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L'ETÀ AUGUSTEA
Un problema che si presenta già agli antichi (contemporanei del princeps, storici...) ed è riproposto dagli studiosi moderni è indicare una data d'inizio dell'età cosiddetta augustea, estendibile anche ad anni precedenti il 27 a.C. Più si risale indietro nel tempo e più ovviamente si impone la necessità di distinguere l'attività e il ruolo di Ottaviano triumviro da quelli del vincitore di Azio, tenendo anche conto del fatto che la leadership di Ottaviano, dopo il 31 a.C., conosce alcune tappe di progressivo consolidamento.
Nelle lotte per il predominio, perseguite con grande determinazione, Ottaviano agisce con spregiudicatezza, crudeltà, fa ripetuto ricorso a mezzi almeno sostanzialmente illegali, anche se spesso cerca di salvaguardare la forma; quando si tratta di assicurare stabilità alla posizione acquisita, in una respublica ormai superata de facto, l'aspetto formale del potere riveste un'urgenza ben maggiore, le innovazioni sono pianificate con attenzione, si fa esibizione di una "clemenza" celebrata dalla cultura contemporanea. Ciò non esclude interventi repressivi di notevole durezza, rivolti a colpire singole iniziative e personaggi del mondo politico e/o culturale, considerati potenzialmente pericolosi.

Le tappe essenziali dell'ascesa di Ottaviano dal 44 al 31 a.C. vedono anzitutto la sua adrogatio (una sorta di adozione, di persona però già legalmente maggiorenne), tramite testamento, da parte del prozio Cesare. Anche grazie a distribuzioni di denaro, ottenuto in modo non sempre lecito, Ottaviano riesce a crearsi largo seguito tra i veterani di Cesare. Nel 43, con un ruolo riconosciutogli ad hoc dal senato, affianca l'esercito che ha costituito a quello dei consoli in carica per condurre la guerra di Modena - contro Marco Antonio -, scoppiata in seguito a conflitti per l'assegnazione delle province. Subito dopo però Ottaviano ritiene più vantaggioso accordarsi con lo sconfitto Antonio (dichiarato hostis dalla maggioranza del senato, ma fatto riabilitare proprio da Ottaviano): forma con lui e con Lepido il secondo triumvirato.
Le successive liste di proscrizione emanate dai triumviri provvedono a fornire loro sostegno finanziario e ad eliminare degli avversari, come Cicerone. La battaglia di Filippi (42) fa uscire tardivamente di scena i cesaricidi, che non erano stati perseguiti e che pur lasciando Roma erano rimasti in contatto con vari esponenti dell'oligarchia.
Nel 41-40 il fratello di Antonio, Lucio, e la moglie del triumviro, Fulvia, si schierano dalla parte dei proprietari vittime degli espropri attuati da Ottaviano a favore dei veterani congedati. Ne deriva la "guerra di Perugia", dal nome della città dove i due sono assediati da Ottaviano, che dopo aver vinto attuerà nei confronti della popolazione una crudele rappresaglia. Concluso il conflitto, Ottaviano sposa Scribonia, parente di Pompeo, che gli darà l'unica figlia, Giulia. Più rilevante è però il matrimonio di Antonio (rimasto vedovo) con Ottavia; vari studiosi vi hanno individuato un'allusione nella IV Ecloga di Virgilio; il puer di cui si preannuncia la nascita pacatum reget patriis virtutibus orbem (v. 17). C'è chi ha ipotizzato addirittura che l'ecloga sia un epitalamio celebrativo di queste nozze.
Nel 37 il triumvirato è rinnovato per un quinquennio (non si sa se con valore retroattivo all'inizio dell'anno in corso); Ottaviano ottiene da Antonio navi per riprendere, dopo aver subito una sconfitta, lo scontro con Sesto Pompeo, portato a termine vittoriosamente da Agrippa nel 36 a.C. E sarà ancora Agrippa a risolvere a favore di Ottaviano la battaglia di Azio. Lepido, intanto, era stato costretto ad uscire di scena dopo la sconfitta di Sesto Pompeo, cui aveva collaborato.
La battaglia di Azio elimina l'antagonista, ma non chiarisce sul piano istituzionale la posizione di Ottaviano, che appare già ambigua nel 32: si basava su un'investitura plebiscitaria o ancora sul mandato triumvirale prorogato nel 37? Dal 31 al 27, e poi ancora fino al 23, Ottaviano assume sempre il consolato, ma i suoi poteri sono più ampi di quelli di un semplice magistrato.
Due sono, in questi anni, i momenti chiave per la definizione del ruolo di Ottaviano: il 27 e il 23 a.C. Nel 27, dopo aver dichiarato di voler restituire la respublica al senato e al popolo romano, come scriverà lui stesso, Ottaviano "si fa indurre ad accettare", inizialmente per dieci anni, il controllo delle province pił insicure e militarizzate, mentre quelle meno problematiche, con poche truppe stanziate, vengono affidate al senato - queste ultime informazioni ci provengono da altre fonti -. In segno di gratitudine, Ottaviano riceve dai senatori l'appellativo di Augusto - deciso in realtà con ampio anticipo all'interno della sua cerchia di collaboratori - e varie onorificenze, tra cui uno scudo d'oro attribuitogli per virtus, clementia, pietas, iustitia (Res gestae, 34). Al di là degli aspetti più esteriori e propagandati della vicenda, il fatto sostanziale è che Augusto conserverà un imperium, non più basato su un generico consenso, sia pure confermato dal rinnovo del consolato, ma sull'espressa volontà del senato.
La situazione cambia nel 23, quando, forse anche in seguito ad una congiura, Augusto decide di rinunciare al consolato, consentendo così l'accesso a questa magistratura ad un maggior numero di esponenti della classe senatoria. Gli viene assegnato dal senato l'imperium proconsulare maius, cioè superiore a quello dei singoli proconsoli, la cui definizione rispetto all'imperium del 27 costituisce un problema assai complesso. Comunque esso gli assicura la possibilità di intervenire anche nelle province senatorie, il controllo sugli eserciti, non è limitato dal pomerium ed è, o diventerà in breve, vitalizio.
Per quanto riguarda la sfera d'azione all'interno della città, Augusto ottiene la tribunicia potestas, che aggiunge alla sacrosanctitas già conferitagli il diritto di veto - nei confronti delle decisioni del senato o di iniziative assunte da magistrati - e la possibilità di presentare proposte alle assemblee popolari.
Il 23 è anche l'anno della morte di Marcello, il probabile primo candidato alla successione che Augusto progetta di realizzare tramite i matrimoni della figlia Giulia, senza comunque far apparire evidente la volontà di instaurare una dinastia e facendo perciò rivestire magistrature tradizionali ai suoi prescelti. Dopo Marcello saranno designati il secondo marito di Giulia, Agrippa (morto nel 12 a.C.), poi due dei loro figli, Lucio e Gaio Cesare (adottati da Augusto ma morti rispettivamente nel 2 e nel 4 d.C.).
Nel 2 a.C., Giulia è protagonista di uno scandalo: fatta accusare di immoralità in senato dallo stesso padre, è relegata su un'isola. Il suo terzo matrimonio, con Tiberio, figlio di Livia Drusilla moglie di Augusto, è rotto, sempre per volontà di Augusto. Giulia è accusata di avere avuto varie relazioni amorose con personaggi socialmente rilevanti; ma la più pericolosa è senz'altro quella con Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio, che è condannato a morire. Più di uno studioso ha intravisto dietro questa vicenda così drammatica (della quale per altro si conosce poco), il timore del princeps per il possibile riproporsi di iniziative politico-culturali che Marco Antonio e Cleopatra avevano promosso anni prima. Giulia non nascondeva infatti il suo amore per l'eleganza, la raffinatezza, la libertà di costumi e con Iullo Antonio avrebbe potuto dar vita ad una leadership più orientalizzante, più apertamente monarchica, meno attenta a salvaguardare i legami con la tradizione.
Anni dopo (8 d.C.), lo scandalo si ripete con Giulia minore, nipote di Augusto, allontanata anch'essa da Roma, mentre la condanna a morte colpisce il marito. Sono anni difficili, che vedono manifestazioni in favore del ritorno di Giulia maggiore (3 d.C.) e altri tumulti popolari, forse connessi con nuovi progetti di congiure. Ancora una volta, le fonti non aiutano a chiarire la situazione. Anche Ovidio, lamentando nel secondo libro dei Tristia che la relegazione a Tomi gli è stata imposta a causa della sua poesia ritenuta immorale (l'Ars amatoria) e di un fatale errore (qualche coinvolgimento proprio nella vicenda di Giulia minore), dichiara esplicitamente che di quest'ultimo è opportuno non parlare.
È verosimile che nella stessa famiglia imperiale esista un'opposizione - reale o potenziale - ad Augusto, opposizione a cui deve essere impedito un collegamento col popolo e con l'esercito. E ancora quando, nel 14 d.C., la successione si effettua secondo le ultime disposizioni del princeps, cioè a favore di Tiberio, scoppia un'insurrezione delle truppe dislocate in Germania e uno schiavo di Agrippa Postumo (ultimo figlio di Giulia e Agrippa), Clemente, si rende protagonista di un'avventurosa iniziativa: dopo aver inutilmente tentato di liberare il padrone (fatto uccidere per ordine di Augusto o Tiberio), ne assume l'identità, raccogliendo per un certo periodo intorno a sé un consistente esercito.

Cercare di far chiarezza su aspetti istituzionali della posizione di Augusto e su fatti che coinvolgono anche la sua famiglia non significa effettuare una semplice contestualizzazione, per altro sempre indispensabile. Se pensiamo che l'età augustea è uno dei periodi più importanti della storia romana e certo il più famoso, è sconcertante che di tanti episodi si debba dire "non sappiamo con certezza". Non è, storicamente, un fatto isolato. Molte notizie si perdono per "cause naturali".
Ma è anche vero che Augusto è sia un leader sia un autore, che ci consegna la sua versione dei fatti e offre agli artisti dell'epoca soggetti privilegiati da sviluppare. Perciò, almeno per una parte di ciò che non conosciamo, possiamo dire che non voleva si sapesse.
Eppure, l'immagine "vulgata" dell'età augustea, consolidata nell'immaginario collettivo, è in genere meno sfaccettata, molto più uniforme nel mettere in evidenza soprattutto gli aspetti positivi: pace, benessere, fioritura culturale. Che sono certamente una realtà, ma non l'unica.
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