Berlusconi, un innocente, perseguitato dai giudici
Se
si assemblano le tessere raccolte in questi anni emerge che il patron della
Fininvest ha pagato un giudice di Roma (prescritto);
ha comprato la sentenza che gli ha portato in dote la Mondadori (prescritto); ha
finanziato illecitamente il Psi di
Bettino Craxi (prescritto); ha
falsificato per 1.500 miliardi i bilanci della Fininvest (prescritto); ha
manipolato i bilanci sui diritti-tv tra il
1988 e il 1992 (prescritto); ha trafficato con le assicurazioni di
giocatori del Milan (prescritto). Già potrebbe
bastare e invece, alla sua
sinistra, appare un avvocato (Previti) condannato a 16 anni per corruzione dei
giudici e alla sua destra un uomo (Dell'Utri) a disposizione degli interessi
mafiosi. Non è un bello spettacolo, e si comprende perché Silvio Berlusconi
sia in queste ore, come dicono, «avvilito».
Come
è stata possibile questa lunga sequela di prescrizioni? È stata possibile
perché Berlusconi e i suoi avvocati (pagati profumatamente) hanno pervicacemente
frapposto all’iter giudiziario impedimenti
processuali (gli avvocati) e
legislativi (Berlusconi e la sua maggioranza, ivi compresi i finti
“resistenti” Fini e Follini) allo scopo di guadagnare tempo e far scorrere
il più possibile i termini della prescrizione.
I
“venditori” di sogni e la realtà
Semplifico al massimo.
(1)
Il nostro Paese soffre di una grave crisi nelle sue capacità di generare
ricchezza e occupazione: «declino» è forse parola troppo definitiva -
lasciamola agli storici - ma la crisi è profonda.
(2)
Per riprendere a crescere, il rimedio che consigliano tutti gli
economisti seri è una terapia competitiva protratta a lungo, che investa il
settore pubblico come il privato, le imprese come i lavoratori e i cittadini:
per tornare a essere competitivi dobbiamo essere «più bravi» di quanto siamo
oggi o accettare remunerazioni più basse, ed entrambe le cose costano sforzo
e volontà di adattamento.
(3)
Una maggiore crescita dovrebbe essere lo scopo principale di un programma
di governo, di destra come di sinistra: dividere più equamente il ristagno non
è una via d'uscita.
(4)
I cittadini fanno fatica ad accettare la terapia di cui ci sarebbe
bisogno e gli elettori boccerebbero chi volesse vendergliela nuda e cruda:
proprio la percezione della crisi, le preoccupazioni che li assillano,
l'incertezza del futuro, li induce a respingere riforme serie, ad aggrapparsi
alle poche sicurezze che conoscono, a preferire un programma politico in cui
essi ricevono e non danno. A dare, a subire le conseguenze di una terapia
competitiva, siano «gli altri».
Ridotto all'osso, questo è il principale problema che
affrontano i politici e gli esperti che stanno preparando i messaggi elettorali
del centrodestra e del centrosinistra.
Il centrodestra è guidato da un “venditore” di
mestiere, Silvio Berlusconi: si può star certi che troverà il modo di lisciare
il pelo degli elettori, di inventare una terapia miracolosa e di convincerli che
un futuro roseo è dietro l'angolo.
Il centrosinistra fa più fatica a scegliere la sua
strada: il «venditore» Romano Prodi sarà capace di vendere il suo prodotto, che
è per una clientela che forse non è maggioritaria? Dovrebbe
insieme parlare alla razionalità dei cittadini e infiammare i loro
cuori. Indurli ad accettare le difficoltà che comporta una terapia di maggiore
sforzo collettivo e insieme a solidarizzare con coloro che non possono
sopportarne i costi e devono essere protetti. Non facile per gli onesti!
Il
cardinale e la Carta costituzionale dell’Europa
Parla
così il cardinale Mario Francesco Pompedda, 75 anni, la migliore testa
giuridica della Curia Romana. La sua è una voce insolita nel dibattito degli
ultimi mesi su laicità e religione: un ecclesiastico che non avanza lamenti, ma
argomenta e propone.
Eminenza, che dice della Carta costituzionale europea,
che non cita le «radici cristiane»?
«Ragionando da laico, il rifiuto di quella menzione
io credo di poterlo comprendere senza ipotizzare necessariamente complotti e
intenzioni persecutorie. In Europa certo il cristianesimo è stato magna pars,
ma ha sempre operato anche la cultura ebraica e per una lunga stagione è
stata
ben presente la cultura araba, informata all'Islam.
Posso dunque capire che, non volendo citare tutti, si sia optato per non citare
nessuno. Ciò non toglie che, anche da un punto di vista laico, l'accenno alle
radici ebraico -cristiane dell'Europa avrebbe contribuito a costruire
un'immagine meglio rispondente alla storia del nostro continente».
Preambolo a parte, che si può dire del corpo della
Carta costituzionale?
«Corrisponde alla visione cristiana per più aspetti:
dignità e diritti dell'uomo, promozione della pace, attenzione
alle sorti del mondo. Ma c'è anche un riconoscimento
implicito del principio che vi sono leggi universali che dovrebbero valere in
ogni cultura. E dunque un qualcosa come l'accettazione di un diritto naturale,
anche se gli estensori della Carta forse non si riconoscerebbero in questa
espressione».
Il suo giudizio è dunque pienamente positivo?
«No, solo a metà! Il cristiano non si illude sulla
possibilità che il suo messaggio venga accolto in trattati costituzionali e
simili. Può esservi accolta, in parte, la sua proiezione sociale. Ma
interpretare questa accoglienza come accettazione dello specifico cristiano
sarebbe miope e potrebbe indurre a rassegnarsi a un ruolo di religione civile,
peraltro assai riduttivo».
Che cosa lei propone, come rimedio?
«C'è un solo rimedio e non riguarda la Carta
costituzionale, ma l'uomo che in essa si specchia. Nei suoi confronti, il
cristianesimo deve tornare a farsi messaggio, prendendo atto che oggi, sulla
scena pubblica, esso non è più inteso, ma non perché le altre componenti si
sono unite in congiura contro di esso: occorre, a mio avviso, evitare il duplice
rischio di un facile trionfalismo da una parte e, dall'altra, dell'assunzione di
un atteggiamento rinunciatario nei confronti di una secolarizzazione data
fatalmente per vincente».
Ma
l'Europa non è cristiana?
«Il presupposto che l'Europa sia ancora
sostanzialmente e maggioritariamente cristiana è fuori dalla realtà. Questo è
evidente in paesi come la Francia, già "primogenita della Chiesa",
che oggi conta un gran numero di non battezzati. Ma anche in paesi come
l'Italia, dobbiamo avere il coraggio di guardare al vissuto della gente, oltre
le statistiche sui battesimi. Quel vissuto non è sempre in armonia con il
contenuto della fede nelle sue consequenzialità. E non dimentichiamo che in
gran parte dei paesi dell'Europa orientale la scristianizzazione è avvenuta
perle note vicende politiche».
Le leggi che si allontanano dai principi cristiani
non esprimono un’avversione alle Chiese?
«Qui tocchiamo un punto davvero cruciale. Ma
attenzione, non si tratta di un allontanamento dal cristianesimo: quello che
stiamo vivendo è un allontanamento da una visione umanistica e razionale
dell'etica, fondata og-gettivamente e valida universalmente, che precede il
cristianesimo e lo stesso ebraismo, e che dal cristianesimo è esaltata. Una
legge non è giusta, benché approvata dalla maggioranza, se non risponde a quel
fondamento oggettivo».
Dunque il conflitto cattolici-laici è inevitabile...
«Non il conflitto, ma il confronto e non tra
cattolici e laici, ma tra i sostenitori di una legge morale valida
oggettivamente e quanti si rimettono al parere della maggioranza».
Che altro criterio si può avere, in democrazia, se
non il parere della maggioranza?
«Sarà la maggioranza a decidere, ma la minoranza
avrà bene il diritto di affermare che quella legge è ingiusta! Qui l'accusa
ai cristiani, di voler imporre il proprio credo, è impropria e fortunatamente
si sono manifestate delle voci laiche — in varie questioni di bioetica — a
dare la riprova che la difesa di una morale oggettiva, fondata sulla natura
umana, non sta a cuore soltanto ai credenti. Considero un valido interlocutore
chiunque affermi l'esistenza di principi universali, cioè validi per tutta
l'umanità, oltre ogni confine e cultura».
Luigi Accattoli, Da
Il corriere della sera del 17-XII-04
Il
matrimonio e il “dia – logo”
È
vero che il matrimonio -domanda il figlio al padre -
modifica la personalità?». Risponde il padre: «Certo, figliolo! Prima
di sposarci, io parlavo e tua madre mi ascoltava affascinata. Qualche tempo dopo
le nozze, era lei che parlava e io ascoltavo. Adesso parliamo tutti e due
insieme e sono i nostri vicini che ascoltano».
Trovo questo apologo di origine ebraica su un vecchio
numero della rivista americana NewYorker. La
sua lezione è così folgorante da non esigere commenti e purtroppo la sua verità
è sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo anche dire che, sia pure con gli opportuni
adattamenti, questo tipo di comportamento si riproduce pari pari in molte altre
relazioni, come quelle dell'amicizia o della fraternità, iniziate con la
dolcezza e finite con lo scontro. Ciò che noi vorremmo mettere in luce è la
coppia verbale che regge il racconto: «Parlare - ascoltare».
Il dialogo è, infatti, un'arte difficile da
esercitare perché richiede l'equilibrio tra la parola e l'ascolto. Di solito si
tende a prevaricare sull'altro con la parola, ma talora è anche il silenzio a
essere causa di rottura di un dialogo. C'è, infatti, un silenzio inerte, privo
di ascolto, negativo, vero e proprio rifiuto di rispondere, espressione persino
di gelido disprezzo. Per dialogare veramente non bisogna né essere incantati
dall'altro né essere incantati da se stessi perché in entrambi i casi non si
avrebbe scambio di esperienze personali e comunicazione di valori diversi.
Questo vale innanzitutto nel matrimonio se non si vuole che si riduca a mera
coesistenza in cui le solitudini si ricreano e il silenzio irrompe, anche quando
esteriormente si parla, anzi si grida tutti e due insieme e i vicini ascoltano.
Gianfranco Ravasi, Da Avvenire
Follini
va da Padre Pio… a confessare i suoi peccati
In
principio fu il falso in bilancio; poi venne la legge sulle rogatorie, la Cirami
sul legittimo sospetto, la Schifani che doveva mettere il premier al riparo dai
suoi processi; seguì la Gasparri per le TV del Capo. L’elenco dei “sì”
di quello che apparentemente dice (anzi, diceva, prima di entrare a Palazzo
Chigi ad occupare la poltrona di Vice-premier) sempre “ni” è lungo.
Ora ha votato, senza batter ciglio la salva – Previti. Possibile che il soave
Follini, nell’accostarsi, come dicono le cronache, alla tomba del Santo più
popolare d’Italia, non si ponga il problema non dico politico-morale, ma
almeno quello di coscienza, di coscienza cattolica? È vero. I cattolici devono
concepire la politica come un servizio, ma “servizio” alla gente e non a
Berlusconi.
Le
tasse e il bipolarismo
I sondaggi dicono che una parte ampia degli italiani
non è abituata a ragionare in termini di alternative: molti nostri connazionali
vorrebbero, insieme, un fisco meno predatorio e più servizi sociali a carico
dello Stato. Il che è impossibile. Sta ai due “poli” assumere una precisa
strategia nei confronti del problema tasse. Questo dovrebbe essere il compito, pedagogico, del sistema bipolare
che abbiamo inaugurato solo una decina d'anni fa, adottando il maggioritario.
Dovrebbero, le forse dei due schieramenti, indirizzare
con chiarezza gli elettori a scegliere fra due schieramenti e
obbligandoli a sposare opposte visioni del rapporto fra lo Stato e la società;
cioè dovrebbero insegnare agli italiani l'arte difficile di ragionare sulle
alternative possibili in presenza di risorse scarse. Obbligandoli a «posizionarsi»,
in un modo o nell'altro, a partire dall'alternativa tasse alte/tasse basse, li
costringe a prender partito fra due opposte «idee» dell'organizzazione
sociale: quella che affida a una elevata tassazione compiti di ridistribuzione
della ricchezza, di sostegno ai servizi sociali nel segno dell'equità e quella
che punta sulla riduzione delle tasse per accrescere la libertà dell'individuo
riducendo il peso dello Stato nella vita collettiva.
Invece che cosa
avviene a sinistra? Di fronte alla strategia antitasse di Berlusconi, c’ stata
una rincorsa a chi abbassa di più le tasse o, quanto meno, a chi le abbassa di
più a vantaggio di questo ceto piuttosto che di quell’altro. In parole povere
la sinistra non ha fatto la sinistra, quello che dovrebbe fare una sinistra, in
presenza di scarse risorse: non abbassare l’attuale regime di
tassazione per affidargli il compito di ridistribuzione della ricchezza,
di sostegno ai servizi sociali nel segno dell'equità.
La
croce dentro non si può strappare
Un insegnate di
Ivrea ha strappato il crocifisso dall’aula dove si appresta a
insegnare. I suoi alunni quindicenni hanno reagito ed hanno voluto il crocifisso
in classe. A margine di questo fatto di cronaca mi piace stralciare una parte
delle riflessioni che ho letto su Avvenire del 22-XII-04
La fama
della Croce è spietatamente affilata, taglia dentro ciascuno, seziona l'io che
siamo da quel che c'illudiamo d'essere Forse che per il fatto di essere laico è
garantita l'esenzione dal cancro? Dalla vecchiaia e dai suoi mali, dai rovesci
di fortuna, dal fallimento, dal carcere ingiusto? Forse che l'ateo è assicurato
contro la nascita di un figlio malformato, il tradimento, la morte dei cari, il
dolore e l'agonia? Non vi illudete: la croce è per tutti. Musulmani ebrei e
radical chic ci salirete tutti, come ognuno di noi. La croce ci aspetta: croce
nuda, perché è per ogni uomo. Tutti vi sono attesi nel momento supremo, a
provare quel che è raccontato nella Passione: il dolore della carne e la
vergogna, la solitudine desolata. Riesco a farmi comprendere, lettore non
credente? La croce non è il "nostro" simbolo cristiano, è anche il
tuo. E' il solo simbolo che ci unisce tutti nella miserabile condizione umana, e
proprio per questo, anche, ci divide. Ci divide, profondamente, dalla domanda
essenziale, quella per sfuggire la quale ci divertiamo e godiamo e litighiamo di
cose fatue e frivole: perché dobbiamo soffrire? Perché morire?
Noi cattolici
abbiamo su di voi un vantaggio, ma enigmatico e tragico: Lui, il Figlio, ci ha
preceduto sulla croce, ed è questa la speranza che vorremmo ci sostenesse.
Senza alcuna sicurezza, visto che preghiamo l'aiuto «nell'ora della nostra
morte». Ecco perché, scusate, non partecipiamo alla polemica. L'insegnante
strappi pure il crocifisso dal muro di un'aula; la croce
che l'aspetta nel suo privato Golgota è piantata molto più a fondo.
UOMO
DEL MIO TEMPO
Sei
ancora quello della pietra e della fionda,
uomo
del mio tempo. Eri nella carlinga,
con
le ali maligne, le meridiane di morte,
t'ho
visto dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle
ruote di tortura.
T'ho
visto: eri tu,
con
la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza
amore, senza Cristo...
Salvatore
Quasimodo scriveva questi versi nel 1947 in Giorno dopo giorno, avendo
alle spalle la seconda guerra mondiale. A distanza di più di mezzo secolo non
è che l’"uomo del nostro tempo" sia cambiato di molto rispetto a
chi era contemporaneo del poeta o all'uomo primitivo che usciva dalla caverna
armato di pietra e fionda. Anzi, gli strumenti di morte si sono fatti ben più
sofisticati: aerei, sistemi di puntamento, carri armati, torture ed esecuzioni
capitali si sono raffinati ed evoluti, sì, ma in peggio, informe ben più
crudeli e devastanti. Ed è significativo che un poeta che ebbe con la religione
un rapporto piuttosto distaccato come fu Quasimodo metta alla fine quelle
parole: «senza amore, senza Cristo». È inutile svicolare verso altri
lidi, è solo nella riconquista di quella sponda ove risuona l’evangelo
autentico, senza glossa o compromessi, ove si erge quella figura misteriosa
eppur vicina che è possibile almeno arrestare la «scienza esatta persuasa
allo sterminio» e ritrovare la sapienza libera dello spirito che ci
persuade a non rispondere al male col male, inanellando una catena di morte
senza fine. È questa l'anima genuina del Natale alle cui soglie stiamo forse
sostando con la solita superficialità e banalità.
Da Avvenire, GIANFRANCO RAVASI
Riflessione:
Quando verrà il Regno di Dio? Stando a questa constatazione, parrebbe
che la venuta di Gesù sia sta inefficace....Noi non sappiamo, non conosciamo i
disegni di Dio, che ha una mente infinitamente superiore alla nostra. Chiniamo,
dunque la fronte.
Dal
parrucchiere
ANTONIO:
: Signori, siamo tutti abbastanza giovani per verificare la profezia che io vi
faccio. Fra 20 qui in Italia ed in Europa comanderemmo i mussulmani
BRUNO:
Purtroppo è vero. Sono una razza bastarda che si insinua dappertutto e cancella
tutte le altre identità
ANDREA:
Ma qual è la nostra identità?
ANTONIO:
Noi siamo cristiani e loro sono di Maometto …
DELIO:
… e del Corano
BRUNO:
Sì, certo, il Corano lo hanno qui (Si batte un pugno sulla fronte)
ANTONIO:
Per me facciano quel che vogliono, basta che non vengano a comandare in casa
nostra. Invece .. confermo la
profezia….
ANDREA:
Loro sono , mettiamo, un milione e mezzo. Noi invece ….siamo 55-56 milioni.
Qual è il problema?
(silenzio)
ANDREA:
Ma noi siamo davvero cristiani? Conosciamo quanto loro il nostro “Libro”?
E, soprattutto seguiamo, come loro, i precetti del nostro “Libro”?
(silenzio)
ANTONIO:
Insisto. Altro che storie: ci vuole un governo forte che li ricacci al loro
paese.
ANDREA:
Ma poi tornano …Non s’è mai visto nella storia qualcuno capace di frenare o
fermare i flussi migratori. Quando una certa zona del nostro pianeta straripa di
popolazione il flusso migratorio verso zone meno densamente abitate è
inarrestabile
BRUNO:
Che cosa faresti tu, allora?
ANDREA:
Si è parlato tanto di questi tempi di radici cristiane del nostro continente.
Abbiamo dunque una identità. Siamo in netta maggioranza, , per ora, maggioranza
schiacciante. Qual è il problema allora? È forse la nostra identità o civiltà
così inferiore alla loro?
DELIO:
No, No. Siamo superiori. Lo ha detto anche Berlusconi.
ANDREA:
A parole siamo superiori. La verità è che la nostra identità è debole. E
nemmeno condivisa da tutti. Ci sono
i cristiani, tra di noi, ma anche i l cosiddetti laici, i non
credenti, i tiepidi, i non praticanti. Ci sono quelli che, appena vedono
un prete, si innervosiscono
ANTONIO: Con
questo che cosa vuoi dire?
ANDREA:
Voglio dire che, se la nostra identità fosse veramente così forte e così
condivisa, non dovremmo avere paura delle invasioni
… barbariche, visto che il contenuto della nostra identità è, come si
dice, superiore ….
BRUNO::
Allora che cosa si dovrebbe fare?
ANDREA:
Semplice: essere nei fatti e nei comportamenti, veramente cristiani…. E magari
fare qualche figlio in più ….
(silenzio)
Costa
poco
Costa poco dire
spesso durante la giornata “Signore, Signore”, “Ti adoro”,
“Santo santo”, “Alleluia” “Ora pro nobis”, “Kurie
eleison”; costa poco dire “Ave” passando davanti
all’immagine diaria. Non è difficile andare a Messa la domenica, comunicarsi
e confessarsi (tanto più oggi, che vano scomparendo i preti curiosi che
domandano “quante volte” e “con chi”).
Ciò
che invece è faticoso è praticare la carità, la carità che
“è paziente, è benigna; non è invidiosa, non si vanta, non si
gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non
tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della
verità. La carità che “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto
sopporta.” (1 Cor 13, 4-7)
|