Sul riferimento alla totalità

- come metodo e premessa

al tempo stesso - di conoscenza

delle cose del mondo

"Che sfinge di cemento e alluminio

ha spaccato loro il cranio

e ne ha mangiato cervelli e immaginazione?

Maloch! Solitudine! Suicidio! Bruttura!

Pattumiere e inottenibili dollari!

Bambini che urlano sotto le scale!

 Ragazzi che singhiozzano negli eserciti!

Vecchi che piangono nei parchi!"

Allen Ginsberg, 1926-1997, poeta ebreo (nella foto)

Per totalità intendo non totalità di sistema (totalitarismo), ma totalità dell'essere e della conoscenza (in questo caso dell'idioma ebraico), dato che riferirsi alla totalità significa toccare diversi ambiti che superano i singoli aspetti di studio. Infatti solo così, cioè solo attraverso una metodica conoscenza dell'essere, riferito alla totalità è possibile accorgersi e farsi consapevoli di nuove dimensioni. Diversamente, rispetto agli aspetti ogni volta scollegati dalla totalità, ogni risultato di indagine è di conseguenza, astratto, dunque mortificato.

 

La lingua ebraica è invece viva, non solo perché è ancora oggi parlata, nonostante le ripetute storiche dispersioni dei suoi portatori (non così per esempio è il latino) ma anche perché, a differenza di altri idiomi, è vivente in se stessa, grazie alla ciclicità delle lettere-numeri che il suo alfabeto comporta.

 

Certo, si potrà anche obiettare che il numero in sé è solo un geroglifico cartaceo, cioè non si muove, rimane lì, fermo, e che quindi non è vivente. Il materialista può dirlo. Però ciò non giustifica uno studio della lettera escludente lo studio del numero se quella lettera è in sé anche numero.

 

Ciò che non si è ancora compreso della lingua ebraica è che alle sue lettere NON corrispondono numeri. Se i numeri delle lettere ebraiche fossero solo corrispondenze, sarebbe giustificato escluderle da essa. Ma così non è. Quelle lettere SONO numeri. La cosa è ben diversa. La lingua ebraica è numerologica e va studiata COME TALE. Chi la studia solo filologicamente o glottologicamente o semanticamente al fine di tradurla in altra lingua è simile a chi studia una capra per ricavarne dei cavoli. Allo stesso modo non si può passeggiare stando fermi con le gambe. Ebreo significa errante (1), cioè in moto, come erano in moto i nomadi che erravano nel deserto. Non significa statico. Il moto è movimento, non è immobilità. Il "moto" di una lingua come l'ebraico è dato dal suo alfabeto che è numerico, non solo letterario come avviene in quasi tutte le altre lingue, che distinguono i numeri dalle lettere. Nell'ebraico è impossibile questa distinzione tra lettere da una parte e numeri dall'altra, come avviene nelle altre lingue, perché le sue lettere, ripeto: sono numeri. La parola "numero" in ebraico è מספר, "mispar", che significa anche "narratore" (pronunciato in modo diverso: "mesaper" ma in ebraico non esistono vocali, per cui "mesaper" e "mispar" si scrivono con le stesse lettere מספר).

 

Anche in italiano e in altre lingue abbiamo il racconto. Però mentre le cose raccontate nella maggior parte delle altre lingue non hanno in sé i numeri per la loro verifica contabile, così non è per la lingua ebraica. Ogni racconto ha in sé il suo proprio conto. Ciò ovviamente non significa che l'ebreo sia più sincero di un francese o di un italiano. Ogni uomo può essere più o meno sincero, onesto, etico, ecc. Ciò che va compreso è che l'oggetto osservato, in questo caso la lingua ebraica, va visto nella sua totalità. Insomma, un fiore è un fiore se fiorisce dal terreno grazie alla luce del sole. Se si studia il fiore senza il terreno o senza il Sole o senza la funzione clorofilliana, ecc., non si studia altro che una cadaverica astrazione del fiore, che non è il fiore. Un uomo non è un cadavere. Non si può studiare il corpo umano vivente come se fosse un cadavere. Allo stesso modo ogni studio dell'ebraico escludente i valori numerici intrinseci alle sue lettere alfabetiche non conduce alla conoscenza di detta lingua ma solo al suo spettro grafico o geroglifico devitalizzato o sconnesso dal suo contesto vitale, fisiologico, molecolare, atomico, ecc. 

Pertanto, poiché nel vivente la totalità è sempre maggiore della somma delle sue parti, ne consegue che la totalità vada quanto meno conosciuta a grandi linee e caratterizzata concettualmente, così che questo procedere sia realmente applicabile con metodo come vero percorso scientifico di conoscenza.

Oggi invece appare chiara l'enorme difficoltà di un riferimento scientifico alla totalità. Subito infatti viene da chiedersi come si possa distinguere la totalità nel reale. Oppure ancora: come possa elaborarsi concettualmente tale totalità se la normale coscienza - abituata a negare realtà al vivente in quanto soprasensibile e dunque percepibile solo sovrasensibilmente - non è nemmeno all'inizio di questo percorso. Ecco dunque perché un procedere scientifico che consideri la totalità nella conoscenza della realtà sembra subito un problema, se non un'impossibilità.

 

Ciò vale per ogni scienza.

 

Il medico dovrebbe essere per esempio costantemente impegnato a comprendere il malato nella sua reale interezza, se davvero vuole adottare le necessarie misure terapeutiche e prestare il relativo soccorso. Invece, per lo più, con riflessioni metodologiche, limita le proprie conoscenze scientifiche ad aspetti parziali, secondo un modello prestabilito e, rimando fermo ad un pensare rappresentativo, rinuncia fin da subito allo sforzo di indagare per trovare misure terapeutiche adatte al paziente entro la totalità del suo vero essere. Con questa limitazione si cura la specie anziché l'individuo, il cui male diventa perciò cronico... Occorrerebbe invece studiare e curare l'individuo almeno come si studia e si cura la specie, l'io come si studia e si cura il sangue, e così via. 

Ma ritorniamo alla lingue ebraica. Per le traduzioni dall'ebraico dei vari traduttori, avviene la stessa cosa: senza il riferimento alla totalità di ciò che è vivente nella ciclicità ritmica delle lettere-numeri dell'alfabeto ebraico si può, sì, essere onesti traduttori alla lettera, ma se non si considera l'elemento vivente delle cose da conoscere si arriva solo a conoscenze parziali o menzognere. Come dire, per esempio, che che le persone che incontriamo per strada sono cadaveri in quanto non percepiamo la loro vita attraverso i nostri sensi.

Posso accettare che un traduttore di testi ebraici affermi, in base a dati scientifici, che le cose che per millenni ci hanno fatto credere sulla Bibbia siano false. Non mi sembra però possibile che si possa affermare di poter tradurre scavalcando l'ermeneutica, cioè non interpretando, dato che ogni oggetto di percezione non può essere concettualizzato senza interpretarne la rappresentazione.

 

Se poi, in base a quei testi staccati dai valori numerici, il traduttore parla di Geova, o di Giove, o di alieni, o di pedofili padroni del mondo, criminali extraterrestri, ecc., non si può dire che non interpreti.

 

 

 

Non si può infatti comprendere e tanto meno tradurre un linguaggio in base a mere parole "letterali". Un esempio: la realtà letterale della parola "osso" consiste, sì, in due "esse" poste fra due "o", ma tale realtà letterale non dice nulla. Proprio nulla. Solo se la si interpreta concettualmente essa può evocare la rappresentazione di un oggetto percepibile come osso. Non mi riferisco a particolari traduttori dei testi ebraici ma a tutti i traduttori (2).

 

Dunque chi non vede il vivente, cerchi di vederlo. Ma non dica che gli basta la lettera per sentirsi a posto. Perché non è vero. E non dica nemmeno che nel mondo ebraico che dice di tradurre alla lettera e senza interpretare alcunché, non c'è arte. La stessa lingua ebraica è ARTISTICAMENTE strutturata! E poi, nessuno si chiede: perché chi disprezza una lingua poi la traduce? Io non tradurrei mai una lingua che non stimo, così come non eseguirei mai un brano che non mi dice niente. Certo si può dire: "A me non piace l'arte dell'ebreo Bob Dylan". A me invece è sempre piaciuta, anche se non l'ho più ascoltata da quando quel leccaculo andò a cantare da Karol. Però questa è un'altra questione. Ho sempre amato Allen Ginsberg per la sua arte poetica, non perché era ebreo, ma perché la sentivo come mia...

 

 

Dodici minuti del 1972. Remix di Nereo Villa: "La poltrona di Allen", "For my friend", "Esterno"

brani dedicati rispettivamente ad Allen Ginsberg, all'amico e collega Roberto Fassio, ed a Cesare Pavese.

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(1) Cfr. "Etimologia di EBREO".

(2) Esempi di mirabili conoscenze, impossibili per ogni traduttore dall'ebraico, sono mostrati nello scritto "DAM, il sangue in ebraico": chi legge una Bibbia tradotta, può dire solo: "io ci credo", oppure: "io non ci credo", però non può rendersi CONTO, cioè "sapere" di alcun resoconto biblico