PREMESSA: GLI ASPETTI GENERALI L'ETÀ AUGUSTEA IL PRINCEPS, IL POPOLO, LA CITTÀ IL PRINCEPS E GLI INTELLETTUALI


PREMESSA
GLI ASPETTI DELL'ETÀ AUGUSTEA


   Le lotte per il superamento di fatto della respublica e per l'instaurazione di un potere personale che si susseguono a Roma nel I secolo a.C. comunicano ai contemporanei un forte senso di precarietà, di angoscia; esso è espresso ad esempio da Orazio, nel VII dei suoi Epodi (databile forse al 38 a.C.), attraverso l'orrore di chi vede rinnovarsi nel presente il "peccato originale" del fratricidio commesso da Romolo e nel XVI degli Epodi (di datazione discussa, tra il 41 e il 38 a.C.) con l'esortazione ad abbandonare la città, che sta per crollare per mano dei suoi stessi abitanti.
   È chiaro quindi che nel corso delle guerre civili e alla loro conclusione, con l'affermazione di una leadership, l'aspetto carismatico del potere gioca un ruolo importantissimo; chi si impone non appare (e non vuole apparire) solo come il vincitore, ma come il predestinato a salvaguardare il destino di Roma, riportandovi la pace.
   I principi su cui, negli anni che precedono lo scontro di Azio, è impostata la propaganda di Ottaviano contro Antonio, non hanno perciò significato unicamente alla luce della lotta politica, rivolta a guadagnare seguaci e screditare l'avversario, ma diventano i fondamenti ideologici del principato.


   Antonio adotta molto precocemente, già dopo la battaglia di Filippi e prima dello stabilizzarsi del legame con Cleopatra, un modello politico-culturale di ispirazione orientale (pur continuando ad avere interessi e seguito in occidente): nel 41, ad Efeso e a Tarso, si presenta come Nuovo Dioniso insieme alla regina d'Egitto, che a Tarso compare nelle vesti di Afrodite-Iside. L'identificazione col dio continua anche nel periodo del matrimonio con Ottavia, sorella di Ottaviano, ed è accentuata ulteriormente quando Antonio decide di rimanere accanto a Cleopatra (dal 37).
   Era quindi sua intenzione attuare una politica religiosa che, pur con ovvie diversità, era stata realizzata da vari sovrani ellenistici, ispiratisi al mito di "Alessandro imitatore di Dioniso", creato probabilmente soprattutto presso la corte alessandrina, dopo la morte del Macedone. Esso faceva sì che molti episodi della spedizione antipersiana sfumassero nella leggenda, assumendo una simbologia dionisiaca (come nel caso della marcia dell'esercito vittorioso che avrebbe rappresentato un corteo bacchico).
   Sostenere che Alessandro avesse consapevolmente imitato Dioniso, il semidio diventato immortale per le sue imprese, tra cui la conquista dell'India, significava proporre alle ambizioni espansionistiche dei re un modello che tra l'altro legittimava anche aspirazioni alla divinizzazione in terra. Tutto ciò mentre il culto dionisiaco conosceva un'enorme diffusione nel mondo ellenistico (soprattutto tra la fine del III secolo a.C. e l'inizio del II), grazie al proliferare di sette che vedevano in Dioniso anche un messia, destinato ad inaugurare un'epoca di pace e giustizia, sostituendo Zeus nel dominio del mondo (aspettativa attinta dalla letteratura orfica).
   Ai contenuti religiosi si associavano, secondo vari studiosi, contenuti politici: nella nuova era non ci sarebbe più stata l'egemonia romana . Ed effettivamente la religione dionisiaca appare sempre attestata e spesso particolarmente radicata in ambienti ostili a Roma, non solo orientali, ma interni alla stessa Italia, in cui la repressione dei culti bacchici, avvenuta nel 187-86 a.C., non ha certo le sole motivazioni morali che nel secolo successivo le attribuirà Livio.


   Le intenzioni di Antonio nel presentarsi come incarnazione di Dioniso potevano essere diverse e complementari: spezzare la simbiosi dionisismo/sentimento antiromano; enfatizzare il suo ruolo di futuro conquistatore; rispondere al bisogno di un contatto più ravvicinato col divino, evidente in strati sempre più ampi della popolazione, soprattutto orientale; proporre, in particolare in unione con Cleopatra, un modello di vita ispirato al culto della bellezza e del fasto, della libertà e della gioia di vivere. Modello che fu fortemente attaccato e banalizzato dalla propaganda di Ottaviano.
   Nell'immagine costruita dal collega e avversario, Antonio rappresentava "l'altro", in un'ampia estensione del termine: l'uomo che aveva abbandonato la tradizione repubblicana, puntando all'instaurazione di una monarchia; che aveva scelto l'oriente come residenza in vita e dopo la morte, che dall'oriente aveva assunto comportamenti incompatibili col mos maiorum (eccessi nel lusso, nel bere...), assoggettandosi addirittura ad una regina straniera, per cui aveva rotto il matrimonio con una donna romana, sorella del suo collega nel triumvirato.
   Rispetto a questa "devianza", Ottaviano impersona la "norma", cioè la legalità (apparente), l'attaccamento alla tradizione occidentale, alla repubblica, a Roma, ai mores antiqui, alla famiglia legittima, il rifiuto (almeno ufficiale) della divinizzazione in terra. La volontà di restare fedele a questa immagine e di controllare il potere acquisito bloccando sia iniziative conservatrici che troppo apertamente innovatrici condizionerà, come si è anticipato, la politica di Ottaviano e anche la vita dei suoi familiari e dei suoi "sudditi".


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