* PENSIERIDEE *

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Meditazione sull’eroismo

 

Don Milani nella sua “Lettera ai Giudici” che l’inquisivano per aver difeso gli obiettori di coscienza italiani che rifiutavano il servizio militare, ricorda come i maestri della sua prima gioventù nella scuola fascista: “Ci presentavano l’Impero come una gloria per la patria! Avevo 13 anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri s’erano dimenticati di dirci che gli etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini di Mussolini anzi di Hitler. Cinquanta milioni di morti.”.

Questa la parte che qui interessa della sintesi milaniana sugli esiti di quel culto della Patria e dell’Eroe strumento di dominio e di persuasione pedagogica nello Stato Fascista. Finito il fascismo e le velleità di dominio con la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale su questo culto cadde un quindicennio di silenzioso oblio e di caricaturale persistenza in alcune forme residuali.

Questo silenzio fu rotto fra la seconda metà  degli anni sessanta e tutti gli anni settanta con l’avvio di un processo complesso di dissacrazione e di ripensamento critico del culto della patria e degli eroi, e ovviamente dei caduti in guerra. Questo processo colpì pure la mitologia del Risorgimento. Storici, disegnatori di fumetti, cantautori, intellettuali impegnati e giornalisti furono le principali categorie umane che si prestarono allo smantellamento di un patrio culto ormai ridicolo al tempo della società dei consumi, dei blocchi ideologici, del terrore della guerra atomica. Smitizzazione necessaria forse giunta perfino in ritardo rispetto ai tempi. Quel mondo aveva bisogno ed ha bisogno di eroi adatti alla società  dei consumi: attrici, donnine allegre, buffoni da rotocalco rosa, sportivi e calciatori griffati, personaggi che vivono d'immagine e professionisti delle apparizioni televisive.

Eroi non altruistici ma effimeri ed egoistici, incapaci sostanzialmente di comunicare esempi, valori morali forti, il senso del sacrificio e del dovere. In breve la nemesi degli eroi degli ultimi anni del Regno D'Italia e del ventennio. Il vecchio patriottismo, divenuto poi fascista, aveva esaltato e ostentato eroi che pretendeva suoi: L'Ignoto, i caduti della Grande Guerra, i patrioti e martiri d'Italia, le medaglie d'oro, gli squadristi morti negli scontri, personaggi storici ed illustri. Questa folla di trapassati era la forza emotiva di molte campagne di persuasione e propaganda. Nel nostro tempo votato al Dio-denaro e al suo verbo assoluto tali figure sono ingombranti, poco funzionali, strane. Meglio eroi da poco, VIP e donnine da spogliarello; gente buona per una beneficenza o per una sponsorizzazione. Eroi per finta, eroi usa e getta.

Non a caso questi eroi di nuovissima specie sono spesso usati e gettati dal sistema pubblicitario e di quando in quando scaricati dai loro procuratori e falsi amici. Questi i modelli che vengono ad oggi proposti e che in qualche misura modificano comportamenti e consumi, se così non fosse cadrebbe subito l'interesse e il potere che li sostiene. Tuttavia c'è stata una tipologia di eroi per la generazione di non più giovani nati intorno alla prima metà degli anni settanta; una pletora imbarazzante di figure di natura romantica, alle volte altruista, eroica, con forti passioni e con dure guerre o lotte vinte. Mi riferisco agli eroi dei cartoni animati giapponesi, una categoria che considero interessante. La lista è impressionante: per motivi commerciali e particolari fra il 1978 e il 1983 arrivarono in Italia decine di serie animate del Sol Levante. La scelta è ampia, e fu allora ampia, comparvero eroi negativi come Lupin III, il Pirata spaziale Capitan Harlock eroe ribelle e generoso, piloti di robot giganti votati al sacrificio supremo, e un filone ricchissimo di serie televisive di coraggiosi eroi sportivi e di maghette; orfani; inoltre è da menzionare la grande satira fantascientifico-sentimentale di Lamù.

Quel tipo di eroi di carta, di fantasia, nati e prodotti per fini commerciali erano eroi nel senso che nella loro finzione attuavano imprese, gesta, atti che testimoniavano ciò che erano e la loro natura umana, e non solo quella alle volte, spinta verso dure prove o ai suoi limiti. Eroi finti per storie di fantasia o fantascientifiche di guerre spesso tragiche.
Gli eroi generosi, altruistici, moralmente forti, di nobili sentimenti con cui la generazione dei trentenni ha avuto a che fare nell'infanzia erano prodotti di svago, d'intrattenimento, ombre d'eroismi passati riletti e collocati nel racconto di fantascienza o nella fiaba fantastica. Qualche volta facevano riflettere quelle storie. Forse questo era se non il solo modo certamente quello più semplice per far rivivere il desiderio di storie di grandi eroi al tempo del consumismo e del disincanto.
Vendere eroi come prodotti d'intrattenimento.

Qualcosa di simile avvenne anche con alcuni videogiochi. Pensare l'eroe, dargli una storia e un volto è anche un bisogno antropologico, sono necessarie figure e storie di riferimento per poter dar sfogo ai desideri e alle fantasie. Se gli eroi non ci sono nella realtà  arriva l'arte, arriva il gioco della finzione, arriva l'immaginazione. Quando una Nazione o un consorzio umano fra i suoi aderenti si vincola, o si sta legando in un patto di convivenza deve trovare dei miti fondativi, delle ragioni che superino l'interesse particolare ed il calcolo egoistico e materiale. Le società umane che si fondano sull'egoismo e sulla cieca brutalità di solito non durano e non divengono civiltà . L'eroe è più di un mito, di una trappola ideologica, di un trucco della politica o dell'arte. E' una necessità.

Gli esseri umani per loro natura vivono associati e non possono pensare di combattersi sempre e comunque in mille modi o con diversi trucchi e mal sopportano l'idea di vivere vite insensate volte allo spreco di beni, fatica, e tempo su un pianeta ai confini della galassia.
Il pensare storie incredibili, valori forti non solo declamati ma vissuti, partecipati, praticati, il sentire storie che rimandano ad alti e altri valori di speranza nel futuro in qualche modo aiuta a vivere.
La via più diretta per arrivarci è l'eroe di carta, l'eroe virtuale, l'eroe finto.
Questo eroe rappresenta in questa presente civiltà votata al culto del denaro una specie di lampeggiante che sembra informare: "attenzione-pericolo via d'uscita".
Qui nel Belpaese c'è l'abitudine di far degli eroi dei santini ai quali una volta l'anno s'accende il cero per una grazia o una preghiera. Gli altri 364 giorni son dedicati ad altro. Potrebbe essere una via d'uscita da questo tempo meschino il vivere in qualche modo i propri valori senza rinchiudersi in un piccolo mondo personale o in gruppi di pochi che si autoescludono o si chiudono nelle loro certezze di natura politica o culturale.

Essere coerenti con i propri valori ed aspirazioni anche nelle piccole cose, che piccole spesso non sono, il non accantonare i propri principi per il proprio comodo è, già oggi, una premessa di una indole, per così dire, eroica. Quando si rende necessario pensare il futuro, anche un futuro dove non sarà fisicamente possibile esserci, allora ecco, la necessità di una comunità  umana di riferimento, di una storia a cui appartenere, di affetti e speranze a cui donare il proprio amore o la propria fede, di bandire sotto le quali militare. In questo bisogno di sopravvivere a se stessi e ai propri limiti io colloco il senso ultimo dell'eroismo e dell'eroe come riferimento di una cultura o di speranze più o meno dichiarate. Gli esseri umani non riescono ad accettare che tutto debba morire e dissolversi. L'unica tecnica culturale messa in piedi da questa società dei consumi per evitare il problema è la rimozione culturale della morte. Si omette nel conto dell'esistenza il particolare del MEMENTO MORI in nome di possibilità che si pretendono illimitate per vite effimere votate al piacere e al rilassamento. In breve si coltiva l'illusione di sviluppi illimitati e di possibilità sempre aperte e di civiltà senza il senso del limite. Personalmente ritengo che nell'essere umano sia presente il bisogno di dare senso alla propria esistenza su questo piano materiale, il renderla bella, vera, credibile, dotata di senso e di una sua ragion d'essere. Per ottenere questo c'è bisogno di dare modelli di riferimento, di miti, di idee, e di eroi di qualsiasi natura da prendere in considerazione, forse da imitare; comunque sia da prendere come buoni esempi.

Alle volte gli eroi sono finti.
Ma questa è l'unica certezza che si può avere su di essi, quali che siano. Questa è la sintesi della mia riflessione, è evidente che ogni periodo storico produce i suoi eroi e i suoi eroismi, i quali possono essere veri, verosimili, falsi, finti, immaginari.
Alle volte penso davvero che non vedrò un mondo umano migliore o più equilibrato del presente. Mi illudo guardando le stelle che in un giorno, anzi in una notte lontana quelle fredde luci giungeranno dallo spazio profondo ad una diversa e più sana umanità con meno follia omicida e suicida, più riflessiva, con più speranze. Con un po' di fortuna potrebbe essere intimamente e profondamente libera. Quel futuro, se mai prenderà forma, andrà costruito pezzo per pezzo nel presente da chiunque si mantenga spiritualmente libero e giusto.
Non è molto come speranza, anzi è poco.
Aggiungo inoltre che non è poi così facile perdere la propria intima natura, e del resto le speranze irrazionali ed irragionevoli sono un tratto caratteristico degli esseri umani.

Ai nostri amici lettori, con stima

I.N.

 

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