L'ETÀ AUGUSTEA IL PRINCEPS E GLI INTELLETTUALI

OVIDIO: TESTI



Tristia, II, 207-44
Traduzione di R. Mazzanti, GARZANTI, 1991




Tristia, II, 543-78
Traduzione di R.Mazzanti, GARZANTI, 1991




   Il secondo libro dei Tristia è costituito da un'elegia unica, dedicata ad Augusto. Ovidio, esiliato, individua le cause della condanna nella poesia (più specificamente nell'Ars) e in un fatalis error. Su questa seconda "colpa" l'autocensura di Ovidio è fortissima, uniformandosi del resto al comportamento dei suoi contemporanei, che dei retroscena delle storie di entrambe le Giulie preferirono non parlare. Ma tacere per non riaprire le ferite di Cesare, come sostiene il poeta, equivale a dire, eufemisticamente, che il movente politico dell'esilio è taboo e che la paura nei confronti del princeps, insistentemente paragonato a Giove che scaglia il fulmine, è paralizzante.
   Ridotto a ripiegare, per difendersi, sul versante letterario, Ovidio non può far altro che ricordare che i suoi versi non incentivano il vizio, non sono diretti alle donne oneste, non trattano argomenti più sconvenienti di quanti se ne possano trovare in celebri opere letterarie o nei volgari mimi, spettacoli offerti assai spesso da Augusto al suo popolo (argomento forse polemico, ma non tutti i critici sono d'accordo con questa interpretazione).
   L'autore osserva ancora di non aver scritto solo opere erotiche, ricordando le Metamorfosi e i Fasti. Insiste sull'integrità della vita, rileva molto opportunamente la distanza che separa la pubblicazione dell'Ars dall'emanazione della condanna. Supplica infine, sia all'inizio che alla fine dell'elegia, un riavvicinamento alla patria.