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New Age Italy - Terzo Millennio

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Annuario ISTAT 2005 Formare famiglia Avere figli Padri Italiani Essere figli The Italian Way Bacco and Tobacco

 

AVERE FIGLI

Estratto da "Essere padri in Italia", studio ISTAT 2005

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Il primo figlio

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3.1 Pochi figli ed in età sempre più tardiva

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3.2 Una descrizione del processo di formazione della famiglia

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3.3 Un’analisi della relazione tra arrivo del primo figlio e caratteristiche dei coniugi

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Appendice: modello e risultati dettagliati

 

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Il secondo figlio

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4.1 Oltre il figlio unico

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4.2 Un quadro descrittivo

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4.3 Un approfondimento con un’analisi multivariata

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4.4 In sintesi

 

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Tre e più figli

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5.1 Le famiglie numerose

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5.2 Chi sono i padri e le madri di famiglia numerosa

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5.4 In sintesi

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Approfondimento 2 - “Meglio tardi? Caratteristiche e fecondità degli uomini che si sposano in età relativamente avanzata

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A2.1 La strategia del rinvio

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A2.3 Caratteristiche della partner

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A2.5 In sintesi

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Approfondimento 2

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Pochi figli ed in età sempre più tardiva

La posticipazione dell’età di entrata nella prima unione ha raggiunto in Italia livelli da primato rispetto agli altri paesi occidentali.
Un’altra specificità italiana, condivisa soprattutto con la Spagna, è la bassissima fecondità. Le dinamiche generali dell’evoluzione della fecondità in Italia sono state ben documentate da molti studi (si veda tra gli altri il recente volume di Barbagli, Castiglioni, Dalla Zuanna 2003).
Il forte crollo delle nascite tra la metà degli anni ’70 e la fine degli anni ’80 e la sostanziale stasi su livelli molto bassi nel corso degli anni ’90 hanno portato l’Italia d’inizio del terzo millennio ad essere considerata come uno dei casi più problematici dal punto di vista del declino demografico. In un sintomatico articolo uscito su Le Monde nei primi mesi del 20021, il sociologo francese Mendras affermava che gli italiani sono a rischio di estinzione, e li invitava accoratamente a cambiare rotta presto ed in modo convincente. Riflettendo inoltre le posizioni di molti suoi colleghi Mendras riconosceva nella lunghissima permanenza dei giovani nella famiglia di origine una delle cause principali del basso
numero di figli. Un’altra testimonianza dell’interesse per il caso italiano è il fatto che gran parte del discorso annuale tenuto dal presidente della Population Association of America, durante il Convegno tenuto a Minneapolis nel 2003, è stata dedicata al confronto tra comportamenti Il capitolo è a cura di Alessandro Rosina e Romina Fraboni 1 “L'Italie malade de sa famille”, Le Monde, 19 febbraio 2002.
 

Il primo figlio

Se oramai da decenni i demografi italiani segnalano all’opinione pubblica le dimensioni e le conseguenze della crisi della fecondità, solo negli ultimi anni la questione comincia ad
essere recepita e si inizia ad osservare una certa sensibilità politica in merito. Ad esempio, nel recente Libro Bianco sul Welfare (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2003), la questione demografica (anche se colta con una certa approssimazione) viene riconosciuta come ineludibile. Inoltre, anche nel Libro Bianco, non manca il collegamento tra il sempre maggior ritardo dei giovani nella costituzione di una propria famiglia ed esiguità della discendenza finale. L’interesse per lo studio della fecondità italiana si è però finora, con pochissime eccezioni, concretizzato in analisi della maternità e delle sue determinanti. Nonostante sia ampiamente riconosciuta l’importanza di vedere i cambiamenti riguardanti la formazione della famiglia e la fecondità anche da una prospettiva maschile, sono ancora molto pochi gli studi che vanno in questa direzione2.
Come è noto, le trasformazioni nella formazione della famiglia sono parte di un processo più generale di cambiamento che ha interessato aspetti economici e socio-culturali. Le modifiche strutturali relative al sistema educativo e al mercato del lavoro generano variazioni nel sistema di valori e di aspettative che si riflettono su forme, tempi e
stabilità delle unioni e sulla loro prolificità. Soprattutto l’aumento dell’istruzione e delle opportunità di occupazione extra-domestica delle donne, e quindi la ri-valutazione del ruolo della donna nella società, viene indicato come uno dei più importanti fattori esplicativi della riduzione della nuzialità, dell’instabilità delle unioni e della bassa fecondità (Becker, 1981). Tale spiegazione sembra però parziale. La trasformazione del ruolo e delle opportunità femminili hanno un diverso impatto sul sistema familiare in funzione dell’evoluzione delle opportunità maschili e del riadattamento del ruolo dell’uomo nella società e dei rapporti di genere nella coppia. Più in generale le trasformazioni interagiscono con le differenze culturali dei vari contesti. E’ importante quindi sia considerare esplicitamente il ruolo maschile nel processo di formazione della famiglia, sia tener conto delle specificità culturali che caratterizzano non solo le diverse realtà nazionali, ma anche ambiti territoriali intra-nazionali.

La paternità rappresenta un elemento cruciale per comprendere le questioni demografiche in Europa. Se si assiste ad una tendenza generale verso la diminuzione della genitorialità, è vero anche che la paternità risulta maggiormente limitata rispetto alla maternità. E’ interessante infatti notare che, dove il matrimonio è solido, i padri vivono con i figli, ma il tasso di fecondità è basso; dove il matrimonio è in crisi, i padri sono spesso separati dai figli, ma il tasso di fecondità è più elevato. Nell’Europa meridionale la paternità è limitata principalmente dal basso tasso di fecondità, nell’Europa settentrionale la paternità è limitata principalmente dai cambiamenti nelle forme di unione (Jensen 2000). In questo capitolo l’interesse sarà concentrato sull’arrivo del primo figlio. Nel secondo paragrafo viene fornito un quadro descrittivo del processo di costituzione della prima unione e della transizione alla paternità. Nel terzo si propone un’analisi del legame tra ritardo di entrata in unione e bassa fecondità. Mentre studi precedenti si sono limitati a considerare solo l’età della donna, qui consideriamo le caratteristiche di entrambi i partner. Oltre all’età siamo interessati anche a valutare in generale l’impatto delle differenze di genere riguardanti la dimensione dell’istruzione e del lavoro. L’ultimo paragrafo contiene alcune considerazioni conclusive. I dati utilizzati, ove non indicato diversamente, derivano soprattutto dall’indagine Famiglia, soggetti sociali e condizioni dell’infanzia, condotta dall’Istat nel 1998.

3.2 - Una descrizione del processo di formazione della famiglia

Il processo di costituzione della prima unione coniugale e dell’arrivo del primo figlio hanno conosciuto, dal secondo dopoguerra in poi, variazioni rilevanti, soprattutto relativamente all’età di sperimentazione degli eventi. Il tempo di realizzazione e l’entità di tali variazioni risultano però differenziate sia rispetto al genere che alla ripartizione geografica. La dinamica per generazione presenta sostanzialmente due fasi. Nella prima si osserva un’anticipazione dell’età di formazione della famiglia. Più precisamente aumenta sia la propensione a sposarsi che ad avere figli in età giovanile.

3.2.b). L’intensità finale rimane però sostanzialmente invariata. Se si passa infatti a considerare la situazione a 35 anni per le donne e a 40 per gli uomini, si nota come la quota di persone sposate e con almeno un figlio presenti variazioni trascurabili. In particolare tale livello non risulta più elevato per la coorte dei nati negli anni ‘40 rispetto a quella dei nati negli anni ‘30. Segue una seconda fase di diminuzione di matrimoni e fecondità in età giovanile a cui però ora sembra corrispondere anche una contrazione dell’intensità finale. Ciò si vede chiaramente soprattutto nel Nordcentro, mentre nel Sud-isole si nota qualcosa solo in corrispondenza alla generazione più recente. Ad anticipare tale processo sono in particolare gli uomini settentrionali, per i quali la paternità sembra entrare in crisi già a partire dalla generazione degli anni ‘40. L’andamento è poi quello di una continua e progressiva riduzione. Tra i nati nella seconda metà degli anni ‘50 più di un uomo su quattro al Centro-Nord è arrivato a compiere i 40 anni senza aver ancora avuto alcuna esperienza di paternità, in proporzione superiore rispetto a quanto osservato per il
Sud- Isole. Per le donne settentrionali la situazione (a 35 anni) è solo leggermente migliore.

Se confrontiamo i tempi di nascita del primo figlio nel quadro dell’Europa occidentale, il ritardo italiano risulta eclatante. L’esperienza della paternità risulta notevolmente posticipata in Italia rispetto a qualsiasi altro paese occidentale. Nella Figura 3.3 riportiamo solo una selezione in base ai dati disponibili e confrontabili. Per i nati all’inizio degli anni ‘60, l’età mediana al primo figlio si situa generalmente sotto i 30 anni negli altri paesi, mentre arriva ad oltre 33 anni per gli uomini italiani4. Abbiamo visto nelle figure precedenti che al fenomeno della posticipazione sembra essere legato anche a quello di una riduzione dell’intensità finale. Ovvero non solo si hanno i figli in età sempre più avanzata ma anche sempre più persone rinunciano ad avere figli. I nati all’inizio degli anni ‘60 avevano meno di 40 anni al momento dell’indagine, è difficile valutare per essi quanto l’ulteriore rilevante posticipazione sarà connessa ad un ulteriore aumento della quota di 4 L’età avanzata al primo figlio risulta in larga misura legata ad una età avanzata di entrata nella prima unione. L’età mediana alla prima unione risulta vicina a 29 anni per gli uomini italiani nati nella prima metà degli anni ‘60, mentre il valore più elevato tra i coetanei degli altri paesi è quello della Spagna (quasi 27 anni).

Passando a considerare la distribuzione per età della transizione alla paternità (Figure 3.4 e 3.5), quello che si osserva nel settentrione è, fino alla generazione del 1950-54, una progressiva diminuzione del primo figlio nella classe 30-34 controbilanciata da un quasi speculare aumento nella classe 20-24. Tale andamento si inverte con l’ultima generazione
(1955-57) che evidenzia una ripresa del primo figlio soprattutto nella classe 30-34, che però solo in parte compensa l’abbassamento della fecondità nelle età precedenti.
Le variazioni più importanti riguardano in ogni caso la classe 25- 29. In tale fascia d’età il massimo viene raggiunto con la generazione 1940-44, dopodiché nelle generazioni che seguono si assiste ad una forte progressiva riduzione. Nel meridione l’evoluzione sembra
sostanzialmente analoga con un ritardo di un quinquennio. Interessante infine segnalare come prima dei 20 anni la fecondità maschile risulti essere su livelli praticamente irrilevanti. Un ultimo aspetto da considerare è il fenomeno, sempre più diffuso in altri paesi occidentali, delle nascite fuori dal matrimonio. Abbiamo visto nei capitoli precedenti come attualmente in Italia le unioni informali siamo poco diffuse, anche se in forte crescita, e si configurino soprattutto come breve preludio al matrimonio. In tabella 3.1 si può vedere come, anche nell’Italia settentrionale, siano molto rari i casi di persone che risultano avere figli senza essersi mai sposate. Aumenta però, ma solo nel Nord-centro la quota di celibi e, soprattutto, di sposati senza figli.

3.3 - Un’analisi della relazione tra arrivo del primo figlio e caratteristiche dei coniugi


Analisi che si limitano a considerare solo le caratteristiche della donna, come avviene usualmente in letteratura, ignorano una componente (quella maschile) fondamentale del processo che genera l’arrivo nella popolazione di un nuovo individuo. Nell’analisi che qui proponiamo consideriamo come fattori esplicativi dell’evento di interesse alcune caratteristiche di base di entrambi i coniugi. Per ribaltare la prospettiva tradizionale in un primo modello inseriamo solo i fattori maschili, mentre nel secondo aggiungiamo le corrispondenti caratteristiche femminili.
Siamo soprattutto interessati a studiare l’impatto, sulla propensione ad avere il primo figlio, dell’età maschile e femminile (una al netto dell’altra) e delle differenze di genere (rispetto all’età, al livello di istruzione e all’occupazione).
Nel primo modello (Tabella A1), dove si considerano solo le caratteristiche del partner maschile, si ottiene un effetto significativo di tutte le variabili considerate. In particolare, la propensione ad avere il primo figlio diminuisce in modo rilevante sia all’aumentare dell’età al matrimonio che del livello di istruzione. Nel Nord-centro anche al netto delle variabili considerate rimane significativa la riduzione a partire dai nati negli anni ‘40. Nel Sud-isole è particolarmente rilevante invece l’effetto della posizione occupazionale, nella direzione attesa

Nel secondo modello vengono introdotte anche le caratteristiche femminili. Per motivi di collinearità e per valutare in modo più chiaro il contributo di ciascuno dei due sessi e la loro azione congiunta, è stata costruita un’unica variabile dalla combinazione (in classi quinquennali) dell’età dei due coniugi, lo stesso è stato fatto per il livello di istruzione. A parità delle altre variabili inserite, il titolo di studio presenta un effetto molto forte. Se si confrontano le combinazioni con posizione di genere simmetrica, si nota come le coppie di laureati presentino in entrambe le grandi ripartizioni un rischio più basso di transizione al primo figlio. E’ interessante però notare come sia soprattutto la laurea della donna ad avere un effetto negativo. Rispetto infatti alla condizione di entrambi laureati, se lui ha la laurea e lei no il rischio è maggiore, mentre se le posizioni sono invertite il rischio è minore. A differenziarsi rispetto al comportamento tradizionale di aver il primo figlio subito dopo il matrimonio tendono ad essere soprattutto le persone con elevato grado di istruzione. Sia per la loro mentalità più aperta a comportamenti non tradizionali, sia per la loro maggiore conoscenza e capacità d’uso dei metodi contraccettivi, sia per il loro maggiore orientamento all’investimento personale, che può portare a dilazionare l’arrivo del primo figlio in funzione di tempi e opportunità di carriera professionale della coppia. Tale meccanismo agisce in modo rilevante sia sull’uomo che sulla donna, ma è verosimilmente più rilevante per quest’ultima. In particolare una donna con livello di istruzione elevato, indipendentemente dal livello del marito, tenderà ad avere strumenti e motivazioni per gestire, meno tradizionalmente e più condizionatamente a proprie esigenze e aspettative, tempi ed intensità della propria fecondità. Ciò comunque verrà accentuato nel caso anche il marito possieda un elevato livello di istruzione, dato che si tratta di programmare un evento comune (la nascita di un figlio) condizionatamente a tempi, vincoli ed opportunità dei percorsi professionali di entrambi.
E’ interessante inoltre notare come le forti asimmetrie di genere (lui titolo basso e lei medio-alto o viceversa) agiscano in modo favorevole sull’arrivo del primo figlio.
Passando a considerare l’età, quello che si ottiene è un effetto più marcato per la componente maschile. In Figura 3.8 sono riportate le stime ottenute dal primo modello. Come si vede l’effetto età per i maschi, al netto delle altre variabili, è molto forte per entrambe le ripartizioni. In Figura 3.9 e 3.10 vengono riportate le stime ottenute dal modello finale in combinazione con l’età femminile. Si vede chiaramente che il declino della propensione al primo figlio rimane forte nella dimensione dell’età dell’uomo, mentre è molto più moderato per la donna. A parità dell’età maschile, l’età femminile sembra incidere sensibilmente solo quando supera quella del partner. E’ il caso della combinazione lei 25-29 & lui 20-24 rispetto a lei 20-24 & lui 20-24. Come noto, all’aumentare dell’età diminuisce la capacità biologica di ottenere una gravidanza. Vari studi hanno mostrato come la fecondità femminile raggiunga il massimo tra i 20 ed i 25 anni e poi declini progressivamente fino ai 35-39, per poi ridursi decisamente dopo i 40. Riguardo alla popolazione maschile il declino non sembra invece essere rilevante prima dei 35-39 anni. Se quindi l’unico effetto dell’età fosse quello biologico avremmo dovuto ottenere dalla nostra analisi un’azione negativa più forte per le donne rispetto agli uomini. A ciò si deve aggiungere il legame tra età e rischio di malformazioni congenite e complicazioni del parto, che potrebbero ulteriormente disincentivare alcune donne in età non più giovanile ad avere figli. Il fatto invece che domini l’effetto maschile suggerisce che l’azione dell’età possa cogliere anche meccanismi non biologici. Nel regime demografico moderno fare figli è frutto dell’agire razionale (inteso come capacità di mettere in atto una decisione esplicitamente assunta) delle coppie, tuttavia non si dispone in letteratura di riflessioni abbastanza accurate né sulla formazione di questa decisione, né sulle due modalità di rendersi esplicita per i due partner. Secondo Bimbi (1993) fare figli è frutto dell’agire razionale (inteso come capacità di mettere in atto una decisione esplicitamente assunta) delle coppie. Secondo tale autrice la bassissima fecondità può essere vista come esito di un modello di “iperrazionalizzazione” (sia della scelta che dei confini ad essa relativi). La negoziazione tra i partner può proseguire indefinitivamente, fino al momento in cui si realizza che è troppo tardi per avere un (altro) figlio. Secondo Micheli
(1995; 2000) per avere un figlio bisogna “decidere di non decidere”, ovvero è necessario far prevalere logiche di razionalità non economica. La bassissima fecondità italiana sarebbe da ricondurre al fatto che la convenienza economica viene raramente allentata. Secondo tale autore, “come per il sonno”, la maternità/paternità è un risultato raggiungibile
quando si allenta la “morsa ingabbiante del controllo della razionalità”.
 

E’ verosimile che l’”iperrazionalizzazione” di cui parla Bimbi e “la morsa ingabbiante”di cui parla Micheli, si accentuino con l’età. Si può pensare infatti che a vent’anni si tenda ad essere più spontanei, impetuosi, genuini nei confronti delle scelte di vita, mentre in età più matura si diventa più riflessivi, cauti, prudenti, meno disposti a mettersi in gioco o in discussione con eventi carichi di vincoli e responsabilità. Chi si sposa in età avanzata potrebbe avere quindi più facilmente un atteggiamento ipercontrollato e paralizzato nei confronti della scelta di avere un figlio, rispetto a chi si sposa in età più giovane, e ciò potrebbe valere soprattutto per gli uomini. Le donne hanno infatti un preciso limite del periodo fecondo, mentre gli uomini possono diventare padri anche in età molto avanzata5. In altre parole per le donne la deriva dell’ipercontrollo ansioso viene arginata dall’avvicinarsi della menopausa che costringe a mettere da parte tutti i timori e le apprensioni se non si vuole rinunciare all’obiettivo desiderato. E’ inoltre molto verosimile che ci siano delle differenze di genere nel valore dato alla genitorialità. Nella non estesa letteratura sulla paternità ci sono varie argomentazioni che sembrano avvalorare l’ipotesi di una minore importanza per gli uomini dell’esperienza della nascita di un figlio (Goldscheider e Kaufman 1996; Gerson 1993). In ogni caso praticamente nessuno in letteratura avanza l’ipotesi che la paternità possa avere per l’uomo un valore maggiore di quanto non sia la maternità per l’identità femminile. E’ quindi verosimile che la prospettiva di rimanere senza figli possa eventualmente essere più facilmente accettata dall’uomo che dalla donna. Del resto una recente indagine sui valori degli italiani (Gubert 2000), evidenzia come il 47% dei maschi ed il 42% delle femmine consideri importante avere figli per la realizzazione dell’uomo, mentre si sale rispettivamente al 55% dei maschi e al 58% delle femmine che considerano importante avere figli per la realizzazione di una donna.
Esistono altre interpretazioni concorrenti. Ad esempio l’età al matrimonio potrebbe avere un effetto negativo sull’arrivo del primo figlio anche per un effetto selezione, dovuto al fatto che si sposa più tardi chi è meno orientato alla famiglia e più all’investimento personale. Le persone maggiormente orientate alla carriera tendono ad avere un atteggiamento meno positivo rispetto alla fecondità.
Infine, relativamente alla posizione occupazionale si ottiene un effetto negativo per le donne che hanno iniziato a lavorare prima del matrimonio rispetto a coloro che si sono sposate senza aver mai avuto esperienze occupazionali. Per gli uomini rimangono confermati gli effetti ottenuti nel primo modello. Il fatto che l’occupazione presenti un effetto maggiore nel meridione è anche dovuto al fatto che nel Sud Italia è ancora largamente maggioritario il comportamento tradizionale di avere il primo figlio subito dopo il matrimonio e chi si discosta da tale comportamento sono soprattutto le donne con elevato livello di 5 Ad esempio, un uomo che si sposa a 32 anni con una ragazza di 22 può permettersi di aspettare prima di decidere se diventare padre o meno. Una donna che si sposa a 32 anni, qualunque sia l’età del marito, se non vuole perdere l’esperienza della maternità, non può rinviare troppo la decisione altrimenti rischia che tale esperienza le sia preclusa per sempre.

istruzione e orientate alla realizzazione professionale o quantomeno all’autonomia economica. Nel settentrione invece la posticipazione del primo figlio è più diffusa e praticata anche dalle classi sociali mediobasse. Dato che praticamente tutti gli uomini entrano nel mercato del lavoro prima del matrimonio, la non occupazione femminile indica
un’asimmetria di ruolo. Il fatto che le donne che non hanno mai lavorato prima del matrimonio presentino una maggiore progressione al primo figlio rispetto alle donne occupate rientra quindi nel risultato generale ottenuto di comportamenti più tradizionali per le coppie con asimmetria di genere che assegna più potere al partner maschile. Ciò vale sia per il lavoro che per il titolo di studio, che per l’età.

Se infatti per livello di istruzione e lavoro risulta confermato quanto comunque ottenuto da studi condotti privilegiando la componente femminile della coppia, per quanto riguarda invece l’età il risultato risulta ribaltato, ovvero sembra contare di più l’età maschile. Si tratta evidentemente di risultati da approfondire. Non è detto infatti che l’effetto dell’età sia di tipo causale, ovvero che sia di per sé l’arrivare in età tardiva al matrimonio a ridurre (ad esempio attraverso l’ipotizzato meccanismo di “ipercontrollo”) la propensione all’esperienza di paternità. Il legame potrebbe essere infatti spurio (conseguenza ad esempio di un effetto selezione che porta a sposarsi più tardi le persone più orientate all’investimento personale e meno alla famiglia). Lo studio della relazione tra età e fecondità è fondamentale soprattutto nel contesto italiano caratterizzato da un processo di
continua posticipazione dell’età a cui si inizia a formare una famiglia (l’età mediana alla prima unione, in particolare per gli uomini, è tra le più alte al mondo) e da una fecondità tra le più basse al mondo. Comprendere ed approfondire la relazione che lega tali due fenomeni diventa cruciale anche in funzione di politiche che, aiutando i giovani a diventare autonomi ed a costituire un’unione in età meno tardiva, possa anche avere implicazioni positive sulla fecondità.

Appendice: modello e risultati dettagliati

Dato che in Italia, almeno per le generazioni qui considerate, l’entrata nella paternità risulta compiersi tradizionalmente nell’ambito del matrimonio e considerati i bassi tassi di scioglimento delle unioni coniugali, conduciamo l’analisi sugli uomini che al momento dell’indagine risultano vivere in coppia con la prima moglie. Per limitare ulteriormente gli effetti di selezione per vedovanza limitiamo lo studio a chi al momento dell’intervista ha meno di 60 anni. Il limite inferiore è fissato a 45 anni per gli uomini ed a 42 per la partner (studiamo quindi le coppie che hanno già concluso la loro storia riproduttiva).

Età al matrimonio e titolo di studio del marito sono fortemente associate alle corrispondenti caratteristiche della moglie. Questo significa che nel modello II l’effetto delle variabili maschili riflettono in parte anche l’effetto delle variabili femminili. Per stimare l’impatto delle caratteristiche maschili al netto di quelle femminili dobbiamo inserire esplicitamente queste ultime nel modello. La forte associazione sconsiglia però di inserire in modo indipendente le caratteristiche del marito e della moglie nello stesso modello, si otterrebbero infatti delle stime poco robuste. La soluzione adottata è quella di costruire variabili di sintesi dalla combinazione tra età e tra livello di istruzione dei coniugi.
 

4.1 - Oltre il figlio unico

La rigidità dei percorsi di vita maschili e la posticipazione dell’età al primo figlio – illustrate nel precedente capitolo – hanno come immediata e diretta conseguenza, la contrazione dello spazio riproduttivo e lo spostamento verso età più mature della nascita degli eventuali figli di ordine successivo. L’ipotesi che le caratteristiche degli uomini e la divisione dei compiti domestici tra i generi possano influenzare la fecondità, rende necessario studiare sia la fecondità maschile, che i comportamenti fecondi in relazione alla combinazione delle caratteristiche dei due partner.
La mancanza di informazioni limita fortemente questo tipo di studi sul contesto italiano. Sono, infatti, pressoché inesistenti dati a livello aggregato che confrontino la fecondità maschile e quella femminile per parità. Anche gli studi a livello individuale che si concentrano sulla transizione al secondo figlio in Italia sono molto pochi, proprio perché limitati dalla scarsa disponibilità di dati individuali sugli uomini e sulle coppie.
 

4. Il secondo figlio

fecondità differenziale, sia come attori indipendenti che come parte della coppia (Pinnelli e Di Giulio, 2003; Francovich 1999). I dati dell’Indagine Multiscopo si prestano bene a questo fine, permettendo di analizzare la fecondità in relazione alle caratteristiche di entrambi i coniugi. Resta esclusa, invece, la possibilità di studiare i mutamenti nei ruoli di genere dopo la prima nascita e il loro effetto sulla probabilità di avere un secondo figlio.
Dato che le variabili femminili sono già state ampiamente prese in esame dalla letteratura demografica, analizzeremo le determinanti della transizione al secondo figlio, con un’attenzione particolare rivolta alle caratteristiche dei padri, così come alle caratteristiche maschili e femminili considerate congiuntamente.
Se la prima nascita segna l’ingresso nella condizione di genitori, la transizione al secondo figlio, segna il passaggio verso la dimensione della prole più diffusa nel nostro Paese (Zanatta e De Rose 1995), che sembra peraltro coincidere con le preferenze riproduttive indicate dalla maggior parte degli individui (Goldstein et al. 2003, Menniti e Palomba 2000). E’ però interessante notare che per una coppia su tre con un solo figlio, all’intenzione della donna di avere un ulteriore figlio non corrisponde un’analoga intenzione del partner. Il disaccordo sale poi a oltre due terzi dei casi per le coppie con due figli.
Dall’andamento della distribuzione per parità per donne di diverse generazioni, si nota che il modello dei due figli per coppia si è affermato a partire dalle coorti nate alla fine degli anni Trenta (Santini 1995). Va ricordato, invece, che per le generazioni nate attorno al 1960, la frequenza delle donne senza figli o con un figlio supera la frequenza di quelle con due. Sembra, pertanto, che la scelta di avere due figli per le generazioni più giovani sia divenuta sempre più difficile. L’importanza dello studio della transizione al secondo figlio, è legata anche ad altre considerazioni. E’ proprio dopo il primo figlio, infatti, che i genitori sperimentano le reali difficoltà legate alla cura del bambino e si rendono conto del tempo e delle energie che questa effettivamente comporta (Presser 2001). E’, ancora, dopo il primo figlio che le madri lavoratrici si trovano ad affrontare concretamente il problema della conciliazione dei ruoli (Olah 2004). Ovviamente, se dopo la prima nascita, la partecipazione paterna è scarsa o addirittura nulla, è possibile che il sacrificio in termini di tempo sia valutato come eccessivo da parte delle madri, che possono propendere per fermarsi al primo figlio, specialmente in mancanza di aiuti esterni e di adeguate politiche di sostegno. Si comprende, quindi, come nel caso italiano il grado di partecipazione maschile alla cura del primo figlio possa giocare un ruolo ancora più importante perché la coppia scelga di metterne al mondo un secondo. Il quadro di riferimento per studiare il passaggio al secondo figlio è simile a quello già trattato in riferimento al primo (cfr. Rosina e Fraboni in questo volume). Va tenuto presente, però, che gli studi sulla fecondità fanno tradizionalmente riferimento alla sola donna, anche per via dell’innegabile componente biologica che attiene alla maternità. Solo ricerche recenti hanno sottolineato l’importanza di considerare altresì il secondo attore del processo riproduttivo - il partner - nell’ipotesi che anche le sue caratteristiche e le sue strategie abbiano un ruolo di primo piano per la determinazione delle scelte riproduttive (cfr. con appendice finale in questo volume). In particolare, non è detto che le stesse caratteristiche, riferite a uomini e donne, abbiano lo stesso effetto sul comportamento procreativo, perché differenti potrebbero essere i modelli di fecondità (Pinnelli e Di Giulio 2003). Ad esempio, se un più alto livello di istruzione femminile (vista come proxy del reddito) in generale aumenta il costo-opportunità dei figli, quello maschile lo riduce (con puro “effetto reddito”), a meno che non vi siano politiche attive per la riconciliazione dei ruoli o vi sia una partecipazione fattiva degli uomini alle attività domestiche (Olah 2003). Pinnelli e Di Giulio (2003), evidenziano come le stesse modalità (ed es. l’età, l’istruzione e il lavoro) hanno più spesso effetti negativi sulla fecondità femminile che non su quella maschile, segno delle maggiori costrizioni – anche di ordine biologico - sperimentate dalle donne. Tali effetti – sottolineano le due autrici – sono però mitigati nei paesi dove il contesto è più familyfriendly.

Similmente, anche le particolari combinazioni delle caratteristiche di entrambi i partner potrebbero avere un importante ruolo per determinare le scelte procreative (Corijin, Liefbroer, De Jong Gierveld 1996, Dalla Zuanna 2001, Pinnelli e Di Giulio 2003) e, anche in questo caso, l’effetto di tali variabili può essere influenzato dal contesto. Baizan (2004) mostra, ad esempio, come la combinazione tra la condizione di lavoratore dipendente per l’uomo e quella di casalinga per la donna abbia un impatto positivo sulle nascite di secondo ordine nel Regno Unito e in Italia, mentre in Danimarca, dove il livello di equità di
genere è maggiore, l’impatto sia addirittura negativo. In uno studio sui Paesi Bassi emerge che il grado di omogamia relativa all’istruzione ha un effetto sulla probabilità di avere il primo figlio, rafforzando gli effetti delle caratteristiche dei singoli (Corijin, Liefbroer e De Jong Gierveld 1996).
In Italia, sono le donne con un’istruzione più elevata e posizioni lavorative di rilievo ad avere più frequentemente una fecondità molto bassa, e soprattutto più bassa degli uomini nelle stesse condizioni di istruzione e posizione lavorativa (Pinnelli e Di Giulio 2003).
Accanto all’analisi classica delle caratteristiche individuali, proprio nello studio del passaggio al secondo figlio sta prendendo piede l’esame della divisione dei ruoli di genere all’interno della coppia. Un’interessante ricerca di Miller Torr e Short (2004) esamina negli Stati Uniti la divisione del lavoro domestico e la probabilità di passare al secondo figlio nelle famiglie a doppio reddito. L’autrice osserva che le coppie “moderne” in cui la donna svolge meno del 54% delle attività domestiche hanno più frequentemente un secondo figlio a parità di altre condizioni2. Similmente, Olah (2003) evidenzia che tanto in Svezia quanto in Ungheria una più equa condivisione dei compiti familiari accelera la transizione al secondo figlio, nel primo caso supportata anche da politiche ad hoc. Dal campione italiano del Panel Europeo delle Famiglie, emerge che, tra le coppie più giovani, una consistente partecipazione dei padri all’accudimento del primo figlio si ripercuote positivamente sulla probabilità di averne un secondo nelle coppie a doppio reddito (Cooke 2003). Anche con dati rappresentativi di cinque comuni italiani, capoluoghi di provincia (Udine, Padova, Firenze, Pesaro e Messina), si è osservato che tra le coppie in cui entrambi i partner lavorano, la probabilità di avere un secondo figlio è più alta se, dopo la nascita del primo, il marito ha incrementato il suo contributo nello svolgimento dei compiti domestici e se ha collaborato in modo fattivo alle attività di cura del neonato (Mencarini e Tanturri 2004).

4.2 - Un quadro descrittivo

L’indagine Multiscopo, come già messo in evidenza, rileva la partecipazione dei padri nelle attività domestiche. Va sottolineato che l’associazione tra quota svolta di compiti domestici e la probabilità di avere un secondo figlio non è lineare, bensì ha una forma ad “U”. Anche le coppie “tradizionaliste” – dove le donne svolgono più dell’84% dei compiti domestici hanno più probabilmente un secondo bambino rispetto al gruppo intermedio di riferimento. I dati raccolti consentono di analizzare tanto le caratteristiche del background, quanto quelle relative alla carriera lavorativa, di entrambi i genitori. La partecipazione al mercato del lavoro retribuito, le sue variazioni nel corso di vita, sia in termini di interruzioni che di cambiamento di attività o avanzamento di carriera, possono in un certo senso essere considerate l’altra faccia della divisione dei ruoli di genere all’interno della coppia. Limitatamente alle coppie in costanza di matrimonio, vogliamo studiare il passaggio al secondo figlio e in particolare le caratteristiche individuali dei padri e congiunte di entrambi i genitori che determinano questo passaggio.
Analogamente a quanto fatto nel capitolo precedente, per ribaltare la prospettiva tradizionale che di solito prende in considerazione le sole caratteristiche delle madri, analizziamo dapprima le caratteristiche del padre e poi quelle della coppia (cioè le caratteristiche prese in esame per i padri, congiuntamente alle stesse per le madri).
Prendiamo in considerazione, relativamente sia agli uomini che alle coppie3, le seguenti variabili: coorte di appartenenza; livello di istruzione; ripartizione geografica e ampiezza del comune di residenza; età al primo figlio; attività professionale. Iniziamo questo quadro descrittivo dalla generazione di nascita.

Prendiamo in analisi la fecondità di quattro coorti decennali, da quelle nate negli anni trenta (1930-39), protagoniste del “baby-boom” degli anni sessanta, a quelle nate invece negli anni ’60 (1960-69) che non hanno ancora terminato il proprio periodo riproduttivo. Abbiamo escluso le coorti nate negli anni’70 perché data la giovane età al momento dell’indagine (20-28 anni), le coppie in costanza di matrimonio sono poche e fortemente selezionate. Tra gli uomini in coppia in costanza di matrimonio hanno avuto un secondo figlio quasi il 72% degli uomini nati negli anni ’30, quasi il 70% delle coorti degli anni ’40, il 65% di quelle degli anni ’50 e, al momento dell’intervista, solo il 37% di quelle degli anni ’60. In presenza di coorti troncate (e per la fecondità maschile non è neanche univoco stabilire quale sia il periodo riproduttivo) è più corretto tuttavia 3 Il campione ammonta a 11.171 casi, di cui 3.283 censurati (cioè che non hanno avuto il secondo figlio). I casi di gemelli alla prima nascita (123) sono stati esclusi dall’analisi delle determinanti del secondo figlio.

riferirsi ad una misura di intensità che prende in considerazione la distanza dal primo figlio. Un esempio è la proporzione di uomini già con un figlio che a distanza di cinque anni hanno un secondo figlio: questa, dai dati analizzati, ammonta ad oltre il 55% degli uomini nati negli anni’30, scende alla metà di quelli nati negli anni ’40, per oscillare intorno al 45% dei due decenni successivi. L’età mediana4 al secondo figlio per gli uomini è stabile tra le coorti ed è intorno ai 34 anni, mentre l’intervallo mediano dal primo figlio è di 52 mesi per la coorte più anziana, 58 per quella degli anni ’40, 63 mesi per la coorte nata negli anni ’50. Riguardo all’area geografica, da tempo è noto un diverso modello di fecondità per coorte nelle diverse ripartizioni italiane (Santini 1995). La tavola 4.1 riporta la proporzione di uomini in coppia che hanno avuto il secondo figlio e la proporzione di coloro che, avendo già il primo, hanno avuto il secondo entro cinque anni dal primo, ed evidenzia una più alta transizione al secondo figlio per gli uomini residenti nelle ripartizioni meridionali e insulari rispetto a quelle centro-settentrionali. La prevalenza più alta passa dalla ripartizione insulare a quella meridionale con le coorti più recenti.

Mentre per le donne il livello d’istruzione è di solito associato con la partecipazione e la posizione lavorativa (le donne più istruite, in Italia, hanno una probabilità molto più elevata di partecipare al mercato del lavoro) ed è usualmente correlato ad una fecondità più tardiva e più bassa (Rampichini e Salvini 1999), nell’uomo invece alti livelli di istruzione sono correlati più frequentemente ad alti redditi e quindi, a parità di altre caratteristiche, ad una fecondità maggiore. Per tutte le coorti, le curve di sopravvivenza5 mostrano una più veloce transizione al secondo figlio Calcolata con il metodo di Kaplan- Meier. Le “curve di sopravvivenza” descrivono la proporzione di individui che hanno (già) avuto il secondo figlio in funzione dell’età.

per uomini con istruzione più bassa e un effetto simile si ha anche tenendo conto distintamente di tutte le combinazioni di livello di istruzione della coppia (si veda ad esempio la figura 4.2 per la generazione di uomini in coppia nati tra il 1950 e il 1959). Attraverso le coorti esaminate, la fascia combinata d’età modale passa da quella con il padre dai 30 ai 34 anni e la madre più giovane (un quarto delle coppie), a quella con padre dai 25 ai 29 anni e la madre più giovane (30% per gli uomini nati negli anni ’40, 27% negli anni ’50, e 19% negli anni ’60). Nelle coorti più giovani aumenta il peso relativo delle coppie coetanee che hanno il secondo figlio dai 30 ai 34 anni (6,5% per gli uomini nati nella generazione degli anni ’50, 13% per quelli degli anni ’60). Per quanto riguarda la partecipazione lavorativa e l’attività svolta, dall’indagine non si riesce a ricostruire completamente la biografia lavorativa di entrambi i coniugi e a correlarla congiuntamente. Si conosce però nel dettaglio la prima attività lavorativa e quella dieci anni dopo la prima, e le interruzioni e riprese di attività, con l’indicazione della motivazione. Abbiamo quindi ricostruito l’attività lavorativa nell’anno successivo alla nascita del primo figlio, mantenendo
l’indicazione di un’eventuale interruzione lavorativa proprio a causa della nascita del primo figlio. Le fasce di attività lavorativa, oltre a quella dell’inattività che comprende sia disoccupati che casalinghe, sono quattro e separano il gruppo degli operai, da quello dei lavoratori in proprio o soci di cooperativa, a quello degli insegnanti, impiegati o quadri, a quello dei In particolare, se nell’anno successivo alla nascita del primo figlio il genitore risultava non lavorare, ma vi era l’indicazione di un’interruzione lavorativa - seguita da una ripresa - dichiarata come dovuta proprio all’evento della nascita, abbiamo indicato come attività lavorativa quella precedente e indicato in una variabile a parte l’interruzione temporanea dell’attività.

dirigenti liberi professionisti e imprenditori. Per le coppie il riferimento è sempre all’attività maschile, ma i gruppi sono scomposti a seconda che la partner lavori o meno. Queste variabili riflettono verosimilmente un “puro” effetto reddito. Se l’andamento per status socio-economico delle famiglie è ipotizzato ad “U”, gli operai dovrebbero avere una fecondità più alta della classe intermedia di insegnanti e impiegati, ma tale effetto potrebbe già essere assorbito da una più bassa età alla prima nascita e dall’effetto del titolo di istruzione. L’andamento delle curve di sopravvivenza per l’età al secondo figlio (non mostrate qui) ricalca quello del titolo di istruzione, al quale la professione è altamente correlata: uomini istruiti e con elevate posizioni professionali transitano meno e più tardi verso il secondo figlio; all’altro estremo, si trovano le transizioni più frequenti e più veloci dei padri in condizione operaia.

4.3 - Un approfondimento con un’analisi multivariata

Dopo il quadro descrittivo presentato nel paragrafo precedente, approfondiamo ora l’analisi della fecondità degli uomini e quella delle coppie (con la combinazione delle caratteristiche congiunte della coppia) applicando un modello di regressione multipla (per dettagli sul modello si veda l’appendice) sulla propensione (o “rischio” in linguaggio più tecnico) di avere un secondo figlio per coppie che ne avevano già avuto uno. Le variabili inserite nel modello, delle quali viene stimato l’effetto di ognuna, al netto di tutte le altre, sono le stesse introdotte nel paragrafo precedente. I risultati del modello sono riportati dettagliatamente in appendice.
La presenza di un modello culturale nel Meridione che prevede una quasi universale propensione delle coppie ad avere almeno due figli sembra essere qui nel complesso confermata. La transizione al secondo figlio risulta infatti molto più comune al Sud che altrove (Tavola. 4.1), ed inoltre nel Sud sono poche le variabili a presentare un effetto significativo, indicando una progressione al secondo figlio più generalizzata e socialmente indifferenziata rispetto al Nord-Centro. L’unico chiaro fattore rilevante di contenimento (in termini di rinuncia e/o di posticipazione dei tempi) sembra essere un elevato titolo di studio della moglie. Tale risultato potrebbe essere letto come segnale dell’inizio di un processo di ridimensionamento di tale modello, soprattutto tenendo conto di un effetto negativo della generazione di appartenenza che corrisponde ad una riduzione della progressione al secondo figlio per le generazioni più giovani. Nel Nord-Centro Italia la situazione è invece molto più varia. Il livello di istruzione maschile evidenzia un effetto ad “U”: rispetto ai padri con la sola istruzione bassa, hanno un rischio minore di avere il secondo figlio quelli con un titolo d’istruzione intermedio, mentre hanno un rischio maggiore i laureati (Tavola. 4.1). L’andamento ad “U” viene confermato anche quando si considera l’azione combinata del livello di istruzione dei due coniugi (Tavola. 4.2). Le coppie con uno stesso livello d’istruzione intermedio presentano un rischio più basso rispetto alle coppie con titolo basso, mentre le coppie con entrambi i partner laureati hanno un rischio più alto (indicando probabilmente un effetto “reddito” di coppia particolarmente forte, che pone questi risultati in linea con quelli ottenuti da studi empirici negli altri paesi europei, ad es. si cfr. Krayenfeld 2004). Quello che è interessante vedere è che quando l’uomo è laureato e la donna ha un titolo di studio inferiore l’effetto non è statisticamente significativo, mentre quando la donna è laureata e fa un figlio con un partner con un titolo di studio più basso, l’effetto fa diminuire significativamente il rischio di avere il secondo figlio. Anche l’effetto delle combinazioni delle tipologie lavorative maschili con l’attività lavorativa femminile è particolarmente interessante. Le coppie dove la donna non lavora hanno un più elevato rischio di avere il secondo figlio, ma questo è più elevato – e per di più permane anche se la donna lavora- per gli uomini che hanno un’elevata posizione lavorativa nell’anno successivo alla nascita del primo figlio, cioè dirigenti, imprenditori e liberi professionisti, e anche i lavoratori in proprio. Questi risultati mettono in evidenza l’importanza del lavoro maschile per la transizione al secondo figlio nel Nord-Centro. L’interruzione della propria attività lavorativa ha effetto solo se è la donna ad aver interrotto (oltre il normale congedo di maternità) e poi ripreso la sua attività lavorativa, ma questo ha un effetto fortemente negativo sul rischio di avere un secondo figlio. Quindi al centro-nord, se donne che lavorano devono interrompere la propria attività a causa del primo figlio, più difficilmente, una volta tornate nel mercato del lavoro, avranno il secondo.

Infine, i padri che hanno avuto il primo figlio più tardi sembrano avere un rischio più basso di avere il secondo figlio. Per interpretare l’effetto dell’età risulta qui cruciale l’interazione tra l’età al primo figlio e la durata dell’intervallo tra il primo e il secondo. Tale interazione è
infatti forte e significativa, con un effetto che non è proporzionale: il “time-squeeze”, cioè la necessità di accorciare gli intervalli fra una nascita e l’altra alle età feconde più elevate, sembra quindi evidente anche nei modelli di fecondità maschile.
Se si considera l’azione congiunta dell’età dei due coniugi, nel modello con i soli effetti principali (risultati non riportati) per tutte le combinazioni di età delle coppie, il rischio di avere un secondo figlio è minore rispetto alla coppia di riferimento, che è una coppia dove il primo figlio è messo al mondo precocemente. Nel modello con le interazioni (significative quelle di tutte le combinazioni di età dell’uomo e della donna che sperimentano il primo figlio oltre i 30 anni) l’effetto di diminuzione dell’età elevata dei partner al primo figlio si delinea con più chiarezza nella significatività dei gruppi di età dove la donna ha avuto un primo figlio oltre i 35 anni. L’effetto della variabile principale, inserita nel modello, perde infatti di significatività o addirittura cambia di segno, a causa probabilmente proprio del “time-squeeze”, cioè della necessità di accorciare gli intervalli fra una nascita e l’altra, alle età feconde più elevate, per via dell’approssimarsi della fine del periodo riproduttivo femminile. Le interazioni mettono in evidenza che un anno in più di durata dell’intervallo tra primo e secondo figlio, quando entrambi i genitori avevano oltre 35 anni alla prima nascita, riduce comunque il rischio di avere un secondo figlio (si veda il grafico 2b del precedente paragrafo).

4.4 - In sintesi

Il lavoro si proponeva di indagare gli effetti delle caratteristiche maschili e di coppia sulla transizione al secondo figlio. Dai risultati dei modelli stimati, relativi alla transizione al secondo figlio, è emerso con forza che le caratteristiche (in particolare l'istruzione e la tipologia lavorativa) dei padri sono significative per la propensione ad avere il secondo figlio, e il loro effetto permane anche quando sono esaminate congiuntamente a quelle femminili. Si è evidenziato un diverso modello di fecondità tra centro-nord e sud-isole nell’analisi delle caratteristiche congiunte della coppia. In generale, gli effetti relativi sia all’età che all’istruzione e alla condizione lavorativa dei partner sono meno significativi per il modello relativo alle coppie residenti al sud d’Italia o nelle isole, rispetto alle coppie del centro-nord, coerentemente con il fatto che il secondo figlio al sud è (attualmente) una scelta più comune e quindi anche più indifferenziata (cioè che dipende meno da caratteristiche specifiche delle coppie). Una più bassa fecondità – qui quindi una più bassa probabilità di transitare al secondo figlio – si riscontra significativamente solo nelle coppie meridionali con donne più istruite, indipendentemente dalle caratteristiche maschili. Solo per le coppie residenti al centro-nord emerge nettamente un effetto dell’età della coppia che tanto è più elevata tanto porta più raramente a transitare verso il secondo figlio, o invece semmai a farlo anche più velocemente rispetto al primo per problemi legati all’imminente infertilità femminile per le madri che hanno avuto il primo figlio sopra i 35 anni. Per quanto riguarda l’istruzione invece c’è un netto effetto ad “U”, con una propensione ad avere il secondo figlio più bassa per le coppie d’istruzione intermedia, e più alta per quelle con bassa istruzione o al contrario con un’omogamia di alta istruzione.
I risultati ottenuti rispetto all’effetto del lavoro sono in linea più con le teorie microeconomiche, che esaltano il ruolo dell'effetto del reddito del marito sulla transizione al secondo figlio, che con quelle che ipotizzano che una maggiore simmetria di genere incoraggi la nascita del secondo figlio. Infatti, permane un forte effetto positivo per le coppie in cui la donna non lavorava nell’anno successivo alla prima nascita e questo effetto è più forte se il padre aveva un lavoro di tipo elevato (libero professionista, dirigente o imprenditore) e soprattutto se era lavoratore in proprio. D’altra parte se le madri che lavoravano hanno dovuto interrompere la propria attività a causa del primo figlio, più difficilmente, una volta tornate nel mercato del lavoro, avranno poi il secondo figlio. Per poter completare il quadro delineato in questo studio, sarebbe di grande interesse mettere in relazione le caratteristiche della coppia in termini di background personale e partecipazione lavorativa, insieme alla divisione dei compiti domestici e di cura, con la transizione al secondo figlio. E’ questo il tassello che purtroppo manca. Allo scopo sarebbe necessario disporre di variabili tempo-dipendenti sulla carriera lavorativa di entrambi i partner (con l’indicazione dettagliata dell’impegno lavorativo in termini di responsabilità e di ore); sul ricorso da parte di entrambi i genitori ai congedi parentali, ma anche allo stesso tempo sul coinvolgimento, durante il ciclo di vita (ad esempio nella fase
della vita di coppia senza figli e poi dopo ogni figlio) di entrambi i partner nelle attività domestiche e nelle attività di cura dei figli, congiuntamente a informazioni sul ricorso ad aiuti esterni a pagamento sia per le attività domestiche che per quelle di cura dei figli. L’approccio seguito dell’analisi della transizione al secondo figlio secondo le caratteristiche maschili e secondo le caratteristiche della coppia – reso possibile dall’adeguata numerosità del campione delle coppie nell’Indagine Multiscopo – è in generale difficile da replicare su altre fonti, vista la mancanza di dati sulle coppie relativa alle indagini specifiche sul comportamento fecondo. I risultati incoraggiano invece un approfondimento della ricerca in questa direzione e, sicuramente, stimolano la produzione di dati che considerino con maggiore attenzione le caratteristiche di entrambi i partner.



5.1 - Le famiglie numerose

A partire dagli anni ’60, come è noto, si è assistito ad una generalizzata diminuzione della fecondità: in Italia, tra il 1960 e il 1997 le nascite totali sono diminuite del 41 per cento. Per le nascite di terzo ordine o di ordine superiore al terzo, su cui concentreremo la nostra analisi, la contrazione è stata addirittura del 79 per cento (Consiglio d’Europa, 2003). La forte riduzione delle nascite di ordine elevato ha caratterizzato anche paesi come Grecia, Portogallo e Spagna. Al contrario, in alcuni paesi del Nord Europa, quali Finlandia, Svezia e Lussemburgo, la percentuale di nascite di terzo e quarto ordine è tornata ad aumentare già a partire dalla seconda metà degli anni ’70 (Dumont, 2004), con una significativa coincidenza tra aree della ripresa della fecondità e quelle di maggiore progresso sociale e di più avanzate politiche familiari. La Francia si colloca in una posizione intermedia: qui dal 1962 al 1999 le famiglie con esattamente tre figli sono rimaste costanti, mentre a declinare sono state le famiglie con più di tre figli (Toulemon, 2004 su dati di censimento).
I discorsi sulla bassa fecondità in Italia omettono dunque di specificare che quella in atto è soprattutto una erosione “dall’alto” della Il capitolo è a cura di Ester Rizzi

Convenzionalmente si definisce numerosa la famiglia con tre figli o più e molto numerosa la famiglia con più di tre figli (Pirus, 2004). Da un punto di vista qualitativo, non considereremo nel presente lavoro le famiglie numerose con capofamiglia immigrato, né quelle che risultano da famiglie ricomposte dopo la separazione o il divorzio di uno dei coniugi. Inoltre, con il termine famiglia ci si riferirà qui al nucleo familiare.
 

5. Tre figli o più

La fecondità – quella “dal basso” dipenderebbe dall’aumento delle donne senza figli (Dumont G.-F., 2004). Le implicazioni per la struttura demografica sono importanti, dal momento che è il passaggio al terzo e al quarto figlio che garantisce in una popolazione il raggiungimento della soglia di rinnovamento, che è di 2,1 figli per donna; vale a dire, è la presenza di famiglie numerose, in misura tale da compensare il deficit riproduttivo di celibi, nubili, coppie senza figli e coppie con un solo figlio, che permette ad una società di riprodurre se stessa. La rilevanza delle famiglie numerose non è solo d’ordine demografico. La dimensione familiare diviene variabile cruciale anche per orientare le politiche familiari, dal momento che all’aumentare del numero di figli cresce la povertà, sia in termini monetari che in termini di condizioni oggettive di esistenza e di povertà percepita (Jeandidier, Reinstadler, 2004). Le differenze all’interno del contesto europeo sono importanti. In Finlandia e nei Paesi Bassi lo svantaggio delle famiglie numerose è ridotto o inesistente, mentre è importante in Portogallo, Grecia, Spagna e Italia (Jeandidier, Reinstadler, 2004). Lo svantaggio relativo dei figli in famiglie numerose si ripercuoterebbe sulle opportunità della vita adulta: Dalla Zuanna (2004), sulla base dei dati
dell’Indagine Multiscopo, evidenzia che i nati nelle regioni del Nord- Ovest con genitori con basso reddito hanno un livello di istruzione inversamente influenzato dalla dimensione della fratria. Ai fini delle politiche familiari solitamente si rileva l’incidenza di famiglie numerose con figli conviventi – celibi o nubili o comunque non viventi con un proprio nucleo – di cui almeno uno minore, identificando così potenziali situazioni di vulnerabilità. In Italia tali famiglie costituiscono circa il 15 per cento delle famiglie con figli (di cui almeno uno minore). Il loro peso per area geografia è ineguale. Secondo i dati della Multiscopo, è il Sud a presentare le più ampie quote di famiglie con tre figli o più. Al Nord, l’area del Nord-Est si caratterizza per una presenza di quasi due punti maggiore rispetto al Nord-Ovest e all’Italia Centrale (fig. 5.1).

In linea con gli altri studi del presente volume, e utilizzando i dati dell’Indagine Multiscopo, ci concentreremo sulle caratteristiche paterne associate alla scelta di un’alta fecondità. Ne scaturiranno interessanti differenze con le famiglie numerose francesi, qui adottate a riferimento.

5.2 - Chi sono i padri e le madri di famiglia numerosa

Se si è interessati ai tratti socio-demografici caratterizzanti la famiglia numerosa si dovranno considerare coppie che hanno verosimilmente concluso la propria vita riproduttiva, che qui ipotizziamo avere più di 40 anni. Se non si operasse in tal modo, e cioè se si esaminassero anche individui di età inferiore, tra i padri giovani vi sarebbero in prevalenza coloro che arrivano a realizzare precocemente la loro fecondità, con un evidente effetto di selezione e, conseguentemente, distorsione del quadro rappresentato. Inoltre, per delimitare due gruppi decennali di generazioni si considereranno uomini e donne con età inferiore ai 60 anni all’epoca dell’Indagine Multiscopo.

Passiamo così ad analizzare le famiglie numerose secondo le caratteristiche di istruzione e di condizione nella professione, considerando le sole coppie i cui partners hanno tra 40 e 59 anni e confrontando il caso italiano con quello francese. Rispetto all’istruzione, Pirus (2004) rileva un andamento ad U per gli uomini e le donne francesi tra 40 e 59 anni, con una concentrazione delle famiglie numerose tra i meno istruiti, più basse percentuali per i livelli di istruzione medi e, poi, di nuovo, un aumento della percentuale di famiglie numerose ai livelli alti di istruzione. Lo stesso andamento non è riscontrabile, in Italia. In special modo al Sud la percentuale di famiglie numerose è nettamente e inversamente legata all’istruzione paterna (tav. 5.1). Anche l’istruzione materna è associata negativamente all’alta fecondità e, di nuovo, un’influenza netta si osserva soprattutto al Sud
(tav. 5.2). Al Nord e al Centro gli andamenti sono simili, seppure più attenuati nei livelli e nei cambiamenti per livelli di istruzione. Si nota poi, appena accennato, un leggero andamento ad U dell’istruzione materna sulla fecondità numerosa al Centro.
 

In generale prevale una relazione inversa tra fecondità e istruzione. Se si ripropone però la stessa analisi della tavola 5.1 distinguendo le generazioni di 40-49 anni e 50-59 anni, si osserva un aumento dei livelli di istruzione dei padri di famiglia numerosa passando dalla coorte più anziana a quella più giovane di oltre 9 punti percentuali, contro i 3 punti osservati per altre tipologie familiari (tabella non mostrata). Con l’istruzione, un’altra tradizionale variabile di status sociale è la posizione nell’occupazione. In Francia la posizione nel lavoro conterebbe per le donne ma non per gli uomini (Pirus, 2004). Due terzi delle donne francesi con tre figli o più sono prive di occupazione e lo sono in maggioranza già alla nascita del primo figlio. Al contrario, le donne con due figli risultano occupate nell’80 per cento dei casi. Tra le occupate, salendo nella gerarchia della posizione nella professione, la proporzione di madri con tre figli diminuisce leggermente. In particolare, le donne quadro o con posizioni intermedie sono maggiormente orientate ad una dimensione familiare a due figli. Per gli uomini francesi, invece, la professione non pare associata alle scelte di fecondità, non rilevandosi differenze significative nella proporzione di famiglie numerose tra i quadri, gli operai e le altre categorie professionali. Si sottolinea, quindi, come, in Francia, tra i quadri siano soprattutto le donne a dover operare delle rinunce nelle scelte di fecondità.
I dati italiani dell’Indagine Multiscopo confermano quanto già osservato per le famiglie francesi, con le madri di famiglie numerose più spesso prive di occupazione (circa il 60 % contro il 40% delle altre tipologie familiari) in tutte e tre le aree geografiche, e in maggioranza si tratterebbe di donne che non hanno mai lavorato. A differenza del caso francese, però, dove le percentuali di famiglie numerose variavano leggermente da una professione all’altra, qui le diminuzioni appaiono drastiche (tav. 5.3). Al Nord, dal 15% di famiglie numerose tra le imprenditrici e le libere professioniste, si passa al 13% delle operaie e all’8% delle impiegate e delle insegnanti. Al Sud sono le insegnanti e le impiegate a registrare la più bassa percentuale di famiglie numerose relativamente alle altre categorie professionali: il 24% contro una percentuale superiore al 40%. Contrariamente alle famiglie francesi, poi, dove la professione del padre non influisce sulla probabilità di realizzazione della famiglia numerosa, in Italia, le famiglie numerose più frequentemente si realizzerebbero tra i padri che all’inizio della loro carriera erano imprenditori o liberi professionisti. Al Centro la probabilità di avere una famiglia numerosa è alta anche per i dirigenti e i quadri; al Sud la probabilità è elevata anche tra gli operai (tav. 5.4).

In prevalenza di istruzione bassa – seppure vi sia in atto un cambiamento generazionale – soprattutto imprenditori e liberi professionisti, ma anche dirigenti e quadri al Centro e operai al Sud: questo, in sintesi, il profilo dei padri di famiglia numerosa. 5.3 - Un approfondimento In un’ottica di tipo esplicativo diviene d’interesse lo specifico contributo dei singoli fattori di influenza sulla probabilità di realizzazione di una famiglia numerosa. L’istruzione, a parità di professione, verosimilmente, influisce negativamente sulle scelte di
fecondità attraverso il processo di emancipazione e di investimento in capitale umano; mentre la professione, a parità di istruzione, avrà un effetto positivo suo proprio sulla fecondità in termini di disponibilità economiche create o di grado di flessibilità lavorativa.

Ricorreremo ad un modello logistico di regressione multipla per la probabilità di avere tre figli o più e faremo riferimento alle coppie che hanno concluso la loro vita riproduttiva e che hanno avuto almeno un figlio. L’enfasi sarà posta sulle caratteristiche dei padri, mentre quelle delle madri avranno funzione di controllo per la stima dell’effetto delle prime, cioè si cercherà di determinare l’influenza dell’istruzione e della professione paterna al netto dell’istruzione e della professione materna.
Altre variabili sono introdotte nel modello con funzione di controllo o per spiegare meglio, attraverso la loro natura interveniente, la relazione tra posizione sociale e fecondità. Tra queste variabili vi è l’età al matrimonio, che se precoce favorisce la realizzazione di una famiglia più numerosa lasciando alla biologia un intervallo riproduttivo più ampio per realizzare le proprie scelte di fecondità. Posizione sociale ed età al matrimonio sono in genere fortemente legate e si rende necessario scindere i due effetti sulla fecondità.
 

Un’altra variabile d’interesse è la religiosità dei partners - nell’Indagine Multiscopo rilevata in termini di partecipazione dei partners alle funzioni religiose. Un più forte spirito religioso potrebbe essere tipico delle categorie sociali più basse, così che, nuovamente, è utile misurare l’effetto della posizione sociale al netto della religiosità attraverso un’analisi multivariata. In letteratura, sembrano esistere posizioni contrastanti circa un possibile effetto della religiosità sulla fecondità. Già nel 1978 Westoff e Jones osservavano una convergenza della dimensione familiare dei cattolici e dei non cattolici negli Stati Uniti, come conseguenza di un allontanamento di molti cattolici nei confronti degli insegnamenti della Chiesa in materia di contraccezione. Al contrario, e più recentemente, Dumont (2004) sostiene che tra cui i cattolici praticanti la famiglia numerosa resterebbe una scelta
relativamente diffusa. Crediamo, seguendo Westoff e Jones, che il processo di adesione dei cattolici alla cultura contraccettiva prevalente sia continuato fino ai giorni nostri in tutti i paesi occidentali; tuttavia, questo potrebbe non essere in contraddizione con una maggiore probabilità di realizzazione di famiglie di grandi dimensioni tra i più religiosi.
In ultimo, la generazione di appartenenza dei padri è un’importante variabile di controllo: le generazioni più anziane posseggono in genere livelli di istruzione più bassi e l’effetto dell’istruzione sulla fecondità potrebbe sottendere un effetto generazionale. In una prospettiva esplicativa dovremo porre attenzione a che le variabili indipendenti e portate a spiegazione della dipendente si caratterizzino per una antecedenza causale. La professione presa in esame sarà la “prima professione”, misurata prima dell’arrivo del primo figlio. Solo per la frequenza ai riti religiosi l’informazione colta è quella relativa al momento dell’intervista. Si ipotizza perciò l’invarianza della religiosità degli intervistati.
Prima di procedere alla stima del modello multivariato si ricorda che forti correlazioni tra variabili possono procurare problemi alla stima dei parametri. É il caso del livello di istruzione dei due coniugi per cui la misura di correlazione è pari a 0,6. In alternativa ai livelli di istruzione, la variabile utilizzata sarà, quindi, una combinazione dei due. Meno problematica la stima del rispettivo contributo della posizione nella professione dei due coniugi, il cui grado di correlazione non è elevato, quindi entrambe le variabili potranno essere inserite nel modello. Tanto più che in questa sede ci accontentiamo di controllare la professione materna nella dicotomia “mai occupata” e “già occupata”. I principali risultati di stima del modello logistico sono esposti in appendice e descritti di seguito. Dalle analisi non risulta alcun effetto combinato dei livelli di istruzione dei due coniugi sulla probabilità di avere una famiglia numerosa. Abbiamo inserito allora nel modello il livello di istruzione in altra forma, e cioè come sola istruzione paterna sebbene in questo modo l’effetto stimato includa in parte anche quello della variabile “istruzione materna” per la forte correlazione tra le due variabili. Si nota nel Nord Italia l’andamento ad U già riscontrato per le famiglie francesi (meglio sarebbe dire in questo caso a J rovescita): la probabilità di realizzare una famiglia numerosa sarebbe relativamente più alta tra chi ha un livello di istruzione basso rispetto a chi ha un titolo medio-alto ma, soprattutto, rispetto a chi ha un titolo medio (i risultati, statisticamente significativi, non sono mostrati). Quanto alla posizione nella professione, imprenditori e liberi professionisti hanno una maggiore probabilità di realizzare una famiglia numerosa rispetto agli operai. Se questo è riscontrato al Nord e al Centro, al Sud il risultato è concorde ma non significativo. Altri risultati hanno natura secondaria rispetto all’obiettivo precipuo di questa analisi incentrata sullo status sociale paterno, ma non per questo sono meno rilevanti. Il modello multivariato conferma l’effetto generazionale dell’analisi univariata, con una maggiore propensione della generazioni più anziane di padri a realizzare una famiglia numerosa; questo a parità di altre condizioni, in particolare di scolarità raggiunta. Ancora, dal modello multivariato si evince per il Nord Italia che le donne che non sono mai state occupate hanno una probabilità maggiore di realizzare una famiglia numerosa. Il risultato, già evidenziato dall’analisi bivariata, sarebbe qui vero a parità di istruzione e di professione paterna. L’essere casalinga con maggiore probabilità sembra portare a realizzare una famiglia numerosa anche al Centro e al Sud, tuttavia i risultati non sono significativi. Ancora, la religiosità produce l’effetto atteso sulla probabilità di avere una famiglia numerosa: questa sarebbe più alta per coloro che più assiduamente partecipano ai riti. Tuttavia, ciò non si osserva al Sud e al Centro il risultato non è significativo. In ultimo, a partire dal modello base riportato in appendice, si è introdotta una variabile volta a rilevare l’effetto del contesto di residenza in termini di dimensione del comune (centro metropolitano, periferia metropolitana, tra 2.000 e 10.000 abitanti, tra 10.000 e 50.000, oltre 50.000, quest’ultima presa a categoria di riferimento). Con la stima del nuovo modello gli effetti delle altre variabili non mutano in modo sostanziale. Risulta però, nel Nord Italia, un effetto della nuova variabile sulla probabilità di avere una famiglia numerosa, in particolare, risiedere in un comune tra 2.000 e 10.000 abitanti e, soprattutto, in un comune di dimensioni fino a 2.000 abitanti, è associato ad una maggiore propensione a realizzare una famiglia numerosa (i risultati relativi a quest’ultima variabile non sono mostrati).

5.4 - In sintesi

Nel nostro studio sulla relazione tra posizione sociale e alta fecondità in Italia si è evidenziato il ruolo della professione paterna e quello dell’istruzione. Il fatto che siano gli imprenditori e liberi professionisti a realizzare con maggiore probabilità una famiglia numerosa induce ad avanzare due tipi di spiegazione: da una parte, la maggiore disponibilità economica di questi darebbe maggiore sicurezza alla coppia che desidera tre figlio o più, che più probabilmente realizza i propositi di fecondità già orientata ad un elevato numero di figli; dall’altra, la flessibilità nella gestione del tempo che un lavoro autonomo comporta permetterebbe una maggiore partecipazione paterna al ménage familiare e alla cura dei figli. La seconda ipotesi, tuttavia, non trova conferma nello studio sulla paternità nelle famiglie numerose incluso in questo volume (si veda il capitolo 8): se operai e impiegati realizzano con minore probabilità una famiglia numerosa, si occupano poi dei figli più di imprenditori, professionisti e quadri, sia in forma di cure serali che di gioco. Sembrerebbe, quindi, soprattutto la disponibilità economica degli imprenditori, e non la maggior flessibilità nella gestione del tempo, a pesare nella scelta della dimensione familiare. L’effetto della professione sulla fecondità osservato in Italia e non in Francia mostrerebbe l’efficacia delle politiche familiari d’oltralpe: i padri francesi rispetto agli italiani sono meno condizionati dalla loro capacità di reddito nelle scelte di fecondità perché generose sono le allocations familiales di cui beneficiano. L’istruzione dei padri, nel Nord Italia, conterebbe nelle scelte di fecondità secondo un andamento ad U, anzi, a J rovesciata: i livelli bassi, ma anche quelli alti (seppur in minore misura) favorirebbero la formazione di una famiglia numerosa rispetto a livelli medi di istruzione. I risultati di ulteriori analisi che distinguono per anno di nascita inducono a pensare che possa esservi un cambiamento generazionale in atto, con una maggiore propensione a realizzare famiglie numerose per i padri più giovani rispetto ai più anziani con livelli alti di istruzione, anche se questa ipotesi dovrebbe essere meglio vagliata. Quanto ai meccanismi sottostanti l’effetto dell’istruzione, vi potrebbe essere un effetto-reddito non pienamente colto dalla variabile “professione”. L’istruzione elevata potrebbe anche riflettere la maggiore propensione dei padri ad adottare comportamenti di organizzazione familiare di tipo simmetrico, cogliendo pure più prontamente politiche con lo stesso orientamento, e incentivando così la fecondità. Sulla base del modello Nord-Europeo, è possibile infatti ipotizzare che tutto quanto faciliti alle donne la conciliazione del lavoro con la famiglia– politiche di conciliazione, cultura di gender equality e analoghe politiche– aumenti la fecondità e in particolare il passaggio al terzo figlio.

A2.1 - La strategia del rinvio

In Italia, e più in generale nei paesi occidentali il matrimonio viene progressivamente rinviato. Secondo i dati ufficiali Istat, l’età media femminile al primo matrimonio è passata da meno di 24 a più di 27 anni tra il 1975 ed il 1998, e nello stesso periodo l’età media maschile è passata da circa 27 a oltre 30 anni. Tra i nati negli anni ’40 solo il 15% dei maschi è arrivato in condizione di celibe ai 35 anni, mentre, per i nati negli anni ’60, la quota di chi arriva a tale età senza aver ancora trovato moglie è vicina ad uno su tre. Ancor più accentato è il fenomeno nei contesti urbani.
Sposarsi dopo i 35 anni è diventata quindi negli ultimi decenni una scelta sempre più comune tra gli uomini italiani. Diventa quindi particolarmente interessante cercare di capire chi sono gli uomini che adottano tale comportamento, con chi si sposano e quali conseguenze si ottengono sulle scelte riproduttive. Le ipotesi che formuliamo partono dalla considerazione che, a differenza delle donne, un uomo possa pensare di poter posticipare
anche oltre i 35 anni l’entrata in unione senza rischi di compromettere la possibilità di aver figli. Per molti uomini potrebbe allora essere Il capitolo è a cura di Alessandro Rosina, Silvano Vialetti, Romina Fraboni 1 I dati del censimento del 2001 evidenziano come in molte città medio-grandi del nord-centro a  35 anni quasi la metà degli uomini risulti ancora celibe.

Approfondimento 2 - “Meglio tardi?

A2.2 - Caratteristiche degli uomini che posticipano
Iniziamo quindi analizzando le caratteristiche degli uomini che si sposano in età (relativamente) tardiva. Utilizziamo per l’analisi un semplice modello di regressione logistica con variabile dipendente la probabilità di sposarsi in età 35-39 rispetto all’essersi sposati precedentemente. I fattori esplicativi inseriti sono: il livello di istruzione proprio, il livello di istruzione del padre, il numero di fratelli, la ripartizione territoriale, il comune di residenza, l’essersi trasferiti per lavoro.
I risultati ottenuti mostrano come, al netto delle variabili inserite, risulti importante soprattutto la combinazione tra proprio livello di istruzione e quello del padre. In particolare, all’aumentare del titolo di studio aumenta la propensione a posticipare il matrimonio, ma - coerente con l’ipotesi formulata nel precedente paragrafo - ciò vale soprattutto per chi arriva ad alti livelli di istruzione partendo da una famiglia di origine con status sociale medio-basso2. Delle altre variabili inserite nel modello, l’unica ad avere un effetto significativo è la generazione di appartenenza che, al netto delle altre covariate, segnala un aumento della propensione alla posticipazione nelle generazioni più recenti.
 

A2.3 - Caratteristiche della partner

Passiamo ora a trattare le caratteristiche della partner femminile in relazione all’età al matrimonio maschile. Prendiamo in particolare considerazione l’età ed il livello di istruzione della moglie. In figura 1 viene riportata la distribuzione dell’età al matrimonio della donna in funzione dell’età al matrimonio del marito3. Si nota chiaramente come al crescere dell’età di lui aumenti notevolmente la differenza di età tra i coniugi: solo il 13% di chi si sposa in età 35-39 sposa una coetanea. Mentre, viceversa, per la grande maggioranza delle donne che si sposano in età 35-39 la scelta è quella di un partner coetaneo o più anziano. Gli uomini di 35-39 anni, sia rispetto ai pari genere che si sposano più precocemente, sia alle pari età di genere opposto, evidenziano una forte propensione a sposare partner di più giovane età. Ciò è del tutto coerente con quanto ottenuto nell’approfondimento di Allegra et al. in questo stesso volume. In tale capitolo si sono analizzati i giovani di età 30-34 in funzione della durata di permanenza nella famiglia di origine. Qui il focus è sull’età tardiva al matrimonio.

Se questo può sembrare un risultato per certi versi scontato, ciò nonostante fornisce la conferma empirica del fatto che per il mondo maschile la posticipazione del matrimonio favorisce la possibilità di ottenere una partner molto più giovane, con potenziali conseguenza positive sulla possibilità di recupero sulla formazione della famiglia, come vedremo nel prossimo paragrafo. Strategia che invece è in larga misura preclusa alle donne, le quali nel posticipare dopo i 35 anni il matrimonio per investire precedentemente in formazione e per raggiungere soddisfacenti obiettivi professionali, sono molto spesso costrette a rinunciare a realizzarsi nella dimensione materna. La “convenienza” della strategia maschile di posticipazione riguarda anche il profilo culturale della compagna di vita che si riesce ad incontrare sul mercato matrimoniale in età tardiva. In figura A2.2 si nota chiaramente come la probabilità si sposare una donna con basso livello di istruzione diminuisca in modo rilevante all’aumentare dell’età di lui, mentre aumenta invece la probabilità di sposare una moglie laureata.

Ci chiediamo infine se la strategia della posticipazione maschile possa avere conseguenze negative in termini di estensione della famiglia che si va a formare. Per farlo ricorriamo ancora ad un modello di regressione logistica, dove ora la variabile dipendente è la probabilità di avere almeno due figli rispetto ad averne solo uno o nessuno (Tabella A2.2). La popolazione considerata è costituita da uomini con livello di istruzione medio-alto e con mogli di almeno 42 anni al momento dell’indagine (quindi con vita riproduttiva di coppia che può essere considerata pressoché conclusa). La variabile esplicativa qui di interesse è la combinazione tra età dell’uomo e della moglie. Le altre variabili vengono utilizzate meramente come controllo. La loro azione è comunque nella direzione attesa: fecondità maggiore al Sud e nei comuni più piccoli, per chi proviene da una famiglia con titolo di studio del padre basso e alto numero di fratelli. Interessante considerare inoltre le differenze di genere in termini di titolo di studio. L’effetto di un’istruzione elevata è positivo per lui e negativo per lei, ma predomina sensibilmente quello maschile. La variabile esplicativa di interesse è, come già sottolineato, la combinazione di età dei coniugi al matrimonio. Quello che si ottiene è che la categoria più favorevole in termini di numero di figli è costituita dalla combinazione: lui più di 35 anni e lei meno di 30. Tale categoria risulta avere un effetto significativamente più elevato della categoria composta da sposi entrambi con più di 30 anni ma anche della categoria di sposi entrambi di età inferiore ai 30 anni (anche se la differenza in questo caso non risulta statisticamente significativa).

A2.5 - In sintesi


Nel complesso i risultati ottenuti indicano che a posticipare maggiormente la formazione di una propria famiglia sono soprattutto gli uomini che partendo da uno status di origine medio-basso raggiungono elevati livelli di istruzione. Ci siamo chiesti in questo capitolo se la scelta di posticipare il matrimonio in età tardiva (oltre i 35 anni) possa rivelarsi per un giovane uomo una strategia premiante sul piano del mercato nuziale e non. Nell’approfondimento 1 viene mostrato come anche i laureati di elevata estrazione sociale
posticipano in modo rilevante l’uscita dalla casa paterna. In termini però di rinvio nella costituzione di una famiglia prevalgono coloro con estrazione sociale bassa.

APPROFONDIMENTO 2

I risultati empirici presentati sono consistenti con una risposta. Gli uomini laureati che rinviano tendono infatti a trovare una partner molto più giovane e con più elevato livello di istruzione rispetto ai pari status che si sposano più precocemente. Inoltre formano una famiglia con un numero di figli non inferiore, a parità di caratteristiche della moglie, rispetto achi si sposa più precocemente. Potrebbe costituire tale strategia un punto di equilibrio per la società italiana, che consenta di conciliare una forte posticipazione con una fecondità vicina ai livelli di sostituzione? Vista dal punto di vista maschile sembrerebbe funzionare, in particolare per chi mira ad alti obiettivi formativi e professionali partendo da un basso status. Dal punto di vista femminile la lunga permanenza nella famiglia di origine non sembra essere legata alla mobilità sociale5. Inoltre a parità di investimento formativo e professionale una donna di 35-39 anni è certamente penalizzata sia sul mercato matrimoniale sia sulla possibilità di avere figli rispetto ad una donna di 25-29 anni. La scelta invece, per una donna di status medio-basso e forte investimento in formazione e lavoro, di non posticipare e di sposarsi prima dei 30 anni con un uomo di 35-39 che ha già raggiunto una posizione, potrebbe risultare a sua volta premiante, in termini di raggiungimento dei propri obiettivi di realizzazione personale e familiare. Lo scotto da pagare è però una forte asimmetria di genere sia relativamente all’età ma anche alla condizione professionale ed economica (la donna agli inizi del suo percorso, il marito già saldamente avviato nella sua carriera), con implicazioni psicologiche e di stabilità dell’unione tutte da approfondire, soprattutto nel caso le ambizioni di realizzazione femminili non trovassero poi adeguata rispondenza.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 25-11-05