterraneo deve vivere".  

 

ORIGINE E CAUSE DI UN'ECONOMIA DIPENDENTE Calabria tradita

Lo smantellamento dell'apparato industriale del Regno delle Due Sicilie e il ruolo della rapace borghesia agraria nel trapasso dallo Stato autonomo all'Italia unita: «brigantaggio», emigrazione e spoliazione sistematica del risparmio calabrese senza prospettive di sviluppo

di Franco Nocella 

La Calabria - nonostante l'importanza delle sue risorse territoriali, ambientali, culturali ed energetiche - oggi una delle regioni piú povere dell'Italia e dello stesso Meridione: lo scotto pagato da questa regione all'unificazione con il Regno piemontese, seguita alla conquista militare del 1860, è stato grande e non c'è dubbio sul fatto che le premesse dell'attuale sottosviluppo, del mancato decollo economico e dell'emarginazione di oggi furono poste proprio da quanti non esitarono a fare carte false pur di ottenere l'eliminazione dello Stato autonomo di cui le province calabresi avevano fatto parte per 730 anni.

Il settore rispetto al quale i governi "unitari" succedutisi dopo l'eliminazione del Regno delle Due Sicilie hanno fatto sentire maggiormente i loro effetti negativi è quello industriale che, prima dell'arrivo di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II, con iniziative nelle attività siderurgica, tessile ed estrattiva, faceva della Calabria la regione "piú densa di industrie, dopo Napoli, Caserta e Salerno" (1) .

In particolare, nel settore siderurgico operavano due grandi stabilimenti, la ferriera di Ferdinandea e le officine di Mongiana, che erano stati ubicati sull'altopiano delle Serre per utilizzare la limonite del monte Stella ed il carbone da legno tratto dai boschi di faggio e di abete. Gli stabilimenti, che producevano un quarto del fabbisogno del Regno delle Due Sicilie ed occupavano oltre mille operai, erano nati come industria statale e lavoravano su commesse militari. A questi due complessi se ne deve aggiungere un terzo, non meno importante: quello di Cardinale, realizzato sulla sponda del fiume Ancinale, nel bosco di Razzona, conosciuto come "ferriera del principe di Satriano", che nel 1839 poteva contare su ben nove fornelli di fusione. Qui furono costruite le attrezzature utilizzate per gli avveniristici ponti in ferro del Garigliano e del Calore. Non si può, infine, non ricordare la fonderia di ferro in spranghe di Fuscaldo, sul litorale tirrenico della Calabria citeriore

L'attività siderurgica e quella dell'estrazione del sale (quest'ultima occupava a Lungro altri mille operai) erano organizzate su basi moderne e segnavano la presenza di un proletariato industriale che si differenziava nettamente dal resto della popolazione, che era agricola ed artigianale, sia per l'occupazione stabile che per i comportamenti sociali. In queste realtà si ricordano i primi segnali di un'organizzazione assistenziale ed i primi scioperi.

Le altre attività di rilievo erano quelle dell'estrazione della liquirizia e del tannino da castagno. Ma, il settore maggiormente diffuso era quello tessile legato alla trasformazione dei prodotti locali come la lana, nella Calabria citeriore, e la seta, nelle Serre e nel Poro. In alcuni casi la produzione era organizzata su basi moderne e, talvolta, si registrava la presenza di imprenditori stranieri. In altri la produzione era organizzata a livello artigianale. I prodotti tessili trovavano sbocco sui mercati locali, ma - non di rado - il livello di specializzazione comportava la loro diffusione in altre regioni. Nel momento in cui il Regno delle Due Sicilie veniva soppresso, in Calabria si contavano 11.000 telai e la sola industria serica occupava oltre 3.000 uni di forza-lavoro, soprattutto femminile. Anche nel settore delle pelli, del cuoio, del sapone, del mobilio, delle sedie, dei cappelli, dei fiori artificali, degli oggetti in ferro o in rame la produzione era organizzata artigianalmente e trovava collocazione sui mercati sia locali che nazionali ed esteri (2).

Nella politica economica successiva alla conquista del 1860 manca una strategia capace di rendere piú moderni i modi di produzione e di allargare i mercati dei settori artigianali o domestici. Mancano anche interventi finalizzati al mantenimento di quelle condizioni che avevano favorito la localizzazione dei settori dell'industria moderna nelle province calabresi. Gli stabilimenti di Mongiana e di Ferdinandea, per esempio, entrarono subito in crisi e chiusero i battenti per le difficoltà di reperimento delle materie prime o delle fonti energetiche tradizionali, senza che sia stato fatto nulla per la creazione di nuove fonti, come quelle idro-elettriche: basta pensare che, all'inizio del secolo, 40 anni dopo la fine del Regno autonomo, la Calabria disponeva - nonostante le immense risorse naturali - soltanto di 1.000 kw di potenza installata, cioè la metà di quella presente nella Basilicata, territorialmente piú piccola ed assai piú povera di risorse.

La verità sullo smantellamento dell'antico apparato industriale della Calabria è stata occultata in tutti i modi, ma - nonostante tutto - emerge e si impone come un dato oggettivo ed inoppugnabile. In un commento dei dati del censimento industriale del 1961 si legge testualmente: "La situazione industriale della Calabria al 1961, anno del centenario dell' unificazione, appariva notevolmente deteriorata rispetto al secolo precedente, allorché la penisola bruzia rivestiva un ruolo di primo piano in vari settori dell'industria del Regno borbonico" (3).

Furono ben presto dissolte le illusioni suscitate dal demagogico decreto firmato a Rogliano da Garibaldi, con cui si concedeva alle popolazioni povere della provincia di Cosenza l'uso gratuito dei terreni demaniali della Sila. Quel proclama aveva fatto sperare nell'affermazione di una strategia di politica agraria favorevole alla restituzione delle terre usurpate ed alla diffusione della proprietà contadina che avrebbe potuto costituire un volano per lo sviluppo dell'intera agricoltura calabrese. Ma le cose non andarono in questo modo. Passata l'onda d'urto che spazzò via il Regno fondato da Ruggiero il Normanno e restaurato da Carlo di Borbone, il nuovo Stato sabaudo restituí il potere che gli agrari avevano perduto e si diede da fare per mantenere in vita i rapporti sociali e le forme contrattuali del passato.

L'Italia unita segnò, in altri termini, il trionfo di una proprietà di "parvenus" emersi in seguito alla lenta erosione giuridica ed al ridimensionamento economico della dell'eredità feudale del Medio Evo perseguiti ininterrottamente nelle Due Sicilie dal 1734 in poi. Si trattava di piccoli borghesi avidi e senza tradizioni cui i governi francesi di occupazione spalancarono le porte nel 1806, con il pretesto delle leggi eversive della feudalità, e che costituirono la quinta colonna su cui poterono fare affidamento i registi che, da Torino e da Londra, telecomandarono prima la spedizione dei mille e poi l'invasione piemontese. L'unico scopo di questa classe, in Calabria come nel resto del Meridione, fu quello di sottrarre la maggiore quantità di prodotti a contadini sempre piú declassati ed impoveriti (4).

E' stato affermato, e non a torto, che questa borghesia rurale rapace ed opportunista, spina nel fianco dei governi borbonici e trionfatrice dopo l'annessione di 135 anni fa, non gestí la terra, ma organizzò il saccheggio sistematico delle risorse naturali della Calabria. In effetti, essa si impadroní delle terre di uso comune e, in questo modo, depauperò il patrimonio zootecnico e forestale. Lo fece attraverso l'oppressione sistematica dei contadini ormai disarticolati e costretti a lavorare di zappa frammenti di terra ogni anno diversi, senza alcuna possibilità di organizzare la propria attività produttiva. Non mancarono, ad onor del vero, delle eccezioni (giardini di agrumi, oliveti e piú tardi vigneti nella Calabria ulteriore: esempi di colonía migliorataria), ma - essendo quantitativamente limitate - esse non furono sufficienti a mutare i caratteri di fondo della generale destrutturazione dell'economia calabrese.

Sta di fatto che, dopo il 1861, di fronte alla spoliazione economica cinicamente progettata dai gruppi di potere che sponsorizzavano il nuovo governo "unitario" di Torino, alle masse popolari calabresi non restò altro che la strada della resistenza armata che gli storici del nuovo regime chiamarono "brigantaggio". Si trattò, in realtà di una feroce guerra civile durata quasi un quindicennio, che investí tutto il Meridione e provocò migliaia di morti e decine di migliaia di carcerazioni. Quando questa eroica resistenza fu piegata in un mare di sangue e di inaudite sofferenze, alla sconfitta militare e politica i diseredati calabresi, privati violentemente delle non infondate speranze di sviluppo costruite pazientemente per decenni dai governi delle Due Sicilie, risposero con l'emigrazione di massa.

Per chi rimase in Calabria ci furono altro sangue ed altre sofferenze. Aprendo la campagna elettorale del 1919 a Crotone, Antonio Anile, candidato del Partito popolare, in un discorso che costituisce un atto d'accusa inequivocabile per lo Stato italiano nato dal risorgimento progettato dai banchieri della Valle Padana, disse testualmente: "Il governo borbonico, che pure si era proposto di attuare un vasto ed efficace programma di bonifiche delle nostre contrade malsane, aveva, in considerazione del maggior rendimento che sarebbe venuto ai proprietari delle terre bonificate, imposto una speciale tassa di bonifica, il cui prodotto avrebbe dovuto impiegarsi esclusivamente a far proseguire e completare le opere iniziate. Il nuovo governo d'Italia mantenne per un certo tempo, com'è facile intendere, l'imposta; e ne risultò un fondo di parecchi milioni, fatto di danaro nostro e che avrebbe dovuto essere speso per noi. Ebbene, questi nostri milioni, un bel giorno, vennero con rapido decreto distornati e concessi interamente, con una delle piú flagranti violazioni di legge, per la bonifica delle terre che sono attorno a Ferrara" (5).

Un esempio, in mezzo a tanti, per dare l'idea concreta di una spoliazione che continua tutt'oggi. In un documento del Movimento meridionale di qualche anno fa, infatti, si legge che ogni anno la Calabria "presta" migliaia di miliardi alle regioni sviluppate d'Italia. Si tratta di risparmio raccolto dalle banche, dagli uffici postali, dai fondi pensionistici e dallo Stato direttamente, attraverso i titoli del tesoro. Per non parlare dell'IVA che i rivenditori calabresi sborsano alle industrie delle regioni settentrionali nel momento in cui acquistano merci e che queste hanno modo di trattenere per diversi giorni. Si arriva, in tal modo, ad una cifra che - con stima prudenziale - viene valutata attorno ai 40.000 miliardi di lire. Se si considera che ogni anno il sistema finanziario non alimenta in Calabria piú di 700 miliardi di investimenti, si arriva alla conclusione che nella regione non si investe se non un miserrimo 2% del risparmio calabrese. Come se questa spoliazione non bastasse, è risaputo che le banche applicano in Calabria un tasso di sconto che supera anche di sette lire ogni cento il tasso medio italiano, per cui il danaro, dal Pollino allo Stretto, costa molto piú che al Nord e nessuno ha mai fornito convincenti ragioni del perché: questo accade in una regione dove la disoccupazione tocca una persona su due in età di lavoro, dove un apparato industriale come quello di Crotone di sgretola al pari di un gigante dai piedi di argilla, dove ancora non sono state smaltite le delusioni per il centro siderurgico promesso e mai realizzato a Gioia Tauro, dove interi comprensori - da Castrovillari al litorale reggino - sono cosparsi delle carcasse di una idustrializzazione fasulla che aveva iscritto nel proprio codice genetico un preordinato destino di fallimento.

"Penso, in certi momenti", diceva Antonino Anile nel suo discorso elettorale pronunciato a Crotone nel 1919, riferendosi ai problemi del suo tempo, ma forse, avrebbe potuto ripetere la stessa cosa anche oggi, "se le definizione data da Gladstone del governo borbonico, la negazione di Dio, non debba affibbiarsi al governo venuto dopo" (6). Una storia fatta di violenza, di sofferenze e di ingiustizie quella della Calabria conquistata da Garibaldi all'Italia unita dalle trame del conte di Cavour e dal filo di ferro insanguinato dell'esercito di occupazione guidato de generali francofoni come Cialdini e La Marmora. A pagare, da allora fino ad oggi, sono stati sempre i piú deboli.

In un manifesto, diramato da Catanzaro il 26 dicembre 1850, sottoscritto dal maresciallo di campo marchese Nunziante, si ordinava - in nome e per conto del Re delle Due Sicilie - il disarmo dei guardiani al servizio dei proprietari terrieri: non fu mai un mistero il fatto che, come ha confermato il liberale Francesco Saverio Nitti, le "classi subalterne" trovarono sempre un appoggio nella Corona meridionale, dall'introduzione del catasto onciario del 1741-43 ad opera di Carlo III (7) fino alla creazione dei "monti frumentari " della prima metà del secolo scorso per iniziativa di Ferdinando II (8).

Ebbene, scoppiata la prima guerra mondiale, nel 1915 furono interrotte le correnti migratorie ed i contadini calabresi furono mandati a combattere sui fronti alpini del Nord-Est. Essi formarono i primi reggimenti lanciati, l'uno dopo l'altro, contro i reticolati e le trincee austriache: di quanto sangue calabrese sono intrise le montagne di quelle regioni nord-orientali... Furono i reggimenti della brigata "Catanzaro" a sacrificarsi per impedire l'invasione del Trentino. Il compenso che ne ebbero è noto. Fu loro negato ogni avvicendamento di riposo e quando osarono, per questa disumana ingiustizia, una protesta, la risposta fu crudele e spietata: la decimazione.

NOTE
1) L. Gambi, "La Calabria", Utet, Torino 1975
2) A. Pugliese, "Calabria: i caratteri di una economia dipendente", Franco Angeli, Milano, 1985
3) J.C. Gambino, "L'industrializzazione fantasma, il caso Calabria", Esi, Napoli, 1980
4) A. Paparazzo, "I subalterni calabresi tra rimpianto e trasgressione", Franco Angeli, Milano, 1984
5) "Quaderni Calabresi - Quaderni del Mezzogiorno e delle Isole", n. 60-61, gennaio 1986
6) Idem
7) S. Brich, "Dipignano nel 1700: aspetti sociali ed economici", Comune di Dipignano (Cosenza), 1994
8) A. Mangone, "L'industria nel Regno di Napoli, 1859-1860", F. Fiorentino Editrice 1976

 

 

 

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