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Maria Grazia Tundo

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Sull'anoressia

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Maria Grazia Tundo 1999:
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Riflessioni sull'anoressia

 

 

 

A seguito degli articoli sull'anoressia pubblicati su Barisera del 27 agosto 1997, appare necessario aggiungere qualche riflessione su tale malattia, che è oltremodo complessa ed enigmatica e non sempre può essere spiegata solo alla luce di paradigmi psichiatrici o medici che vogliano decrittarla a priori con l'ausilio esclusivo del proprio sistema di conoscenze.

Al fondo dell'anoressia (e della bulimia, che spesso ne è solo il mascheramento) vi è una sorta di ossessione per il vuoto e la leggerezza, visti come unica possibile forma di soggettivazione e libertà, ossessione che esprime un profondo e irriducibile disagio nei confronti dei valori della società del benessere e della famiglia che di tali valori si fa riproduttrice. Sono soprattutto i soggetti femminili ad esserne affetti, probabilmente perché su di loro le pressioni sociali e familiari relative al corpo e all'identità sessuale sono maggiori.

L'anoressica-bulimica soprattutto alberga in sé la contraddizione di sentirsi estranea al suo tempo e nel contempo di esserne un prodotto peculiare. Si riempie di cibo per cercare nell'avere, nell'assorbimento folle dell'oggetto, una risposta al proprio disagio esistenziale. Così facendo porta al parossismo il valore della sua epoca che attribuisce al possesso la felicità, ma poi cerca di ricreare in sé il vuoto, la leggerezza a cui aspira, espellendo dal suo corpo con il vomito quel cibo che vive come contaminazione e debolezza.

Parlare di anoressia solo nei termini di una sintomatologia da guarire per reinserire il soggetto affetto da tale patologia nella norma del vivere quotidiano rischia di non farci cogliere la verità più profonda che tale malattia vuole esprimere. Vi è infatti dietro l'enigma dell'anoressia una spietata critica (più o meno consapevole) alle forme del legame familiare e sociale che caratterizza la realtà postmoderna. Il soggetto anoressico spesso rifiuta i modelli di adattamento che costituiscono i criteri medici di guarigione perché non ritiene il suo dimagrimento esasperato segno di malattia. Al contrario, il suo corpo funziona come significante, come parola, e in esso vi è inciso il no alla fagocitazione da parte dell'altro; è un tentativo estremo e disperato di soggettivazione, di individuazione.

E' il tentativo di opporsi a quel destino del corpo che nella società postmoderna è lo stesso dell'oggetto-merce: entrambi hanno perso la propria unicità che è stata cancellata dal meccanismo della riproducibilità in serie. Oggi il controllo sociale dei corpi, soprattutto femminili, è infatti più che mai attivo: li si espone senza veli allo sguardo, al giudizio, alla voracità voyeuristica in una paradossale coercizione alla libertà sessuale che però si risolve in una pura vertigine dell'apparire. Inoltre se ne parla, se ne parla troppo e ovunque di questo corpo senza più mistero e spessore, in una vera vertigine bulimica di parole insensate.

Tutto questo l'anoressica lo sa bene e prima di "costringerla" a guarire, chi la prende in cura dovrebbe provare ad ascoltare e riconoscere la verità che lei ci comunica, primo passo per aiutarla veramente a delineare un suo percorso soggettivo di individuazione e libertà, che le consenta di ritrovare una parola finalmente articolata sul piano linguistico e non semplicemente incarnata in un corpo ischeletrito. Infatti è importante ricordare che spesso l'anoressica è stata per lungo tempo la figlia ideale, perfetta, sottomessa, mai ribelle, una figura sempre conforme al dettato sociale, che improvvisamente - con la malattia - si è resa enigmatica, estranea, misteriosa e indomita. Si capisce bene come non possa essere sufficiente proporre a tale soggetto da parte delle istituzioni mediche o psichiatriche una guarigione che consista nel ricostruirsi una identità, anche sessuale, omologa alle norme sociali e familiari più diffuse, come sia invece importante rispettare quel mistero che l'anoressica incarna.

Il sintomo anoressico è infatti domanda di riconoscimento della singolarità del proprio desiderio. C'è un corpo a cui è stata data troppa importanza sul piano del bisogno, un corpo ben curato, ben nutrito, spesso ingozzato di cibo o di sapere, ma a cui nessuno ha rivolto parole "vere", che nessuno ha mai davvero ascoltato nella sua unicità. Distruggere questo corpo sembra essere per l'anoressica un modo paradossale per restituire alla vita tutto il suo valore e la sua dignità. E' insomma un tentativo, per quanto estremo e fallimentare, di resistenza alle pressioni insostenibili che il soggetto sente su di sé. Per questo bisogna restituire un senso e una verità alla patologia dell'anoressica. Se quest'ultima ritroverà finalmente una voce in grado di esprimere la propria singolarità, se qualcuno saprà ascoltarla senza liquidare la sua storia personale con interpretazioni dettate da qualche arrogante paradigma conoscitivo, forse potrà cominciare a non avere bisogno di fare del proprio corpo quella negazione assoluta così straordinaria e inquietante, perché quel "no" all'omologazione sarà finalmente in grado di dirlo con le sue stesse parole.

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