I
MOTI ANTIFEUDALI
Alla fine del XVII secolo gli eventi politici europei
furono turbati dalla guerra di successione spagnola che vide
contrapporsi, nel raccogliere l'eredità della corona di Spagna,
l'arciduca Carlo d'Austria e Filippo V di Spagna.
Col trattato di Utrecht del 1713 1a Sardegna cadde in
mano agli Asburgo che vi governarono fino al 1717, quando, su iniziativa
del cardinale Alberoni, gli spagnoli ne ripresero il possesso. In
seguito, con il trattato di Londra del 1718, l'isola venne assegnata a
Vittorio Amedeo Il di Savoia, in cambio della Sicilia. Questi affermò la
sua sovranità soltanto due anni dopo, accollandosi il titolo di Re del
nuovo regno di Sardegna.
I piemontesi si resero subito conto delle precarie
condizioni economiche e sociali nelle quali i secoli di dominazione
spagnola avevano lasciato i territori sardi. Perciò il governo sabaudo
volle avviare una politica riformatrice al fine di risanare
l'agricoltura e favorire il ripopolamento dell'isola.
Nel 1759 Carlo Emanuele III, succedette al padre
Vittorio Amedeo II ed ebbe il merito di avvalersi della collaborazione
del Ministro Bogino per attuare le sue idee di riforma. Furono
ripristinati i monti frumentari) e si costituirono i monti nummari.
Vennero restaurate le università di Sassari e
Cagliari. La politica piemontese dovette, però, incontrare la forte
opposizione dei feudatari, la cui prepotenza, i cui soprusi, unitamente
ai pesanti tributi feudali imposti ai vassalli, avevano creato un
notevole malcontento tra la popolazione.
Tra i feudatari del capo di sopra si distinse, su
tutti, don Antonio Manca Amat, duca dell'Asinara e di Vallombrosa.
Questi possedeva, oltre alle isole Asinara e Piana, anche i marchesati
di Mores e Montemaggiore, le baronie di Ossi e di Ardara, la contea di
San Giorgio, e godeva del reddito di ben 150.000 lire. Egli visse nel
palazzetto dei baroni di Usini (piazza Tola, a Sassari) e aveva fama di
arrogante e violento. Si racconta che un giorno, durante una battuta di
caccia, ordinò ad un suo vassallo di chinarsi per terra, in modo tale
che della sua schiena facesse un seggio per la comodità del suo padrone,
stanco del lungo cacciare e desideroso di riposo. A quel punto il
contadino, sentendosi oltraggiato dal bizzarro e prepotente comando,
sfoderò, oltre al coraggio, la lama lucente del suo coltello e,
indicando la punta di quest'ultimo, rispose «Ecco signor duca, sedete su
questa».
L'aneddoto è sintomatico del malessere sociale del
tempo. Giungevano in quegli anni gli echi della rivoluzione francese e
spirava in Sardegna un forte vento di liberalismo e di radicali voglie
innovatrici. Nacque, insomma, il movimento antifeudale.
Infatti, le pur significative riforme proposte dai
regnanti piemontesi non conseguirono gli effetti sperati, tantoché i
maggiori problemi della popolazione restarono pressoché irrisolti.
Nel luglio del 1793 ci furono agitazioni popolari a
Sennori, Sorso, Usini, Tissi, Osilo e Ploaghe; sommosse e ribellioni si
ebbero anche l'anno seguente, quando molti villaggi del Logudoro, tra
cui Usini e Tissi, insorsero rifiutandosi di pagare i tributi feudali e
promuovendo atti di violenza contro i feudatari e i loro fattori. Fu in
quell'occasione che gli usinesi assalirono il magazzino del fattore del
duca dell'Asinara, incendiandolo e privandolo di tutte le scorte.
Il 24 novembre 1795 i vassalli di Thiesi, Cheremule e
Bessude formarono una coalizione antifeudale e, subito, furono imitati
da altri villaggi. Proprio quell'anno fu pubblicato l'inno dei moti
antifeudali sardi, quell' .Inno de su patriottu sardu a sos
feudatarios, che si canta ancora oggi ed è meglio conosciuto come
Procurare 'e moderare barones sa tirannia e la cui invenzione
si deve al Cav. Francesco Mannu di Ozieri.
Intanto la situazione venne ad aggravarsi e a Sassari
si costituì, tra 1'aristocrazia e l'alto clero, una sorta di alleanza
contro i chiassosi fermenti innovatori. Cosi, in seguito ai contrasti
sorti tra il governatore di Sassari Santuccio ed il Viceré di Sardegna
Vivalda, quest'ultimo nominava tre commissari affinché venissero inviati
nel Capo si Sopra per fornire un più preciso quadro della situazione e,
eventualmente, portare a conclusione gli episodi di rivolta. Erano,
però, questi alti funzionari, convinti seguaci del partito progressista
che faceva capo all'avvocato di Bono Giovanni Maria Angioy e perciò,
durante la loro spedizione, non tardarono a prendere definitivamente le
parti del popolo. In ogni villaggio che visitarono furono accolti da
folle osannanti che si dichiaravano disposte ad appoggiare con le armi
la loro missione. Pertanto, si decise di entrare con la forza nella
roccaforte dei feudatari: la città di Sassari. Tra la mattina del 28
dicembre 1795 i rivoltosi, guidati da Francesco Cilocco e Gioacchino
Mundula, giunsero alle porte di Sassari e posero il loro quartiere
generale nella chiesa di Sant'Agostino. Tra le bande armate che
parteciparono all'assalto vi erano quelle di Osilo. Sorso, Sennori,
Usini, Tissi, Ossi, Uri, Sedilo e Ploaghe: 3.000, forse 13.000 uomini.
Dopo sette ore di combattimenti il governatore Santuccio dichiarò la
resa della città, e tra le condizioni poste ai vinti, si stabilì la
consegna in ostaggio del governatore stesso e dell'arcivescovo Della
Torre. I nobili si videro costretti a darsi alla fuga con le loro
famiglie; tra quelli che scapparono vii furono il duca dell'Asinara, i
marchesi di Sedilo, Busachi e Muros, il conte di Ittiri e il barone di
Uri. Fu in quella occasione che, durante i tumulti, le bande dei
rivoltosi assalirono e depredarono il palazzo del duca Antonio Manca
Amat. Lasciato al governo di Sassari il cav. Antonio Fois, il 31
dicembre, il Cilocco e il Mundula ripartirono alla volta di Cagliari,
con al seguito i prigionieri e le truppe degli insorti. Giunti nei
pressi di Oristano furono, però, raggiunti da un dispaccio del viceré
che condannava l'arbitraria. occupazione di Sassari e ordinava
l'immediata liberazione degli ostaggi. Il Cilocco rifiutò, ma,
costretto a Sardara dalle milizie regie, dovette rinunciare al
proseguimento del viaggio,
Nel frattempo si ebbe l'ascesa al trono di Sardegna
di Vittorio Amedeo III, e il vicerè Vivalda, preoccupato dai crescenti
disordini che sconvolgevano i territori del settentrione dell'isola,
decise di inviare nel Logudoro l'avv. G.M. Angioy, con il titolo di
Alternos e con l'incarico di sedare i tumulti e pacificare le
popolazioni ribelli.
Angioy partì da Cagliari il 13 febbraio 1796 e il suo
viaggio, durato quindici giorni, si svolse all'inizio regolarmente, ma,
superata Oristano, crebbe in lui l'interesse per i problemi che
angustiavano il popolo oppresso e, in lui, si risvegliarono i mai
sopiti ideali di riformismo.
Ovunque, nei villaggi che visitò, ebbe eccezionale
accoglienza e fu visto come un liberatore, per cui indugiò nella sua
vera missione, schierandosi apertamente dalla parte dei vassalli, contro
la tirannide dei feudatari.
I128 febbraio entrò con le sue truppe nella città di
Sassari, dove venne accolto trionfalmente e gli vennero tributati tutti
gli onori. All'interno della cattedrale si fecero solenni funzioni
religiose e si cantò il Te Deum.
Il 17 marzo 1796, nel più grande patto antifeudale,
si strinsero ben 32 villaggi. La coalizione fu sottoscritta a Thiesi dai
delegati di quel villaggio, unitamente agli altri di Usini, Tissi,
Ittiri, Ossi, Uri, Osilo, Sorso, Sennori, Muros, Cargeghe, Florinas,
Codrongianus, Villanova Monteleone, Monteleone Roccadoria, Mara, Padria,
Pozzomaggiore, Mores, Ardara, Rebeccu, Semestene, Bonorva, Bessude,
Banari, Siligo, Cheremule, Santulussurgiu, Nulvi, Cossoine, Giave e
Sindia.
Il 2 giugno 1'Alternos G.M. Angioy, seguito dalle sue
truppe, si rimise in viaggio recandosi a Tissi, Usini, Ossi, Florinas,
Thiesi e Bonorva.
Dappertutto venne ricevuto dalle popolazioni
festanti. Il 6 giugno, scortato da 200 armati, entrò con la forza a
Macomer, due giorni dopo si diresse alla volta di Oristano.
Nel frattempo, avuto sentore dello sviluppo degli
avvenimenti, il vicerè Vivalda spedì un dispaccio all'Angioy con il
quale si invitava 1'Alternos a fare immediatamente rientro a Cagliari e
considerare, così, conclusa la sua missione. In seguito, avuta la
certezza che la spedizione angioina era solo servita a far precipitare
gli eventi, e sentendosi i feudatari del capo di sotto in pericolo per
il dilagare delle ribellioni che minacciavano di arrivare anche a
Cagliari, si decise di rimuovere 1'Alternos dal suo incarico e di
spedirgli incontro le truppe regie al fine di arrestarlo.
Destituito dal vicerè e braccato dalle milizie,
Angioy decise di ritornare sui suoi passi e, passando per
Santulussurgiu, Bonorva e Thiesi, con le sue truppe che, stanche e
demoralizzate, lo stavano pian piano abbandonando, fece rientro a
Sassari il 16 giugno e, il giorno dopo, visti ormai compromessi gli
esiti della rivolta, piuttosto che cadere nelle mani dei suoi avversari,
preferì imbarcarsi,da Portotorres alla volta di Livorno, da dove ripartì
per giungere a Torino il 16 dicembre, deciso ad appellarsi direttamente
al Re Carlo Emanuele IV, nel disperato tentativo di risollevare le sorti
della rivoluzione.
Il sovrano piemontese deluse le aspettative dei
rivoltosi sardi e non solo decise di non intervenire in aiuto alla loro
causa, ma pose sotto processo lo stesso Angioy, che si vide costretto
nuovamente alla fuga. Nel settembre del 1797 partì per Parigi dove a
nulla valsero i suoi tentativi diretti ad ottenere il coinvolgimento e
la mediazione politica della repubblica francese, e in quella città si
spense il 22 marzo 1802.
In Sardegna, ripresa in mano la situazione e
ripristinata la legalità, i nobili feudatari fecero rientro a Sassari.
Le milizie regie si scatenarono in feroci persecuzioni contro gli uomini
della rivoluzione. Molti angioiani furono tratti in arresto e molti
altri vennero condannati a morte. Si organizzarono spedizioni punitive
contro i villaggi del Logudoro che erano fedeli all'Angioi. Il 19 - 20
luglio 1797 ci furono violente repressioni a Bono; il 10 - 12 agosto
uguale sorte toccò agli abitanti di Usini, Tissi, Ossi e Osilo. A
Sassari venne istituita una catena di processi che videro come crudele
inquisitore il terribile Valentino, giudice della reale udienza. Il 22 -
23 settembre Thiesi insorse nuovamente e, per risposta, il 6 ottobre le
truppe regie saccheggiarono il villaggio.
La rivoluzione angioiana si concluse con i moti di
Gallura nel giugno del 1802 e con l'arresto di Francesco Cilocco che
venne fustigato e rinchiuso nelle carceri di San Leonardo a Sassari. L'
11 agosto del 1802 il Cilocco venne trascinato alle forche del Carmine
vecchio, e li giustiziato mediante impiccagione; sopravvenuta la morte
fu decapitato e la sua testa venne appesa alle porte della città ed
esposta alla visione di tutti i cittadini; il resto del suo corpo fu
dato alle fiamme e le sue ceneri si sparsero al vento. La medesima sorte
spettò a molti altri rivoluzionari. Con queste feroci condanne capitali
si vanificarono del tutto le speranze dei sardi di liberarsi dal giogo
del feudalesimo. Per questo dovettero attendere altri 54 anni.