VINCENZO IL PESCIVENDOLO
di

Alfredo Bruni

 

  

Per esprimermi metaforicamente, mi domandavo: l’animo umano non è forse qualcosa di simile a un’altalena che, ricevuta una spinta in direzione dell’umanità è solo per questo fatto già predisposto a oscillare verso la bestialità?

M. Ageev, Romanzo con cocaina

 

Uno 

“Madonna di Schiavonea!” esclamò Vincenzo. “E’ possibile che in questo posto non ci sia nessuno?” Era arrivato da almeno un quarto d’ora e non aveva ancora visto anima viva. I manifesti dei morti tappezzavano le case. I muri ne erano così pieni, che sotto i rettangoli listati di nero, l’intonaco era completamente scomparso. I manifesti annunciavano la morte di quel curioso paese.

Era l’una dopo mezzogiorno. Gli uomini forse erano ancora in campagna a lavorare. Ma le donne! Le mamme e le vecchie, e le zitelle che sempre facevano capolino, da dietro una tenda di finestra, in qualsiasi posto era andato, doveva pur esservi rimasta qualche donna, con i bambini. Invece la piazza era deserta.

Dalla bottiglietta di vetro, che portava sempre con sé, prese una sorsata d’acqua e si risciacquò più volte, passando il liquido da una parte all’altra della bocca.

Aveva sete, ma non osò inghiottire. Trattenne l’acqua in bocca, facendola rigirare lentamente, e alla fine, dopo aver ripetuto a lungo l’operazione, sputò fuori del finestrino e si pulì gli angoli delle labbra col fazzoletto pulito.

Tutte le volte faceva così, quando guidava nella stagione calda ed era sudato. Gli avevano detto che bere in quelle condizioni, poteva fargli male, uno che conosceva aveva avuto addirittura un blocco allo stomaco, perciò, da allora, si limitava a bagnarsi la bocca con un po’ d’acqua. Serviva a rinfrescarsi, fino a che la sete, non gli ritornava più forte.

Conservò in tasca il fazzoletto e poi richiuse la bottiglia. Anche il vetro era caldo. Con quel sole che picchiava dritto sulla terra, l’espediente non era servito. Gli venne voglia di una birra fresca. Sistemò la bottiglietta, tanto oramai era anche quasi vuota, nell’apposito alloggiamento, che s’era costruito da solo con il fil di ferro, sotto lo sterzo. Quella bottiglia una volta aveva contenuto gazzosa, e da qualche anno l’accompagnava nei suoi continui viaggi.

Guardò di nuovo intorno, spingendo lo sguardo fino in fondo alla piazza. Sul vetro del parabrezza, scorreva un filo di sangue appiccicoso. Dell’insetto che era andato a sbatterci contro, era rimasto solo una carogna sfracellata, grande quanto un grosso punto.

Vincenzo faceva ogni gesto lentamente, sperando che da un momento all’altro, dal fondo della piazza o da un vicolo laterale, arrivasse qualcuno. “Chissà dov’è il bar?” pensò. In quel momento si accorse che tutte le finestre, i balconi e le porte che davano sulla piazza, erano chiuse. Non c’era un lenzuolo o una camicia, o una federa di cuscino, appesi alle corde della biancheria. Vide che il bar gli stava proprio di fronte. Era chiuso solo con la vetrina, sporca come i vetri del suo camion che non lavava da mesi.

Si irritò, ma non serviva a niente. Il paese più vicino, poteva anche essere a quattro ore di strada, e il pesce nel cassone incominciava a puzzare. Ne aveva ancora diciotto cassette, e oramai che era arrivato fin lì, doveva cercare di venderle a ogni costo. Fino a oche ore prima, di quello strano paese, ignorava completamente l’esistenza.

Tutti quei manifesti listati a lutto, lo innervosivano. I fili della biancheria, ondeggiavano sotto la spinta del vento afoso.

Due

Una tettoia verde, di plastica ondulata, sporgeva sopra l’entrata del bar. Cercò un’ombra, sperando che arrivasse almeno qualcuno ad aprire il locale. Mancava mezz’ora alle due, o poco più, e se lì era come al suo paese, verso quell’ora, dopo la pausa di mezzogiorno, i bar dovevano riaprire, perciò avrebbe atteso ancora un po’, almeno per bere una birra, e se ne sarebbe andato. Poi, lungo la strada, se proprio doveva, avrebbe buttato nel primo fosso, tutto il pesce che gli era rimasto. Ma già sapeva che se ne sarebbe pentito. Aveva iniziato a lavorare che era un bambino, e si sentiva morire ogni volta che la roba andava a male. Ma purtroppo non si vedeva nessuno.

Quella mattina, come al solito, era partito dal paese poco prima delle quattro. Tobia e il Guercio, seduti accanto a lui nella cabina del camion, un tigrotto vecchio di tredici anni, si annoiavano, e per tenersi svegli, parlavano tra di loro in continuazione. Vincenzo, che da un anno aveva smesso di fumare, succhiava una caramella alla menta, che gli durò fino a Trebisacce.

Al magazzino c’erano solo il grossista e due operai, i pescatori avevano appena finito di scaricare. Erano i primi, così alle cinque e mezza risalirono sul camion, diretti verso la Basilicata.

Stanchi per aver dovuto caricare quattrocento cassette, i due soci non avevano più voglia di parlare. Sonnecchiavano con la testa ripiegata sui petti, mentre Vincenzo, che non si fidava di far guidare agli altri il suo camion, aveva scartato un’altra caramella alla menta, e la succhiava con gusto.

Non c’erano molte macchine sulla strada, e prima delle sette entrarono nella piazza del paese.

Vincenzo c’era già stato, e sapeva che quella era una buona piazza. Perciò si affrettò a cercare l’ufficiale sanitario.

Era un uomo bonario, con un gran ventre e i riccioli dei capelli sempre spettinati che si ostinavano a ricadergli sulla fronte. Riconobbe Vincenzo e lo salutò. Poco dopo, il pescivendolo che era partito all’alba dalla Calabria, poté ritornare al suo camion per iniziare la vendita.

I soci servivano alla bilancia, mentre Vincenzo, che era più svelto a far di conto, provvedeva a ritirare i soldi. Velocemente prendeva dalle mani dei compratori le banconote e le monete, e le faceva scomparire tutt’insieme in una gran tasca di tela, che s’era legato alla vita con una cordicella.

Da cinque anni vendeva pesce. Ma non gli era mai accaduto, come invece gli accadde quella mattina, di vendere cento cassette in un’ora. Sembrava un giorno fortunato, e poco dopo le otto, i tre erano di nuovo in viaggio, alla ricerca di un’altra piazza.

Nel mercato del paese appresso, Vincenzo lasciò a Tobia, che a vendere era certamente migliore del Guercio, sessanta o settanta cassette, e con l’altro socio, se ne andò in un paese che si trovava a pochi chilometri più avanti. Dieci minuti dopo erano già arrivati.

In piazza scaricarono le cassette, e solo dopo cercarono l’ufficiale sanitario.

Quando Vincenzo tornò al camion, che nel frattempo era rimasto con la portiera aperta, dette il segnale. “Pesce fresco, pesce fresco a poco prezzo. Regalato… Venite, donne,” gridò, e a quel richiamo, uomini e donne accorsero a comprare il pesce.

Non ci volle molto per svuotare più di centocinquanta cassette, ma poi, com’era venuta, la folla si dileguò, e ai due pescivendoli, non restò altro da fare che contare l’incasso.

Ai banchi delle verdure e della frutta, c’era ancora molta gente. Allora Vincenzo fece una pensata. “Io provo ad andare più avanti,” disse al Guercio. “Tu invece resta qui, per mezzogiorno forse lo vendiamo tutto.” Il Guercio fu contento di quella occasione inaspettata. Poteva restare solo e andarsi a fare un cicchetto. Perciò alla proposta di Vincenzo, annuì con convinzione, senza farsela ripetere.

Di sera, anche Vincenzo andava alla cantina. Ci restava fino a tardi, con la misura di vino rosso davanti e il piatto dei lupini in mezzo al tavolo. Con lui c’era sempre qualcuno degli amici, o uno dei suoi tanti compari. Ma sul lavoro non perdonava. Bisognava restare sobri, fino a che non si ritornava al paese. Il camion era suo, l’aveva comperato di seconda mano tre anni prima, e era suo anche il capitale che aveva anticipato per quel commercio. Tobia e il Guercio, anche se li chiamava soci, in realtà erano solo dei lavoranti o poco più. Vincenzo li aveva presi per l’amicizia delle famiglie, ma aveva subito messo le cose in chiaro, dicendo che a comandare ci avrebbe pensato lui. E anche se sapeva che erano dei bravi ragazzi, onesti che non si sarebbero approfittati di una lira, teneva sempre gli occhi bene aperti.

Il Guercio scaricò l’ultima cassetta e Vincenzo, con le altre cinquanta che erano rimaste sul camion, poté di nuovo mettersi in viaggio.

Tre 

“Speriamo che il Guercio non si ubriachi,” pensava. Ma anche se era assorto nei suoi pensieri, Vincenzo stava bene attento alla guida e non distoglieva mai gli occhi dalla strada. Il caldo diventava insopportabile col passare delle ore.

A un certo punto, ebbe la sensazione che fosse trascorso molto tempo. Ricordava che da quelle parti, doveva esserci un altro paese, e la memoria non lo aveva mai ingannato. Fece ancora un po’ di strada. Finalmente vide un cartello indicatore. Rallentò, perché sapeva leggere appena. Il cartello diceva che il paese più vicino, era a duecento chilometri. Vincenzo restò come uno stupido, perché era passato cento e duecento volte da quella strada. Ci avrebbe giurato, se gli avessero chiesto di giurare, che là intorno doveva esserci un paese, ma adesso gli premeva liberarsi del pesce, per questo non se ne dette pensiero e esaminò piuttosto ciò che doveva fare.

Oramai era troppo tardi per fare tutti quei chilometri. Allora decise di lasciare la strada statale, e se ne andò in una stradina, avventurandosi nella campagna. Dalla strada, aveva scorto dei casolari in lontananza, era sicuro che se li avesse raggiunti in tempo, avrebbe concluso qualche affare.

 

Quattro 

Al margine della stradina polverosa, qualche contadino, per suo comodo, aveva incanalato l’acqua di una piccola sorgente, in un tubo di ferro da mezzo pollice. L’acqua ricadeva scrosciando, in una specie di vasca, costruita con le pietre tenute insieme da poco cemento. Era mezzogiorno quando si fermò.

Cambiò l’acqua nella bottiglia e si mise all’ombra sotto un albero. Prima di bere, attese che il sudore gli si asciugasse addosso. L’acqua della bottiglia non gli piacque. Ritornò alla sorgente e bevve direttamente dal canale.

Quando si sentì ristorato, andò di nuovo al camion. Mai aveva bevuto acqua tanto fresca. Abbassò la sponda di sinistra e spostò da un lato tutte le cassette vuote.

Contò le rimanenti e fu soddisfatto. Ne restavano solo diciotto, oltre a qualche chilo di pesce in un’altra cassetta quasi vuota. Si compiacque con sé stesso. L’idea era stata buona. Aveva venduto a quei campagnoli, altre trenta cassette, e tutte a buon prezzo. Ma in passato, il più delle volte era tornato a casa con il camion completamente vuoto.

Non molto lontano vedeva ancora casolari. Forse avrebbe potuto liberarsi anche del pesce rimasto.

Rientrò nella cabina di guida e rimise in moto. Attese che il motore raggiungesse il giusto numero di giri e inserì la marcia. La casa più vicina sembrava a un tiro di schioppo. Si avviò lentamente, ma non la raggiunse mai.

La strada sterrata che aveva imboccato, pareva andare sempre diritta, ma all’improvviso doveva sterzare bruscamente, per l’inaspettato apparire di una curva. Vincenzo incominciava a spazientirsi. Decise che appena arrivava alla casa che gli stava di fronte, e sembrava sempre vicina, sarebbe tornato indietro.

Il Guercio l’aspettava, e nonostante fosse un vizioso, aveva certamente venduto anche lui qualche altra cassetta. Si era oramai impratichito del mestiere, e se non fosse stato per il vino, sarebbe potuto diventare, sicuro sicuro, un bravo commerciante. Per il vizio lo chiamavano il Guercio, non perché avesse qualche difetto agli occhi. Quand’era ubriaco, si addormentava, dove si trovava, tenendo un solo occhio chiuso. L’altro occhio, gli restava aperto, e così conciato, continuava a dormire, fino a che la sbornia non gli era passata. Quasi sempre gli accadeva nella cantina, allora i compari che stavano con lui, o qualche volta il cantiniere, quando non c’era nessun altro, lo riaccompagnavano a casa, caricandolo sulle spalle. Ma certe volte se ne andava da solo, e quando arrivava a metà strada, le gambe non lo sostenevano più. Allora crollava a terra, e se nessuno passava per raccoglierlo, trascorreva lì, dov’era caduto, l’intera notte, sotto l’opaca luce delle stelle.

Cinque 

Il formicolio che ben conosceva, incominciò a salirgli su dalle gambe. Era come una tortura, specialmente col caldo che diventava sempre più opprimente. Lentamente il formicolio gli arrivò fino al collo.

Don Fiore, il medico della famiglia, diceva che si trattava dei nervi, e oltre a dargli le pillole che doveva prendersi la sera, l’aveva mandato da uno specialista.

Il professore, dopo averlo visitato, aprì il ricettario senza dire una parola, e gli ordinò delle altre pillole. Ma erano solo palliativi, calmanti che duravano poco, e lo lasciavano scemo per tutta la giornata. Solo il vino, il vino sì che lo calmava davvero, e lui sapeva la misura giusta, senza approfittarne, anche se a don Fiore, non glielo diceva di quest’altra medicina.

Il formicolio aumentò, e Vincenzo cercò di non pensarci, ma non ci fece niente. Prima di quel giorno, Vincenzo era stato in tanti paesi, e aveva percorso altrettante strade sconosciute. Ma come quella volta, mai si era sentito oppresso da un senso di smarrimento, come se capitato in una terra straniera e desolata, non sapesse come uscirne.

Stranamente, ogni volta che passava una curva, notava che la casa davanti a lui non s’era avvicinata di un metro.

Era una casa di un solo piano, e dietro di quella poteva scorgersi un’altra costruzione, in po’ più bassa. Sul tetto della casa, un oggetto di metallo brillava al sole, lassù dove i muschi e i licheni, avevano fondato le loro colonie secolari, saldamente attaccati alle tegole di vecchia argilla.

Finalmente, a un crocicchio, Vincenzo vide una vecchia, seduta su una grossa pietra.

Non aveva niente con sé, né sembrava attendere qualcuno. Si limitava a stare lì, immobile, fissando il vuoto.

Solo quando il camion le fu vicino, distolse lo sguardo dal punto infinito che fissava, e volse la testa verso il nuovo arrivato.

Vincenzo frenò e si fermò proprio davanti a lei, in modo da poterle rivolgere la parola, attraverso il finestrino aperto, senza scendere dal camion e senza essere costretto a urlare.

“Vuoi un passaggio?” le disse il pescivendolo. Vincenzo era solito prendersi confidenza con chi riteneva suo pari. Ma la vecchia non si scompose.

“Tu sei Vincenzo il pescivendolo?” gli disse a un tratto, col tono di chi faceva un’affermazione più che una domanda. Aveva il volto pallido e i capelli bianchissimi. Ma le mani, che teneva quasi sempre in grembo, non mostravano nessun tremolio, nonostante fosse inverosimilmente vecchia e magra, e avesse le nocche delle dita nodose come una verga d’ulivo.

Vincenzo, convinto com’era di essere conosciuto da tutti, non si meravigliò quando la vecchia lo chiamò per nome. “La vuoi una casetta di pesci?” si limitò a chiederle, e la vecchia, senza cambiare posizione, annuì con la testa e disse una frase che troncò a metà: “Se me la dai…”.

Ma subito dopo riprese a parlare, e nella sua voce c’era qualcosa, come se fosse qualcosa di misteriosamente importante. “Tu mi puoi dare il pesce,” disse, “ma può darsi che io ti possa dare molto di più”.

Sentendo quelle parole, Vincenzo non sapeva se doveva ridere o stupirsi. Non più alto di un metro e sessanta, abile col coltello, quasi quanto lo era con la lingua quando commerciava, non aveva un carattere facile, anche se in fondo in fondo, non era del tutto cattivo. Si capisce che uno così, abituato alla cantina e alle piazze, si risentiva facilmente, quando incontrava qualcuno che gli rispondeva a tono.

Prontamente ribatté, facendo finta di scherzare. “Che cosa mi puoi dare tu, che sei vecchia?” le disse fissandola negli occhi. Ma qualcosa nella vecchia lo infastidiva, e subito aveva dovuto togliere gli occhi dal suo sguardo.

“Posso indicarti la strada,” disse altrettanto prontamente la vecchia. “Non è forse vero che ti sei perso?” I suoi capelli bianchi, abbagliavano sotto i raggi luminosi del sole.

In un certo senso era vero. Vincenzo non poteva negarlo. Stava girando a vuoto da un’ora e aveva ancora del pesce da vendere. “Non mi sono perso! Ma se mi indichi la strada,” ammise, “mi farai risparmiare tempo”. Rispondendo in quel modo, credeva di salvare la faccia. Però il suo tono di voce s’era fatto più accomodante. Appena ebbe finito di parlare, scese dal camion. Ci girò intorno e aprì la sponda di dietro. Dal cassone prese la cassetta mezza piena e la porse alla donna.

Solo allora la vecchia si alzò, e senza ringraziarlo, con l’indice indicò il nord. “Vai per quella strada,” disse, “e sta attento al tuo pesce. Ti servirà”.

Vincenzo non capiva cosa la vecchia intendesse dire, ma seguì il consiglio. Dopo cinque minuti vide la prima casa del paese.

All’entrata, il tempo e la ruggine, avevano corroso il cartello di metallo, tanto che il nome del paese era illeggibile. Vincenzo, pensando al pesce che poteva ancora vendere, aveva quasi dimenticato la vecchia.

 

Sei

Stava per scendere dal camion, ma in quel momento sentì qualcuno che gridava. Da quando era arrivato in paese, quella era la prima voce umana che udiva.

Si girò e vide un uomo in divisa che correva in direzione del camion gesticolando vistosamente. Un borghese lo seguiva, e anche questi gridava e gesticolava affannato.

Vedendo i due forsennati venire verso di lui, in fretta, Vincenzo ritrasse la gamba che già gli penzolava fuori dalla cabina di guida, e con altrettanta premura, richiuse la portiera.

Quando i due uomini furono più vicini, riuscì a capire ciò che stavano dicendo. Il primo era un vigile urbano e quello che seguiva, molto più basso dell’altro, doveva essere un suo compare o un altro impiegato del comune. Lo scongiuravano di non scendere e di andarsene subito dal paese. Più presto che poteva, urlavano, perché il paese era sconvolto da un’epidemia di tifo.

I due uomini, che a vederli correre in quel modo, suggerivano l’idea della pazzia, giunti a una distanza da loro giudicata sicura, si erano fermati per riprendere fiato. Non passò molto, che Vincenzo ebbe ogni spiegazione, senza che ci fu bisogno di interrogarli. Quando ebbe capito tutto, e non gli ci volle molto, disse, come per scusarsi di essere arrivato fino al paese, che era lì solo per vendere il pesce, ma, date le circostanze, se ne sarebbe andato subito. Dopotutto non gli restava altro da fare.

Avrebbe voluto chiedere qualche notizia sui manifesti che aveva visto. Gli sembravano troppi, perché quello vestito da vigile, aveva detto che erano già morte sette persone. Ma era solo curiosità, e per quello che gli importava, i morti potevano anche essere settanta o settecento. Anche se fosse morta l’umanità intera, per lui era lo stesso, e il pesce incominciava a puzzare nel cassone di metallo.

Il sole picchiava forte sulla terra.

Sette

Quando fu fuori dal paese tirò un sospiro di sollievo. I due uomini, tenendosi sempre a distanza, l’avevano aiutato a fare manovra, anche se la piazza era abbastanza ampia e non c’erano ostacoli. Poi l’avevano accompagnato con lo sguardo, finché era scomparso dalla vista. Allontanandosi, pensò che avrebbe dovuto lavarsi almeno le mani. Vincenzo era ignorante delle cose della medicina, e non sapeva se il tifo, volando nell’aria, poteva essergli rimasto attaccato alla pelle. Quando fu sicuro di essere abbastanza lontano, incominciò a scrutare intorno per trovare la fontana.

Gli venne in mente che avrebbe dovuto lavare bene anche il camion, ma soprattutto doveva liberarsi presto del pesce, non poteva rischiare di ammalarsi e impestare tutto il suo paese, portandoselo dietro.

Ma questa volta non solo l’avrebbe buttato in un fosso, come faceva di solito, quando qualche chilo andava a male. Non voleva scrupoli sulla coscienza, e sapeva che non poteva venderlo quel pesce. Anzi, oltre al pesce, avrebbe bruciato anche le cassette di legno, per farne perdere ogni traccia.

Il figlio più grande, s’era già ammalato di tifo, qualche anno fa. Era il tifo nella pancia, quello che le femmine chiamano la viscerale, e per questo non era troppo pericoloso, se fosse andato alla testa, sarebbe stato grave. Ma lo stesso, per tante settimane, lunghe che non finivano mai, la casa era andata sottosopra, col medico che veniva ogni giorno, e tutta quella gente, ferma sotto la finestra, a chiedere notizie.

Aveva già percorso qualche chilometro, e già da un pezzo il paese, che senza pentimento aveva lasciato alle spalle, non si vedeva più. Questa volta non avrebbe rimpianto il pesce che perdeva, doveva liberarsene al più presto, e subito sarebbe ritornato a casa, per dimenticare quella storia.

Vincenzo era terrorizzato dalle malattie, e s’infastidiva solo a sentirne parlare. “Forse un po’ di liquore mi farà bene,” disse ad alta voce, come se qualcuno potesse sentirlo. Aveva con sé una bottiglia piccola di cognac, ma non voleva toccarla, se prima non si lavava le mani. In quel momento si ricordò che non sapeva nemmeno il nome del paese. Non gli interessava, ma avrebbe dovuto inventarsi un nome qualsiasi, altrimenti nessuno gli avrebbe creduto.

Aveva già scordato la promessa di non pensarci. Gli sembrava troppo curioso, tutti quei manifesti da morto attaccati ai muri. Almeno alla moglie doveva raccontarlo. Ma prima o poi, anche alla cantina avrebbe detto tutto, e i compari, che non erano scemi, sarebbero andati a informarsi. Però, anche se si inventava il nome, aveva già la risposta pronta, perché quegl’altri erano ignoranti, e non conoscevano il mondo come lo conosceva lui.

Presto riconobbe la strada che aveva percorso poco prima, e riconobbe la casa, che un’altra volta gli era comparsa davanti.

Gli sembrava strano poterla ancora vedere, che se non s’era scimunito del tutto, a quel punto, la casa doveva trovarsi alle sue spalle, ma quel giorno stavano accadendo cose tutte strane.

Tra poco sarebbe arrivato al crocicchio della vecchia, e da lì avrebbe subito imboccato la strada del ritorno.

“Speriamo di arrivarci presto,” pensò. Quel crocicchio, significava di essere sulla strada giusta. Guardò di nuovo verso la casa, ed ebbe l’impressione di averla già vista. Era stato spesso da quelle parti, ma sempre andando sulla strada statale, mai si era addentrato fino a là, su quelle strade senza asfalto. Era sicuro di non esserci mai stato, perlomeno non c’era stato da solo. Forse una volta da bambino. Ma a quel punto i ricordi diventavano troppo deboli.

Dopo un poco, sul margine della strada, vide un avvallamento che sembrava fare al caso suo, e si dimenticò di quello che stava pensando.

Accostò il camion sulla destra e lo fermò, preoccupandosi di lasciare spazio sufficiente, nel caso doveva passare un altro mezzo, anche se era una preoccupazione superflua, su quella strada dove, a parte la vecchia, che sicuro sapeva camminare solo a piedi, non aveva ancora incontrato nessuno.

Vincenzo saltò giù dal camion e si dette da fare. Era la prima volta che metteva i piedi a terra, dopo aver incontrato la vecchia del crocicchio.

Otto

Aveva appena finito di scavare e già si stava preparando a svuotare la prima cassetta dentro il fosso, quando alle sue spalle udì una voce che lo fece trasalire.

Colto di sorpresa, s’era spaventato. Non si aspettava di trovare in quel posto anima viva. Ma si calmò subito, perché girandosi, vide che si trattava solo della vecchia.

Abbozzò un sorriso, per nascondere lo stupore e soprattutto la paura. Era contento di rivedere solo quella donna, che sicuramente, vecchia com’era, non aveva nemmeno avuto il tempo per intuire il suo spavento.

Ma appena capì, dopo che era stata costretta a ripeterlo uno o due volte, cosa la vecchia gli stava dicendo, si voltò scontroso contro di lei, che impassibile lo guardava con due occhietti pungenti come spilli.

E nemmeno alla risposta scortese del pescivendolo, la vecchia si dette per vinta, e continuò ad insistere. Il cielo era ancora chiaro. Solo qualche nuvola compariva all’orizzonte. “Non si butta via la buona roba,” diceva, ripetendolo all’infinito.

La vecchia, con la sua cantilena, diventava sempre più irritante e i nervi di Vincenzo stavano per cedere. Era sul punto di reagire in malomodo, che lei cambiò tono. Forse perché aveva previsto ciò che poteva accaderle. Ma ancora una volta, in quella lunga giornata, Vincenzo rimase di stucco.

“Ti sei spaventato,” sussurrò con la sua vocina misteriosa la vecchia, “perché al paese ai visto i manifesti dei morti. Adesso stai scappando, perché hai paura della malattia. Tu hai sempre paura di qualcosa. Ma ora non trovi la strada”.

Pronunciate queste parole, parve che rimanesse in attesa della risposta di Vincenzo. Ma il pescivendolo la guardò imbambolato, e per alcuni interminabili minuti, tra di loro si insinuò il silenzio.

Poi si riprese, e fece il duro come sempre gli piaceva mostrarsi. “Io non ho paura di niente!” disse, e impercettibilmente gonfiò il torace, cercando di trattenere in dentro il lardo del suo stomaco dilatato. “Mi hai mandato in quel disgraziato paese, e ora mi tocca buttare via tutto il pesce. E lo butto via, perché sono una persona di coscienza,” concluse.

“Se non volevi andarci, potevi anche non farlo,” disse la vecchia, come se quella fosse una risposta sensata. A Vincenzo venne voglia di ucciderla, e poi di seppellirla nel fosso che aveva appena scavato, bruciandola assieme ai pesci. Si trattenne a stento, e sdegnoso svuotò nel fosso la prima cassetta. Sapeva, si conosceva bene, che poi non sarebbe stato più capace di controllarsi.

 La vecchia, senza timore, fece qualche passo avanti. Quando fu più vicino, iniziò a osservarlo, mentre Vincenzo andava avanti e indietro, tra il camion e la buca scavata nel terreno. Passò il tempo, e infine gli rivolse ancora la parola, ripetendo la medesima cantilena. Tutt’intorno la natura era silenziosa. Gli alberi restavano immobili, e nemmeno si sentiva il canto di un uccello.

“Cosa vuoi adesso?” disse Vincenzo, detergendosi il sudore con il dorso della mano. Si sentiva molto stanco, e quell’andirivieni tra il camion e la buca, l’aveva fiaccato ancora di più.

“Ancora non lo hai capito?” disse la vecchia. “Io non voglio niente, perché ho già avuto la mia parte di pesce, e mi basta. Mi basta, perché io sono qui per dare, non per ricevere.”

“Proprio oggi,” pensò Vincenzo, “mi doveva capitare di incontrare una pazza”. La stanchezza lo rendeva nervoso, ma non aveva più la forza per reagire con violenza. Nemmeno una vecchia come quella, ora sarebbe stato capace di vincere a parole.

Tentò di calmarsi. Per questo non le rispose e ritornò al camion, a prendere un’altra cassetta di pesce. Ma la vecchia, avanzando ancora di un passo, lo trattenne per un braccio, e con un filo di voce, gli sussurrò all’orecchio: “Non buttarli via tutti i tuoi pesci. Conservatene almeno uno,” disse, “almeno uno solo”.

Nove

Vincenzo svuotò l’ultima cassetta e con la pala ricoprì    di terra tutte le sarde. L’incontro con la vecchia l’aveva esasperato.                 

Doveva essere una di quelle matte, messe in libertà con la nuova legge. E lo dimostrava il fatto che la vecchia, mentre Vin­cenzo seguiva il filo dei suoi pensieri, che erano più cupi del solito, era scomparsa così com’era arrivata. Senza una parola di congedo, dopo avergli mormorato dentro l’orecchio quell’ultima frase. Ma oramai se n’era andata, e i pazzi è meglio quando stanno lontano.

Dieci

Era la prima volta che gli capitava di sentirsi tanto stanco, da quando faceva il mestiere. I suoi nervi, che erano un poco deboli proprio per natura, stavano per rompersi. Gli erano accadute troppe cose quel giorno. Il tifo, la vecchia indisponente, il pesce andato a male. Oramai, il Guercio e Tobia, da un pezzo stavano aspettando che tornasse. In fretta buttò un altro po’ di terra sulla buca. S’era fatto troppo tardi e rinunciò a bruciare le cassette. Poi ritornò svelto al camion e sistemò la pala nel cassone. La portava sempre con sé quella pala. Le aveva fatto un lungo manico di legno forte e la teneva legata alla sponda. Tante volte gli era servita, per scavare buche e quando andava nel pezzo di terra, che il padre gli aveva lasciato prima di morire.

Quando fu di nuovo dentro il camion, si sentì al sicuro. Mise in moto e ripartì. Mai come quella volta, aveva sperato in cuor suo di rivedere i due soci, anche se erano due ignoranti e mezzi falliti.

Ma quello che lo turbava di più, era la casa dal tetto rosso. Lo turbava la sensazione di averla già vista tanto tempo prima. Vincenzo sapeva fare di conto, ma appena riusciva a leggere e a scrivere qualche parola. In chiesa ci andava solo il Venerdì Santo, quando usciva la processione, e per tutto l’anno stava a posto, però alla cantina sentiva raccontare storie di fantasmi, e dei fantasmi aveva paura. Uno come lui, che sapeva tirare di coltello, non poteva darlo a vedere, ma dei fantasmi si impressionava. Solo quelli potevano influenzarlo, specialmente dopo quella volta, che per scommessa, con gli altri compari della cantina, di notte si erano avventurati nel cimitero mezzi ubriachi. Da quella volta, si spaventava che i morti avevano potuto prendersela a male, e da un momento all’altro, aspettava un loro segno. Lo sapeva che contro i morti non c’è niente da fare. Non era possibile affrontarli col coltello, e nemmeno a vincerli a pugni. Per questo si era rassegnato a vivere con quella paura, anzi, dopo che erano passati quasi due anni, si era un poco calmato, e si sentiva più tranquillo, perché fino ad allora non gli era ancora accaduto nulla di male.

In realtà, con gli amici aveva continuato a comportarsi come sempre, minacciando col coltello, quando c’era da minacciare, e mostrando i pugni quando se ne presentava l’occasione, ma quando la sera, dopo essere stato alla cantina, ritornava a casa da solo, il cuore incominciava a battergli forte, se lungo la strada vedeva qualche forma strana, e tante volte era solo l’ombra di un gatto, addormentato su una ringhiera. Di giorno Vincenzo era un campione, ma quando scendeva la notte, e di notte si trovava solo, l’angoscia lo prendeva dentro e incominciava a tormentarlo.

Guidò ancora per mezz’ora. Quel giorno, con tutte le cose che gli erano accadute, i fantasmi non erano comparsi nei suoi pensieri. Il sole era alto e bruciava tutto ciò che toccava. Vincenzo aveva avuto troppo da fare, e perciò non c’era stato il tempo per pensare. Le emorroidi, infuocate al contatto del sedile di finta pelle, lo torturavano. Quello che desiderava ora, era il letto di casa, ma c’era ancora quella strada da percorrere. Come un presentimento gli salì su per lo stomaco ad annebbiargli il cervello. Ma non volle pensarci. Sicuro, prima che facesse notte, avrebbe rivisto casa sua.

Però la casa che aveva visto in lontananza la mattina, era di nuovo davanti a lui, e non si avvicinava, non si avvicinava mai. All’improvviso si accorse che incominciava ad imbrunire. Guardò l’orologio, ma l’orologio non andava più. Si era guastato, o forse si era solo dimenticato di caricarlo. E all’improvviso si fece notte.

Il buio che Vincenzo temeva tanto, era arrivato. Ed ecco di nuovo i fantasmi nella mente. I figli e la moglie lo aspettavano a casa. E lo aspettavano il Guercio e Tobia, anche loro lontani da casa. Vincenzo, nemmeno si chiese perché si era fatto buio così all’improvviso. Riuscì solo a capire che presto sarebbe rimasto completamente solo, e lui non voleva restare solo in quella notte. Anche il Guercio era troppo lontano, e il buio era fitto. Decise di tornare indietro. Ritornare al paese. Sapeva che sarebbe andato incontro al tifo, ma almeno il paese era abitato. E ora nient’altro gli importava. Solo vedere un volto umano gli interessava.

Intanto la notte si era animata. Anche il canto degli uccelli notturni, diventavano rumori. E tra gli alberi, vedeva balenare luci da mettere paura. In cielo le stelle non erano comparse, e la piccola luna era coperta di nuvole.

Finalmente trovò uno slargo. Fece manovra e invertì la marcia del camion. Poco dopo, era di nuovo nella piazza di quel paese senza nome.

Continua....  
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Nome autore Alfredo Bruni
Opere edite:  Parole Uguali, 1977; Parole (prefazione di Dante Maffia), 1981; Alfabeto, 1982; Testamento (poemetto), 1984, apparso nel n.8 di “Discorso Diretto”, trimestrale di poesia diretto da Paolo Ruffilli; Il cane bugiardo (prefazione di Dario Bellezza), 1987; Ambiente e poesia (in collaborazione con Giovanni Spedicati), 1988; nel 1994 ha pubblicato un libretto senza titolo, in duecento copie numerate a mano e firmate, contenente una breve prosa e due poesie; La cosa assurda che sporca di bianco, 1995, edizione privata realizzata a mano in quattro copie firmate; Racconto breve (il testo), 1997, edizione privata realizzata in venti copie numerate e firmate; Reprint, 1998, edizione privata; In calce e daccapo (briciole di cemento armato e di presente), 1999, edizione privata con illustrazioni dell’autore; Dubbi, 2000, edizione privata con copertina illustrata dall’autore, realizzata in 11 copie numerate e firmate, Immondizia Diario postumo di un netturbino, 2000, edizione privata con copertina illustrata dall’autore; Sesso, perverso, occasione mancata Sogni, bisogni e vita di un uomo/impiegato qualsiasi, 2000, edizione privata di cui sette copie stampate su carta da pacchi; Il mio immacolato disordine, 2000, edizione privata con un’illustrazione e la copertina disegnate al computer dall’autore; Avanguardia, 2000, edizione privata di un poemetto dedicato alla madre e composto a Bologna nell’aprile 1984 con copertina illustrata dall’autore.
Collaborazioni: Per la rivista Primi piani di Roma ha curato una rubrica di segnalazioni e recensioni di videocassette. Ha collaborato con il LiSSPAE di Brindisi e, tra le altre, con le riviste Verso il futuro, Logos, La mongolfiera e Il sodalizio. È stato redattore di Malvagia (trimestrale della cultura sommersa di Milano), in cui ha pubblicato alcune cronache e alcuni racconti.
Principali Premi: Principali premi: secondo classificato al Premio G. Carrieri 1983; targa Assitalia al Premio Vallecrati 1983; primo classificato (sezione silloge inedita) al Gran Premio Rebecca 1984 con Il cane bugiardo; secondo classificato al Premio M.F. Iacono 1985 con il racconto “I manichini sorridevano ai fantasmi”; diploma con targa al Concorso S.N.A. negli anni 1986 e 1987; finalista al Premio Fortezza ’86 con il romanzo inedito “Vincenzo il pescivendolo”; primo classificato al Premio Poesie sotto le stelle – Notte di San Lorenzo 2002.
Note sull'autore: È attivo nel campo della mail art e della pittura, sperimentando varie tecniche e materiali. 
Alcune sue composizoni sono state pubblicate nel saggio Parole senza frontiere, di Bianca Maria Folino (www.aloisi.it/scrittori/Folino/), curato dall’autrice milanese per il sito web di Stampa Alternativa (www.stampalternativa.it/ma/index.htm). 
È stato presentato al pubblico di Amendolara, Terranova da Sibari e Saracena nel corso dell’itinerario culturale meridionale Il Musagete.
Per le edizioni La mongolfiera ha curato le poesie di Alfonso Iuso, giovane sieropositivo, ex tossicodipendente della Comunità Saman, pubblicate nel volume Ti chiamerò domani, e Quando il tempo…, della poetessa calabrese Rosalba De Simone.
e-mail alfredofrancesco.bruni@tin.it

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