IL BANDITISMO
I briganti Francesco Derosas e
Luigi Delogu
Nella seconda metà dell'ottocento la pace sociale
della comunità di Usini era continuamente turbata dallo sviluppo di
molteplici conflitti interni di carattere politico con i quali, gli
usinesi, pur di conquistare o mantenere il potere nell'ambito del
villaggio, non esitavano a compiere impunemente atti delittuosi e
nefandezze di ogni genere.
Pertanto, sul finire del secolo scorso, si
distinguevano in Usini due distinte fazioni politiche in profondo
contrasto tra loro. Entrambe facevano capo ai notabili del paese: da
una parte stava il partito del dottor Giuseppe Michele Melis e
dell'avvocato Giommaria Camboni: dall'altra si contrapponevano i
sostenitori di Giuseppe Derosas e del reverendo Francesco Cocco. Non
furono pochi i ricatti, le minacce, i furti e gli omicidi commessi in
quegli anni in nome della supremazia politica o nel mascherato tentativo
di affermare vari interessi privati.
Alla base di questi intrighi politici sono da
ricercarsi le cause che contribuirono alla nascita della vicenda del
bandito Cicciu Derosas, il quale, all'età. di vent'anni, travolto dagli
eventi e dalle lotte di parte, venne a trovarsi invischiato in una
storia troppo grande per lui, tantoché, inevitabilmente, finì per
subirne le conseguenze.
La pubblicistica ottocentesca e i componimenti
dialettali del tempo presentarono la figura del brigante Derosas non
come quella solita del criminale spregiudicato o dell'omicida senza
scrupoli, bensì, riscontrarono nella stessa i caratteri tipici dello
stereotipo del fuorilegge "gentiluomo": criminale sì, ma,
paradossalmente, onesto. Infatti, agli occhi dell'opinione pubblica,
egli non uccise che per vendetta e si distinse non solo per la
particolare ferocia usata per liberarsi delle spie o di quelli che
vedeva come i responsabili delle sue disavventure, ma le sue gesta
balzarono alle cronache anche per il coraggio e lo sprezzo del pericolo
dimostrati in occasione delle sue "imprese" più eclatanti e, spesso, per
la nobiltà dei sentimenti che traspare molte volte dagli scritti nei
quali sono rintracciabili sue notizie. Tra questi ultimi, furono proprio
i manoscritti autografi dello stesso "imperator del verde logudoro"
(come lo definì Sebastiano Satta ad alimentare il mito del bandito di
Usini. Si tratta di una sorta di memoriale nel quale lo stesso Cicciu
ripercorre, con minuzia di particolari, le tappe iniziali della sua
"carriera" di fuorilegge. Gran risalto ebbero le sue gesta sui
quotidiani isolani del tempo e non solo in quelli. Famosa è l'intervista
che rilasciò allo stesso Sebastiano Satta e all'altro pubblicista
Gastone Chiesi nella grotta di Setti
Funtani presso Sassari,
lo stesso luogo che nel maggio del 1894 fu teatro della sua cattura e di
quella del suo compagno di sventura, il bonorvese Pietro Giovanni
Angius.
Durante il periodo di latitanza il famigerato
Cicciu Derosas si unì, oltre che al predetto Angius, anche all'altro
bandito usinese Luigi Delogu, formando la sciagurata e tristemente
famosa triade di fuorilegge che imperversò nel circondario di Sassari
per più di due anni, seminando il terrore nei villaggi e nelle campagne
del Logudoro e dando spesso tragiche notizie di sé.
Ma il mito e la leggenda di Cicciu Derosas
conobbero un triste epilogo e, come castelli di carta, crollarono nella
Corte d'Assise di Sassari durante i vari procedimenti penali che vennero
istituiti a suo carico. In quella sede, il bandito di Usini, costretto
da prove inconfutabili e testimonianze determinanti, finì per confessare
forse il suo vero volto: quello del sicario a pagamento; un'immagine
sinistra che tante volte si era inorgoglito di non possedere e che fino
all'ultimo tentò di nascondere al mondo intero e, forse, anche alla sua
stessa coscienza.
Francesco Derosas
Francesco "Ciccíu" Derosas nacque a Usini i15
febbraio 1861 da padre Angelo e madre Maria Antonia Delogu. Era il
secondo di cinque figli: Maria Luigia era la primogenita, poi seguivano
Salvatore Giovanni Antonio e per ultimo, Gavino Simone9.
Rimasto orfano a soli 17 anni, per la morte del padre avvenuta nel 1878,
ottenne per questo motivo l'esonero dal servizio militare di leva ed
essendo il maggiore tra i figli maschi, si accollò ben presto la
responsabilità di reggere da solo le sorti della famiglia. Aveva
ereditato dal padre il mestiere di contadino e così, tra una giornata e
l'altra, impiegandosi come bracciante agricolo in quei pochi lavori
stagionali che la campagna intorno al paese poteva offrire, Cicciu
Derosas trascorse tranquillamente il suo breve periodo di gioventù.
Intanto, nella Usini del tempo, si erano fatte strada
due fazioni politiche distinte e fortemente opposte tra loro, la
popolazione era divisa: chi parteggiava per l'uno, chi per l'altro
partito; e così Ciccíu Derosas, costretto da legami di parentela con il
reverendo Francesco Cocco, finì per fiancheggiare il gruppo di
quest'ultimo che faceva capo a Giuseppe Derosas e ai fratelli Giuseppe e
Francesco Michele Virdis, ovvero i più ricchi possidenti del paese. La
lotta tra le due fazioni era talmente aspra che i loro fautori, spesso e
volentieri, usavano servirsi di sicari a pagamento per compiere atti
intimidatori o per liberarsi definitivamente di qualche scomodo
oppositore.
Probabilmente legato a questi fatti fu l'omicidio di
Domenico Perzeu, un giovane di Usini, il cui cadavere venne ritrovato
orrendamente mutilato la mattina del 17 ottobre 1881 nella vigna di un
certo Giovanni Bellu, in territorio di Usini e poco distante dalla
cantoniera di Ferru Ezzu.
Il giovane Cicciu, trovandosi coinvolto in
quel delitto, figurò come testimone al relativo processo e, in quella
sede, fornì una dichiarazione, giudicata poi falsa, che ne determinò la
pesante condanna a dieci anni di reclusione.
Infatti, nel corso delle indagini per l'omicidio
Perzeu, essendosi raccolti in un primo momento indizi di reità contro
Giovanni Bellu e i figli di questo Tommaso e Salvatore ed avendo i
medesimi presentato difese apparentemente valide, furono in seguito
scarcerati e, sentite le testimonianze di Cicciu Derosas e
Lorenzo Pinna (che pare fosse il vero esecutore del delitto), venne
incolpato dell'omicidio del giovane Domenico, Antonio Perzeu, il padre
dell'ucciso il quale, qualche mese dopo, fu a sua volta prosciolto da
ogni accusa grazie alle deposizioni risultate poi determinanti del
dottor Giuseppe Michele Melis e di Clotilde Cocco, Maria Antonia Sotgia
e Antonio Sechi. Per queste testimonianze si ebbe il rinvio a giudizio
di Giovanni e Tommaso Bellu, di Lorenzo Pinna e di Cicciu
Derosas.
Intanto Lorenzo Pinna, messosi in sospetto, si diede
alla latitanza e prima tentò di uccidere un certo Francesco Chessa,
barracello di Usini e in un secondo tempo, i1
28 marzo 1883, entrò nascostamente in paese e trovato in una bettola
Antonio Perzeu, lo uccise con due fucilate. Infine, qualche tempo, dopo
venne nuovamente arrestato.
Per questi fatti si procedette contro i Bellu, il
Pinna e il Derosas e contro di essi fu pronunciata l'accusa. Il
processo, tenutosi nella Corte d'Assise di Sassari, si concluse con la
sentenza del 30 settembre 1884, che stabilì la condanna di Giovanni e
Tommaso Bellu, per l'omicidio premeditato di Domenico Perzeu, ai lavori
forzati a vita; di Lorenzo Pinna, per l'omicidio di Antonio Perzeu, per
il riferimento di Francesco Chessa e per falsa testimonianza, alla pena
di morte; infine di Francesco Derosas, per la sola falsa testimonianza,
a dieci anni di carcere.
Il bandito di Usini si professò sempre innocente di
quella falsa testimonianza; anche più tardi, quando dopo la sua cattura
venne più volte processato e confessò ben altri delitti, attribuì la
colpa delle sue disavventure giovanili alle inimicizie paesane ed alle
cospirazioni politiche che devastarono la Usini del secolo scorso.
Pertanto, forse con l'animo di chi ingiustamente
subisce una condanna, il 29 giugno 1885 partì dalla Sardegna diretto al
reclusorio di Milano dove avrebbe dovuto scontare interamente la pena.
Giunto a destinazione venne immediatamente assegnato a1 reparto
tessuti e successivamente, lasciato quell'impiego per motivi di salute,
ottenne il trasferimento al settore falegnami dove divenne in poco tempo
"capo squadra intagliatore". Durante la reclusione era però perennemente
tormentato da tristi propositi di vendetta contro quelle persone che
deponendo contro di lui al processo Perzeu ne avevano determinato il
rinvio a giudizio e la condanna a dieci anni.
Nel giugno del 1891 per grazia sovrana gli furono
condonati gli ultimi tre anni e tre mesi che rimanevano da scontare e
fece così ritorno a Usini dove per qualche mese tenne un comportamento
irreprensibile, lasciando credere che avesse intenzione di dedicarsi ad
una stabile occupazione. Ritornò al lavoro dei campi e inoltre,
l'anziana madre, che forse aveva il presentimento di quanto stava per
accadere, per dissuadere il figlio dalle idee fisse di vendetta, si dava
da fare per combinarne le nozze con Franceschina Cocco, nipote del
reverendo Francesco Cocco, il vice-parroco di Usini.
Ma il rancore serbato per oltre sette anni contro
coloro che avevano rovinato la sua gioventù fu più forte di ogni altro
intendimento, e fu probabilmente la vendetta la vera ragione che spinse
Cícciu Derosas alla strage di Usini, anche se egli stesso, più
tardi, accusò il reverendo Cocco di averlo istigato ad uccidere per
motivi di interesse politico. Così, nel pomeriggio del 4 novembre 1891,
Cicciu Derosas uscì di casa armato di fucile, pistola e coltello
e incontrato il dottor Giuseppe Michele Melis lo uccise in piena strada
con due colpi di arma da fuoco. Successivamente, nonostante qualcuno
tentasse di trattenerlo, si precipitò a casa di Clotilde Cocco contro la
quale, quantunque fosse in avanzato stato di gravidanza, esplose un
colpo di arma da fuoco che le cagionò la morte dopo due giorni di
agonia. Proseguendo la via e incontrata sull'uscio di casa Maria Antonia
Sotgia, la uccise con un colpo di arma da fuoco all'addome. Non contento
ancora della truce vendetta e lasciato il paese, si diresse verso le
campagne di Uri e giunto in regione Baingio Pisano, incontrò
Antonio Sechi intento a lavorare la vigna e lo uccise con diversi colpi
di arma da fuoco e ripetute lesioni di arma da taglio.
Perpetrato il massacro Cicciu Derosas si diede
alla latitanza, nascondendosi probabilmente nelle vicinanze di Usini per
meglio sorvegliare i movimenti dei suoi avversari e soprattutto per
controllare la reazione dei familiari delle vittime dell'eccidio.
In paese, infatti, superati i primi attimi di
sgomento che la tragica impresa di Cicciu aveva suscitato, i
parenti del defunto dottor Melis si preoccupavano di farlo arrestare
cooperando attivamente con i carabinieri. Venuto a conoscenza di questi
fatti, il brigante usinese scrisse e fece recapitare nel dicembre del
1891 una lettera ad Antonio Diego Melis, fratello del defunto dottor
Giuseppe Michele, minacciandolo di morte se non avesse smesso di
interessarsi alla sua cattura. Inoltre, pochi giorni dopo, indirizzò a
Francesco Michele Virdis di Usini altre due lettere cariche di
intimidazioni e ricatti al fine di estorcere allo stesso Virdis una
certa somma di denaro che solo in parte avrebbe ricevuto se i
carabinieri non avessero intercettato il messaggero mentre era in
procinto di consegnare al Derosas la somma di lire 500 che il Virdis
aveva già sborsato come acconto. Le campagne intorno a Usini erano ormai
divenute un rifugio poco sicuro per il bandito Derosas. La zona era
continuamente battuta dai carabinieri che senza sosta gli davano la
caccia; Pertanto, vedendosi ormai accerchiato e approfittando del fatto
di avere amici e conoscenti nei pressi di Cossoine, verso la fine del
1891 cercò riparo in quei luoghi, protetto dall'omertà degli abitanti e
dai proprietari degli ovili che incontrava durante i suoi spostamenti e
nei quali si rifugiava.
A Cossoine in quei tempi era stato ucciso il giovane
pastorello Nicolò Bonu e per quel delitto vennero arrestati i tre figli
del cossoinese Battista Piredda il quale, per scagionare i propri
congiunti, andava in giro spargendo la voce che il colpevole di
quell'omicidio fosse proprio il latitante di Usini che era stato visto
frequentare quei luoghi. Ma Cicciu Derosas non era uomo da
lasciarsi accusare impunemente di delitti non commessi da lui: fu la
morte del Piredda. Così, nel pomeriggio del 20 dicembre 1891, mentre si
recava da Cossoine alla regione Su Cattari dove aveva l'ovile,
Battista Pìredda si trovò faccia a faccia con il suo assassino:
Da "La Nuova Sardegna" del 14
settembre 1894, (interrogatorio di Francesco Derosas in Corte d'Assise).
"In territorio di
Cossoine, ove io mi trovavo, per la morte di un ragazzo arrestarono
i figli del Piredda. Questi per salvare
i figli dall'imputazione andava accusando me, dicendo che io avea
ucciso il ragazzo perché m'avea negato un agnello. «Che diranno ípastori
di me?» Pensai io, e andai a cercare Piredda per parlargli, tanto più
che mi si diceva pure che si dava attorno per darmi in mano ai
carabinieri. Lo incontrai in campagna, egli non mi conosceva, e per
nascondermi parlavo in sassarese. Anche a me raccontava che Derosas auea
ucciso quel ragazzo e aggiunse «E se viene da queste parti!...».Allora
io gli dissi: «Eccomi: Derosas sono io, e questa e l'ora di accusarmi e
di prendermi. Gli sparai e l'uccisi..."
Nel frattempo a Usini era stato tratto in arresto
Gavino Simone Derosas, il minore dei fratelli di Cicciu Derosas.
Scontento di questo fatto, il latitante usinese scrisse nel marzo 1892
due lettere minatorie che vennero recapitate al Prefetto della provincia
di Sassari e al Procuratore del Re presso ìl tribunale di Sassari, con
le quali minacciava le predette autorità di gravi danni alle loro
persone se non avessero liberato immediatamente il fratello.
Fu nella primavera di quell'anno che Cicciu
Derosas conobbe Pietro Giovanni Angius di Bonorva, suo coetaneo e
anch'egli latitante per aver ucciso la moglie Maria Luigia Marruncheddu
che lo tradiva con il fratello e, quindi, colpevole del piú infamante
adulterio!
Derosas e Angius giunsero insieme a Banali verso la
fine di marzo del 1892 dove ebbero a che fare con un certo Antonio
Marresu, una guardia di città di Sassari distaccato a Banari per
servizio di pubblica sicurezza, il quale, unitamente ai carabinieri
collaborava alle ricerche dei due latitanti. Venuti a conoscenza di
quanto sopra, i due banditi si presentarono nel pomeriggio del 25 marzo
1892 nella regione Sa Roccule, in territorio di Banari, dove si
trovava intento a lavorare la vigna Francesco Marresu, fratello del
predetto Antonio, contro il quale Angius e Derosas profferirono minacce
di morte e solo grazie all'intercedere del proprietario della vigna, il
dottor Francesco Marras, i due desistettero dai loro feroci propositi
risparmiando il Marr•esu e tuttavia, minacciando di sterminare la sua
famiglia se lui ed il fratello non avessero smesso di dare manforte alla
giustizia e non fossero immediatamente partiti da Banari.
Un altro efferato delitto imputabile alla famigerata
coppia Derosas-Angius fu l'assassinio del poeta bonorvese Paolo Mossa,
avvenuto a Nurapé, nelle campagne di Bonorva, il
6 agosto 1892. Un delitto per il quale solo in un
secondo momento si vennero a conoscere i colpevoli. Infatti il Mossa non
era un confidente dei carabinieri e per nessuna ragione e in nessuna
occasione si era interessato alle faccende di Derosas e Angius, era però
ricco e potente e come tale era odiato e aveva alcuni nemici che
desideravano la sua morte. Tra questi ultimi vi erano anche persone a
lui molto vicine, come la stessa figlia Angela e il genero Francesco
Polo. I due latitanti non uccisero il Mossa per vendetta perché nulla
avevano di che vendicarsi e per questo motivo non confessarono subito le
loro colpe: come poteva il bandito di Usini deturpare in un sol colpo la
propria immagine di giustiziere di spie e traditori che tanto
faticosamente si era costruito? La verità venne a galla più tardi,
riconosciuta dallo stesso Derosas in sede dibattimentale nel processo
Mossa del 1896, quando tutto era ormai perduto.
Il documento che riportiamo di seguito figura tra i
numerosi atti del processo Mossa celebratosi nella Corte d'Assise di
Sassari nel marzo del 1986. Si tratta dell'interrogatorio di Cicciu
Derosas che fu verbalizzato l'8 novembre 1894 nelle carceri giudiziarie
di Sassari. Nella sua deposizione, il brigante usinese, dopo aver
indicato come mandanti dell'omicidio la stessa figlia dell'ucciso Angela
Mossa e il fidanzato di questa Francesco Polo, racconta dettagliatamente
come avvennero le circostanze del delitto:
Dall'Archivio di Stato di
Sassari, "Procedimento penale contro Derosas
Francesco", anno 1896.
"Ci portammo io e 1’Angius sopra una collina nel
predio di Antoni Angelo Cherchí poco discosta dalla cascina medesima e
dalla quale mercé il binocolo che io portavo meco afferravamo tutti i
movimenti del Mossa. Quindi stettimo tre giorni in attesa che il Mossa
uscisse dal predio suo per restituirsi in paese e finalmente nel terzo
giorno al calar del sole lo vedemmo uscire a cavallo dal suo podere ed
avviarsi verso Bonorva. Corsimo precipitosamente ai piedi della collina
e ci portammo frettolosi nella regione
Nurapé ove ci appiattammo in un predio rasente al muro di cinta che
costeggia il viottolo per il quale dovea il Mossa transitare. Quando
infatti egli arrivò in direzione del luogo ove eravamo noi appiattati,
l’ Angius si alzò ed esplose un colpo di fucile contro di lui.
Immediatamente dopo io gli sparai contro ambe le canne del mio fucile e
quindi 1’ Angius esplose l'altra canna...
Nel periodo che Derosas e Angius stettero alla
macchia operarono su un campo d'azione assai vasto compreso fra i
territori di Giave, Cossoine e Bonorva, non disdegnando qualche sortita
nei territori di Usini, patria del Derosas e precisamente nella
grottarifugio di Setti Funtani. Non si può dire che conducessero
un'esistenza tranquilla e priva di stenti, diffidavano di tutto e di
tutti e non si fermavano mai a lungo in uno stesso luogo. Ottimi
marciatori, percorrevano durante i loro spostamenti distanze enormi e
usavano tutte le precauzioni soprattutto quando, per cercare provviste o
per ritemprarsi dalle fatiche, si avvicinavano agli ovili o addirittura,
quando le ricerche dei carabinieri si facevano meno insistenti, si
rifugiavano nei centri abitati, forse all'interno delle proprie
abitazioni. Cicciu Derosas, per esempio, fu visto molte volte
entro l'abitato di Usini durante la latitanza, pare perfino che parenti
e amici facessero a gara per ospitarlo così come si fa per un
personaggio importante e gradito. Nell'estate del 1892 il bandito di
Usini si ammalò di polmonite e riuscì a curarsi nei pressi di Sassari.
In città entrava e usciva con tutta disinvoltura, vestito da artigiano.
Nell'ottobre del 1892 un'eco impressionante ebbe lo
scontro a fuoco di Nuraghe Idda, nel quale i latitanti Derosas e
Angius ingaggiarono battaglia per diverse ore con dodici carabinieri, e
pur essendo da questi completamente circondati riuscirono, protetti
dall'oscurità, ad eludere l'accerchiamento e incredibilmente a
sottrarsi alla cattura:
Da "La Nuova Sardegna" del 16
ottobre 1892
"Alcuni informatori, allettati dalla taglia che
pesava sul bandito di Usini, sapendo che il Derosas si aggirava nei
pressi di Giave, avvisarono il comandante la stazione di Bonorva che il
Derosas si sarebbe dovuto trovare alle nove di ieri sera nei pressi di
Giave.
Il comandante la stazione con i suoi carabinieri
organizzò pertanto in regione Nuraghe 'e
Idda un servizio di appiattamento che portò ad un primo scontro tra i
carabinieri ed il Derosas.
Il Derosas si trovava in compagnia di altri tre
latitanti, tra i quali Angius di Bonorva ed un altro di Ottana L•.1
I banditi incalzati dai carabinieri andarono a
nascondersi in Badde Mura, nei salti di
Cossoine, in una proprietà del cav. Luigi Obino.
Lì presso sorge un nuraghe ed il terreno si rialza
ad un altipiano, quasi inaccessibile, irto di rovi, di alberi, di
dirupi. Intanto dalle stazioni di Cossoine e Torralba arrivarono
rinforzi.
In tutto si riuscì a raccogliere dodici
carabinieri che accerchiarono la rnacchia dove i banditi si trovavano
ancora nascosti.
Il comandante della stazione dispose allora che
tre carabinieri si inoltrassero nel fitto dei macchioni e vi si
appiattassero.
Stamane alle sei, mentre nel gran silenzio della
campagna pesava come un gran mistero e pareva che nessuno fosse lì
intento a meditare la strana caccia, Derosas o credendo che
nessuno lo vedesse e che i carabinieri avessero abbandonato
l'appiattamento, o volendo temerariamente evadere, rompendo la
cerchiafatale, cercò di scavalcare una rupe.
L'appuntato Giuseppe Porzio di anni 41, comandante
la stazione di Torralba, accortosi del tentativo, sparò due colpi di
Weterly che andarono falliti.
Il Derosas, distante appena dodici metri dal
Porzio, rispose con altre due fucilate che andarono a ferire il povero
carabiniere alla mano destra, forandola, mentre impugnava il calcio del
Weterly e penetrando nel costato destro_ "
La notizia del scontro di Nuraghe Idda destò
vivissima impressione agli occhi dell'opinione pubblica e contribuì ad
accrescere la popolarità dei banditi Derosas e Angius, tantoché questi
erano ormai considerati imprendibili e quasi invulnerabili. Il più
grande pericolo per loro era rappresentato dalle spie dalle quali
dovevano guardarsi in ogni momento ed alle quali faceva gola la taglia
di ben 8.000 lire che pesava sulla loro testa. Dopo lo scontro di
Nuraghe Idda era corsa voce che alcuni confidenti avessero collaborato
con la forza pubblica, dando le opportune indicazioni per snidare dalle
loro grotte i due banditi. La voce pubblica riferiva che uno di questi
informatori fosse un certo Filippo Faedda di Giave. I due latitanti non
perdonavano le spie e perciò la sorte del Faedda era segnata. Infatti,
il suo cadavere venne ritrovato la mattina del 21 ottobre 1892 in
regione Sorres Falches, in territorio di Giave:
Da la "Nuova Sardegna" del 1
novembre 1892.
"Il Derosas si crede per vendicarsi del servizio
di informazioni prestato dal Faedda ai carabinieri, l'altro giorno gli
uccise due cavalli.
Il bandito di Usini stette dopo per una intera
giornata appiattato, aspettando Faedda, ma questi non si fece vedere.
L'indomani però, mentre da Giave si recava alla
campagna, portando un basto sulle spalle, s'imbatté in un compaesano che
gli chiese dove si recava. II Faedda ríspose che si recava in un suo
chiuso per mettere il basto ad uno dei cavalli e per fare dopo un carico
di legna. I tuoi cavalli sono stati ammazzati tutti e due, gli disse. Il
Faedda corse a trovare un suo parente che si trovava presso la nostra
stazione ferroviaria di Giave. Non era però ancora arrivato che apparve
a cavallo il Derosas, il quale, dopo aver intimato al parente del Faedda
di allontanarsi, gridò alla sua vittima: - Raccomandati l'anima a Dio
perché non ti restano che pochi minuti di vita. Il Faedda pallido e
tremante tentò di giustificarsi. Il bandito non lo lasciò parlare e dopo
avergli gridato: - Taci vile spia, - gli sparò contro il suo fucile
stendendolo al suolo (... ]Dopo ciò, rimontato a cavallo, si allontanò
per la campagna... "
Un'altra vittima della ferocia di Cicciu
Derosas e Perazuanne Angius fu Giovanni Andrea Sale di Banari.
Costui era cognato di quel Francesco Marresu al quale nel marzo del 1892
i due banditi promisero tremende rappresaglie se non avesse smesso di
dare loro la caccia insieme al fratello Antonio, guardia di città in
servizio a Banari. Pertanto, poiché sembrava che il Sale, noncurante
delle minacce di Derosas e Angius, collaborasse alacremente col cognato
e con i carabinieri nel dare la caccia ai due latitanti, questi ultimi,
il 10 novembre 1892, gli tesero un agguato mortale nelle campagne di
Banari e precisamente in località S Adde de Ziu Giuanne:
Da la "Nuova Sardegna" del 12
novembre 1892
"Ieri mattina, verso le 10 e mezzo, si trovavano
attendendo ad alcuni lavori campestri in
Badde Barattu, territorio di Banari, l'agricoltore Giovanni Andrea
Sale del fu Giuseppe, di anni 46 circa, nato e domiciliato a Banari, un
servo di lui ed un suo amico. Mentre erano intenti al lavoro,
chiacchierando allegramente tra di loro, udirono a poca distanza uno
sparo ed il fischio di una palla diretta contro il Sale.
Il povero agricoltore, che per minacce ed avvisi
ricevuti, comprese la sua sorte, buttati da una parte gli strumenti da
lavoro, gridando e supplicando, prese a fuggire per la campagna.
Intanto dalle macchie sbucarono Derosas e Pietro
Giovanni Angius - compagno di latitanza del bandito di Usini - e presero
ad inseguire il misero che fuggiva per scampare da loro. Corsero così
per circa un quarto d'ora dando la caccia al Sale e di
quando in quando sparando contro il fuggitivo dei
colpi di fucile che andarono a vuoto.
Stanchi della corsa i due banditi, e crescendo in
quell'ansia della fuga il loro dispetto e la loro efferatezza, trovati
per la campagna due cavalli che pascolavano (...] vi montarono a
bísdosso e ripresero la corsa per raggiungere la loro vittima.
Dopo una mezz'ora, giunti nella regione
Birdighinzu, il Sale, vedendo che non vi era
più via di scampo per lui si arrese piangendo, supplicando in ginocchio
i due banditi che gli perdonassero se pure li aveva offesi.
Ma i due assassini non ascoltando né i lamenti né
le preghiere di quel misero, spianati i fucili, glieli esplosero contro,
rendendolo nell'istante cadavere.
Quando il Sale fu ucciso Derosas e Angius,
abbattuto un muro, presero a coprire coi sassi il cadavere ancora caldo
e sanguinante della loro vittima, ergendogli addosso come un tumulo.
Compito il misfatto il Derosas consegnò a Giuseppe
Cherchi, che era l'amico che si trovava in quella campagna col Sale, un
bigliettino dove si dichiarava che gli assassini del Sale erano Derosas
ed Angius> firmatari di quel biglietto... "
Nell'aprile del 1893 a Derosas e Angius si unì Luigi
Delogu, l'altro famoso bandito di Usini che si era dato alla macchia
dopo aver ucciso un certo Cosimo Pistidda, suo paesano nonché acerrimo
nemico. A Derosas, Angius e Delogu fu attribuita l'uccisione di Giovanni
Maria Angius di Bonorva, il cui cadavere venne rinvenuto crivellato di
colpi di arma da fuoco la mattina del 29 giugno 1893, nelle campagne di
Buddadargíu, in territorio di Bonorva:
Da "La Nuova Sardegna" del 1
luglio 1893.
"Da Bonorva giungono notizie di un altro grave
fatto di sangue del quale vengono ritenuti autori i due banditi Angius e
Derosas.
II pastore Giovanni Maria Angius, noto
Peoccìa, uomo sulla cinquantina, pregiudicato e
zio del latitante Pietro Angius, ieri mattinanfu trovato ucciso con un
colpo d'arma da fuoco presso la cantoniera Tilipera distante una
mezz'ora da Bonorua, posta lungo la strada che da quel paese porta a
Macomer.
Appena avuta la notizia del fatto, in Bonorva non
si voleva prestare fede a quella voce avendo molti, íeri mattina alle 8,
visto il Peoccia che sfaccendava
allegramente in paese. Il figlio di lui però. Antonio, giovinetto di 17
anni apprendista calzolaio, corse alla cantoniera, ed ivi
vide il padre. disteso morto al suolo, tutto imbrattato di polvere e di
sangue. Dícesi che dall'infelice figíio sia stato trovato un biglietto
legato al piede del padre. Nel biglietto pare che fosse scritta una
dichiarazione del Derosas e dell Angius che si confessavano
autori del misfatto.
A Bonorva si crede che il
Peoccia sia stato ucciso dai due banditi che
sospettavano di vedere in lui un confidente dei carabinieri... "
Un'altra spia che subì l'ira di Cicciu Derosas e
Perazutanne Angius fu un certo Luigi Canti di Ploaghe detto
Masciarone, il quale più volte aveva manifestato ai due latitanti il
desiderio di unirsi a loro. Pertanto, per accertarsi se il Canti fosse
una spia, il Derosas gli scrisse una lettera dandogli appuntamento alle
porte di Sassari,
nei pressi della chiesa di San Pietro di Silki. Il
Masciarone, che altri non era che un collaboratore della giustizia,
vi fece andare i carabinieri. Derosas e Angius, avendo fiutato il
tranello, non si presentarono nel punto prestabilito e riuscirono così a
farla franca per l'ennesima volta.
L'uccisione di Luigi Canu arrivò puntuale il 7 luglio
1893 per mano di Angius e Derosas nella regione S'Iscalone, in
territorio di Ploaghe:
Da "La Nuova Sardegna" del 9
luglio 1893
"L’ Antonio Luigi Canu, agricoltore, sui 40 anni,
ieri verso l'una del pomeriggio faceva ritorno in Ploaqhe da una
tanca di Pietro Sini, posta in regione S’
Aidorza, distante un'oretta, dal paese. Il Canu si era recato colà per
legnare. Fatte le legne, caricò i. fasci sul suo cavalluccio
efece ritorno in paese. Il cavallo procedeva avanti con la corda
abbandonata sul collo.Il Canu seguiva cantarellando per lo stradone
polveroso e deserto.
Giunto presso il paese, alla distanza di circa 150
metri dal convento S. Antonio, dove è la stazione dei carabinieri e
precisamente nel punto detto Sa Niera,
prese a salire per l'erta. Ad un tratto tuonarono tre spari da un
muricciolo seguiti quasi contemporaneamente da un quarto sparo.
Le palle andarono a fracassare la testa del Canu che cadde
bocconi, rantolando in un mare di sangue. Ucciso il Canu,
tre uomini ritenuti per Derosas, Angius e Delogu sbucarono
dall'agguato. IlDerosas toltosi di tasca un biglietto lo pose
in mano della vittima (...] I tre latitanti commesso il fatto
come abbiamo detto si allontanarono dirigendosi verso la
vallata che si spinge al campo d'Ozieri, dicendo a quanti
incontravano per la via, se avessero trovato per ístrada un
cadavere non si fossero spaventati né avessero accusato alcuno del
delitto perché essi n'erano gli autori.. "
Gli ultimi due omicidi per i quali i banditi Derosas
e Angius dovettero subire un ulteriore procedimento penale furono quelli
perpretati ai danni del bonorvese Giovanni Musio, avvenuto nella
campagne di Coronas, in territorio di Bonorva il 16 agosto 1893 e
del cossoinese Luigi Dettori, avvenuto a Salurgius, nei dintorni di
Cossoine il 26 dicembre dello stesso anno.
Per quanto concerne il delitto Musio, dobbiamo dire
che gli inquirenti del tempo dovettero faticare non poco con le loro
indagini prima di trovare un colpevole. Infatti Cicciu Derosas,
nonostante le accuse rivoltegli, si riconobbe sempre estraneo a
quell'assassinio, negando fermamente di esserne stato l'autore o
quantomeno il complice. Soltanto più tardi, in sede dibattimentale,
Perazuanne Angius sconfessò il compagno attribuendo ad entrambi la
paternità del delitto. Il Musio pare fosse un confidente dei
carabinieri, un fiduciario, e come tale venne giustiziato dai due feroci
banditi:
Da "La Nuova Sardegna" del 19
agosto 1893
"In questo momento giunge in paese la
notizia dolorosa di un altro terribile fatto di sangue.
Giovanni Musio, facoltoso proprietario e negoziante, giovane
simpaticissimo e assai noto, è stato assassinato con arma
da fuoco, nelle sue tanche, in regione Coronas, poco
distante da Bonorva.
L'assassinio pare sia stato commesso di
pieno giorno; nessuno ne seppe nulla, finché il cadavere, per una
fatale combinazione, fu rinvenuto stasera sul tardi.
Il Musio quasi tutti
i giorni si recava alle sue proprietà di Coronas presso
Rebeccu, ove teneva del bestiame. Anche ieri mattina vi si
era recato a cavallo. Verso le 10 e mezzo ant. dopo di
aver dato alcuni ordini ad un ragazzo suo servo pastore, se ne
ritornava in paese, dove lo si aspettava a pranzo. Poco
dopo il ragazzo udì due fucilate, ma siccome la regione è
frequentata da cacciatori, non se ne fece caso. La sera poi, girando quà
e là, scorse da lontano il cavallo del padrone legato ad un muro.
Meravigliato di questo e risovennendosi delle fucilate, s'impensierì e
dopo attente ricerche, capitò su una grotta sulla collina, all'altezza
di oltre 20 mL dal suolo, ove trovò disteso ed immerso in una larga
pozza di sangue, il cadavere dell'infelice giovine (...] Le supposizioni
sono molte e vaghe, tanto più che il Musio apparteneva ad una famiglia
potente, che ebbe parte importantissima nelle storiche lotte intestine
tra le duefazioni famose dei Fiu e dei Bonu, circa 40 anni orsono... "
Varie ipotesi si fecero anche alla ricerca delle
motivazioni che spinsero il Derosas e l'Angius all'uccisione del cav.
Luigi Dettori. Era questi persona ricca e potente e dobbiamo dire che a
Cossoine si era fatto molti nemici. Tra questi ultimi si distinguevano
Giuseppe Obino e Leonardo Spina ai quali la voce pubblica contestava il
fatto di aver istigato i due famosi latitanti ad
uccidere il Dettori stesso.
Non si devono però dimenticare i tragici fatti di
Nuraghe Idda, per i quali sembra che il Dettori avesse giocato un
ruolo determinante: quello del confidente dei carabinieri!
Da "La Nuova Sardegna" del 30
dicembre 1893.
"Il Dettori (...] la mattina del 26 alle ore 9
partì per Pozzomaggiore con un branco di scrofe, guidate da un suo servo
per venderle colà: ed infatti le vendette quasi tutte; gliene rimasero
tre sole; allora pensò di lasciarle al pascolo nella tanca
Salaggios e vi si avviò anche per informarsi dei
buoi e dei giovenchi di là fuggiti o rubati.
Non sospettava pericoli. Chi poteva conoscere la
decisione da lui presa all'improvviso?
Per maggior precauzione, anziché battere le strade
consuete, prese ad attraversare i campi: giunto alla regione Bombei per
recarsi ai suoi predi lì vicini, si inoltrò in un sentieruolo incassato
tra le roccie. Il servo camminava innanzi a piedi guidando le tre
scrofe, il Dettorí seguiva a pochi metri di distanza a cavallo; ad un
tratto dalla
sommità delle roccie coperte di fitti cespugli
partì una fucilata che uccise il cavallo, e con esso cadde per terra il
Dettori gridando:
Ohi! mama mia! - Seguirono da un altro punto due
fucilate che colpirono il Dettori, una al petto e l'altra alla clavicola
sinistra. II servo agli spari si volse e stette così impietrito dallo
spavento; .fece poi un passo come per soccorrere il caduto,
ma dai macchioni sbucarono tre uomini, puntando i fucili contro il servo
e gli imposero di ritornare a Cossoine e di annunziare ai carabinieri la
morte del Vettori per opera del Derosas ed Angius: non pensasse ad
avvertire, la`famiglía.
Il servo partì, ma volto lo sguardo al posto dell'eccidio poté vedere
che i tre assassini si gettarono sul Dettori che ancora ran tolava con
coltelli in mano per finirlo [ .. ] Mentre inferocivano sul cadavere
dandogli ben 23 coltellate, il servo udì che gridavano «un anno fa fu
nostra la pasqua, oggi la mala pasqua è la tua alludendo allo scontro di
Nuraghe Idda.
Appena pervenuta la nuova del truce fatto si
recarono sul posto i carabinieri delle vicine stazioni e il delegato di
P.S. di Bonorva e trovarono il corpo del Dettori a cui mancava la testa:
era stata, attorno attorno al colto, tagliata la carne e quindi
stroncate le vertebre cerv,icali... "
Intanto Luigi Delogu, il terzo della banda
sanguinaria, si univa sempre più raramente alle scorribande dei suoi più
feroci compagni. Pare che fosse entrato in dissidio con, il Derosas e
l'Angius o addirittura si pensò che soffrisse di un qualche male oscuro
che gli impediva di battere velocemente la campagna. L'ultima volta
nella quale ufficialmente comparve al fianco degli altri due latitanti
fu nel febbraio del 1894, in occasione della famosa intervista che i tre
banditi rilasciarono a Sebastiano Satta e Gastone Chiesi nella grotta di
Setti Funtani presso Sassari.
Il famigerato terzetto di fuorilegge si sciolse nel
marzo 1894 quando Luigi Delogu, avuta la notizia che la moglie,
approfittando della sua assenza, lo tradiva impunemente con un certo
Giuseppe Ferru di Usini, si separò da Cicciu Derosas concedendosi
al proprio destino,
Pertanto il Delogu non era presente a Badu 'e
Rena, in territorio di Cossoine, quando il 14 maggio 1894 1'Angius e
il Derosas, traditi da Giovanni Pintore e Filippo Carboni, scamparono
miracolosamente ad un sanguinoso agguato nel quale rimasero comunque
gravemente feriti:
Da "La Nuova Sardegna" del 17
maggio 1894.
"I latitanti* erano arrivati a Badu
'e Rena nella notte. Si unì a loro, con provviste un
fiduciario. Dopo aver mangiato e bevuto - dicesi che il vino bevuto da
Angius e Derosas fosse oppiato - si coricarono nella posizione suddetta.
D'un tratto due si levarono (il Carboni e il fiduciario) e a bruciapelo
spararono contro Angius e Derosas.
Derosas cacciò un grido:
Ohi! traittos semus! Feridu a sa conca so, Perazuà,
custa est s'ora. L’ Angius saltò in piedi e scaricò il fucile contro
i due che sparirono fra le tenebre rese più dense per il tramonto della
luna..."
Pochi giorni dopo il fatto di Badu 'e Rena e
precisamente la mattina, del 29 maggio 1894, circa 20 carabinieri,
guidati dal maggiore Eugenio Baratono e dal capitano Adolfo Cappelli,
venuti a sapere che i due latitanti avevano trovato rifugio nelle
vicinanze di Sassari, si portarono in regione Setti Funtani dove
in seguito ad un drammatico conflitto a fuoco nel quale perse la vita il
valoroso maresciallo 'Vittorio Audisio, trassero in arresto i due
banditi che stanchi e indeboliti dopo lo scontro di Cossoine, dovettero
finalmente arrendersi dopo oltre due anni di latitanza:
Da "La Nuova Sardegna" del 30
maggio 1894.
"Stamane verso la una e 30, i marescialli Audisio
Vittorío, addetto al comando della divisione, Bolano Raffaele addetto al
comando della compagnia e Pillai Francesco comandante la stazione di
Sassari, per ordine improvviso, svegliarono tutti gli uomini
disponibili.
Appena pronti in numero di venti col maggiore
Baratono ed il capitano Cappelli partirono per la regione
Sette Funtane, un'ora circa distante da Sassari
sulla via di Rizzeddu.
Con tutte le precauzioni immaginabili i
carabinieri, divisi in tre gruppi, comandato ciascun gruppo da un
maresciallo, giunsero nel predio dei nobili Flippo e Pietro Satta di
Ozieri, passando per quello del sig. Francesco Saccomanno.
Attorniata la casa, di campagna e presa la
posizione mediante marcia avanti, i tre gruppi si restrinsero tanto che
il gruppo del maresciallo Audisio si trovò sul piazzale della casa dal
lato destro
dietro un macchione di fichi d'india, avendo alle
spalle una roccia tagliata a picco dell'altezza di 6 metri.
All'avvicinarsi dei gruppi, i cani del vignataro
Sau Salvatore si Misero fortemente a latrare nel momento
proprio in cui l Audisio poté distinguere due uomini, addossati ad un
muricciolo d'un viottolo che fronteggia la casa Senza
frapporre indugio, il bravo maresciallo, col brigadiere Pintor Luigi ed
i carabinieri Sulas e Pisano, si slanciarono contro i due appostati, uno
dei quali si dava alla fuga mentre l'altro, certo Trofa Antonio di
Usiní.
Nel mentre lo sconosciuto fuggiva scaricò due
colpi contro i carabinieri, colpendo il maresciallo Aud.isio alla tempia
destra il quale dopo una fioca esclamazione cadde sul brigadiere Pintor,
insanguinandolo.
I carabinieri risposero al fuoco appena, furono
pure fatti segno ad altre fucilate dalla valle in cui credevasi vi
fossero delle vedette. Anche dalla casa partirono fucilate. senza
colpire alcuno.
Il maggiore Baratono sbucò sul piazzale
animando i suoi dipendenti. Senza punto badare al pericolo che
correua, entrò nella. casa la cui porta era semiaperta e
seguito dal maresciallo Pillai, dal brigadiere Pintor, da un
carabiniere, si cacciò per una scaletta di dieci scalini, larga
cinquanta centimetri, che conduce al piano superiore. Bussato
ripetutamente alla porta. ingiunse di aprire al maggiore dei
carabinieri, dopo un poco d'esitanza, fu aperto. Derosas e Angius feriti
nello scontro di Cossoine si arresero senza, opporre resistenza. Il
Derosas disse: Mi arrendo al maggiore dei carabinieri!.. . "
L'arresto di Cicciu Derosas e Perazuanne Angius
costituì l'avvenimento più rilevante nella provincia di Sassari di fine
secolo, tanto da suscitare l'attenzione della stampa nazionale ed
estera, oltre a riempire le prime pagine di tutti i quotidiani sardi. Ai
funerali solenni celebrati in onore dell'eroico maresciallo Vittorio
Audisio, partecipò una folla imponente, circa 20.000 persone
accompagnarono il feretro in commovente silenzio lungo il corso
Vittorio Emanuele di Sassari.
Intanto i due terribili fuorilegge, rinchiusi in
celle separate, furono sottoposti per oltre tre mesi ad una sferzante
serie di interrogatori. La fase istruttoria che preparò il procedimento
penale fu lunga e complicata, visto il numero e la gravità dei reati
ascritti a Derosas e Angius; con le drammatiche confessioni dei due
banditi si acquisirono nuovi elementi ed emersero ulteriori indizi di
reità persino nei confronti di persone insospettabili come il reverendo
Francesco Cocco, arrestato a Usini, sul sagrato della chiesa di Santa
Maria pochi giorni dopo il fatto di Setti Funtani.
Nei villaggi e nelle contrade di campagna del
Logudoro non si parlava che dei due famosi briganti, e visto il clamore
che si era creato intorno alla loro cattura, era logico attendersi un
gran concorso di folla a Sassari, la mattina del 13 settembre 1894,
quando, nel giorno di apertura del processo, Derosas e Angius vennero
tradotti dalle carceri di San Sebastiano alla vicina piazza Ospedale,
dove aveva sede la Corte d'Assise:
Da "La Nuova Sardegna" del 14
settembre 1894.
"Alle 6,30 dinanzi alle carceri e sulla piazza
dell'ospedale, non ci sono che pochi curiosi.
Il cielo è grigio; l'afa molesta: pare debba
scoppiare un temporale. Alle 6,45 parte alle carceri la vettura dentro
alla quale han preso posto, oltre a Derosas ed Angius, quattro
carabinieri. In cassetta vi è un altro carabiniere. La vettura,
circondata da numerosi carabinieri e guardie di città, va piuttosto
lentamente e giunge alla Corte quasi alle 7.
Derosas ed Angius sono accompagnati nella camera
di sicurezza. Intanto aumenta la folla di curiosi. Un picchetto di
fanteria è disposto all'ingresso ed all'interno. Alle 8,30 la folla è
enorme; via Ospedale è addirittura sbarrata da una colonna di
cittadini... che la forza pubblica cerca di tenere a distanza.
Vi è il capitano dei carabinieri sig. Cappelli.
In un angolo del cortile, donde si accede alla
sala di udienza in mezzo a due fitti gruppi, vedonsi la madre di Derosas
e quella di Angius, insieme ad altri parenti dei due accusati.
Alle nove meno 5 minuti entrano nella gabbia i due
accusati.
Silenzio profondo: tutti gli sguardi si appuntano
sui due índívidui, le cui gesta per tre anni commossero così
profondamente la nostra provincia.
Francesco Derosas di Usini ha una cacciatora e
gilet di velluto color marrone, pantaloni neri, ed un berretto di
pelliccia in mano: è pallido, sbarbato, coi baffi castagni; è alquanto
calvo: ha l'occhio sinistro coperto da una benda: il naso, il cui osso
fu rotto dalla palla che lo colpì a
Badu `e Rena, è rattratto e deformato: l'occhio senza scintilla
d'intelligenza: sorride tra ironico e dolente.
Pietro Giovanni Angius è vestito completamente
d'orbace, nel severo costume di Bonorva: ha il braccio sinistro, in cui
fu colpito da otto palle, sostenuto al collo da un fazzoletto color
caffè. In questo momento si apre la porta per cui deve penetrare il
pubblico, e questo si precipita a larghe onde, urlantisi e tumultuanti
nella tetra corsia dell'ospedale che serve di... tempio della
giustizia... .
Il processo del 1894 si concluse dopo 20 giorni di
dibattimento il pomeriggio del 2 ottobre, quando nella sala delle
udienze della Corte d'Assise di Sassari, davanti ad una folla immensa,
venne pronunciata la sentenza che condannava Francesco Derosas e Pietro
Giovanni Angius alla pena dell'ergastolo:
Da "La Nuova Sardegna" del 3
ottobre 1894.
"Alle ore 14,15 rientrano i giurati.
La sala è affollatissima. Moltissime
signore. Si fa un profondo silenzio.
Il capo dei giurati legge il verdetto.
Tutte le circostanze relative alla legittima
difesa, alla provocazione ed alla seminfermità di mente e diminuenti la
responsabilità degli accusati sono negate.
Non si concedono attenuanti a nessuno dei due
accusati. Il presidente fa firmare il verdetto.
Sono le 14,35.
Sono fatti entrare Derosas e Angius.
Il cancellíere legge il verdetto.
Gli accusati lo ascoltano indífferenti.
Pres. La parola è al P.M.
P.M. La giustizia trionfa. Il verdetto civile e
patriottico tranquillizza gli onesti! Le vittime dell'íra e dell'odío
di Derosas e Angius possono dirsi vendicate. Domando che la pena
dell'ergastolo sia esasperata per il Derosas nella misura di 12 anni e
di 10 per Angius.
Pres. La parola è
alla difesa.
Avv. Mossa (difensore di Francesco Derosas). Non
censuro né elogio il verdetto.
Avv. Castiglia (perAngius). Non ho nulla da dire,
avrei desiderato non si fosse parlato di vendetta (...J
Laa corte si ritira e rientra subito pronunziando
la sentenza che condanna Derosas ed Angius alla pena dell'ergastolo (a
vita), esasperato nella misura di cinque anni per il primo e di tre per
il secondo.
Molti si affollano dinanzi alla gabbia.
La folla rimasta fuori si riversa nella sala per
vedere gli accusati. Derosas pesta i piedi. Il presidente fa ritirare
gli accusati.Sono le 15,15. La folla si disperde lentamente commentando
il verdetto...
Altre due volte Cicciu Derosas e Perazuanne
Angius dovettero sedere sul banco degli accusati per rispondere delle
tante loro malefatte. Altrettanto furono le condanne all'ergastolo
inflitte loro dalla Corte d'Assise di Sassari: nell'agosto del 1895 si
celebrò il processo per l'uccisione di Giovanni Musio e Luigi Dettori;
nel marzo dell'anno successivo terminò il dibattimento per l'omicidio di
Paolo Mossa.
L'ultima comparizione ufficiale del bandito Derosas
si ebbe nel dicembre del 1899, in occasione del processo istituito
contro Luigi Delogu e nel quale figurò come testimone. Poi più nulla si
seppe di lui; la stampa smise dì interessarsene e così pure i poeti
dialettali. Trascorse gli ultimi anni della sua vita in una cella di
isolamento del penitenziario di Santo Stefano dove si trovava
incarcerato per espiare i suoi molteplici crimini. Dimenticato da tutti
si spense nei primi anni di questo secolo.
Luigi
Delogu
Luigi Delogu, l'altro compagno di sventura di
Francesco Derosas e Pietro Giovanni Angius, separatosi da questi ultimi
nel marzo del 1894, decise di costituirsi spontaneamente al
vìce-prefetto di Sassari nell'ottobre del 1899, dopo quasi sette anni di
latitanza. Processato a Sassari, in Corte d'Assise, nel dicembre dello
stesso anno, venne condannato alla pena dell'ergastolo.
Grazie ad un'eccezionale intervista rilasciata dal
bandito stesso al giornalista Guido Gabardi e pubblicata da
"L'Illustrazione Italiana" il 5 marzo 1900,
possiamo ricostruire la vicenda di Luigi Delogu:
"È terminato alle Assise di Sassari il processo
contro Luigi Delogu: che fu condannato all'ergastolo; il bandito che col
Derosas e 1’ Angius formò la triade famigerata e terribile.
Ebbi col Delogu dei rapporti... di mestiere; ed
ecco come:
Partito da Firenze, mi trovai sbalestrato col mio
battaglione in Sardegna, in certi paesi sporchi, ignari di civiltà, dove
mi domandavo esterrefatto se la ruota del tempo aveva fatto un giro
retrogrado trasportandomi a un tratto all'epoca dei primi barbari
domînatori.
Alquanto tempo dopo la splendida operazione che
condusse allo sterminio il famigerato quintetto dei Serra Sanna, lessi
sulla Nuova Sardegna che l'ultimo dei
più famosi latitanti si era costituito onde espiare la pena.
Un bel giorno, per ordine superiore,
partivo col mio plotone alla volta di Usini, piccolo
paese alle porte di Sassari e fu qui che feci intima conoscenza col
Delogu. Lo vidi per la prima volta sulla lunga strada ciottolosa, che
solca il paese, tutto vestito a nuovo, di nero, alla
continentale, col piede piccolo calzato
elegantemente e colla corta berritta rovesciata all'indietro
sulla nuca.
Lo vidi e ne riportai profonda impressione.
L'avevo sognata ben diversa la fisionomia d'un br-igante.
Quell'aria quasi gioviale, quel sorriso quasi bonario, che mostrava
urta doppia fila di denti bianchissimi, quei saluti, le parole, le
strette di mano che dispensava dovunque, la spensieratezza, la
noncuranza
che ostentava con la pipa tra le labbra, mi resero
perplesso... Così era quello Luigi Delogu che tante volte aveva intrise
le mani di sangue amano? Era quello il ferace bandito che da sette anni
batteva la campagna riuscendo sempre a sfuggire alla giustizia«? Mi
sembrava quasi una faccia onesta la
sua, ove rilucevano, per nulla truci, due occhietti gíallastri,
mobilissimi nell'orbite profonde.
È un bell'uomo Delogu, di statura piuttosto alta,
dalla fronte rugosa, bruno, con foltissimi baffì ripiegantisi verso il
mento sbarbato e due infossature alle guancie.
Deve possedere una forza non comune, sebbene il
colorito piuttosto terreo e le gambe leggermente arcuate accennino
forse a un fisico deperimento.
Vedendolo mi venne spontanea una domanda: Luigi
Delogu, invece d'un bandito volgare, non potrebbe essere un infelice
degno di compassione?
E provai vivo desiderio l'apprendere le gesta
della sua vita. Andai a far visita al cav. Giovanni Antonío Diaz, uno
dei più stimati e influenti Signori d'Usini, che sapevo aver fatto prima
d'ogni altro pratiche lunghe e faticose per decidere il bandito a
costituirsi. Il cav. Díaz mi fece avere un'intervista col Delogu. Questo
con voce frarica, sincera, mi raccontò la sua vita In certi m=enti
s'animava, stringeva il pugno, saettava lo sguardo. Aveva sguardi di
fierezza selvaggia, inflessioni di tenerezza per la famiglia, per glí
amici. Si sentiva in lui l'orgoglio di non essere un volgare assassino,
un sicario; ma l'idea radicatissima di
compiere urta missione di giustizia con i suoi atti sanguinari.
Nacque ad Usini il 9 luglio 1858- Dopo una
gioventù laboriosa ed onesta, acciecato dall'odio contro certi Merella e
Pistidda, l'Undici aprile del '93 uccideva con una fucilata il secondo,
riservando ad altro tempo di vendicarsi del primo. Pu questo il primo
delitto che lo decise alla latitanza.
- Perché vi uniste al Derosas e all'Angíus? --
Chiesi io.
- Ecco. Mi trovavo solo in campagna inesperto,
quando venni chiamato da loro. Pensando anche clre mi sarebbe più -facile
la vita e a un tempo sarei stato al sicuro; mi unii a loro.
- E quanto viveste in loro compagnia?
- Undici mesi. Uccidevano per vendette personali
ed io non c'entravo che come comparsa. Anzi, senta questa. Volevano
uccidere certo Salvatore Porcheddu di Thíesí, perché lo ritenevano spia.
Non lo conoscevano neppure di persona; io si. Lo avevo veduto più volte
per le strade d'Usini. Un giorno, seppero dai
confidenti che il Porcheddu era in campagna
Vollero dargli la caccia e rnisero me di vedetta vicino a un sentiero,
nel territorio di Thiesí, incassato nelle montagne. Io, vedendolo,
dovevo freddarlo. Il Porcheddu passò a cavallo e senza fucile. Ci
salutammo e non ebbi il coraggio di compiere la missione. Lo salvai.
Un'altra volta, mentre ero con loro in un luogo detto Santa Lucia di
Rebeccu vedemmo tredici carabinieri che venivano dalle tanche
del cav. Mariani in Sa Badde. I carabinieri avevano sete e si
buttarono a terra a bere e a riposare. Ad Angius venne un'idea:
massacrarli tutti. Fui io che mi opposi energicamente, parendomi
vigliaccheria colpire a tradimento quei poveri militari. Nei miei
compagni nacque la diffidenza, seppi che avevano deciso di spacciarmi.
Seppi della tresca della moglie mia, e con quel pretesto, l'undici marzo
del 1894, accompagnato dal Derosas fino ai pressi d'Usini, mi separai da
lui e dall’Angius, che alla fine di maggio vennero catturati semivivi.
- E come andò che assassinaste vostra moglie e
l'amico? Delogu a questa domanda si
calcò con ambo le mani la berritta sul capo e socchiusegli occhi
come per scacciare una paurosa visione. Era forse una tortura per lui il
rievocare certi episodi della sua vita. Poi prese a dire concitato:
- Mio fratello ed altri mi avevano avvisato che
mia moglie mi tradiva. Noi sardi sappiamo odiare ma anche amare! Il
sapermi tradito così vilmente dopo sedici anni di matrimonio mi fece
salire il sangue alla testa, gettare un urlo di rabbia. Ah, guai a lei!
Guai a tutt'e due! Affrontai ogni pericolo e di notte entrai in Usini.
Era un mese che non vedevo mia moglie e sentivo il cuore in tempesta. Si
chiamauaLuigiaF7igiano; poteva avere 33 anni; ma era bella ancora. Entro
guardingo come un ladro in casa mia, poi nella sua stanza. Lei era a
letto. Dormiva. Una voce soffocata, ma ben nota, la scuote "Luigia,
levati, fa presto!" Calmato il primo stupore che paralizzò i suoi
movimenti essa corrispose con un sorriso al mio sguardo che doveva
essere terribile come quello del proprietario che minaccia un servo
infedele. "Se mi pare mi alzo, se no... no! "Disse con sfrontatezzaE
aggiunse: "ti avranno gonfiato raccontandotene delle belle, non è vero?"
Le mie domande incalzano, essa nega tutto. Ma io non volevo credere
all'innocenza di Luigia se non avendone la certezza. Rimasi nei pressi
d'Usini, e piantai una specie di tribunale. Feci venire a me due donne,
amiche di Luigia, alcuni miei fidi amici, e tutti mi confermarono coi
più ributtanti particolari la reità di mia moglie. Dinnanzi a
testimonianze schiaccianti, questa finì per confessare. Era il 24 marzo
del 1894. Verso le dieci di mattina mi recai con mia moglie in un
oliveto nell'agro sassarese, dove sapevo essere Giuseppe Luigi Ferru -
l'amante - con quattordici donne e il proprietario del luogo - un
cittadino - a raccogliere olive. Il Ferru rimase terrorizzato nel
vedermi. Messo alle strette dalla stessa mia moglie, ebbe la
spudoratezza di dirmi: "Te l'ha detto lei stessa... tanto quel che è
fatto è fatto!" Sopraggiungeva la sera, eravamo nella settimana santa.
Avuta l'orribile conferma anche da lui, lasciai finire il lavoro, poi
gli dissi: "Io sono morto per Luigia! Accompagnala in paese e tienla per
tua. Io stesso vi unirò in matrimonio. "C'incamminammo. Loro
precedevano, io venivo dietro col fucile carico sulla spalla. Il Ferru
aveva alla cintura la rivoltella, ma era un vigliacco e non ebbe il
coraggio di servirsene contro un uomo che, già reso furente dal suo
tradimento, aveva giurato la sua morte. Era un cadavere ambulante lui!
Presso al fiume, in una stretta passerella, mentre Luigia era avanti e
il Ferru la seguiua: "Andatevene con Dio! .... gridai, e con una
fucilata li passai entrambi da parte a parte. Caddero uno sull'altro, ed
io fuggii sparando altre tre volte contro i loro cadaveri. Giustizia era
fatta!
Delogu, il 5 settembre del 1894, compì la sua
vendetta contro il nemico Merella uccidendolo con una fucilata. Molti
altri delitti gli vengono imputati nel tempo della sua convivenza con
Derosas, delitti che egli non volle in mia presenza riconoscere.
Richiestolo se provava rimorsi: "Ma che! - mi
rispose, - sono lietissimo d'avere appagate le mie vendette.
All'occorrenza comincíerei da capo. Mi sono reso ministro di Dio!"
- Avete saputo della venuta del Re in Sardegna?
- Lo seppi e lo vidi. Lo vidi abbastanza da vicino
in viaggio per la Crucca, e se avessi
potuto indovinare quanto doveva avvenire, mi sarei consegnato a lui.
Forse quell'uomo dai baffi bianchi, dall'aspetto sì generoso, m'avrebbe
fatto del bene. Ho goduto le feste di Sassari dall'alto del colle dei
Cappuccini.
Il bandito ebbe un solo conflitto, durante il
lungo tempo della sua latitanza, ed egli scampò buttandosi nel fiume e
quindi fuggendo sopra un cavallo che pascolava, mentre i carabinieri gli
sparavano dietro, ma invano circa 150 fucilate.
Essendo corsa voce ch'egli si fosse costituito per
avere un salvacondotto e sposare una sua
amica gli chiesi se ciò fosse vero.
- Non ero affatto disposto a costituirmi e
cominciai a pensarvi solo dopo il colloquio che tenni col viceprefetto
(cons. deleg. cav. Trinchieri) in Usini, in questa stessa stanza, il 26
agosto. Dico francamente che le parole di quell'uomo che stimo
galantomine mi fecero impressione più di
quelle degli altri. Mi parlò di famiglía, d'arresti in massa di coloro
che m'aiutavano; mi promise che si sarebbe interessato di me... Tornai
alle mie grotte. Li salutai per sempre! Otto giorni dopo depositai nelle
mani del Prefetto il mio fido fucile calibro 24, un centinaio di
cartucce, due coltelli e un ottimo binocolo. Avevano vinto! Colla mia
costituzione, salvavo dalla rovina tante famiglie; salvavo i miei
parenti, salvavo mio padre settantenne arrestato quest'anno ai primi di
settembre mentre tornava dal lavoro. Che essi almeno sieno felici! Il
mese concessomi di libertà dal Salvacondotto spira il 4 ottobre alla
mezzanotte e io mi costituirò, glielo giuro! Le 8.000 lire di taglia che
pesavano sul mio capo mi serviranno per il dibattimento... Lei che è
giornalista, se vuol parlare di me, dica ai suoi compagni, che non è
vero che io abbia sposata in questi giorni la fida amica delle notti
insonni, è una favola.
Nei sette anni di latitanza, Delogu visse da gran
signore. Nulla gli mancava. Beveva vino, fumava ottimo tabacco. Quando
aveva bisogno di cavalli, gli stessi proprietari glieli offrivano a
gara. Disse di contare amicizie anche fra brigadieri della benemerita.
Sapeva ove eran mosse le perlustrazioni e le sviava. Non dormiva mai una
notte di seguito nel medesimo posto. Percorse gran parte dell'isola, si
recò nel Campidano e soggiornò anche nella stessa Sassari! Pochissimo
conosciuto, spesso s'imbatté senz'armi con qualche pattuglia dei
carabinieri, che forse lo ricercavano, e augurava loro il buon giorno o
la buona notte... M'assicurò anche di non aver mai partecipato a
ricatti, rapine, estarsioní.
Luigi Delogu, intelligentissimo, per quanto
analfabeta, era díffidente all'estremo. Quando facevansi pratíche per
la sua costituzione, non accettava appuntamenti
in luoghi fissi. "Percorrete sempre la strada di
Bosa -per esempio - e mi troverete". Il suo cannocchiale gli dava campo
di distinguere una persona a tre quarti d'ora di cammino. Non
permetteva assolutamente che i parlamentari fossero armati, e se gli
venivano offerti sigari, cibo, bevande voleva che gli altri li
assaporassero prima di lui, sospettando contenessero veleno.
E il 5 ottobre, fedele alla parola data, il
bandito si costituì.
Il Lombroso definirebbe Luígi Delogu "un
delinquente passionale". Esso mi regalò vari oggetti che gli servirono
durante il tempo della sua latitanza. Questi oggetti: una barba finta,
un panciotto di velluto e uno spazzolino caratteristico per barba,
esposti per qualche tempo nella vetrina della più elegante cartoleria di
Fírenze, vennero acquistati dal senatore Paolo Mantegazza, per il Museo
Antropologico. La fotografia, somigliantissima, me la diede egli colle
sue mani.
Il brigante Luigi Delogu fu ora condannato dalle
Assise di Sassari., alla pena perpetua dell'ergastolo, poiché nel
processo che destò grande interesse e al quale figurò come testimonio il
Derosas, fatto venire dall'ergastolo di Santo Stefano, fu assoldata la
colpabilità del Delogu. Egli ascoltò impassibile la condanna terribile
mentre la madre cadente e la sorella di lui scoppiarono in dirotto
pianto. Il bandito si era eretto a giustiziere, ma la giustizia è stata
per lui inesorabile. "
L'INTERVISTA DI SEBASTIANO SATTA E GASTONE CHIESI
AI TRE BANDITI
DEROSAS, ANGIUS E DELOGU
Nel febbraio del 1894 il bandito Cicciu Derosas venne
intervistato da Sebastiano Satta e Gastone Chiesi nella grotta-rifugio
di Setti Funtani presso Sassari. In quell'occasione, mentre i
compagni di latitanza Angius e Delogu rimanevano silenziosi e immobili,
il brigante usinese rievocò i fatti principali della sua vita,
dall'omicidio di Domenico Perzeu fino alla tragica vendetta compiuta ai
danni del cav. Luigi Dettori di Cossoine, il cui tradimento provocò lo
scontro di Nuraghe Idda:
I tre banditi si fa presto a capire chi sono:
DEROSAS, ANGIUS e DELOGU, i pubblicisti siamo noi: Gastone Chiesi e
Sebastiano Satta.
L'avventura può sembrare un pò stravagante,
romanzesca forse, ma è vera in ogni suo minimo particolare, specie per
quanto si riferisce al dialogo avuto col Derosas del quale serbiamo
esattissimi appunti.
Ecco come è andata la faccenda.
In una delle passate sere discendevamo, come al
nostro solito, dopo di aver terminato di compilare il giornale, lungo
via Vittorio Emanuele pacificamente discorrendo.
Ad un certo punto, di poco oltrepassata la libreria
Gallizzi, un giovinotto bruno in volto, dalla fisionomia simpatica,
pulitamente vestito del solito forese in uso presso i nostri contadini
ci si avvicinò con una qual certa titubanza:
- Dicano... disse portando la mano al cappello in
cenno di saluto - sono loro quelli dell'Isola?
- Appunto, gli si rispose.
- Rincrescerebbe loro, seguitò quegli, di discendere
con me sino all'ospedale militare? ci sarebbe una persona che desidera
dir loro due parole.
- E chi è questa persona? naturalmente fatti curiosi,
si richiese al giovinotto.
- Non posso dirlo perché anch'io la conosco appena
appena di vista e non ne so il nome, ma è persona d'importanza.
- E perché non è salito egli a cercarci?
- Perché non lo può assolutamente. Poi troncando il
dialogo: - Vengono dunque?
La curiosità ci tentò, soprattutto, lo confessiamo,
ci suggestionò l'aria misteriosa del giovinotto.
- Andiamo, dicemmo dopo esserci consultati con
un'occhiata. Ed il giovinotto si mosse e noi gli tenemmo dietro.
Percorremmo così la via al Duomo ed uscimmo ai giardini che
traversammo infilando il viale che conduce a San
Pietro. Giunti
all'ospedale militare noi sostammo un'istante: - Dove
andiamo? domandammo. Il giovinotto si voltò.
- Ancora pochi passi e poi siamo arrivati.
- Ma ci avevate detto che quella persona ci attendeva
qui.
- Vuol dire che se ne sarà allontanata, la troveremo
nel viale.
Vengano.
- Ma...
- Hanno paura?
La frase ci punse e troncò ogni altra nostra
esitazione. Intanto era annottato e nel viale faceva un buio da bocca di
forno.
Fra i rami spogli di fronde, un cielo nuvoloso,
bigio, opaco; scintillante appena appena, qua e là, qualche stella. Solo
sull'orizzonte lontano, sopra il mare, sopra l'Asinara, una sottile ma
lunga striscia di cielo purpureo gettava ancora qualche luminoso
bagliore.
Sulla strada non c'era anima viva, il nostro compagno
ci precedeva di pochi passi ed a stento ne scorgevamo la nera
silouhette.
Così silenziosamente, percorremmo tutto il viale fin
che sbucammo all'aperto in quella specie di piccolo prato che è dietro
la chiesa di San Pietro.
Là, vedendo che il compagno nostro non accennava
affatto a volersi fermare, sostammo noi per la seconda volta, ben
risoluti a non muovere più un passo se non ci si diceva dove andavamo.
- Insomma dove si va?
- Per di qua a sinistra.
A sinistra c'era un viottolo incassato fra due muri
ed un bosco di olivi.
- L'andare a sinistra non vuol proprio dir nulla; in
poche parole: chi ci cerca e dove si va?
- È Cicciu che desidera parlare a loro.
- Cicciu? Chi Cicciu?...
- Cicciu Derosas.
Il nome del famigerato bandito suonò in modo strano
al nostro orecchio - e forse, perché non dirlo? Nemmeno troppo gradito.
Non dubitammo nemmeno per un istante che si potesse
trattare di un agguato: non siamo persone da meritarne la spesa, ma ci
sembrò un pò originale il desiderio del bandito di fare la nostra
conoscenza e fummo ad un pelo di girare sui tacchi e far ritorno in
città.
- Vi ha da dire cose interessanti che vuole si
sappiano per le stampe, continuò il giovinotto, che a quanto potemmo
convincercene sapeva bene la sua parte.
Ciò solleticò un pochino il nostro orgogliuzzo di
pubblicisti.
Il diventare depositari della confessione di
un'individuo che come il signor Francesco Derosas abbia sulla coscienza
più che dodici assassini, che minaccia sempre perpetrarne altri, che è
rinomato per la sua straordinaria audacia e per l'essere sfuggito fino
ad ora alle più oculate ricerche dell'autorità di pubblica sicurezza non
è avvenimento che possa capitare tutti i giorni, come fra le proprie
«Choses vues» tutti i giorni non si può mettere l'impressione di
un'accampamento di banditi.
Questa riflessione ci passò di capo, ce lo dicemmo di
poi, all'uno ed all'altro
- sicché il primo che disse: Andiamo
- trovò il compagno consenziente.
Ed ancora una volta ci mettemmo sulla traccia della
nostra guida e con lui risalimmo tutto lo stretto viottolo, incespicando
le mille volte per l'oscurità addensatasi e lo sconnesso ciottolato,
fino a sbucare in una strada carrozzabile, non molto larga ma
sufficientemente ben tenuta.
Lì piegammo a destra cominciammo a discendere come in
una specie di conca immensa, in una valle buia, silenziosa, boscosa
forse: la densa oscurità non ci permise di assicurarcene.
Di noi due, nessuno l'aveva mai percorsa quella
strada, e di essa solo serbiamo l'impressione di un'immenso pino
delineatosi di un tratto nell'ombra a sinistra, di due alte trincee
tagliate nel bianco calcare, una prima a dritta l'altra a sinistra,
infine di un ponticello varcato al dolce murmure di un'acqua corrente.
E null'altro, ombra fitta, ombra opaca, ombra
impenetrabile, a dritta a sinistra, in alto. Quanto tempo camminammo
così?
Non lo sapremmo dire; forse un'ora, forse più.
Ad un certo punto dove la strada ricomincia a salire
rasentando
un muro, al di là del quale si intravvedono delle
piante, si ode: Cric!... cric!... il caratteristico rumore di un fucile
a due canne
del quale vengono armati i cani. Chiesi si arresta di
colpo, la guida
pure; Satta che non ha udito fa ancora qualche passo.
- Chie ses? dice una voce non forte ma chiarissima. - Tue? risponde la
guida.
- Passa... rifà la voce dal bosco dietro il muro.
Si fanno ancora alcuni passi poi si entra saltandovi
dal margine
della strada in un predio più basso di questa, in
quel punto, e tutto
olivato.
L'oscurità, tolto anche il bianco riflesso della
strada diventa ancora più profonda; a stento facciamo alcuni passi poi
troviamo un sentiero - che sale leggermente - e al primo svolto di esso,
vediamo un uomo a quattro o cinque passi da noi.
Tue ses? ripete - Eo, risponde la guida.
L'uomo fa un piccolo movimento e con quel rapido
gesto che è famigliare a tutti i cacciatori appoggia sull'avambraccio
sinistro il fucile che aveva appuntato verso di noi.
Ci appressammo fino a toccarlo.
- Buona sera.
- Buona sera.
- Chi siete voi?
L'individuo ebbe una piccola risatina. - Eh... Cicciu
Derosas.
Allora ci presentammo noi due declinando la nostra
qualità e domandando perché ci aveva mandato a chiamare.
- Perché dopo tante balle si contino nei giornali,
sul mio conto, alcune verità... ma andiamo di sopra a discorrere, qui
siamo troppo vicini alla strada.
Difatti la strada non era distante da noi una decina
di metri.
La nostra guida che dal momento non fiatò più ci
precedette fino ad una piccola spianata ove era un altro uomo che prima
di lasciarsi avvicinare ripeté la scenetta del:
- Tue ses?
Ce lo presentarono:
Delogu.
Era incappucciato ed avvolto in un pesante cappotto,
teneva lui pure il fucile sull'avambraccio.
Tutto intorno su dei sassi erano deposti un'infinità
di oggetti: zucche, zaini, cappotti, bisacce, carnieri, tascapani, un
arredo completo.
- Andiamo di sopra, fece ancora Derosas raccogliendo
un pò di quella roba
- mentre Delogu e la guida si caricavano del
rimanente.
E continuammo a salire per il sentiero fatto erto
finché giungemmo a un piccolo spiazzo, a metà costa di collina, ove nel
molle calcare arenario si apriva, scavata dalla mano dell'uomo, una
grotta.
Vi entriamo tutti l'uno dopo l'altro. Appena vi
siamo, Satta accende un zolfanello, e per la prima volta possiamo
guardare in faccia i nostri compagni.
La grotta nella quale ci troviamo è un vasto ambiente
diviso per metà da due archi poggianti sopra un pilastro centrale. Noi
siamo nel vano più interno, Chiesi e Satta addossati al pilastro, Cicciu
Derosas, Delogu e la guida a semicerchio di fronte. Si accendono altri
fiammiferi e ci contempliamo a vicenda.
Derosas, il personaggio principale della scena, ha il
cappotto buttato su di una spalla, è in stivaloni, ed ha una giacca di
velluto. È quel che si dice un bel giovinotto, alto, tarchiato, con
baffetti neri. Il colorito è bruno ma sano.
Delogu invece più piccolo di statura, più smilzo e
tutto incappucciato - ci sembrò un pò sofferente, d'un colorito terreo
- vestiva di fustagno.
Si restò così un pò in silenzio, forse tutti un pò
imbarazzati, continuando ad accendere zolfanelli.
Il primo a scuotersi fu il Derosas:
- Facciamo un pò di luce, disse.
E frugato in un carniere a rete dal quale trasse
successivamente, una scatola di zinco con cartuccie a mitraglia, un
rasoio di barba, un pacco di sapone, un binocolo, fazzoletti,
un'infinità di altre cosette, ed infine due candele steariche.
Se ne accese una che fu deposta a terra. In quel
mentre comparve piano piano con passo di lupo, inosservato da principio
- un sesto personaggio - Angius.
Lui pure l'Angius è un bell'uomo di statura meno alta
di quella di Derosas, piuttosto grasso con una bella barba nera che gli
incornicia il volto pallido. Ha occhi lucentissimi ed espressivi.
Allora la guida uscì col fucile a far da sentinella e
noi due rimanemmo coi tre banditi. Chiesi assiso sopra un sasso, Satta
rimase in piedi vicino al pilastro, e gli altri ci fecero corona
attorno.
Finalmente accomodatici nella spelonca come abbiamo
descritto, noi chiedemmo al Derosas:
Quale fu la vera origine dei torti che avete ricevuto
e che vi indussero a perpetrare le strage di Usini?
E lui ci rispose: La vera e primissima origine fu un
cane, ed ecco come vanno le cose:
Certo Giovanni Bellu di Usini, aveva un cane mastino
che egli teneva molto caro e che per dispetto gli fu ucciso. Il Bellu
giurò di vendicarsi.
Tempo dopo in una vigna dello stesso Bellu fu
rinvenuto il cadavere del figlio di certo Antonio Perzeu orrendamente
mutilato a colpi di ronca, in modo da essere quasi irriconoscibile.
Ora i sospetti di questo misfatto essendo il Perzeu
supposto uccisore del cane, si fecero cadere sul Bellu ed i suoi due
figli che furono arrestati assieme a certo Lorenzo Pinna. Dopo alcuni
mesi furono però rimessi in libertà.
Continuandosi le indagini nacque nell'autorità
giudiziaria, su referto di influenti persone, nemiche al Perzeu padre,
che questi fosse l'uccisore del proprio figlio.
Ad aggravare la posizione dell'Antonio Perzeu venne
la deposizione del dottor Giuseppe Michele Melis di Usini, il quale
affermò di aver visto verso l'alba del giorno nel quale avvenne il
fatto, il Perzeu padre, a passare sotto le finestre tentando di celare
sotto il cappotto una ronca insanguinata.
Il Melis è da notarsi odiava il Perzeu per diverbi
insorti tra di loro e perché il Perzeu pastore dell'avv. Camboni gli
aveva ucciso una giunta di buoi.
Si cercò di mandare in galera il Perzeu. Testimoni a
carico l'avv. Camboni e i due Melis.
- Ma, e voi come ci siete entrato in quest'affare?
- Io ci sono entrato per questo. La sera
dell'assassinio ho incontrato il Perzeu fra le 10 e le 11, che si
dirigeva verso casa. Naturalmente chiamato a testimoniare ho deposto
questa circostanza al giudice istruttore!
Certa Clotilde che abitava nella stessa casa del
Perzeu, al piano superiore, chiamata anche essa a testimoniare affermò
prima che non poteva dar conto del Perzeu perché questi abitando al
piano inferiore poteva uscire o rientrare liberamente senza essere visto
né udito da lei.
Poi, in una seconda deposizione, disse che era certa
che il Perzeu non era uscito di casa perché tutta quella notte l'aveva
sentito tossire.
In seguito a tale deposizione il Perzeu fu prosciolto
ed io accusato ed arrestato come complice e come falso testimonio.
Contemporaneamente furono arrestati di nuovo il
Giovanni Bellu ed i figli.
Fatto il processo i Bellu ed il Pinna, che in quel
momento era latitante furono condannati alla galera in vita. Io per mia
parte mi buscai dieci anni di reclusione.
- In coscienza, diteci, chi l'ha ammazzato veramente
questo Perzeu.
- Sentano: io potrei non credere a tutto ciò che ho
fatto; ma non posso dubitare dell'innocenza mia a questo riguardo e
soprattutto di quella dei Bellu. (testuale).
E questo posso affermarlo perché Lorenzo Pinna
confessò a me di essere stato lui solo l'assassino.
- E i Bellu?
- I Bellu son morti in galera innocenti.
- In quale anno siete andato alla casa di pena? - Nel
1884.
- Che cosa facevate là?
- Da prima ero ai tessuti. Ma questo mestiere non mi
piaceva e
mi nuoceva alla salute. Passai ai falegnami e non
faccio per dire,
riuscii a diventar capo squadra intagliatore.
- Ed ora di questi lavori non ne fate più?
- Veramente a questi lavori non mi ci sono più
dedicato... - Quando è, che è nato in voi il desiderio di vendicarvi?
- Fin da quando fui condannato. Questo pensiero mi
tormenta
va sempre anche nella reclusione. Anzi lo palesai
colà a parecchi
miei compagni.
- Vi ricordate del nome di qualcuno dei vostri
compagni?
- Si ricordo un certo Agostino Vacca, di Sorso mi
pare, che faceva l'impagliatore e che era a conoscenza del mio
proposito; come pure ne era a conoscenza certo Matteo Sanna.
- Come è che avete lasciato passare dei mesi prima di
vendicarvi e non avete fatto la vostra vendetta subito appena ritornato?
- Cosa vogliono, e sorrise tristamente, anche io che
avevo perduto la mia gioventù volevo godere un pò di vita. Ero cupo.
Cercavo di divagarmi per togliermi di testa la brutta idea. Andai a
lavorar in campagna; ma quel pensiero non mi abbandonava mai. Avevo
sempre presso il letto il pugnale ed il fucile che doveva servirmi per
disperderli.
- Ma quale fu veramente la cosa che vi ci spinse, che
vi fece decidere alla strage?
- Ecco. Io venivo continuamente molestato e insultato
da più di uno e specialmente dal dottor Melis. Mi si prendeva in giro
perché
calzavo un paio di scarpe col cracco. Un giorno andai
a chiedere una sella, me la si offrì senza sottocoda, io la rifiutai. Il
dottor Melis disse: Poveraccio! si vergogna di andare a Sassari senza
sottocoda, il signore!
Spesso lo stesso dottor Melis trovandomi mi diceva:
Su fizu de Rositta troppu rassu sese, non t'agradat andare a trabagliare
(O figlio di Rosa, sei troppo grasso, non ti piace il lavorare). Per il
giorno dei morti stabilii la vendetta.
- Avevate scelto un bel giorno!
- Ci ho pensato. A sos mortos bi cheriat moltalidade!
Non potei però il giorno fare le mie vendette perché fui disturbato da
una mia cognata, che si recava in una casa vicina alla nostra per far
visita ad una sua amica che si era sgravata.
Dentro quella casa c'era appunto il dottor Melis e se
io l'avessi in quel momento ucciso avrebbero, per fare altre vendette,
accusato mia cognata di essersi recata là per spiare se lui c'era.
Dopo quattro giorni ero risoluto di farla finita.
Sedevo sul cantone di casa al sole assieme a mia sorella incinta grossa.
Sull'uscio avevo appoggiato il fucile. Passò il
dottor Melis per la via andando a medicare un vicino ferito: io dissi
allora a mia sorella: Rientra in casa perché il sole ti fa male. E così
essa fece. Dopo un poco ripassò il dottor Melis che venne diffilato in
casa nostra.
Mi vide e mi disse: Non lavori? Io non gli risposi ma
tra di me pensai: Vedrai che bel lavoro ti faccio oggi.
Intanto comparve mia madre; ed il dottore che si
vantava di ponner oju (dar la jettatura) alle galline e che anzi con
questo pretesto riusciva a scroccarne più di una, dicendo che facendogli
un regalo il pollaio sarebbe stato salvo, le disse: Rosa dami una
puddighina si no nde morit.
E mia madre gli rispose:
- Non ho paura, signor dottore: la medicina alle
galline ce l'ho fatta io, ho bestemmiato lei.
Il dottore prese una manata di grano da una corbula e
lo buttò per terra chiamando le galline e dicendo che a quel modo
avrebbe dato ancora la jettura.
Io intanto pensavo: Non sarai certo tu, homine malu,
che mangerai quella gallinella. Il dottore se ne andò ed io gli fui
dietro armato in tutto punto.
A poca distanza da casa gli diedi la voce: Sù duttò,
girati!
- Derosas eccitato dalla narrazione e dal triste
ricordo a questo punto spianò il fucile, che durante tutta la narrazione
non ha mai abbandonato, verso un nemico immaginario, con una contrazione
di viso ed un selvaggio fiammeggiar d'occhi che diede a noi un piccolo
brivido.
Sù duttò, girati! ripeté, e poi riprendendo il filo
del racconto continuò:
Il dottore al mio grido si volse di colpo, spalancò
le braccia e disse: Cicciu!... Cícciu! Ite faghes? (Francesco!
Francesco! che fai?). Ti rammenti, gli dissi, o dottore, della mia
gioventù perduta per colpa tua? E gli sparai due colpi. Ferito
mortalmente ebbe forza di far tre o quattro passi, barcollando, verso di
me. Sollevai il fucile come una mazza e gli gridai: Dove vai?
Cadde morto.
Allora ricaricai il fucile e mi allontanai da quel
posto. Dalla bocca
mi colava la bava come se fossi stato un cane
idrofobo... Qualcheduno pareva che accennasse a volermi trattenere; io
gli
gridai:
Chal est s'usinesu chi s'at a ponner a innanti de
Cícciu Derosas?
Una mia cugina incontrandomi mi gridò, tutta
spaventata: Cicciu Cicciu torra a domo. Era proprio quella l'ora di
ritornare!... Sfondai la porta di Clotilde, che cercava di rinchiudersi
in casa sua, e l'uccisi in mezzo alla stanza, con una pistolettata,
uccisi gli altri e mi diedi alla campagna.
Durante la narrazione di questi fatti, Derosas
esaltato parlava ad alta voce, gestendo col fucile come se narrasse una
grande avventura di caccia. Delogu ed Angius, che avranno chi sa quante
volte sentito parlare di quella tragedia, ascoltavano indifferenti. La
guida fuor della grotta stava in vedetta.
Ad una nostra osservazione sull'utilità di essa:
- È sempre meglio che lui guardi, disse Derosas:
anche nella
caserma la sentinella è inutile, eppure ce la
mettono. - Dopo la strage vi siete calmato?
- No, perché ne dovevo uccidere otto ed invece ne
uccisi quattro soli. Gli altri se l'hanno scampata e devono la vita alla
mia famiglia che mi scongiura sempre a desistere dalle vendette.
Derosas in tutta questa narrazione ci apparve un pò
incerto e confuso, si dilungò in minutissimi ed inutili particolari
trascurandone altri importanti che fummo obbligati richiamargli con
interrogazioni.
Dopo di averci parlato dei fatti di Usini gli
chiedemmo:
- Come andò l'attacco di nuraghe Idda?
Al ricordo di questo fatto Derosas sorrise con una
qual certa
compiacenza ed esclamò:
- Custa est istoria longa
Lo incitammo a raccontarla.
- Io e Pera Giuanne (Angius) avevamo fatto relazione
da qualche tempo col cav. Luigi Dettori di Cossoine ed eravamo in sì
stretta amicizia da fidarci completamente di lui.
Era tanta la buona intesa che correva fra di noi che
un giorno scambiammo perfino gli orologi accettandone, io in cambio del
mio uno di assai minor valore.
Il Dettori e con esso altre due persone di Cossoine
un giorno, essendo noi da qualche tempo lontani da quei paesi, ci
mandarono a dire:
Come, Cicciu, non venite più a trovare i vostri
amici? Venite che passeremo una mezza giornata in allegria.
Io risposi: accetto ben volentieri però fatemi il
piacere di far recapitare una lettera a mio fratello Salvatore. Nella
lettera lo pregavo di trovarsi a Cossoine per il giovedì successivo e di
venire col Dettori a nuraghe de Idda.
Il giorno fissato per l'appuntamento noi all'alba ci
siamo trovati al posto stabilito.
Aspetta un'ora, aspetta due, aspetta tre, né Dettori
né mio fratello non si facevano vedere.
Finalmente dopo le dieci vediamo arrivare una turba
di persone
che non finiva più. Avevo raccomandato che venissero
in pochi ed
invece erano sette od otto e per di più non c'era mio
fratello. Ciò ci indispose un poco. Io domandai: - E mio fratello perché
non è venuto?
- Arriverà a Cossoine stasera, rispose pronto il
Dettori, ed appena viene te lo farò condurre. Intanto io e Pera Giuanne
notammo la gran fretta che aveva il Dettori:
- Io, diceva lui, ho da andare stasera a Semestene.
Mangiamo subito.
Così facemmo. Non era certo la roba da mangiare che
mancasse
né il vino! Quella gente ne aveva portato da dar da
mangiare a tutta una cumpagnia.
- Durante il pranzo ci fu allegria?
- E perché no? Noi non sospettavamo di nulla.
Comunque fra preparativi, mangiare e un pò di riposo dopo, vennero le
quattro.
Dettori guardava continuamente l'orologio ripetendo
che gli si faceva tardi per andare a Semestene senza però mai decidersi
ad andarsene. Gli altri della combricola se ne erano già partiti.
Finalmente verso le cinque anche il Dettori montò a
cavallo e se ne andò.
- Sentite. In un giornale abbiamo letto se bene ci
ricordiamo, che
a quell'appuntamento il Dettori era venuto
casualmente assieme a certo Sebastiano Dore, quello stesso che fu
ammazzato in una stalla...
- Deo lu dia aer fatta a biculos, interruppe Derosas.
(Io l'avrei fatto a pezzi).
Ciò e affare vostro. Ma non è proprio vero ciò, e per
di più non è vero che essendo sopraggiunto voi avete offerto al Dettori
ed al compagno un boccone e che essi mangiarono perché non poterono fare
di meglio?
Qui saltò su Angius un pò beffardo:
- I giornali sono sempre favorevoli ai signori. Per
noi non hanno mai una parola buona.
Lasciammo cadere l'osservazione senza... confutarla.
E Derosas alla sua volta:
- La verità è come ve l'ho contata e ricordo anche, e
bene, i nomi
delle persone che oltre il Dettori ed il Dore,
c'erano;
- Ecco un particolare interessante, osservò Chiesi
Continuate
pure.
- Il Dettori, ripigliò Derosas, non si era
allontanato un tiro di fucile quando vedemmo da varie parti della
campagna alcune persone abbastanza ben vestite venire verso di noi.
Chi saranno mai? chiesi a Pera Giuanne. Comparvero
altre persone. Allora presi il binocolo e guardai: insospettitomi mi
rivolsi ad Angius e gli dissi: Se quella gente continua ad avanzare
daremo il ferma e faremo mettere le armi a terra.
Intanto non mi sfuggì guardando col cannocchiale che
il Dettori aveva conferito con uno di quegli individui, che poi seppi
essere il delegato, e si era allontanato dopo in tutta fretta.
In questo modo io contai quattordici persone che si
avanzavano da diverse direzioni verso di noi.
Allora compresi che avevamo da fare con dei
carabinieri travestiti: pensammo a scappare. Pera Giuanne prese a
destra tra le macchie io invece a sinistra traversando un tratto di
terreno nudo come la mano.
Ed è lì che è cominciata a piovermi addosso da ogni
parte una grandinata di palle.
- Siete stato ferito?
- No. Solo son riusciti a bucarmi la giacca: e notate
che lì mi sono fermato un momento a sparare anche io mentre sulla mia
dritta sentivo le fucilate di Angius.
Dopo un poco sono riuscito a mettermi a riparo di un
macigno.
Il maresciallo Puggioni, che dicono sia un bravo
tiratore sparava contro il nuraghe (E qui il Derosas se la rise un
pochettino).
Io ero arrabbiato perché non vedevo i carabinieri che
erano tutti nascosti o coricati per terra, e solo una volta ho sparato
contro il Puggioni che nascosto dietro un albero si era scoperto un
pochettino, sbagliandolo però.
Intanto si fece notte. Angius trovò il modo di
scappare, io invece dovetti rimanere dove ero, non essendomi riuscito di
fare lo stesso gioco.
Per mia fortuna la notte si fece nera come un forno.
Mi cacciai in un fosso e vi stetti appiattito per molte ore. Intanto io
sentivo le voci dei carabinieri ed i comandi del maresciallo che
ordinava di stringere il cerchio, e a poco a poco vedevo le ombre dei
soldati avvicinarsi al posto dove ero e stringermi in uno spazio che non
era certo più grande del recinto di una mandra.
Poi cominciò a piovere.
Ricordo l'impressione che mi fece un carabiniere che
venne diffilato fino a pochi passi da me e che proprio si allontanò
quando io forse, senza che egli se ne accorgesse stavo per tirargli.
-Tue l'as balanzada dissi tra di me. (tu l'hai
guadagnata). Allora ho pensato siccome contro t.anta, gente io non ce la
potevo, a cercare un modo di cavarmela.
Mi sono levato le scarpe e ho cominciato strisciando
a terra piano piano, favorito dalla tenebra profonda, a fare il giro
degli appostamenti ed ho riconosciuto la posizione occupata da ciascun
carabiniere.
Nello stesso tempo ho avuto agio di sentire i nomi ed
i comandi che venivano loro impartiti.
Fatta questa perlustrazione me ne ritornai al mio
posto tenendo sempre aperto tanto di orecchie.
Quando stava per comparire la stella dell'alba io mi
sono deciso. Di nuovo scalzo e strisciando mi avvicinai a un gruppo di
tre carabinieri, e lì levatomi d'un tratto in piedi parlando in
continentale dissi:
- Porca madonna! Badate che scappa il latitante
lassù: Poggiate a destra.
- Chi sei tu? mi fece un carabiniere. Non è ora di
far nomi, gli risposi, e lasciatili mentre essi poggiavano a destra
andai verso un altro carabiniere isolato (che era Porzio). Anche a lui
gridai: Poggia! Poggia!
Ma quegli mi rispose: Tu sei il latitante?! - Ma no,
feci io...
Il Porzio senza altro mi sparò senza colpirmi però,
ed io alla mia volta sparai su lui abbattendolo. In un attimo mi rigirai
sparando contro il carabiniere più vicino che, buttandosi a terra, mi
fece andare il colpo a vuoto.
Allora scappai a piedi nudi in mezzo alle spine ed
alle roccie inseguito dalle fucilate.
Mi diressi verso il campo di Giave. Ad un certo punto
fatto un mezzo giro me ne ritornai al monte ove scelta una bella
posizione mi appostai in un bel posto.
C'ero appena che passarono dei carabinieri a cavallo
tanto
vicino a me che io gli intesi dire: Dove sarà andato?
In quel momento io ero pronto a riceverli. Avevo
ancora più di
centocinquanta cartuccie, e garantisco che vivo non
mi pigliavano. Ma non ci fu bisogno di nulla perché i carabinieri ebbero
la
buona idea di ritornarsene.
Io allora me ne andai, e pigliato un cavallo in una
tanca mi misi a correre a spron battuto pensando ad Angius che io
credevo già morto nell'attacco. Pensavo pure a mio fratello che doveva
essere arrivato a Cossoine e mi avrebbe creduto morto.
Mentre andavo così pensando, mi comparve d'improvviso
Pera Giuanne, che mi gridò vedendomi arrivare: sei ferito? No,
rispos'io, ed allora gridammo tutti e due: Vittoria! Vittoria!
Qui l'interrompemmo per chiedergli:
- Come? non siete stato ferito? Se si diceva che si
erano trovate delle traccie di sangue?
- Il sangue dei miei piedi hanno trovato. Ce li avevo
rotti dalle spine.
- E dopo come vi è andata?
- Ebbi la febbre per tre giorni e dopo guarii anche
dalle ferite ai piedi.
- Da quanto ci raccontate sembrerebbe che fosse il
Dettori quello che vi ha fatto la spia. È vero?
- Altro se è vero! Io ne ho acquistata per molti
motivi la certezza. Ed è per questo che io l'uccisi.
- Voi sapete senza dubbio che corre la voce che lo
abbiate ammazzato per mandato della famiglia Obino la quale si dice vi
abbia offerto per questo omicidio 1500 lire.
- Non è vero, non è assolutamente vero. Io non
ammazzo che per vendetta, anzi vi posso assicurare che tempo addietro
dal Dettori e da altri del suo partito mi furono offerti 200 scudi per
uccidere il don Baingio Corda di Giave ed io rifiutai dicendo che non
sono sicario per conto altrui. E non solo questo ma mi si insegnò anche
un orto appartenente all'Obino ed ove era facile trovare questi.
Aggiungevano che l'Obino, si adoperava per farmi
pigliare.
Siccome non conoscevo l'Obino e non vedevo quale
interesse potesse egli avere a fare arrestare me, non mi sono prestato a
questo tiro ed è perciò che il Dettori mi preparò l'attacco di nuraghe
Idda.
Dunque raccontateci allora come avvenne del Luigi
Dettori.
- Gliel'avevamo giurato e non poteva mancare di
capitarci sotto mano in qualche occasione.
Siamo stati qualche giorno nei dintorni di Cossoine,
gironzando specialmente nelle vicinanze di una tanca, la tanca del
Dettori stesso, ed ove sapevamo che questi teneva a pascolo del bestiame
bovino. Attendevamo l'occasione che egli venisse a verificarne
l'esistenza.
I127 di dicembre capitò che il Dettori andava a
Pozzomaggiore a vendere delle scrofe come difatti fece ed essendogliene
rimaste tre, venne il ritorno, alla tanca Salurgius col servo in groppa
per mettervele a pascolo.
Arrivato ad un certo punto il servo discese ed entrò
nel chiuso scavalcando il muro mentre il Dettori continuò per la via
incassata per entrare nel chiuso stesso.
Prima di giungere all'ingresso di questo amus dadu
una fusilada. a s'eba chi est rutta.
Egli fuggì per qualche passo e se uno di noi non
fosse stato appostato indietro se ne sarebbe andato.
Allora tirammo a lui, cadde, ed io gli fui in un
attimo sopra e subito con questo coltello (e ci fece vedere un coltello
non molto grande a forma di navaja spagnuola) gli troncai la testa.
Badate... ho notato nel segargli la gola che non ne è
uscita nemmeno una goccia di sangue al punto che messa la testa nel
fazzoletto questo non ne fu nemmeno sporcato (!?). È la seconda che mi
avviene.
Dopo presi l'orologio che il Dettori teneva nel
taschino e che era il mio, e vi misi invece quello che tenevo io che
apparteneva come vi ho detto prima al Dettori.
Fatto questo io mi caricai la testa sulla punta del
fucile e l'ho portata al Nuraghe Idda.
- Avete fatto male a far ciò, ci arrischiammo di dire
noi.
- E nuraghe Idda? rispose lui con voce ancora
rabbiosa ricordando la terribile notte -eolà passata.
- È sperabile che ora avrete finito di commettere
omicidi.
- Finito? ce ne sono ben altri in cappellai E se non
fosse la mia famiglia!
- Cosa c'entra la vostra famiglia?
- Eh!... io vorrei essere nato dalla luna e non avere
parenti, eppoi
vedreste come vorrei arldobbare Cossoine ed Usini.
Per quanto si
dica che io sono miope!
Così dicendo ci puntò ben bene gli occhi in faccia
per far vedere che gode di una vista invidiabile.
E seguitò poi:
- Tenetelo per detto che se avesse da accadere
disgrazia a qualcuno dei miei, mi si deve sentire ancora.
- Se vi facessero il processo in continente sareste
disposto a consegnarvi?
- Eh... è una cosa da pensarci.
- Anche per Giovanni Tolu hanno fatto così.
- Lo so ma il mio caso è un pò differente. Alla
giustizia di Sardegna non mi ci vorrei consegnare perché i partiti la
dominano troppo, ed avrei paura, che me ingabbia, venisse del male anche
alla mia famiglia.
- E queste cose che ci avete narrate ed altre ancora
che avete taciute non potreste scriverle?
In parte l'ho già fatto, ho già scritto due quaderni
grossi così. (E ci fece vedere il dito). Ma vi ho da aggiungere
dell'altro ancora. - Potreste farceli tenere?
- Si, appena li avrò ultimati, così me ne verrà una
fama macca.
E dopo questo noi ci separammo, il Derosas e i suoi
compagni riprendendo la strada dei monti, e noi ritornando in città a
notte inoltrata.
Fino a quanto abbiam scritto nelle pagine che
precedono è il resoconto oggettivo sincero e veritiero dell'intervista
da noi avuta. che sappiamo susciterà di certo, ed a torto molte
incredulità ma la cui importanza non può certamente sfuggire ad alcuno.
Ci si consentano ora alcune brevi considerazioni di
indole affatto personale, psicologiche, sui tre banditi.
A più riprese, considerando quei strani individui,
mentre durava il colloquio, ed osservandone, e l'attitudine ed il
gestire e la parola, a noi rincrebbe di non possedere cognizioni di
valenti psichiatri onde poterne classificare, con precisione
scientifica, il tipo, il genere, la specie, dell'anormalità che domina
ciascuno di essi.
Derosas è sembrato a noi uno splendido (splendido,
intendiamoci, per modo di dire) tipo di delinquente passionale la cui
intelligenza però non riesce a farsi un concetto
preciso, esatto della gravità dei reati che egli ha commesso.
Dal modo col quale parla, dalla compiacenza colla
quale insiste su certi feroci particolari, dall'assenza assoluta di ogni
benché minimo sentimento che sia rimorso o che al rimorso assomigli, da
una certa vanagloriuzza che spesso lascia trapelare, l'incosciente e la
belva umana si rivelano ad un tempo.
Contemporaneamente egli ha certi scatti di fierezza,
certe tenerezze per tutto ciò che è sua famiglia, certe devozioni per le
amicizie, l'orgoglio, in lui fortissimo, di non essere un sicario,
l'idea, l'illusione quasi, di adempiere coi suoi terribili atti, ad una
missione di giustizia, lo mettono in assai più alto livello di un
volgare assassino.
Derosas, è qualcosa di meglio e di peggio ad un
tempo. È migliore di un volgare assassino, perché sino ad ora almeno, e
da quanto ci è risultato, non gli si può addebitare con serietà l'accusa
di ricattatore, come non gli si può far carico di aver ucciso per denaro
o di servire alle vendette altrui. È peggiore, più terribile, perché
coll'assassino non ha comune nessuna delle debolezze, nessuna delle
viltà, nessuna delle resipiscenze morali.
È di un carattere di anormale, di delinquente, di
belva umana, se si vuole, ma foggiato tutto di un pezzo a contorni ben
marcati, ben delineati, senza sfumature. senza doppiezze.
Assai dissimile del Derosas, moralmente s'intende, il
Delogu.
Egli meno sospettoso dell'Angius, perché forse di lui
più astuto, ci è sembrato fosse tormentato da un interno cruccio che non
sapremmo dire se di vendetta insoddisfatta o di rimorso rodente. Mentre
in Derosas e nell'Angius noi abbiamo trovato una perfetta tranquillità
d'animo, nel Delogu questa, a nostra impressione, non esisteva affatto.
Durante tutte le molte ore che noi rimanemmo con loro, egli, il Delogu,
si stette con una immobilità di statua egizia col braccio appoggiato ad
una parete e la testa reclina sul braccio, fissando fino alla
ipnotizzazione la vacillante fiammella della candela.
Egli non scambiò con noi che poche parole, un: buona
sera, un: arrivederci e qualche altra simile espressione. Solo Chiesi
notò che nei momenti in cui Derosas più si accaloriva nella narrazione
ed esponeva i più raccapriccianti particolari, a lui venivano alle
labbra dei sorrisi di indecifrabile significato.
Ecco una curiosità che a noi è rimasta: sapere che
significassero quei sorrisi.
L'Angius, per noi, è il vero delinquente occasionale.
Se non fosse
noto il suo delitto, se non fosse nota la sua
compartecipazione a quelli di Derosas, dalla sua aria placida, spesso
sorridente, dalla sensata calma colla quale sempre parla ci sarebbe da
essere tratti in inganno, ci sarebbe da giurare a prima vista, per lui,
per la stia onestà, e perché no? anche per la sua bontà... d'animo!
È un tipo assai singolare quell'Angius! forse il più
caratteristico, e nello stesso tempo il più difficile ad essere definito
della compagnia.
Fra i tre, pur così dissimili fra, di loro, ma
accomunati dalla triste eventualità del delitto, regna la più grande e
cordiale entente.
Si vede che il Derosas si è imposto, ed è stato
accettato dagli altri, come il capo della banda; egli ha in suo
vantaggio, uno stato di servizio più... glorioso, un'intelligenza assai
superiore a quella degli altri, soprattutto una rinomanza, meritata, non
c'è che dire di audacia e di coraggio.
Curiosissimi sono i particolari che questi banditi
danno della. loro esistenza che in ultima analisi materialmente non deve
essere molto cattiva, almeno a giudicarne dal florido stato di salute
specialmente del Derosas e dell'Angius.
Essi non dormono due notti di seguito nella stessa
località - e mentre due riposano l'altro veglia.
Essi vanno continuamente pellegrinando per i monti
del centro dell'isola spostandosi giornalmente per delle distanze
relativamente enormi.
Essi vivono praticamente, il più spesso di pane e
latte, qualche volta si danno il lusso di qualche pò di carne. Non
mancano però, lo notammo, né di sigari né di tabacco.
Il loro armamento è completo e terribile.
Possiedono bellissimi fucili a retrocarica perfino
col calcio intagliato e rabescato, posseggono rivoltelle e pugnali, di
quest'ultimi è notevole quello del Derosas a forma di mezza daga con
manico a croce e fodero di cuoio. È un'arma quasi di lusso.
Di cartuccie poi, sono sempre carichi: quando noi li
vedemmo ne avevano delle ventriere riboccanti.
Interrogati se temono la caccia che danno loro le
autorità di Pubblica sicurezza se la cavarono con una piccola
scrollatina di spalla e con una breve risata canzonatoria. Essi si
tengono perfettamente sicuri. Non temono che le spie, ed è perciò che
quando esse capitano fra le loro unghie ne fanno le terribili vendette
che si sanno.