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Rivoluzione meridionale
sequestrata: liberiamo
il pensiero di Dorso

Mentre il Sud si lascia trascinare frastornato  verso modelli federalisti costruiti da altri e per altri, così come da altri e per altri, fu realizzata l’unificazione politica dell’Italia nel XIX secolo che lo privò della sua secolare autonomia, La Feder Mediterraneo ritiene utile riproporre alcuni brani del libro “Rivoluzione meridionale” scritto dall’avvocato irpino Guido Dorso nel 1924 e ripubblicato con aggiornamenti nel 1947, poco prima della morte dell’autore. Dorso, dopo aver riletto criticamente la storia del Mezzogiorno italiano, traccia la strada  di una  “rivoluzione” che ancora non c’è stata. Quella che, come scrisse, servirà a “svegliare un popolo di morti”. Dorso sottopose a una serrata critica l’intera classe politica meridionale del suo tempo, accusata di un cronico “trasformismo” che la portava costantemente a svendere gli interessi e i diritti del Mezzogiorno. Militò nel partito d’azione e, insoddisfatto, lo abbandonò.  Non ebbe il tempo di far arrivare alla gente del Sud, che amava appassionatamente, il suo messaggio di libertà: dopo la sua prematura morte il suo pensiero è stato tenuto sotto sequestro dai club laico-borghesi che se ne sono appropriati. Oggi , dopo oltre mezzo secolo dalla sua scomparsa, la sua analisi della storia meridionale e il suo sogno autonomista devono essere riconsegnati a un Mezzogiorno alla ricerca della sua strada verso il futuro.

L

o  Stato, da organo supremo del diritto, da fonte precipua e unica di eticità, si trasforma in Italia in organo del privilegio, in fonte continua e perseverante dell’ingiustizia. Lo Stato non solo non fa niente per rimuovere quelle ragioni di ordine naturale che costituiscono causa di inferiorità delle nostre terre, ma contribuisce ad aggravarle, addossando al Mezzogiorno, costituito in mercato di arredamento della plutocrazia industriale del settentrione, tutte le conseguenze di un protezionismo ingiusto e antinazionale; adottando un sistema tributario assolutamente sperequato a danno della ricchezza immobiliare prevalente nel Sud e consentendo, anzi incoraggiando, il continuo drenaggio di capitali meridionali nelle banche del Nord e nel debito pubblico, per finalità che con il risorgimento del Mezzogiorno non soltanto non hanno che vedere, ma, addirittura, antitetiche.

Deviazioni statali, derivanti dall’adesione del massimo organo di azione collettiva a interessi particolari e al dominio di classi parassitarie, spiega l’affermarsi dell’accentramento statale e l’invadenza della pubblica amministrazione che distruggono ogni germe di progresso degli enti autarchici e pervertono ogni tentativo di privata iniziativa. Di qui l’odio per lo Stato e per il concetto di autorità. Il contadino meridionale conobbe lo Stato solo per le multe e per il carcere che gli commina attraverso regolamenti ritenuti infami e scritti soltanto per proteggere i signori dediti all’ozio e allo sfruttamento dei lavoratori, ma non per le cure e gli aiuti che presti al suo sforzo tenace.

Uno Stato che nacque dalla conquista regia e si organizzò per tutelare e sviluppare interessi particolaristici non poteva intendere certi imperativi etici che richiedono, invece, una più ampia giustificazione ideale e la cui difesa non può, in nessun caso, essere affidata a gruppi egoistici interessati a crearsi una legalità dittatoriale.

Svegliare le coscienze del Sud  

La questione meridionale svela intera la sua squisita natura politica, dinanzi alla quale gli aspetti tecnici scompaiono per la loro evidente unilateralità.  Essa si palesa risolubile, prima ancora che in campo legislativo, nelle coscienze individuali, cioè in quell’azione più strettamente e spiritualmente politica, destinata a preparare l’humus su cui uno Stato di diritto dovrà, finalmente, sorgere. E in ciò sta, appunto, la sua rivoluzionarietà.  Fin quando i conati rinnovatori si aggireranno soltanto nel cielo imponderabile delle astrazioni filosofiche, lo Stato burocratico-accentratore non temerà sconfitte perché risorgerà dalla polvere fin dopo l’estrema umiliazione. La questione italiana è, dunque, la questione meridionale e la rivoluzione italiana sarà la rivoluzione meridionale.

Lo sviluppo di questo piano non può essere opera che delle forze che attualmente sono danneggiate dallo Stato storico e che, in conseguenza dell’immaturità generale, ancora non gli si contrappongono. Occorre, quindi, svegliare queste forze, impedire che precipitino nel trasformismo, inquadrarle pazientemente e, senza fretta di arrivare subito, sottrarle alle terribili insidie dell’isolamento e delle lusinghe.

Produttori alla conquista dello Stato…

E’ affiorata una classe di coltivatori, di commercianti, di esportatori che soffrono terribilmente per la massacrante pressione tributaria, per il protezionismo doganale e per l’assurdo sistema giuridico in cui è imprigionata la produzione meridionale. Bisogna non lasciar perdere queste importanti manifestazioni politico-sociali e convogliarne il disagio sul terreno della critica antistatale. L’obiettivo da perseguire è quello della conquista ordinata e cosciente dello Stato da parte dei produttori.

Solo dove gli uomini hanno molto sofferto e si sono continuamente domandati se vivevano  in uno Stato o in una colonia è possibile concepire concretamente una rivoluzione statale e arrivare a possedere quella decisione che la storia ci insegna essere anche frutto di grande esasperazione.

Solo nelle regioni più danneggiate dall’unitarismo storico la critica alla conquista piemontese è mordente, intrisa di sangue e di miseria e la tradizione del risorgimento è ricatto di ceti resi opulenti dal sacrificio universale. Impostando l’azione contro lo Stato, noi imposteremo finalmente la lotta contro le classi trasformistiche del Sud, che non potranno non essere travolte nella rovina delle loro infinite colpe.

Autogoverno, unica alternativa

Noi affermiamo la necessità da parte del popolo meridionale di conquistarsi l’autogoverno. L’autogoverno, prima che nelle istituzioni e nelle leggi, deve nascere nello spirito dei cittadini. Esso è funzione critica di distacco da ogni forma di autorità che non sia l’autorità della libertà, è composizione di tutte le forme di violenza, è insomma armonia di libere coscienze che tutelano i propri interessi legittimamente conquistati. E la stessa parola autonomismo, siqnificando questo distacco spirituale, si palesa forma sufficiente e comprendere tutte le necessità etiche del governo diretto.

Il popolo meridionale deve essere finalmente compreso della necessità di fabbricarsi da se stesso il proprio destino e di abbandonare la triste abitudine di attendere dalla provvidenza divina o dal governo la carità.

Un sogno segreto: la libertà del Sud

I migliori figli del Mezzogiorno, che vivono ogni giorno in se stessi questa terribile tragedia politica che è la questione meridionale, aspettano con ansia i segni augurali per iniziare questa colossale impresa di civiltà e temono nel più riposto angolo del cuore che i loro ragionamenti non siano frutto di fantasia.  Ma, questa segreta passione di sogno, sposata al più arido razionalismo, io penso che sia il primo segno di maturazione che, in ogni caso, richiederà sforzi molteplici e lungo decorso di tempo. Contro la violenza secolare di cui è vittima, il Mezzogiorno invoca dalla storia la sua autonomia.

L’autonomismo è una dottrina politica diretta a raggiungere una più intima e profonda unità. Nessuno deve poter concepire l’unità nazionale come mezzo per continuare lo sgoverno attuale e il progressivo impoverimento del Mezzogiorno. La soluzione del problema meridionale, quindi, non potrà avvenire se non sul terreno dell’autonomismo.

L’autonomismo è un sistema e un metodo di lotta esclusivamente politico. L’autonomismo dovrà rappresentare il più profondo e serio tentativo di capovolgere in tutti i campi le basi storiche dello Stato.

Occorre che i giovani escano dallo stato di fatalismo che incombe sulle anime meridionali, per dimostrare che le élites del Sud non sono costituite soltanto da pensatori geniali capaci di anticipare di secoli le grandi scoperte del pensiero umano, ma sono costituite anche da uomini d’azione, capaci anche di compiere il miracolo di svegliare un popolo di morti.

Le difficoltà saranno sovrumane, la lotta contro il trasformismo non dovrà avere quartiere e coloro che vi si dedicheranno dovranno avere gli occhi aperti per scrutare sul nascere le inevitabili deviazioni dei partiti storici  verso la creazione di nuove fonti di squilibrio a danno del Mezzogiorno.

La dilagante sfiducia verso lo Stato rafforzerà lo spirito di iniziativa individuale e arresterà il costante drenaggio verso il Nord di risorse umane ed economiche di cui l’Italia meridionale e insulare ha sofferto durante la sua esperienza unitaria. La lotta contro lo Stato burocratico-accentratore si impone. Lungi dall’essere un danno, il fallimento dello Stato finirà con l’essere un vantaggio.

Una élite per guidare la “rivoluzione”

Occorre una élite  anche poco numerosa, ma che abbia idee chiare  e sia spietata nella sua funzione critica. Se il Mezzogiorno, in un supremo sforzo creativo,  organizzerà questa minuscola élite  senza paura e senza pietà, la lotta potrà essere lunga, ma l’esito non sarà dubbio, perché tutta la storia italiana non è altro che il capolavoro di piccoli nuclei che hanno sempre pensato e agito per le folle assenti.

 Anzitutto, è necessaria l’intransigenza più assoluta. Il trasformismo è una malattia dell’intera classe dirigente meridionale, è un vizio del sistema politico italiano e, per combatterlo, occorre eliminare la radice del male. Per farlo bisogna  dare coscienza agli umili e trasformarli da oggetto inconsapevole del vecchio baratto trasformista in soggetto della nuova politica autonomista.

Non chiediamo carità, solo giustizia

Il Mezzogiorno non ha bisogno di carità, ma di giustizia. Non chiede aiuto, ma libertà. Il Mezzogiorno distruggerà le cause della sua inferiorità da se stesso, con la sua libera iniziativa.

Il nuovo Stato deve smobilitare il suo apparato di prefetti, di questori e di aguzzini che non fa altro che scoraggiare e distruggere sul nascere le libere iniziative del popolo meridionale. Bisogna capovolgere interamente la tradizionale politica interna dello Stato italiano nei confronti del Mezzogiorno e creare le nuove strutture economico-politiche e politico-istituzionali entro le quali il Mezzogiorno potrà liberamente articolare le sue forze e tentare di accrescerle.

Se l’intero processo trasformistico consiste in un continuo lavorio di adesione al governo delle rappresentanze del Mezzogiorno, sicchè queste appaiono governative a vita, e possano così giovarsi di tutto l’apparato statale  per contrastare vittoriosamente gli sforzi che si fanno per liberare il paese dalla schiavitù in cui è tenuto, è chiaro che bisogna tagliare questo rapporto istituzionale alla base e alla sommità perché, in poco volgere di tempo, il personalismo sia superato e la vita politica meridionale possa avviarsi sulle rotaie della modernità.

I veri meridionalisti che hanno aderito ai partiti unitari debbono attentamente vigilare e non perdere il controllo della situazione.  Soprattutto, debbono tenersi pronti per il “secondo tempo” meridionalista, la cui ineluttabilità si presenterà quando gli attuali gruppi unitari, nell’immancabile sforzo di divenire partiti di governo, si accingeranno a tradire le speranze del Mezzogiorno.

Il nostro paese è contornato da troppi nemici ed esposto a infiniti pericoli: dalla rinascita del trasformismo alle deviazioni dei partiti unitari, corre tutta una gamma di situazioni intermedie attraverso le quali un nuovo compromesso antimeridionale può facilmente sbocciare.

Occorre, dunque, che i gruppi meridionalisti esistenti nei partiti unitari si tengano in contatto per non restare sorpresi dagli avvenimenti. Forse, la spinta per la costituzione del partito meridionale d’azione verrà dall’esterno, ma gli animi vi debbono essere preparati.  

 


 Protezionismo europeo
e Mediterraneo:
quale strategia

Uno studio ufficiale della Commissione Europea analizza l'andamento dell'interscambio agricolo con i paesi mediterranei. E ammette che ci sono spazi per aprire ulteriormente il nostro mercato alle esportazioni della riva sud del Mediterraneo.

Spesso si dice che i mercati agricoli mediterranei sono fortemente concorrenziali con quelli europei, ed in particolare con quelli italiani, spagnoli e greci, a causa ovviamente del tipo di produzione che le due sponde del Mediterraneo conoscono. Le organizzazioni internazionali di solidarietà e le ONG hanno sempre insistito sulla necessità che l'Europa apra i suoi mercati alla produzione del Sud, perché questo è l'unico modo per sostenere i processi di sviluppo a lungo termine. L'alternativa è l'assistenzialismo degli aiuti, rifiutato dalle ONG, che chiedono invece di dare al Sud e ai Paesi Terzi Mediterranei (PTM) la chance di competere in condizioni di parità con le produzioni europee. Una prospettiva contrastata dal mondo agricolo europeo, che vede nell'apertura del mercato continentale una minaccia alla propria esistenza e, diciamolo, ai propri privilegi. Sovente si è parlato di "invasione" dei prodotti agricoli mediterranei, che metterebbero in pericolo le nostre strutture produttive, soprattutto nel meridione. Un "grido d'allarme" che ha sempre portato gli europei a giustificare politiche commerciali protezionistiche, a danno dei paesi del Sud del mondo. Ne è un esempio l'ultimo accordo di cooperazione economica tra l'Unione Europea e la Giordania, che per lunghi mesi è stato bloccato dalla Spagna perché il governo di Madrid contestava presunti "privilegi commerciali" riconosciuti da Bruxelles all'esportazione in Europa di pomodori giordani, cosa che avrebbe minacciato i guadagni dei contadini spagnoli. Ma è vero che la produzione agricola mediterranea minaccia quella europea? La questione è di non poco conto, perché determina tutta la nostra politica commerciale verso i partners della sponda meridionale del Mediterraneo.

ANALISI SCIENTIFICA

Una questione a cui la Commissione Europea di Bruxelles ha dato una risposta, presentando un accurato studio che analizza tutte le statistiche agricole tra il 1991 ed il 1995, soprattutto su tre punti: 1) l'evoluzione dei volumi e dei prezzi di importazione; 2) l'andamento delle principali esportazioni europee verso i Paesi Terzi Mediterranei (PTM); 3) il bilancio di approvvigionamento comunitario. Lo studio riguarda quattordici categorie di prodotti sensibili: pomodori (anche concentrati), cipolle, olio d'oliva, nocciole, arance, piccoli agrumi, limoni, uva da tavola, meloni, fragole, fiori, patate, riso e vino. Undici paesi mediterranei sono coperti dallo studio: Tunisia, Marocco, Israele, Giordania, Cipro, Turchia, Egitto, Libano, Algeria, Siria e Malta. Le statistiche della Palestina non sono state prese in considerazione, per la particolare situazione che conosce quel paese. Ebbene, il risultato finale è che le concessioni commerciali nel settore agrario riconosciute ai PTM "non sono motivo di preoccupazione per la produzione comunitaria in condizioni ordinarie, perché i produttori della Comunità e i soci commerciali in regime preferenziale approfittano entrambi della stabilità del mercato comunitario, e perché gli esportatori comunitari sono chiamati a beneficiare della conclusione di nuovi accordi bilaterali tra l'Unione Europea e i Paesi Terzi Mediterranei (PTM)". Insomma, una vera e propria smentita ai numerosi e sconsiderati "gridi d'allarme" europei, una delegittimazione del protezionismo continentale, che rafforza la posizione di quelle ONG che -in nome del principio "trade, not aid"- chiedono politiche commerciali coerenti all'Europa. E lo studio ammette che ci sono spazi per riconoscere maggiori e più favorevoli condizioni preferenziali ai Paesi in Via di Sviluppo del Mediterraneo.

NUOVA SITUAZIONE

Quanto sia fondata quest'ultima prospettiva lo dimostra il fatto che, stando allo studio ufficiale della Commissione, "gli scambi agricoli sono diventati eccedenti per l'Unione Europea". L'Unione è passata da una situazione di importatrice netta di prodotti agricoli mediterranei negli Anni Settanta a una situazione di esportatrice netta da quando si è allargata a Spagna, Grecia e Portogallo. L'Europa ha registrato una eccedenza degli scambi agricoli di 413 milioni di ECU (1 ECU = 1.900 lire) nel 1995, ed esporta soprattutto carne bovina, prodotti lattiero-caseari, cereali e zucchero. I principali importatori di prodotti agricoli europei sono l'Algeria e l'Egitto, mentre gli unici esportatori netti verso l'Europa sono la Turchia ed il Marocco: un equilibrio sostanziale si registra invece con Israele e Tunisia.

SENZA EFFETTO

Lo studio ammette anche che "gli effetti della commercializzazione in Europa di prodotti agricoli mediterranei sulla produzione ed il mercato comunitario sono minimi". "Appare", si legge, che "non esiste un legame evidente tra l'accordo di concessioni dalla Comunità ai PTM ed il livello delle importazioni di prodotti in causa". L'accesso delle importazioni sensibili che beneficiano di concessioni tariffarie è limitato da accordi di autolimitazione (pomodori del Marocco), con un calendario che esclude le importazioni durante la stagione di produzione comunitaria (patate, cipolle, fragole, uve, meloni) o con quote tariffarie (olio d'oliva, arance). Inoltre, la proporzione delle importazioni provenienti dai PTM rispetto alla produzione comunitaria rimane limitata: 5% per pomodori, fragole, meloni; 10% per purea di pomodori, cipolle, limoni, uva; 40% per i piccoli agrumi, provenienti soprattutto da Marocco, Turchia ed Israele.

ECCEDENZE

Tra i prodotti considerati, si verifica che "la produzione europea è eccedente solo per pelato di pomodoro e limoni": la tale produzione rappresentava in media il 122% del consumo per i pelati e il 105% del consumo di limoni. I prodotti deficitari, invece, sono i piccoli agrumi (l'Unione produce l'81% del fabbisogno) e soprattutto le nocciole (35% del fabbisogno). Come si diceva, Turchia e Marocco sono gli unici "veri" esportatori agricoli verso l'Europa comunitaria: esportano soprattutto fiori, agrumi, uva, nocciole e fragole. "Cipro esporta volumi significativi solo per patate, agrumi e uva", dice lo studio. Tra le principali osservazioni contenute nell'analisi della Commissione, si nota una diminuzione delle importazioni di arance e dei limoni, cosi' come di pomodori (le esportazioni di pomodoro marocchino sono limitate a 150.000 tonnellate, nell'ambito di accordi di autolimitazione). Per quanto riguarda il mercato dei fiori (Israele e Giordania), le importazioni arrivano tra novembre e maggio, quando la produzione europea "non permette di rispondere alla domanda".

PUNTO FISSO

Lo studio della Commissione dimostra, in sintesi, che non c'è nessun pericolo per l'economia europea proveniente dalle esportazioni agricole mediterranee. Un'analisi che rappresenta un punto fisso -finale, si spera- nelle polemiche che sempre alimentano i rapporti agricoli mediterranei, fomentati da un mondo agricolo europeo che -al contrario- non fa che chiedere di limitare le importazioni dalla riva sud. Lo studio delegittima insomma atteggiamenti come quello spagnolo nei confronti della Giordania sui pomodori, o dell'Italia rispetto alla Tunisia per l'olio di oliva, e dimostra quanto la Politica Agricola Comune (PAC) vada riformata, perché scarica i costi del protezionismo europeo sui paesi terzi.


  Defiscalizzare
il petrolio siciliano

 Immediata defiscalizzazione del petrolio siciliano: la Feder Mediterraneo lancia il guanto della sfida meridionalista a Governo, maggioranza e opposizione e li invita a misurarsi concretamente con i problemi di un Sud storicamente condannato al sottosviluppo e all’emarginazione. La Sicilia è una terra ricca di giacimenti petroliferi ampiamente sfruttati: basti pensare che nella sola provincia di Ragusa si estrae il 13% del greggio italiano, senza che questo processo abbia, però, avviato ricadute sull'economia della regione. Infatti, le imposte che gravano sui prodotti petroliferi consumati in Sicilia, a differenza degli altri tributi che lo Stato riserva alla regione, sono attribuite all'erario. Il presidente della Feder Mediterraneo, Franco Nocella, con una lettera aperta indirizzata al presidente del Consiglio dei Ministri, on. Silvio Berlusconi, e ai presidenti del Senato, sen. Marcello Pera, e della Camera, on. Pierferdinando Casini, ha chiesto che Governo e Parlamento si mobilitino perché venga disposta, senza ulteriori indugi, la riduzione delle imposte gravanti sui prodotti petroliferi nella regione siciliana. Negli anni passati, come ha scritto il presidente Nocella, parlamentari di quasi tutti i partiti si sono esibiti in un grottesco festival della demagogia presentando progetti di legge sulla defiscalizzazione del petrolio siciliano, che poi sono stati fatti puntualmente decadere, molto spesso senza essere messi neppure in discussione. Secondo il presidente della Feder Mediterraneo, Nocella, è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti e il premier Berlusconi deve dimostrare concretamente se è o meno condizionato nella sua politica nei confronti del Mezzogiorno dalla presenza della Lega Nord nel governo da lui presieduto.

 Ricchi giacimenti petroliferi sono in fase di avanzato sfruttamento nel Ragusano e nel Gelese. In Sicilia si estraggono gran parte dei prodotti petroliferi che vengono consumati nella regione e su questi gravano le accise che - a differenza degli altri tributi che lo statuto riserva alla regione - sono attribuite all'erario. Intorno a Gela vi sono pozzi da cui si estraggono 490.000 tonnellate di petrolio all'anno e altre 470.000 tonnellate se ne estraggono a Vega. In questa zona vi sono riserve accertate per 150 milioni di tonnellate di petrolio e 500 miliardi di metri cubi di gas. Inoltre, nei pressi di Corleone, è stato scoperto un giacimento della potenzialità di un miliardo di barili l'anno, altri due miliardi di barili potranno essere estratti dalle nuove perforazioni effettuate presso Ragusa e Gela e, quanto alle riserve di gas metano, ne sono state individuate per oltre 100 miliardi di metri cubi nei pressi di Catania. La Sicilia, come ha denunciato il presidente della Feder-Mediterraneo, Franco Nocella, nella sua lettera aperta, paga da troppo tempo un alto prezzo a fronte delle risorse che mette a disposizione delle società petrolifere. Grave è, infatti, l'inquinamento atmosferico, ambientale e marittimo della regione e pesante l'incidenza sulla salute degli abitanti e sullo sviluppo turistico di quelle terre. Gli stessi studi commissionati dal Ministero dell’ambiente dimostrano la condizione drammatica in cui è costretta a vivere la Sicilia. Basti considerare i due piani di disinquinamento e risanamento del territorio della provincia di Caltanissetta relativamente alle aree di Gela (DPR 17 gennaio 1995) e di Ragusa (DPR 17 gennaio 1995). Gli interventi che vi sono previsti - limitati a poche risorse disponibili - lasciano intravedere chiaramente lo stato di degrado prodotto dagli insediamenti petroliferi e le risorse necessarie ad una completa ed efficace opera di risanamento. Per altro, delle modestissime somme previste per il recupero ambientale - circa 350 miliardi per l'area di Gela e 523 miliardi per l'area di Ragusa - la maggior parte è a carico delle imprese e di taluni soggetti privati, mentre il contributo pubblico dovrebbe far capo ai bilanci della Regione siciliana, con le conseguenti e ulteriori riduzione degli investimenti dedicati allo sviluppo e al recupero dell'economia dell'isola.

Con il provvedimento proposto dalla Feder Mediterraneo si può dimostrare come sia possibile intervenire concretamente per ridurre gli effetti negativi dello squilibrato rapporto Nord-Sud che bloccano lo sviluppo economico della Sicilia. Con la defiscalizzazione sarebbe possibile risolvere quattro ordini di questioni:1)  il ritorno finanziario dovuto per effetto del rischio ambientale, visti i notevoli danni prodotti dalla raffinazione del petrolio, soprattutto nella zona orientale sede di una concentrazione industriale ad alto tasso d'inquinamento sia atmosferico che marittimo (il greggio viene estratto anche in mare aperto); 2) la riduzione indiretta della pressione tributaria delle imprese che esportano verso i mercati del Nord le proprie merci. Infatti, il costo del trasporto merci, essendo la Sicilia situata geograficamente all'estremo sud dell'Italia, risulta essere assai oneroso in termini di distanze, di tempo, ma soprattutto di consumi di carburanti per autotrazione; 3) l'incentivazione del turismo e la promozione delle bellezze naturali, archeologiche ed artistiche dell'isola attraverso l'estensione dell'esenzione per i consumi di autotrazione ai visitatori dell'isola; 4) un'iniziativa a favore del Sud senza i rischi degli interventi assistenzialistici fini a se stessi e oggetto di larga corruzione come dimostra la triste epopea di Tangentopoli.

In particolare, la Feder Mediterraneo propone la riduzione delle imposte che gravano sui prodotti petroliferi immessi al consumo ed impiegati in Sicilia per autotrazione e per usi industriali. Le esenzioni devono essere estese anche ai turisti che si recano nell'isola. E’ necessario, inoltre, prevedere l'esenzione totale delle accise sui prodotti petroliferi utilizzati a fini industriali, agricoli e artigianali, in modo da poter fornire un reale e forte aiuto alla produzione, in una terra che ha bisogno di interventi di questo tipo per risollevarsi dalla condizione di degrado economico-sociale cui versa dai tempi dell'annessione piemontese. E’ necessario, poi, ridurre l'imposta sul valore aggiunto (IVA) del 30 per cento dell'imposta vigente per i prodotti petroliferi per autotrazione, mentre viene esclusa per quelli utilizzati a fini industriali, agricoli ed artigianali. Al Governo e al Parlamento, secondo la Feder Mediterraneo, toccherà il compito di quantificare il mancato introito, derivante dal provvedimento, e si indicano i mezzi di copertura finanziaria.

 

 

 

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Aggiornato il: 01 marzo 2003