il Rimino

il Rimino - Riministoria

Antonio Montanari
Anni Cinquanta
I giorni della ricostruzione visti da un bambino, 1948-1953
Ed. Guaraldi 1994

6. A Montefiore Conca

Smanie per la villeggiatura? Neanche a pensarci, ripensando soprattutto al magro portafoglio postbellico di quel 1948. Più semplicemente, era una terapia consigliata per combattere l'inappetenza. Così suggeriva la scienza medica del tempo ai bambini classificati linfatici, cioè magri. L'aria della collina sembrava la più adatta per contrastare gli effetti negativi del clima marino, accusato di rendere nervosi e considerato colpevole del nostro rifiuto di rimpinzarci di cibo, come invece ogni famiglia degna di questo nome desiderava per il bene della propria prole. Quando poi, finalmente, l'appettito venne, sorsero preoccupazioni diametralmente opposte, per un'obesità incipiente, contro cui prolungati bagni di mare nulla poterono, anche perché essi rendevano ancora più desiderosi di riempire lo stomaco.

Non so come, la scelta cadde su Montefiore Conca, paese dolce e tranquillo, che sembro l'ideale per le nostre necessità. Oggi, la gente si muove soprattutto per divertirsi lietamente in libertà. A noi, il divertimento veniva imposto sub specie di una quasi clausura collinare, con varie ore del giorno dedicate alle pratiche religiose. Questione di punti di vista.

Per raggiungere Montefiore, si compiva un viaggio in corriera, partendo da piazza Malatesta. Allora, le auto private erano pochissime, le possedevano soltanto le persone cosiddette facoltose. Anche acquistare una bicicletta, comportava una spesa rilevante. Le persone "normali" dovevano ricorrere ai mezzi pubblici. Pure i viaggi di nozze li compivano in treno: la partenza dalla stazione era in quell'occasione l'ultimo momento della festa collettiva, dopo la cerimonia in chiesa ed il pranzo al ristorante. Ai miei occhi fanciulli, l'itinerario in corriera da Rimini a Montefiore si disegnava come una lunga e straordinaria avventura, con quei paesaggi nuovi, lontani. Oggi, c'è un tiro di schioppo tra le due località, ed il viaggio si percorre con la propria vettura, in pochissimo tempo. Per me, la novità di quella trasferta rassomigliava a quella che un ragazzino di oggi proverebbe volando sul Mediterraneo, per andare in Tunisia. Altri tempi.

Non per colpa nostra, né per merito della nostra generazione, fummo educati a misurare lo spazio con i passi: "Andiamo a piedi alle Grazie?", "Andiamo a piedi alla Colonnella, alla festa della Madonna dei fichi?" (Grazie e Colonnella erano le estreme periferie della città). Per i funerali, l'ultima parte del corteo fino al Cimitero era percorsa a bordo di carrozze a noleggio. La domenica, s'andava a piedi fino a Marina Centro (e poi si prendeva il tram per il ritorno, o viceversa), o a piazza Tripoli.

Tanto per dire come sono cambiate le cose. Nel 1973, quando per l'emergenza nei rifornimenti di petrolio (che stava al largo sulle navi, in attesa che i prezzi salissero), fummo costretti ad andare a piedi tutti per decreto governativo, ci furono i soliti fantasiosi che si esibirono su velocipedi, cavalli, pattini a rotelle. E ci furono i giovanotti depressi, incapaci di adattarsi al mondo, che maledicevano tutto e (li ho sentiti con le mie orecchie), sostenevano: "Se si va avanti così, è meglio morire".

Nella nostra infanzia appiedata, il sogno era la bicicletta. La radio portava in tavola all'ora di pranzo le notizie della guerra di Corea, 1950. Mio padre temeva che riscopiasse un conflitto anche in Europa. Non lo capivo. Soltanto ora comprendo quale paura il dramma della guerra avesse lasciato nel suo animo. E lui diceva i suoi timori quando io gli chiedevo una bici per me, e mia madre il fornello a gas di bombola, da sistemare in cucina, sopra la rôla, al posto di quello a carbone, utile soprattutto d'estate, perché d'inverno si accendeva la stufa economica. La bici arriverà tra un anno, comperata dalla simpatica signora Ruggeri che aveva negozio davanti al Fulgor. Intanto, andavamo avanti a misurare il mondo con il numero dei passi. I calzolai tentavano inutilmente di ridurre il consumo delle scarpe, mettendo una mezzaluna metallica sotto la punta. I buchi nella parte centrale della suola per primi annunciavano la necessità di una irrinunciabile riparazione.

Anche a Montefiore si camminava parecchio. Le salite invitavano al gioco, e si faticava in letizia, sotto il sole di un caldo estivo che incrementava dovunque la diffusione delle mosche, contro le quali abbondavano le innaffiate del "flit": così la gente chiamava il "ddt", giunto dall'America con i liberatori. Una colonia forlivese del Centro italiano femminile, garantiva circa la salubrità dell'aria. Quando ti sedevi a tavola, dopo qualche giorno dall'arrivo, ti tenevano gli occhi addosso per vedere quanto cibo ingurgitavi, con la speranza che la cura facesse effetto. Sbrigata velocemente la faccenda alimentare, si correva con gli altri bambini, a giocare sulla piazza. Alcuni di loro avevano attrezzato un veicolo classico nel mondo infantile di allora, un carriolino con i cuscinetti a sfera, trainato da un amico, oppure lasciato andare in discesa, fino a che un fosso od un marugone ti fermava, al posto dei freni che non c'erano. Lo spirito di amicizia verso il nuovo arrivato, li spingeva ad accoglierti sul traballante aggeggio. Temendo di non reggersi bene, l'ospite allungò la mano sulla strada, mentre l'entusiasmo di chi guidava la corsa faceva riprendere a trascinare viaggiatore e carriolino che, su quella mano, passava lasciando il segno di lacrimoni di dolore. Era decisamente meglio andare a piedi, anche nel gioco.

La piazza assolata aveva i suoi occhi sonnolenti nelle botteghe che cupamente vi si affacciavano. Al mattino, puntuale, il vecchio prete del Santuario di Bonora, don Sanchini, entrava nella piazza dalla salita della sua chiesa, con l'affanno dell'età che lo costringeva ad un passo lento, e con un ombrello già stagionato da molti viaggi e dal molto aiuto prestatogli nel percorrere quel lungo sentiero fatto di polvere e sassi. Cordiale e sorridente, aveva per noi fanciulli una parola di amicizia, nel suo fare modesto e tranquillo, frutto (ci spiegavano) di quella saggezza che a noi bambini veniva insegnato di identificare con l'anzianità stessa.

Era un prete giovane, invece, il parroco del paese, don Sisto, la cui chiesa lungo la salita verso il castello, ai miei occhi appariva maestosa. Lì si radunava ogni sera per la Benedizione un gran numero di donne, mentre gli uomini salivano alle case dai campi o dagli altri mestieri. Una terza chiesa, quella dei Cappuccini domina Montefiore, dall'alto di un'impennata che permetteva gioiose rincorse. Sembrava quasi che i tre campanili avessero una diversa voce, in quel panorama dove ognuno di essi costituiva come la punta di un triangolo tutto spirituale, quindi proiettato nel cielo, come quelle nuvole su cui sedevano santi e beati delle popolari illustrazioni contenute nei "santini", veicoli di pietà religiosa e di immaginazione ultraterrena. Forse le campane, senza saperlo, si rincorrevano, con i loro rintocchi, come ad esempio ogni mezzogiorno, quando l'ora batteva anche per informare su quel che già il sole a picco annunciava. Era il tempo di pensare alle necessità del corpo, sedendosi a tavola.

All'interno del santuario di Bonora, brillavano argentei gli ex voto, e attraverso lettere, fotografie, immagini e dipinti si narravano storie di quell'umano dolore che ai bambini appare come qualcosa di strano, inspiegabile come un fatto mitologico. Era la chiesa dove la speranza prendeva corpo nell'attesa del "miracolo" per chi andava a pregare, ad invocare "l'aiuto della Madonna".

Sembrava invece che la chiesa parrocchiale fosse quella dell'ordinaria amministrazione, della vita d'ogni giorno, la casa quotidiana. Più severa quella dei cappuccini, nell'intonazione scura degli altari: così lontana, in cima a quella salita, fuori del paese, quasi intimoriva, forse anche per colpa delle barbe lunghe dei frati. E del vicino cimitero.

Dopo la chiesa parrocchiale, proseguendo verso la sommità del castello, s'incontrava il rustico laboratorio d'un vasaio. Ce n'era un altro, ma sinceramente non ricordo più dove.

Le terraglie non erano per le nostre famiglie né folclore né oggetti ricordo, ma rispondevano a necessità pratiche. I vasai lavoravano prodotti di cui la gente aveva bisogno. Spazio per il superfluo, non c'era.

Ad uso e consumo di qualche giovanissimo che eventualmente si fosse avventurato in queste righe, faro un esempio. Per noi, i calzoni rotti, come ora vanno di moda, erano impensabili. Al primo accenno di cedimento di una stoffa, la "donna di casa" provvedeva con pezze rinforzi rattoppi. Come in tutte le occasioni della vita, anche questa aveva la sua scala di valutazione della maestrìa di chi compiva il lavoro. Il massimo dell'abilità consisteva nell'attaccar pezze agli abiti, in maniera tale che la geometria del tessuto non venisse né scombinata né compromessa. Con innocente incoscienza, consapevoli che di problemi più importanti ne esistevano a bizzeffe, fingevamo del tutto che, tra la stoffa antica e quella nuova, non esistesse differenza di colore. E nessuno pensava ovviamente a protestare. Grazie a Dio che ci si potesse difendere dall'inclemenza del tempo, con quei panni addosso.

E le stoviglie, se si rompevano, non venivano gettate via, ma le si affidava all'esperienza di un artigiano riparatore detto "spranghìn". Non tutti i vocabolari della nostra lingua registrano la corrispondente voce italiana "sprangaio": la trovo, ad esempio, nel "Dizionario ragionato" per indicare l'"ambulante che un tempo ricongiungeva con la spranga le terraglie rotte". Il lavoro consisteva nel ricomporre l'antica unità del manufatto con punti di spranga (appunto), che passava attraverso fori praticati con paziente trapanatura a mano. Il lavoro degli artigiani costava poco. Ma forse costava parecchio, per le tasche normali, anche il catino o il catinone: il primo per vari usi, il secondo da utilizzare per lavare i piatti o sbrigare altre faccende di pulizia casalinga dentro la "scàfa" che il vecchio dizionario romagnolo del Mattioli (1879), spiega così: "Pila dell'acquajo. Vaso quadrilatero, per lo più di pietra, con un buco da una parte, per il quale si scarica la rigovernatura delle stoviglie nell'acquajo".

Quei catini e catinoni di Montefiore avevano l'interno colorato a bolle verdi bottiglia, più o meno intense. Di uso comune, erano anche gli orci ed i boccali: questi ultimi erano di varie dimensioni, i più grandi per l'acqua, i piccoli da tavola per il vino. E poi, altro prodotto dell'arte vasaia per la vita d'ogni giorno, c'erano le "suore", cioè gli scaldini bassi a bocca larga con manico, entro i quali venivano sistemate le braci tolte dalla cucina economica o dalla "rôla", con le quali si scaldava il letto. Ma la "suora" a nulla serviva da sola: essa veniva utilizzata entro un arnese fatto di legni incurvati, una specie di ponte che permetteva allo scaldino di svolgere le sue funzioni tra le lenzuola, senza bruciarle. Questo arnese, dalla fantasia popolare che è sempre dissacratoria nelle sue definizioni, veniva chiamato con nome che doveva costituire ad un tempo completamento ed opposizione dello scaldino, il quale era appunto la "suora", per cui "prete" dissero l'aggeggio che permetteva il riscaldamento serale dei letti, in stanze gelate, dove quando bufava la neve s'udiva il vento fischiare le sue melodie che a noi bambini suggerivano scene di lupi, come si erano viste in qualche libro della scuola.

Sommario

1. Camicia nera della ricreazione
2. «Obbedite al Capoclasse!»
3. Ci curavano alla Molière
4. I piombi di Viserba
5. L'aquilone del nonno
7. Dettato all'americana
8. Alla «dottrina»
9. I temi della Cesira
10. Post-scriptum


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