PREFAZIONE
di Ignazio Delogu
Usini è un villaggio del
Logudoro, a pochi chilometri da Sassari. La città, vicinissima e
visibile, ne ha sempre costituito un punto di riferimento, senza mai
imporsi però come "orizzonte muro° e, soprattutto, senza mai modificarne
la specifica condizione di comunità dotata di ragioni e motivazioni
proprie e di storia, anche, in qualche misura propria e unica. Non
diversamente da quanto accade agli altri villaggi del Logudoro e della
Sardegna, più in generale. Colpisce, semmai, questa "autonomia" per via
della vicinanza alla quale si deve, probabilmente, anche la gelosa
consuetudine della propria specificità.
Ciò è sicuramente vero a
partire dal momento in cui la città, cioè Thathari, si sostituisce a
Torres nella funzione di guida del territorio, diventando di fatto
capitale del giudicato del Logudoro. È noto che il nome Thathari compare
per la prima volta nel Condaghe di San Pietro di Silki (doc. 83) attorno
al 1070. In quell'epoca e fino a quando la sede del potere giudicale
rimase ad Ardara, il monastero di San Pietro di Siki costituì con tutta
probabilità il centro più attivo di riferimento e di promozione della
dinamica sociale ed economica della vasta area che, includendo Sassari,
comprendeva un numeroso gruppo di villaggi: Usini, Tissi, Ossi, Uri,
Ittiri, Codrongianus, Florinas, Cargeghe e Muros.
Nel Condaghe di San
Pietro di Silki Usíni (Usune) è citato più volte, come lo è uno dei
protagonisti della vita della Sardegna giudicale, quella famiglia degli
Athen (e varianti) il cui ultimo discendente, "su duttore Attene", morì
in Usini verso la fme degli anni '20. Oltre al nome del villaggio il
Condaghe di San Pietro di Silki fa riferimento con una certa frequenza,
per ragioni di donazione o di compravendita, alla toponomastica del
territorio usinese, come pure a taluni abitanti del villaggio, i cui
cognomi sono rimasti invariati (ma il fenomeno è comune all'isola
intera) per almeno un millennio.
In età giudicale,
dunque, Usini è un villaggio sicuramente coincidente con 1'attuale "bighinadu"
denominato Usineddu per distinguerlo dal più grande villaggio formatosi
in epoca successiva, e più propriamente a partire dalla seconda metà del
XVIII sec., in età riformista quando cominciano a formarsi i nuovi
quartieri di Sa Maja, Chirigu Murru e Chessa 'e Canes, con al centro
Casteddu, cioè la piazza Castello.
Non esistendo in quel
tempo un problema di rapporti cîttà-campagna, la sua vita si svolge
secondo quella dinamica che il Condaghe dí San Pietro di Sílki ci
consente di ricostruire. Un forte potere ecclesiastico, solo
moderatamente attenuato dal potere giudicale, domina la vita complessiva
della società che, sotto 1'apparente uniformità delle testimonianze e
delle istituzioni, conosce notevoli differenze esistenziali, che si
esplicitano in drammi e sofferenze perfettamente intuibili in una
società estremamente povera, che non sembra conoscere la ricchezza e
nemmeno il benessere, ma invece la servitù, la miseria e 1'oppressione,
insieme a una ovvia ignoranza, che favorisce la meschinità, la violenza
e la superstizione.
Quando la dialettica
città-campagna comincia ad affermarsi alla fine dell'età giudicale, dopo
la conquista aragonese e la definitiva affermazione di Sassari come
capitale del Capo di Sopra, è probabile che anche la vita del villaggio
di Usini abbia sperimentato qualche cambiamento. Intanto lo spopolamento
del territorio, con la scomparsa di piccoli nuclei abitati segnalati dal
Condaghe di San Pietro di SiIki (Torricla, Banios, Paulis, Mascar...), e
soprattutto la scomparsa, insieme al villaggio, non del monastero, ma
del potere dell'abbazia di San Pietro, da un lato deve aver favorito una
certa crescita del villaggio superstite, dall'altro deve aver provocato
un mutamento non del tutto negativo nei rapporti col potere economico
che il monastero esercitava.
Vero è che a quel potere
si sostituì il feudalesimo aragonese, vera e propria forma di esosa
ricognizione fiscale inesorabile non meno nelle finalità che nei mezzi e
che le ulteriori modificazioni, fino all'avvento del potere sabaudo, non
furono di natura diversa, cioè meno brutale ed esosa.
È difficile, tuttavia,
supporre che nei secoli dal XV al XVIII, nei quali Sassari cresce come
nucleo urbano, diventa città e sede non solo del potere statale e
feudale, ma anche del potere economico, in quanto luogo di produzione e
di scambi, e, quindi, di accumulazione, Usini non abbia partecipato di
quella dialettica sia pure incipiente e imperfetta, del rapporto
città-campagna. La prossimità non poteva che favorire quella
partecipazione e, a tempo debito, la collocazione del villaggio sul
terreno della contestazione del potere urbano, coincidente con quello
statual-feudale e con quello ecclesiastico. Quando la rivoluzione
antifeudale inizierà il suo lungo e faticoso cammino, il consiglio
comunitativo della villa di Usini sarà fra i primi a formulare il suo
cahier de doleance, il suo ricorso alla Reale Udienza contro gli
abusi feudali, è un lungo elenco che ciascun usinese doveva conoscere a
memoria, tanto era esoso e beffardo, esso stava sicuramente alla base di
quelle azioni contro il patrimonio e contro la persona, se non del
feudatario, del suo fattore e dei suoi ministri, che si concretano in
attentati, minacce, incendio dei magazzini baronali, 1'ultimo dei quali
era ancora visibile in Usini sino alla metà di questo secolo in quello
che, non a caso, si chiamava Su Uttorinu 'e Su Fattore.
Che gli usinesi abbiano
partecipato all'assalto a Sassari nel 1795, insieme agli altri "villani"
del Logudoro-Meilogu, è cosa nota. Come pure che abbiano fornito un
modesto contingente a quel confuso e tumultuoso, ma ben poco efficiente
corpo di spedizione che seguì 1'Angioy fino al ponte di Tramazza, ove si
sciolse nel giugno del 1796. La villa di Usini aveva infatti stipulato
un patto, con 1'assistenza del notaio di Ossi, col quale i segnatari
stabilivano di non separarsi fino alla sconfitta dell'odiato regime
feudale, contro il quale si impegnavano a lottare con tutti i mezzi.
Purtroppo, di questi due
documenti (il ricorso alla Reale Udienza e 1'atto notarile citato) dei
quali ebbi modo di prendere visione molti anni orsono, durante il
sindacato del Dott. Achille Derosas, il quale forse li conservava fra le
sue carte, non si è trovata traccia dopo la sua morte. Essi però mi
autorizzano ad affermare che Usini fu attivo e in prima linea nella
lotta contro il regime feudale. Né poteva essere diversamente, dato il
carattere indipendente, 1'insofferenza del privilegio e della
prepotenza, lo spirito immaginoso e il parlare sarcastico che è proprio
degli usinesi, e in particolare di quel ceto bracciantile e dei
contadini poveri che ne ha sempre costituito la maggioranza.
Fatta eccezione per la
famiglia degli Attene (gli Athen, di cui sopra), non credo che vi abbia
mai risieduto nessuna famiglia nobiliare né feudale, essendo il barone
di Usini lo stesso Manca, duca dell'Asinara, che dimorava altrove. Vi si
affermò, al contrario, un operoso nucleo di massajos e massajeddos, fra
i quali si distinse un nucleo più ristretto di proprietarios,
protagonista della dinamica economica e della conflittualità sociale
dell'intero XIX secolo, nel corso del quale Usini conobbe, come ogni
altro villaggio dell'isola, le conseguenze della fine tumultuosa e,
spesso, sanguinosa dell'antico regime e 1'introduzione violenta del
nuovo modo di produzione, cioè del capitalismo. Conobbe 1'usura, la
fraudolenta appropriazione delle terre comuni de su populare, la
progressiva scomparsa della pastorizia e 1'affermarsi di un agricoltura
intensiva favorita dalla modestia dell'agro (3.000 Ha circa, tutti di
proprietà privata) e da una notevole frammentazione della proprietà, cui
fece riscontro il consolidarsi di un nucleo compatto di braccianti senza
terra, e di un modesto ma vivace ceto artigianale, del quale è ancora
vivo il ricordo.
Sullo scorcio del secolo
conobbe sanguinosi episodi di conflittualità interni che ebbero nel
"bandito" Francesco "Cicciu" Derosas, la loro espressione fisica ed
emblematica.
Pur così vicino a
Sassari, non ne è mai diventato una dipendenza. Neanche oggi, in regime,
per così dire, di "quartiere dormitorio". Ha conservato con fierezza la
sua specificità, la sua autonomia di "villaggiomondo", cui si accompagna
una sensibile tendenza al recupero, attraverso la riflessione,
1'indagine sul territorio, la ricostruzione del costume e la
rivalutazione della tradizione, delle "pratiche" e dei "saperi" locali,
della identità fortemente compromessa da un precipitato processo di
acculturazione e di omologazione, provocato da profondi mutamenti
sociali e da una pressione costante e incontrastabile dei media. In
questo contesto ricco di preoccupazioni si colloca il proficuo lavoro di
Gianpiero Sanna e del Gruppo Culturale Usinese. Non è ancora la "storia
di Usini", e gli autori della ricerca ne sono pienamente consapevoli, ma
sono "quella puntigliosa indagine sul terreno" e quella "appassionata
attività di studio e di ricerca" senza le quali difficilmente lo
storico, cioè lo studioso del più complesso dei fenomeni, quello del
rapporto dell'uomo con la natura e con gli altri uomini, difficilmente
saprebbe uscire dal campo delle ipotesi, delle congetture e, se si
vuole, delle intuizioni.
Io 1'ho letta come una
guida all'appropriazione di quella parte della memoria collettiva che
appartiene a ciascuno di noi. È stato come ritornare a casa. Un viaggio
emozionante, alla fine del quale si scoprono, insieme a tante presenze
gratificanti, anche le pur numerose e dolorose assenze.
Quando io lo conobbi,
Usini era un villaggio carico di pena, alla vigilia di più guerre
(Africa, Spagna, 2° guerra mondiale) e di sofferenze senza fine. Quando
lo lasciai, nella seconda metà degli anni '40, era impegnato con dignità
e passione nella asprissima lotta per la sopravvivenza, condizione per
lo sviluppo successivo, che era la lotta per la terra.
In quella terra riposa
il nobile agricoltore e agronomo (così ha sempre voluto che lo si
chiamasse) che è stato mio padre, del quale mi sia lecito dire ciò che
il poeta Jorge Manrique disse del suo, "el maestre don Rodrigo":
Quel protettore dei
buoni amato
per 1a sua Virtù
dalla gente...
In
quella terra sono riposte le mie radici. Altre sono altrove. Ma devo ad
esse se posso dirmi anch'io usinese. Credo di aver testimoniato in altre
occasioni e in molti luoghi della terra la mia fedeltà a quella
appartenenza. E non è neppure mancata 1'occasione in cui il ricordo del
villaggio, delle sue strade polverose (allora), dei suoi abitanti, mi è
stato di conforto. Spesso nelle metropoli, dove ho trascorso gran parte
della mia vita, e nelle strade del mondo, si è soli. Io lo sono stato
forse meno, per via di quel ricordo. Il debito, dunque, è grande, è
destinato a crescere, dal momento che non smetto di imparare. Un tempo,
negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza dai lepidi e icastici
contadini dei quali sono stato discepolo - di alcuni ho il nome sulle
labbra, se non lo scrivo è per evitare parzialità e malintesi - adesso,
nella piena maturità, da giovani come quelli ai quali, senza rinnovare
citazioni, va il mio ringraziamento e 1'augurio che la loro fatica
incontri 1'approvazione e il sostegno che possano rinnovarne
1'entusiasmo per le future, necessarie ricerche.
Sassari, 27 luglio 1992
IGNAZIO DELOGU
PREMESSA
di Francesco Fiori
Si arriva ad Usini
seguendo la vecchia strada provinciale, che si arrampica sinuosamente
dal ponte sul fiume Mascari, sino ad insinuarsi tra gli ulivi, che
rigogliosi adombrano il pianoro su cui sorge il villaggio.
Vengo immediatamente
colpito dalla veduta dell'antica chiesa di S. Croce, i cui segni di un
glorioso passato sono visivamente offuscati dall'infelice mano dell'uomo
moderno.
Ai miei occhi, Usini, si
presenta raggomitolato ma con strade larghe e regolari. Il sistema
viario è ordinato come vi fosse rimasta impressa 1'impronta del periodo
romano.
Le case,
architettonicamente essenziali, sono per la maggior parte unifamiliari
e, raramente, superano i due piani.
Percorro in tutta la sua
lunghezza la via principale, un tempo "Carrela Manna", come si ricorda
inciso sotto 1'attuale scritta via Roma, ritrovandomi in Piazza
Castello. Il richiamo di antiche vestigia nobiliari è forte nella mia
mente, ma guardandomi attorno non vedo castelli, neppure un segno che
possa far intuire una sua presenza. Noto invece, con sorpresa, che pur
essendo una piazza abbastanza ampia è aperta al traffico
automobilistico, annullandone in parte 1'utilità come luogo di ritrovo.
Chiedo ad un anziano
signore, seduto a riscaldarsi le ossa su una panchina, dove posso
trovare informazioni utili su Usini ed i suoi abitanti. L'uomo mi
squadra incuriosito e dopo qualche istante di imbarazzante silenzio,
titubante mi indirizza verso il Municipio, al termine di via Marconi
(1'altra strada principale). L'edificio comunale, si presenta semplice,
con davanti un giardinetto curato, al centro del quale è ubicata una
fontana in trachite rossa, scolpita, come mi informa un uomo che pota le
siepi, da un noto artista locale.
In una stanzetta al
piano terra, chiedo ad un impiegato dall'aria mite e sorniona se posso
avere notizie riguardanti il paese; gentilmente mi porge i dati più
recenti risalenti alla fine del 1991 ed insieme una cartina del
territorio.
Osservando quest’ultima,
ne deduco che 1'agro di Usini si presenta privo di asperità
ragguardevoli, ed è racchiuso tra il Rio Mannu ed il suo affluente
Mascari fino al loro congiungimento naturale in regione S. Giorgio.
Risalendo idealmente la
Sardegna, da sud verso Nord, Usini si presenta come 1'ultimo avamposto
del Logudoro prima di immettersi nella pianura della Nurra e nell'agro
della vicina Sassari.
Analizzando i dati sulla
popolazione, Usini contava, fino all'Ottobre del
millenovecentonovantuno, 3796 abitanti rispetto ai 3561 del decennio
precedente. L'incremento negli ultimi cinque anni è stato del 5,22%.
Come si può notare, il
paese è in lenta ma costante crescita e 1'emigrazione, alquanto
contenuta anche negli anni di maggior crisi, non ha portato grossi
sconvolgimenti, che sono comuni alla maggior parte dei piccoli centri
della Sardegna.
Dato curioso, e
abbastanza anomalo, è rappresentato dal fatto che i soggetti femminili,
censiti in 1882 unità, sono inferiori a quelli maschili in numero di
1914.
I nuclei familiari sono
1067, con una media di 3,56 persone ciascuno. Terminata la lettura di
questi dati, riprendo la mia escursione nel cuore del paese. Le nuove
costruzioni si alternano ad edifici cadenti ed in disuso. Nel centro
storico, restano ancora intatte le graziose panchine in pietra.
Proseguendo il cammino
mi appare improvvisa la periferia; anche qui nascono nuove costruzioni
ma con strutture completamente diverse e con il giardino intorno.
Seduto su un muretto a
secco, incontro un signore sulla quarantina. La pelle brunita dal
sole,1'espressione intensa di chi ne ha già provate tante nella vita;
invece è semplicemente un agricoltore stanco, al rientro dai campi.
Mi avvicino e gli chiedo
del suo lavoro, dell'agricoltura locale, quali sono le colture
prevalenti. Lentamente risponde che, pur se 1'agricoltore usinese è
tenace e laborioso, usa ancora sistemi, se non proprio arcaici,
quantomeno inadeguati al mondo agricolo attuale.
Il vino ed il carciofo
sono i prodotti preminenti, ma la loro commercializzazione è rimasta
ancorata a principi che erano validi alcuni decenni fa.
Intanto che parliamo, mi
fa cenno di seguirlo, vuole farmi gustare il suo vino. Entriamo nella
sua cantina adibita anche a ricovero attrezzi ed altro.
Nel frattempo che
sciacqua i piccoli bicchieri, decanta le qualità del vino di Usini,
esaltandone il gusto e la limpidezza.
Nel prosieguo della
discussione, aprendo che solamente un produttore imbottiglia il suo
vino, ottenendo nel mercato un successo più che apprezzabile.
Gli altri viticoltori,
però, non hanno ritenuto opportuno seguire la stessa strada. Il vino
offertomi effettivamente è ottimo e meriterebbe sicuramente miglior
sorte commerciale.
Il mercato del carciofo
subisce invece gli alti e bassi del mercato nazionale, ed è gestito
quasi esclusivamente da commercianti del Nord Italia.
L'unica cooperativa
esistente non è mai riuscita completamente ad emergere, rimanendo
imprigionata in un meccanismo che la vede in posizione subalterna
rispetto ai grossi imprenditori italiani.
Discorso a parte merita
il settore olivicolo. Sono esistenti nel paese numerosi mulini a ciclo
continuo che riescono a smaltire, oltre alla produzione locale, anche
una buona parte delle olive dei paesi confinanti. Ultimamente per la
raccolta si stanno utilizzando nuovi sistemi, compresa anche la
scuotitrice meccanica. Sono stati invece completamente smantellati i
vecchi mulini in pietra. Probabilmente è stato un errore grossolano
perché molte richieste sono indirizzate verso un olio ottenuto con il
metodo tradizionale.
Terminata la lunga
chiacchierata e scolato un non precisato numero di bicchieri, saluto
1'amico agricoltore e mi rimetto in cammino verso il centro. Strada
facendo penso che la gente di Usini sia veramente cordiale e soprattutto
molto pacifica. Non ho incontrato nel mio tragitto sguardi ostili,
solamente in po' di comprensibile curiosità.
Immerso nelle mie
riflessioni mi ritrovo nuovamente in piazza Castello. Non avevo notato
prima le belle paline che vi dimorano. Entro in locale ed ordino un
caffè. Il vino bevuto innanzi mi ha stordito non poco. Mi siedo ed un
tavolo, a fianco del quale un gruppo di giovani discute animatamente,
sorseggiando del Vermentino con gassosa. Sento che la chiamano
"signorina": che nome buffo per una bibita!
Cerco di captare i loro
discorsi; parlano di cultura e di ricerche, riferite alla loro realtà
sociale. Uno con gli occhiali afferma che gli usinesi sono alquanto
restii allo studio ed al mantenimento delle tradizioni. Quello che sta
di fronte con la faccia più scaltra, non è assolutamente d'accordo.
Secondo lui ad Usini i fermenti culturali sono oltremodo vivi. Esiste da
molti anni un affermato coro che si è conquistato uno spazio tutto
particolare nel panorama folk della Sardegna. Questo gruppo pur se ha
iniziato la propria attività seguendo canoni non prettamente consoni
alla tradizione locale, nel proseguire la sua ricerca, ha rispolverato e
reso noti antichi brani ormai caduti nel dimenticatoio.
Da poco tempo si è
formato anche un altro coro.
La novità del momento è
rappresentata dalla nascita della "Pro Loco". Essa dovrebbe riuscire ad
organizzare e promuovere le varie manifestazioni atte al ricupero del
patrimonio culturale del paese.
È presente, seppur con
obiettivi diversi, un'altra associazione: il volontariato del soccorso,
meritevole di lode ai fini sociali ed umanitari. Un altro giovane,
quello con 1'aria più trasognata, rimpiange invece lo scioglimento per
mancanza di sede e di fondi del Gruppo Culturale Usinese. Quest'ultimo,
in pochi anni è riuscito a valorizzare i vari aspetti degli usi e
costumi dì Usini. Inoltre ha contribuito alla ricostruzione storica
mediante approfondite ricerche, riprese poi da un componente del gruppo
con 1'intenzîone di riunirle in un volume.
Credo ormai di aver
capito il carattere di questa gente. Essendo fondamentalmente bonario
1'usinese trova nella bicchierata tra amici il momento migliore per
esporre le proprie idee, le proprie convinzioni.
Riparto da Usini
soddisfatto della mia visita. Sono piacevolmente sorpreso della
disponibilità, della affabilità degli abitanti. Con un impegno maggiore
e con più ottimismo potrebbe diventare il luogo ideale per viverci. Il
posto migliore per passare, alla fine dei miei viaggi, il resto della
mia vita.
Da Un diario immaginario di un viaggiatore
immaginario
di FRANCESCO FIORI
INTRODUZIONE
di Gianpiero Sanna
Possiamo considerare il
presente lavoro come il risultato delle solerti e appassionate attività
di studio e di ricerca condotte dal Gruppo Culturale Usinese in quasi
cinque anni di ininterrotta operosità.
Molta attenzione è stata
dedicata all'esame dei materiali documentari contenuti nelle biblioteche
universitarie di Sassari, Cagliari e Milano; nondimeno si è presa
visione delle preziose fonti archivistiche conservate nell'Archivio di
Stato di Sassari, nell'Archivio di Stato di Cagliari, nell'Archivio del
Comune di Usini e nell'Archivio Storico Diocesano di Sassari.
Contemporaneamente, una
puntigliosa indagine sul terreno ha permesso il censimento e la
schedatura delle emergenze archeologiche esistenti nell'ambito del
territorio comunale usinese.
Inseriti nel quadro più
generale della storia della Sardegna, troveranno posto, nelle pagine che
seguiranno, i principali avvenimenti che caratterizzarono la preistoria
del territorio e la storia del villaggio di Usini. Pertanto, dalla
trattazione dei più interessanti monumenti di età prenuragica, nuragica,
punica e romana, si proseguirà con lo studio delle vicende storiche
susseguitesi in età giudicale e nei periodi di dominazione aragonese e
spagnola, fino alla costituzione del Regno Sabaudo di Sardegna, con
particolare riferimento ai moti antifeudali angioiani.
A tutto questo si
associa un discorso sul vestiario popolare usinese dell'ottocento,
riguardante sia 1'abbigliamento femminile, feriale e di gala, sia quello
maschile.
Meritevole di interesse
è anche un'altra realtà sociale usinese: il banditismo, che, seppur
caratterizzato da aspetti tutt’altro che positivi, riempie
indiscutibilmente una pagina di primo piano nel capitolo delle
tormentate vicende della Usini del secolo scorso.
Un sentito
ringraziamento va a tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito
alla realizzazione di questa monografia.
Per il grande impegno
dedicato al recupero e alla salvaguardia del patrimonio storico di Usini
sono particolarmente grato agli amici del Gruppo Culturale Usinese:
Francesco Fiori, Geppi Piras, Torettino Fiori, Francesco Canu, Antonello
Rassu e Pietro Germini.
Per 1'esame e
1'attribuzione cronologica dei reperti archeologici raccolti nelle
campagne di Usini si è rivelato determinante 1'apporto tecnico del
dottor G. Mario Demartis della Soprintendenza Archeologica di Sassari.
Per 1'attiva
partecipazione dimostrata in occasione dell'esplorazione archeologica
del territorio ringrazio Natalino Fiori, Mario Muroni, Franco Cuccuru,
Tonio Canu e Salvatore Porcu.
All'allestimento delle
varie manifestazioni culturali organizzate dal Gruppo Culturale Usinese
hanno prestato la loro opera Antonella Masia, Francesca Anedda, Tonia
Canu, Annarita Tuseddu, Paola Tuseddu, Annarita Frau, Annalisa Cherchi,
Letizia Chighine, Annarita Pisoni e Maria Domenica Derosas.
Alla traduzione italiana
di antichi documenti latini ha gentilmente collaborato Anna Masia.
Ringrazio ancora: Barore
Masala e Francesco Masia; il professor Ignazio Delogu, autore della
prefazione; Paolo Sechi per avermi fornito alcune notizie biografiche su
Stanis Ruinas; il parroco di Usini don Giovanni Masala per le utili
informazioni riguardanti la chiesa di Santa Maria.
I rilevamenti relativi
alle domus de janas di S'Elighe Entosu e Sos Baddulesos e al nuraghe di
Pianu `e Filighe sono stati eseguiti da Francesco Fiori e Angelo Angius.
Gran parte dell'apparato
fotografico è stato curato da Gianfranco Ghiani.
Usini, 27 agosto 1992
GIANPIERO SANNA