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Maria Grazia Tundo

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Maria Grazia Tundo 1999

 



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Il nero virtuale

AAVV, Athanor, (a cura di S. Petrilli), anno IX, nuova serie, n.1, Lecce, ed. Piero Manni, 1998, pp. 117-128.

 

Il più delle volte, mi trovo ad essere nell’oscurità del mio stesso desiderio […] entro nella notte del non-senso; il desiderio continua a vibrare (l’oscurità è transluminosa), ma io non voglio cogliere niente; è la Notte del non-profitto, del dispendio sottile, invisibile: estoy a oscuras: io sono lì, seduto semplicemente e tranquillamente nell’interno nero dell’amore.

Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso              

 

Topografie del desiderio in rete. Le chat rooms (pp. 117- 118)

Nella notte, nel buio di uno studio ormai deserto, o nella luce fioca di una stanza appena illuminata, il popolo desiderante dei cibernauti si avvicina ad un computer, lo accende, attende che si compiano tutte le operazioni che faranno apparire la schermata d'inizio e si collegano ad un provider.

Si digita una password, che nel suo codice criptato già racchiude il senso di una storia abbozzata nel proprio immaginario, si ascoltano gli impulsi di un modem che compone un numero, i suoni irregolari e striduli che sono i tentativi della macchina di collegarsi al mondo in Rete e si può entrare finalmente nel ciberspazio.

Il sapore rituale di questa operazione, che è, malgrado tutto, lenta e complessa, permette l’avvicinamento ad un luogo che è la parodia inconsapevole del sacro, che mima il rituale di una spoliazione di sé come sacrificio per l’ingresso in quello spazio virtuale di sogni e paure in cui ci sta per essere accolti.

Si entra così nel cuore nero delle chat rooms. Stanze senza mura e senza confini, luoghi creati dal solo linguaggio, materia linguistica densa e smaterializzazione dei corpi.

Ciò che determina il perimetro di una chat room è l’insieme dei nomi delle personae che la compongono. Col variare di questi nomi e di queste temporanee identità si modifica lo spazio della chat room stessa e dunque non c’è nessuna permanenza topologica, basta una minima variazione: un ingresso o un’uscita di qualcuno perché la stanza non sia più la stessa.

Si parla di "comunità" che si strutturano intorno a degli interessi condivisi, età, collocazione geografica o linguistica, ma in realtà tutte queste comunità sono unite da un unico grande e inquietante gioco del desiderio, da un sostare in quell’oscurità che ospita tutti i propri fantasmi. Le stanze sono sempre spopolate al mattino quando si lavora, si studia, si produce, ci si cala nella rassicurante identità del proprio patronimico. Quando invece la luce del giorno si affievolisce e i doveri del proprio ruolo possono considerarsi compiuti, si cominciano a riempire di nomi queste stanze prima deserte…

Si entra così in un gioco che è soprattutto gioco linguistico e di scrittura. L’unica identità che possiedo mi è data dallo pseudonimo che decido di usare (anche se si tratta del mio vero nome, in questo contesto diviene la rinominazione che mi sono dato, ogni volta mi iscrivo all’anagrafe del mio immaginario, padre e madre ideale di una soggettività che può esistere solo se io le do un nome). E tuttavia in questa nominazione non sono mai solo: nella scelta che faccio dello pseudonimo mi accompagnano le voci di tutti coloro che mi hanno chiamato nel corso della mia storia personale e sociale o che il mio nome hanno taciuto. Sono con me i fantasmi del desiderio dell’altro, perché è lì che vado ad inscrivere la mia temporanea identità di soggetto del desiderio: in quello sguardo di riconoscimento negato che sempre ci accompagna.

Illusione di potenza: essere tutto ciò che l’altro avrebbe voluto io fossi per diventare io stesso quell’altro impossibile, che ho amato allo spasimo e non mi ha mai riconosciuto, non mi ha mai collocato nel suo desiderio con le mie mancanze.

Che risarcimento si cerca allora in questi luoghi di incontro che sappiamo virtuale eppure percepiamo densi di materialità, perché fatti di residui linguistici, di voci fantasmatiche che riecheggiano da un passato sempre contemporaneo al nostro sentire e patire la mancanza? Mancanza strutturale di sé stessi, mancanza dell’altro, che si insegue in un processo metonimico infinito.

Come ci direbbe un personaggio della rete, citato da J.C. Herz,

Mi sento più me stesso come ‘Johnny Fusion’ che se usassi il mio nome reale che appare su tutti i miei legittimi documenti di identità. Penso che gli pseudonimi (in un certo senso una falsa identità) aiutino le persone sensibili come me a ‘essere se stesse’" (Herz, 1995: 125)

Dunque entrare in rete con un alias pone ogni volta un’interrogazione profonda sulla propria soggettività, anche se tale messa in scena linguistica è vissuta con la levità del gioco del travestimento, con lo spirito del carnevale; nel contempo si va a ridisegnare una paradossale coerenza sociale che funziona solo all’interno del mondo testuale della rete.(Ibidem)

Il cibionte saturnino (p. 118)

All’entusiasmo dato dalla riscrittura della propria soggettività, all’emozione del ritrovarsi tra migliaia di possibili altre soggettività a cui è facile accostarsi, alla curiosità di un mondo umano così a portata di mano, così semplice da osservare, subentra però, nel tempo, il senso di disagio per la dipendenza folle da un mondo privo di corporeità che inevitabilmente si viene a creare. I gradi di anonimità in rete sono infiniti e l’altro è sempre il prodotto di un duplice desiderio che si potenzia all’infinito: il mio ed il suo che insieme ridisegniamo i confini di seduzioni e sogni, di amori e fughe nell’incanto della parola libera dal peso della corporeità. Ma questo corpo imperfetto che sempre ci accompagna nelle piccole o grandi forme dell’esperienza quotidiana, questo corpo che sentiamo come l’incatenamento della nostra anima, in realtà comincia a mancarci, ne percepiamo una profonda nostalgia. E se ogni viaggio racchiude in sé il patire sottilmente la melanconia, anche questo viaggio in rete, questo sostare nelle infinite stanze costruite dall’incontro di desideri polimorfi, ci riempie di nostalgia, per uno sguardo assente, per una carezza sottratta, per l’assoluta interscambiabilità dei soggetti.

Dice ancora J.C. Herz, alla fine del suo libro-resonconto di viaggio nel web, in relazione alla sua esperienza nel ciberspazio:

Verso le tre del mattino, sono al computer, mi mangio allegramente il mio spuntino notturno, quando all'improvviso la rete smette di sembrare un gioco digitale e inizia ad assomigliare ad un qualche inferno di Sartre. Ci sono troppe voci, troppe persone che esprimono un'opinione di fronte a me, e le sento tutte. E' come se ogni conversazione durante una partita di pallacanestro fosse di colpo udibile. Quell'onda d'urto di voci è più forte di quanto possa mai essere il rumore di uno stadio affollato. Mi rendo conto, come mai prima d'ora, di cosa significhi "un sacco di gente".

E' un incubo.

Mi sento schiacciata dal peso di questo pazzo mondo.

Non ho idea del perché mi preoccupi tanto di questa esistenza in rete. C'è davvero maledettamente troppa roba, tutto il tempo e non si ferma mai.

Tutta questa informazione è velenosa. [...]

Gesù voglio solo isolarmi dal fracasso di tutte queste voci, dall'interminabile chiacchiericcio, e da tutta la gente che galleggia attraverso di me.

Sono stufa di essere un fantasma, sento che sto dimagrendo.

Sono stufa del sovraccarico, stufa di assorbire tutto questo rumore. ( ivi: 227-228)

Le parole lanciate (che da subito si mutano in parole d’amore) in rete lasciano così intravedere a poco a poco, sotto la leggerezza del gioco verbale, una dimensione molto più opaca e malinconica. L’interlocutore è così inafferrabile che ci ritroviamo a contemplare parole che rimbalzano come pallottole di gomma sugli specchi di cui abbiamo tappezzato questo spazio virtuale. E tale spazio altro non è che la nostra mente in cerca della sua metà impossibile, del sogno della completezza androgina tramandatoci del mito platonico. Ecco che allora la rete si presenta come il luogo elettivo, nella nostra epoca, che può ospitare i giochi fantasmatici di un soggetto preda di accidia e umore nero, cioè di un soggetto che possiamo definire "malinconico" (Agamben, 1977: 5-23). Allora non ci si faccia ingannare dall’entusiasmo del surfing in rete, dalla simulazione di viaggi virtuali che sembrano sconfiggere ogni limite spazio-temporale e dall’eccitazione delle infinite possibilità che la rete parrebbe offrire. In realtà, in questa vera e propria vertigine, la rete riproduce con un’intensità ancora maggiore, l’esperienza straniante della metropoli, dove il soggetto si perde, dove ogni incontro è per sua natura impossibile, dove l’accelerazione obbliga a sostare in un sentimento di continua perdita.

Spaesamento e folla virtuale (p. 119)

Potremmo dunque ipotizzare che la figura della malinconia del postmoderno sia proprio il cibernauta. Come il flâneur baudelariano cercava rifugio nella folla proprio per quel suo sguardo estraniato, per la sua impossibilità di appartenenza ad una società ottimisticamente eccitata dalla rapidità del suo sviluppo tecnico (Benjamin, 1981: 155), così il cibernauta conosce il lato oscuro dello sviluppo tecnologico e vi ci sprofonda, si adatta alla rapidità dei suoi cambiamenti, alla veloce obsolescenza di software e hardware, installando programmi sempre più aggiornati, ma solo lui, che frequenta il cuore nero delle chat, con un enorme dispendio di tempo ed energie che non producono niente, sa verso dove lo conduce il vertiginoso viaggio in cui trova sogni sperduti di un’umanità desiderante che annega nell’attrazione per il sex appeal dell’inorganico, per quella macchina-feticcio che diventa il vero, inerte interlocutore:

Nel linguaggio feticistico si esprime il fatto che, per un verso o per l'altro, la maggior parte delle cose che arredano il nostro mondo sembrano essere più di quel che sono, appaiono vive e attive quando dovrebbero essere solo dei prodotti inerti dell'attività umana, possiedono un'immagine capace di affascinare, sono protagoniste di storie edificanti e leggende epiche, dimostrano di avere potere su di noi, ci fanno innamorare. Un doppio scambio è caratteristico di queste figure del feticcio: ciò che dovrebbe essere solo una cosa inerte vi si presenta con i caratteri più intensi della vita e del potere; ciò che al contrario è vivo e riguarda la persona, come corpo, risulta ridotto a puro oggetto, cosa tra le cose. In questo scambio circolare tra la percezione della vita e della morte, del personale e dell'inorganico, si gioca uno straordinario potere di attrazione, erotico e teologico allo stesso tempo. Il suo motore segreto è l'assenza (Volli, 1997: 8).

Questi cibernauti malinconici confondono il proprio corpo digitalizzato con le ombre digitali di altri corpi solo sfiorati, solo allusi. E nei loro incontri casuali in chat, sembrano doppiare l’esperienza di Baudelaire, che incrocia la bella passante vestita a lutto, la cui andatura nobile e distaccata si staglia contro il frastuono assordante della via della metropoli, nel cui sguardo fugace legge la promessa di fascinazione e morte che la connota come fuggitivo oggetto del desiderio, oggetto che non potrà che perdere "perché ignoro dove fuggi,/ e tu non saprai mai dove io vado, o te/ che avrei amata, o te che lo sapevi!" (Baudelaire, 1983: 176-177), come accadeva nella Parigi labirintica capitale del XIX secolo, come oggi accade quando ci si disperde nella struttura rizomatica delle rete, che è anche la struttura del desiderio.

Questi flâneurs estraniati, notturni, accidiosi, connotati dall’umor nero, in realtà fanno esperienza di scrittura, cioè di attività infunzionale, che tende al dispendio, che cerca solo il contatto con l’altro/a e svanisce senza lasciare tracce permanenti… Ci ricorda Kristeva, che "non si dà scrittura che non sia innamorata, [...] non v'è immaginazione che non sia, in modo aperto o latente, malinconica". (Kristeva, 1988: 13) Quanti racconti, quante sceneggiature del desiderio affidate ad una finestra di chat, quanta scrittura abbandonata e persa nel momento in cui ci si disconnette dalla linea… L’altro rimane assenza e mistero, che proietterà la sua vuota ombra sull’io.

Le seduzioni della macchina (p.120)

 

Naturalmente l’esperienza della rete è singolare, non generalizzabile, se non per necessità di analisi, legata alla storia individuale di ciascuno, ma determinate costanti è forse possibile ritrovarle proprio alla luce delle caratteristiche tecnologiche del mezzo. In primo luogo la componente feticista legata alla macchina, ad un personal computer, che sembra friendly e controllabile alla luce della propria expertise, che possiamo, almeno in teoria, dominare ogni giorno di più e meglio. Non ha l’assoluta imprevedibilità dell’umano, benché molte della caratteristiche di quest’ultimo provi a simulare. Ci sediamo da padroni fronteggiando il suo monitor, una lotta per la supremazia messa in scena ogni volta che lo accendiamo, sapendo che ci è dato anche di spegnerlo quando e come vogliamo, una lotta vinta ogni volta in partenza, ma solo in apparenza… Perché andremo ad accenderlo di nuovo, cercando tra bit e byte, tra log in e log off, qualcosa di più profondo, di malinconicamente impossibile. Che la macchina ci risponda, ci accolga, suturi le nostre ferite e ci risarcisca. La macchina è lì, indifferente e disponibile, a volte in crash, ma sempre senza malafede, senza quella spinta al male che è essenzialmente umana. Tuttavia sarà ciò che noi saremo; sarà uno specchio fedele, un amplificatore dei nostri fantasmi persecutori e dei nostri entusiasmi conoscitivi.

E' in effetti uno specchio talmente fedele da essere deformante: questo è l’ossimoro presente in ogni rapporto che si viene a stabile in rete. Ci assalirà sempre il dubbio che dietro la parola digitata dell’altro, la sua ironia o una sequenza di equivoci, ci sia una "personalità virtuale"(Lentini, 1877: V-VI), una ELIZA o Julia, pronte a risponderci a tono, che imparano dalla nostra chiacchiera e, accumulando conoscenza, si rendono sempre più simili a noi, talmente docili da sembrare argute e ironiche, maestre nel farsi beffa di noi.

ELIZA è un programma del 1966, progettato, nell'ambito delle ricerche sull'Intelligenza Artificiale, per impersonare il ruolo di uno psicoterapeuta da Joseph Weizenbaum, professore del Dipartimento di Ingegneria Elettronica e Informatica al MIT. Il suo progettista l'aveva creato per mettere alla prova i limiti della capacità di conversazione di un computer. Dal momento che rifletteva come in uno specchio le risposte di chi interagiva con il programma, Weizenbaum pensava che tali limiti evidenti della competenza comunicativa di ELIZA, avrebbero scoraggiato chiunque dall'entrarvi in relazione. Tuttavia si creò un effetto paradossale e molte più persone di quante lui avesse previsto decisero di aver fiducia nel programma, in quanto basta una quantità molto piccola di interattività perché si venga spinti a proiettare la complessità umana sull'oggetto (Tuckle, 1997: 95-103).

A sua volta, Julia è un programma che risiede su un computer di Pittsburgh ed è considerato uno degli esempi di bot più riusciti. Il bot è un programma informatico che si presenta e si comporta come una persona all'interno delle comunità online note come MUD (Multi-User Dungeons). Risponde agli altri giocatori del MUD con frasi scelte dal suo database computerizzato e l'uso frequente di battute sarcastiche fa sì che talvolta riesca ad ingannare qualcuno in merito al suo essere un vero e proprio partecipante umano.

Dunque l'incontro con un interlocutore non umano è una delle possibilità che si prospettano, almeno in via di principio, nel percorrere i labirinti della rete, e - benché non avvenga con frequenza - tale possibilità contribuisce a scompaginare le nostre certezze comunicative, a creare uno scenario fantasmagorico popolato di chimere, prodotte da superfici riflettenti in cui ci ritroviamo soli a contemplare i nostri sogni di incontri possibili.

Internet nasce come piazza delle discussioni, come luogo di relazioni tra soggettività paradossali, come desiderio di sottrarsi alle leggi inflessibili del mercato per crearsi spazi di parola e di relazione non omologati (Staglianò, 1997: 66). Tuttavia quest’origine antimercantile ed utopistica va sempre più rapidamente modificandosi ed oggi, ad uno sguardo disincantato, riesce difficile credere alla rete come luogo di democrazia ideale, di partecipazione diretta dei cittadini alla cosa pubblica, di abolizione delle gerarchie grazie ad un libero e immediato accesso di tutti all’informazione, dunque al potere. In realtà, l’internauta tipico è un uomo bianco, giovane, di discreta istruzione e benestante (ivi: 21), e nessuna utopia di libera e democratica gestione del potere risulta credibile. Al contrario, l’unica piccola utopia possibile è proprio nell’infunzionalità di chi non guarda i banners pubblicitari, di chi non mette in rete la sua identità sociale, ma riconosce e gioca con i lati oscuri del proprio desiderio, mettendo in processo le proprie identità, anche di genere. Tuttavia dietro le fascinazioni del "Sé proteiforme" che cerca spazi di espressione e di relazione da costruire al di fuori delle microreti di potere che ci incatenano ai ruoli, alle identità, alle stereotipie dei rapporti codificati, è sempre presente il rischio che si sviluppino comunità autoreferenziali e che "il gioco finisca di essere gioco e diventi qualcosa d'inquietante: una tenebrosa, per niente ludica comunità di spettri" (Maldonado, 1977: 63-64).

Ridisegnando i corpi (p. 122)

Costruendosi un mondo tramite la tecnica l'essere umano costruisce contemporaneamente se stesso e la propria interiorità (Galimberti, 1996: 191). I mezzi di comunicazione, in quanto prodotti di un'attività sociale, costituiscono un orizzonte di riferimento attraverso cui si attribuiscono dei significati al mondo e se ne determina un ordine; inoltre modificano la struttura di produzione di significazione, i discorsi. Anche il corpo, in quanto prodotto del discorso e determinato dalla materiale realtà sociale, ne risulta attraversato e ridisegnato. I nuovi media digitali introducono, al posto di una organizzazione lineare e sequenziale delle percezioni, tipica della scrittura, una loro organizzazione parallela e simultanea. Alla separazione dei sensi e al predominio della vista, caratteristici del paradigma alfabetico, i nuovi media sostituiscono una inedita integrazione sensoriale: nei nuovi media è coinvolto tendenzialmente tutto il corpo e non solo singoli sensi. Questa modifica della nostra strutturazione percettiva e cognitiva contribuisce a dislocare, in qualche misura, anche le frontiere del corpo. Tuttavia non va dimenticato che il corpo umano, pur assumendo significato all'interno delle relazioni di potere connesse all'ordine del discorso, è anche quel residuo extrasegnico che "resiste" all'interpretazione e costituisce il limite materiale della produzione di senso (Ponzio, Calefato, Petrilli, 1994: 201-203).

Inoltre il corpo che noi siamo è sempre corpo già scritto (Calefato, 1996: 8), materia segnica densa: le incisioni prodotte dal tempo e dalle esperienze sulla sua superficie, le cicatrici, le tracce del dolore e della felicità che vi si vanno ad inscrivere sono memoria presentificata, impronte di vita vissuta. Inoltre, se c'è rimozione, il corpo si trasforma in sintomo per ospitare un desiderio altrimenti resosi inaccessibile e dunque "parla" anche per negazione. Eppure questo corpo che ci apre al mondo è anche il luogo dove si inscrive la nostra fragilità strutturale, la nostra esposizione all'altro e alla vita. E' un corpo che i discorsi sociali e le tecnologie del genere (De Lauretis, 1987: 2-3) codificano in immagini stereotipate, in modelli da imitare per ottenere riconoscimento e accettazione sociale, è un corpo-merce, tramite cui si determina il nostro valore all'interno di una comunità che, tramite lo scambio di questo corpo, costruisce relazioni e alleanze, gerarchie e giochi di potere. E' un corpo spesso ricondotto al silenzio per la sua intrinseca ambivalenza, sanitizzato e trasformato in lucida superficie da esporre allo sguardo.

La rete sembra offrire un luogo dove ci si possa emancipare da questo corpo caduco, socialmente violato, "privato della sua ambivalenza, perché utilizzato come equivalente universale nello spettacolo delle merci" (Galimberti, 1996: 198). Sembra ospitate la possibilità di una riscrittura ludica ed ironica del corpo stesso: nel gioco di scrittura, da scambiare con un soggetto distante che digita su un altro terminale, le identità possono essere costruite e decostruite in un'apparente libertà creativa:

Nel cyberspazio il corpo transgender è il corpo naturale. La rete è un luogo di trasformazione, una fabbrica di identità in cui i corpi diventano macchine produttrici di significato. E il transgender, l'identità come performance, gioco, fattore destabilizzante dell'apparato sociale della visione, è la condizione di fondo (Stone, 1997: 199).

Dunque l'esperienza dell'interazione sociale nel ciberspazio sembra sempre più svincolarsi dalla fattualità fisica del corpo umano e l’unico corpo possibile è il corpo transgender, in cui l’identità è performance, gioco, assunzione consapevole di maschere. La visione ottimistica ed utopistica, condivisa da "antropologhe del ciberspazio" come Stone o Turkle, è che grazie alla telematica sarà possibile dar vita a delle forme relazionali sempre più libere e intense, svincolate dai condizionamenti delle identità sociali e di genere, e che sarà possibile creare delle soggettività fluide e metamorfiche in grado di aprirsi all'altro in una nuova costruzione continua del sé, che, giocando sul confine dei discorsi, riesca ad opporsi ad ogni totalità.

Eppure è proprio tale visione ottimistica a non convincere completamente. E' facile crearsi un universo rassicurante nel ciberspazio, in cui l'altro esiste solo come specchio per i propri giochi solipsistici del desiderio, in una vertigine autoreferenziale dovuta alla mancanza proprio di quella sensorialità residuale del corpo che sfugge alla totalizzazione del verbale e dei discorsi sociali, di quel dispendio che il gesto implica (Kristeva, 1978: 82).

 L'ostinazione all'altro del malinconico cibernauta (p. 123)

 

Ogni chat room è anche la stanza segreta dove si rifugiano questi cibernauti tormentati dalla paura, nel loro illusorio costruire parole e reti segniche per far tacere il terrore di quella perdita che conoscono e che non sono riusciti a saturare. Portano dentro di sé il vuoto di una parola mancata, il rimpianto di un ascolto negato e mettono in scena il loro dolore, cercando una parola senza corpo che possa restituire una fugace illusione di legame, di sosta in un unico desiderio che funzioni all'unisono.

Tuttavia sanno anche i nostri eroi saturnini del legame mancato, legame che tentano di saldare - ostinati - ogni volta che ricominciano a domandare ad uno pseudonimo dettagli di biografie, evocazioni di corpi, ogni volta che ricominciano la ricerca, che la loro è un'impresa impossibile, destinata allo scacco, e in questa consapevolezza ironica e disincantata si celebra la loro miseria e la loro grandezza. E' l'ostinazione di chi non vuole trascorrere la notte oscura delle proprie paure nel silenzio di una stanza da letto dove si celebrano notti insonni, di chi malgrado tutto la propria paura tenta di tradurla in invocazione, richiamo, appello.

Che poi tale domanda d'amore si travesta da compulsiva ricerca di un facile sesso virtuale senza contaminazione o da gioco di attraversamento delle identità di genere poco importa. Nella sostanza, oltre ogni modalità, oltre ogni stile, c'è l'ostinazione al dispendio di chi all'altro non ha rinunciato, pur sapendo che non gli sarà mai dato il possesso, la codificazione di un rapporto. Di chi ha imparato a sostare nel vuoto, di chi sa che l'altro non potrà mai rispondergli a tono, ma la cui parola ritiene a tal punto preziosa da accettare di sprecarsi in chiacchiere futili, in vertigini di discorsi ripetuti all'infinito, con una ripetitività che ogni psicoterapeuta di "buonsenso" leggerebbe come presenza di una malcelata patologia, che confina con la perdita del senso di realtà, che non riconosce i limiti tra sé e non-sé, che si muove in un tortuoso cammino linguistico fatto di proiezioni e accessi persecutori.

Eppure la loro coazione a ripetere (il diffondere parole e illusioni nella chiacchiera notturna digitata su un terminale) ci parla - se sappiamo ascoltarne il malessere - di una persistente ostinazione all'altro, di una consapevole rinuncia alla presunzione della solidità dell'io per scegliere l'esperienza di uno spreco di sé in parole che non lasceranno tracce, che non potranno neanche comporsi in un racconto, perché manca la coerenza e continuità dei personaggi che è il presupposto di ogni narrazione.

La Casa Pagina (p. 124)

 

Il muoversi nell'anonimato, nella vertigine delle sostituzioni delle identità, nella malinconia di ritrovarsi in compagnia di oggetti sfuggenti, che si perdono in interminabili catene metonimiche (che sempre segnano il percorso del desiderio) può portare a non riuscire a reggere alla lunga la radicalità di tale spossessamento di sé e dell'immolazione all'altro/Altro. Ci si crea allora una dimora virtuale all'interno del web, fatta ancora di segni, ma composti in modo che tali segni possano illudere un luogo del ritorno, una permanenza, un radicamento qualsiasi. Si sta parlando delle Home Pages, quei siti dove chiunque (in cambio a volte solo dell'ospitalità offerta a qualche banner pubblicitario) può creare un posto a cui affidare la rappresentazione di sé, in cui mostrarsi.

Inoltre alcune di queste organizzazioni che offrono spazi gratuiti per le Home Pages si strutturano appunto come città virtuali, con quartieri in cui ciascuno, seguendo i propri interessi e desideri, può decidere di collocare la propria dimora, ricevendone in cambio un indirizzo. Ogni quartiere ha i suoi leaders o responsabili che inviano lettere di benvenuto e illustrano le attività "comunitarie" possibili nel quartiere prescelto.

Uno degli elementi che più colpiscono l'attenzione di chi decide di andare a visitare alcune di queste Home Pages - i cui indirizzi vengono spesso forniti da persone conosciute in chat sotto qualche nickname - è il proliferare di minuzie biografiche, di dettagliati alberi genealogici, di descrizioni delle propria città natale, di interminabili elenchi degli interessi dell'autore della Home Page e di link verso gli altri amici di rete.

Osservando lo stile narrativo che viene spesso applicato alle Home Pages si può notare un recupero della modalità di racconto del sé modellata sul romanzo tradizionale di tipo biografico. Si utilizza una prima persona narrante, che organizza secondo una ben precisa sequenzialità cronologica l'elenco dei dati salienti della propria biografia, che cerca di ridurre al minimo i salti logici e le variazioni di prospettive e punti di vista. Si tenta insomma di dar voce alla figura autorevole del narratore autobiografico, in modo da garantire coerenza all'io, alla storia, e da convincere della veridicità dei fatti narrati il lettore-navigatore.

E' come se davvero gli autori di queste Home Pages avessero bisogno di mettersi in scena simulando una solidità e coerenza della propria identità soggettiva, come argine all'incertezza dei segni; è come se nelle Home Pages si tentasse di far convivere la struttura rizomatica necessaria alla costruzione di ogni ipertesto, tipica della modalità di comunicazione ed informazione in rete, con il nostalgico recupero di una struttura logica ad albero nel racconto di sé. Sembra insomma che la costruzione di quell'io ormai allegramente disperso tra segni privi di spessore materico, la cui referenza è sempre più aleatoria - quell'io che già Freud aveva suggerito essere un meccanismo difensivo e che Lacan ha trattato come sintomo - sia invece il simulacro che si sforza infaticabilmente di costruire chi non accetta di essere inglobato e dimenticato tra i nodi e gli incroci della rete. Si avverte la necessità di porsi come narratori di se stessi, riprendendo almeno in apparenza il controllo del testo di sé, in maniera autorevole e rassicurante.

In questo modo si riproduce l'inganno antico che non esista narratore migliore e più affidabile dell'io stesso nel costruire la rappresentazione di sé e, proprio nell'inconsapevole parodia di una ormai desueta convenzione stilistica, appare l'estrema insicurezza di questo soggetto che si sforza di rendersi attendibile. Tentativo di un centro prospettico unificante che possa dare un ritratto di sé a tutto tondo, che saturi tutti i vuoti e i silenzi...

E' come se il riferimento ossessivo al dato concreto, biografico, possa fungere da difesa contro il proliferare incontrastato e vertiginoso dell'immaginario (Barthes, 1982: 86-87), che la struttura della comunicazione in rete implica. Si sprecano infatti descrizioni con eccesso di dettagli superflui a cui è affidato il compito di produrre quell'"effetto di realtà" che sembra sfuggire al mondo digitalizzato del web e, in ciò, si assiste ad un apparente ritorno agli stilemi narrativi del romanzo realista dell'Ottocento, che ha orrore del vuoto informativo (Hamon, 1982: 161-162). Infatti il dettaglio descrittivo, apparentemente infunzionale, ha invece il compito di creare l'illusione referenziale. Il paradosso di tali strategie stilistiche risiede proprio nel fatto che esiste un soggetto "vero" (il "proprietario" della Home Page, appunto) che decide di parlare di sé, ma che ormai è talmente incerto sul proprio statuto di realtà da aver necessità di ricorrere all'artificio della fiction per darsi consistenza.

E' come se alla vertigine del corpo cyborg ibridato e fluido, mostruoso nel suo essere privo di confini tra organico e inanimato (Haraway, 1991: 149-150), che costituisce l'ineluttabile nostra realtà sociale di chimere, si volesse nostalgicamente opporre il tentativo di ricostruzione di una perduta stabilità del sé, che ormai ha bisogno di essere "certificata". Invece di accettare il proprio statuto di "personaggio" nel magma narrativo ipertestuale della rete, si assiste al tentativo di crearsi delle nicchie tranquillizzanti di "realtà". Il dettaglio realistico costruisce allora un argine alla paura del desiderio che può mettere in crisi l'ordine stabilito, i vincoli del patto sociale (Bersani, 1982: 77). Soprattutto in quanto il rischio insito nella costruzione delle soggettività in rete è quello di scoprire di aver scambiato catene di segni desideranti con corpi transgender...

Ognuno arreda la propria dimora virtuale a suo gusto: le icone di casette che ricordano le illustrazioni dei libri di fiabe si sprecano, insieme a foto, effetti tridimensionali, animazioni. Colpisce la forzata dimensione ludico-regressiva di tali luoghi sostitutivi del sé…Questi Ulisse dimidiati della rete hanno insomma bisogno di una propria Itaca, un luogo tranquillizzante di ritorno a sé, dove l'identità può "solidamente" radicarsi e costituire argine contro le seduzioni delle Sirene, che si potrebbero incontrare in una oscura stanza di chat e al cui richiamo digitalizzato si ha paura di rispondere.

Allora le Home Pages si riempiono anche di foto famigliari, di mogli e figli che sorridono ricordando che esiste un luogo del ritorno, che dai presunti pericoli delle navigazione in rete ci si può tuttavia difendere mantenendo salda la memoria della propria identità sociale. E' una forma degradata, inconsapevolmente parodica, dei grandi miti/temi legati al viaggio, al nostos, alla malinconia. Come se potessimo provare le emozioni archetipiche in scala ridotta, come se il nostro percorso verso la conoscenza e verso l'altro non trovasse altri luoghi di espressione concessi che non siano i viaggi simulati verso siti che sicuramente non lasceranno sulla nostra pelle tracce, cicatrici, malattie, saturazioni di suoni o odori. Sono viaggi nel nostro immaginario, mentre sullo sfondo scivolano i paesaggi digitalizzati e sanitizzati che Internet offre allo sguardo, viaggi troppo spesso di evasione e non di vera conoscenza, se conoscere l'altro è esperire l'improvvisa estraneità del sé, viaggi tranquillizzanti, compiuti nel chiuso di una confortevole stanza familiare, nel buio prodotto da una lampadina spenta e non nel nero di un vero incontro con i luoghi dell'alterità (culturale, relazionale, sessuale).

Il cibernauta è solo il pallido riflesso del vero viaggiatore, nei suoi tentativi di sottrarsi alla solitudine e al vuoto di senso sociale. L'altro che incontra in rete è quasi sempre e comunque il simile a sé, un prodotto dalla globalizzazione che ha investito il nord del mondo, che parla al massimo - se non la propria stessa lingua - un inglese lingua franca, condiviso e semplificato: mai si ritroverà disperso tra suoni e idiomi alieni e incomprensibili che potrebbero intaccare l'intelligibilità del suo mondo.

 Desiderio di vuoto, vuoti del desiderio (p.126)

Se la rete è la seducente ed immortale ninfa Calipso che sembra offrire l'eternità, ogni cibernauta catturato dalla rete sente tuttavia un'inquietudine indefinibile, la nostalgia di una temporalità diversa, meno accelerata e maniacale, che possa istruire sulla mortalità, che possa riconciliare con quel tempo che, inesorabile, allontana dalla perfezione e salute della giovinezza. Al contrario, la rete, come il contesto socioculturale che l'accoglie e nutre, coltiva l'illusione dell'onnipotenza, della libertà dai vincoli del corpo: nessun limite alle possibilità della tecnologia, nessun impedimento ad inventarsi possibilità inusitate, identità molteplici, da padroneggiare al riparo di uno schermo, da cancellare se poco funzionali all'obiettivo previsto. La nostalgia segreta è dunque quella dell'esperienza di un'emozione più profonda, legata al tempo e alla nostra precarietà. La saturazione delle informazioni ci impedisce di conoscere davvero, perché cancella lo spazio vuoto necessario per entrare in relazione con il mondo, perché anestetizza ogni vera curiosità. Nel contempo, lentamente muore quel desiderio che solo può nascere dall'elaborazione e dall'accettazione della mancanza, dal patire i limiti del nostro corpo e del nostro mondo; la rete infatti ci lusinga con la promessa di una presunta onnipotenza che può derivare dalla perfetta padronanza del mezzo tecnico e del tramite verbale.

La buona educazione degli Smileys (p.127)

Attraverso Internet, questo potente strumento delle società economicamente avanzate, siamo sicuramente posti di fronti a delle provocazioni cognitive ed esperenziali: modifica dei concetti di tempo e spazio, di relazione con l'altro, di polis, di sessualità e tutte queste trasformazioni epistemologiche, incidono profondamente sulla costruzione della soggettività. Mai come in questo caso possiamo parlare di soggettività testuali che andiamo a costruire tramite quella sorta di neolingua che caratterizza la comunicazione telematica, a metà strada tra la lingua parlata e il tentativo di una struttura più articolata e controllata sul piano sintattico. Pensiamo anche alle scorciatoie usate per esprimere emozioni, sentimenti e soprattutto l'ironia: le emoticons, ormai così abusate nella comunicazione in rete che, se da un lato indicano una sorta di sfiducia nell'affidare alla scrittura un piano comunicativo complesso, nel contempo tentano di rendere anodina la potenzialità insita invece nella scrittura creativa di far deflagrare ogni senso univoco e di mettere la significazione in processo. Nell'uso eccessivo e quasi caricaturale delle "faccine" possiamo leggere sia quella nostalgia del corpo di cui prima parlavamo che le strategie di costruzione di una corporeità depotenziata e resa meno pericolosa, perché controllabile proprio sul piano della trasmissione di emozioni. Il corpo (inteso come soggettività materiale ed emotiva, come eccesso e fuoriuscita dal senso imbalsamato dai codici e dalle convenzioni) ritorna invece proprio nei lapsus, negli errori di digitazione, nelle contorsioni sintattiche, nelle involontarie ambiguità semantiche che la fretta della digitazione rende impossibile tenere sotto controllo. Le emoticons costituiscono dunque il galateo della conversazione telematica, il suo immediato irrigidimento in etichetta e stereotipie, ma se un brandello di soggettività ribelle riesce ad esprimersi è proprio nell'imprevisto della scrittura, che parla tramite l'incongruenza, tramite la dissonanza e l'errore, che accetta il rischio del fraintendimento nell'offrirsi all'altro.

In conclusione, la comunicazione in tempo reale, che la rete rende possibile tra soggetti estranei l'uno all'altro, ha in sé potenzialità sia di gioco che di scrittura, intendendo quest'ultima non come mera trascrizione, ma come pratica dello scrivere, come fabulazione e differimento del senso, come sfida all'accumulo dei significati ed apertura all'eterogeneo, come parola innamorata e infunzionale. Il connettersi alla rete può, in questo senso, diventare lo Specchio di Alice da attraversare per rimettere in gioco le certezze tranquillizzanti che accompagnano la nostra quotidiana esperienza del mondo, in quanto provocazione conoscitiva, capovolgimento e attraversamento inquietante di frontiere che ci rivelano il lato oscuro di noi stessi e ci rapportano in modo inusitato all'estraneità. Tuttavia ciò può accadere solo se dall'altro casualmente incontrato nei nostri pellegrinaggi telematici ci lasceremo davvero sorprendere e interrogare, altrimenti la rete e le forme della comunicazione che permette si riveleranno niente più che una trappola dell'immaginario, un rifugio sicuro in cui l'unico interlocutore a cui ci rivolgiamo è il nostro io rifratto e moltiplicato, che usa la parola altrui in modo indifferente ed irresponsabile, come pretesto per ritornare a sé e al mortifero specchio di Narciso in cui contempla sempre e solo il suo piccolo mondo.

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© Maria Grazia Tundo 1999

 

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