Aria di famiglia

Giove e Teti - Ingres


Devo ancora sottolineare quattro caratteri che segnarono il sistema politico medievale. Due aspetti importanti: ogni potere in quest'epoca era di natura domestica e partecipava più o meno del sacro. Due aspetti minori: ogni potere era esercitato da maschi, e sfuggiva sempre al suo dominio una larga parte di coloro che avrebbe voluto sottomettere.

Non esisteva formazione politica che non fosse allora pensata come una famiglia. Ne è testimone il linguaggio: quasi tutte le parole che descrivono la pratica del potere appartengono al dizionario domestico. «Sala», «camera», «palazzo», ancora presenti nel nostro discorso politico o giudiziario, fanno riferimento allo spazio nel quale la famiglia risiedeva. In effetti, su tutti i piani dell'edificio sociale, dallo schiavo sistemato nei domini feudali fino al principe nel suo palazzo, proprio nel seno della famiglia veniva vissuta l'esperienza della disuguaglianza, che gli uomini di scienza giudicavano necessaria, provvidenziale, consustanziale alla creazione. Sottomissione, in «camera da letto» e fino al letto, della donna all'uomo. Sottomissione nella «sala», nella parte pubblica - destinata ai festeggiamenti - della dimora, del figlio al padre, dei giovani ai vecchi, perchè gli uni devono precedere e gli altri seguire. Questo all'interno della casa; all'esterno, quando la famiglia si mostrava fuori, procedeva in corteo. Nella cultura della quale parlo le espressioni più vigorose di ciò che chiamiamo la politica erano i gesti manuali: prendere, privare, tenere. Il figlio si sentiva «nella mano» del padre, la moglie «nella mano» del marito, e la mano di Dio si tendeva verso i delegati della Sua potenza. (...)

Racchiuso nell'ambito domestico, ogni potere, per pubblico che fosse, tendeva a diventare ereditario. Nessuna famiglia avrebbe dovuto morire. È una cellula che si riproduce. Dopo aver vissuto nel più assoluto rispetto del padre, il figlio un giorno prende il suo posto, riceve da lui il potere che la mano paterna, divenuta debole, ha lasciato cadere; il figlio esercita il potere, che esercitava suo padre, sulla propria madre divenuta vedova, sui propri fratelli, sui propri figli. Era convinzione diffusa che ogni potere si trasmettesse per via generazionale, cioè attraverso il sangue, portatore di virtù, di carisma, di diritti: quelli che la madre trasmette agli uomini che ha portato in grembo, le pretese al comando che essa deve alla propria nascita e che, nel suo utero, durante la gestazione, si sono mescolate a quelle che provengono dal marito, come si è precedentemente mescolato, per la fecondazione, il sangue dei genitori. Ogni aspirazione al potere si basava di conseguenza su una genealogia. Ecco che cosa giustificava agli occhi di Dio e dei suoi preti la copulazione, sempre peccaminosa. L'accoppiamento è soltanto un peccato minore, nella misura in cui assicura la trasmissione del potere, ossia l'ordine del mondo. (...)

Il potere, anche esteso su una vasta provincia, si concepiva soltanto sotto l'aspetto del patrimonio trasmesso tra consanguinei da una generazione all'altra. Di tutti i fatti che diciamo politici, in quest'epoca i più importanti erano gli avvenimenti familiari. Intorno al contratto di matrimonio, intorno alla devoluzione successoria ruotavano le strategie più importanti, così come i più ardenti dibattiti giuridici. Chi, nella famiglia, poteva disporre delle donne e darle in matrimonio? Chi, tra i discendenti, aveva il diritto di prendere nella propria mano il potere che l'avo aveva esercitato?

Ogni potere derivava così dal sacro e - si pensava sempre più chiaramente, via via che l'evangelizzazione procedeva - da quel Dio che si venerava nelle Chiese e che i preti servivano. Nei trattati di morale, che i vescovi carolingi avevano scritto per i capi (...), la riflessione ha come oggetto il matrimonio. Infatti i prelati desideravano introdurre proprio la sacralità in questa istituzione profana, dalla quale dipendeva il gioco dei poteri. E tra i conflitti politici dei quali la Francia dell'XI secolo fu la sede, il più aspro ebbe come posta il controllo dell'istituzione del matrimonio. Sarebbe stata lasciata ai capofamiglia? Sarebbe passata ai preti? Questi ultimi alla fine ebbero la meglio. Tutto ciò che concerneva il legame coniugale, dunque la trasmissione del potere, dipese ormai - e questo ebbe conseguenze incalcolabili - dalla giurisdizione degli amministratori del sacro. Certamente prima del regno di San Luigi non erano ancora i preti a unire la mani degli sposi sotto il portico della chiesa. Nel '200 il padre dello sposo rimaneva il principale officiante; era suo compito attirare sul figlio e sulla donna che il figlio avrebbe fecondato la benedizione divina. Attraverso il capo di casa si trasmetteva la grazia, la quale garantiva il felice esercizio di un potere trasmesso attraverso il seme. I preti erano tuttavia chiamati nella camera a benedire il letto nuziale, il luogo segreto in cui si afferma il potere dell'uomo sulla donna, in cui inizia il potere del padre sugli esseri che usciranno dai suoi lombi.

Il necessario inserimento del sacro spiega il posto riservato agli uomini di Chiesa tra il personale stesso della casa. Occorreva qualcuno che fosse investito del potere sacramentale. Dal momento che la dimora era abbastanza ricca per assicurarne il mantenimento, vi si vedeva una squadra di chierici e il signore della casata, per corrotto che fosse dalla sua attività guerriera e sessuale, sedere in mezzo ad essi e prendere parte alle loro salmodie. Ad ogni uomo in possesso di una piccolissima parte di potere terreno - non foss'altro perchè, sposato, aveva sottomesso una donna, che lo chiamava suo «signore» e che gli si era inginocchiata davanti il giorno delle nozze - si trovava di fatto assegnata una funzione spirituale. Egli era responsabile non soltanto del corpo, ma dell'anima di tutti i viventi e di tutti i morti della «famiglia», della quale era il capo. Se peccava, il peccato ricadeva su di essi. Le sue opere pie erano benefiche. Occorreva dunque che si comportasse bene e che consacrasse una parte di ciò che aveva a offerte salvifiche. Coloro il cui potere si estendeva fuori della loro casa, nel dominio pubblico, dovevano portare alla salvezza tutte le persone sulle quali dominavano. Dio aveva loro affidato una frazione del proprio popolo. Egli aveva anche messo nella loro mano, perchè ne fossero i custodi, alcuni che vivevano in quei luoghi e che non erano cristiani. Li aveva anche autorizzati a serrare molto forte questa mano, perchè la loro funzione era quella di costringere i miscredenti a entrare nella comunità. Ogni detentore di una funzione pubblica doveva dunque aiutare coloro che portavano il Vangelo, combattevano le false credenze, riducevano le deviazioni. Doveva sterminare gli ostinati, liberare il popolo dai fermenti di corruzione che avrebbero rischiato di contaminarlo. Pace e giustizia erano considerate la rifrazione, in questo basso mondo, delle strutture di un'altra famiglia, quella celeste. Nozione fondamentale, essa sacralizzava necessariamente il potere pubblico. Ogni relazione di potere che non procedesse naturalmente dalla filiazione, dal matrimonio... si basava su un atto sacramentale (il giuramento: sacramentum) o su un impegno di fedeltà contrattato con un atto religioso (la mano posata su un oggetto sacro, libro, croce... con formula religiosa). Si tesseva così la trama dei rapporti politici, completamente collocata nel dominio del sacro. Lacerare quella trama era attirarsi la collera del Cielo, così come rifiutare di lasciarsi prendere nelle maglie di questo tessuto. Poichè gli eretici rifiutavano di prestare giuramento, l'eresia rientrava immediatamente nel politico. (...) E poichè il potere era sacro, di fatto, rispetto ai guerrieri, i preti ne detenevano una parte grandissima. (...)

Aggiungiamo che ogni potere, per natura domestico e sacro, era maschile. Dio delegava solo gli uomini. E con ragione. Per costituzione fisica le donne, più carnali, più fragili, dovevano essere sottomesse. Certamente alcune, nella più stretta intimità, all'interno della casa, esercitavano un potere sulle altre donne della casa e sui figli molto piccoli. Certamente, inoltre, alcune avevano nel sangue una parte di potere pubblico. Questo le rendeva preziose. Prenderle nella mano era appropriarsi, oltre che del loro corpo, del potere del quale questo corpo era depositario. Le ereditiere diventavano così la posta di competizioni accanite, episodi importanti, in quest'epoca, di ogni intrigo politico. Ma perchè, per la verità, soltanto un uomo poteva esercitare questo potere, e per motivi più che evidenti. Non era pensabile che le donne, in quanto donne, celebrassero sacrifici: esse erano escluse dal sacerdozio. Non era pensabile che in quanto donne maneggiassero la spada: la femminilità non poteva partecipare all'azione della pace e della giustizia.

Infine, nessun potere arrivava a imporsi completamente. Le maglie della rete erano troppo rade. In un mondo ancora semivuoto e selvaggio rimanevano nei margini spazi di vaste estensioni non assoggettate, ossia non organizzate come famiglie. Nessuna consuetudine in questi luoghi, nessun diritto. I romanzi del XII secolo mostrano l'estraneità di queste regioni di libertà e pericolo. Allora la foresta non era affatto deserta: vi si trovava facilmente di che sopravvivere. Niente era più facile che scomparirvi. (...) L'indipendenza si viveva generalmente in gruppo. Lontano dal sistema verticale delle gerarchie, conforme alla volontà divina, si sviluppavano strutture di solidarietà orizzontali, costruite anch'esse su un modello familiare, ma del quale formava l'ossatura, non l'autorità di un padre, ma l'eguaglianza fraterna. In questa vasta sfera laterale la forma di socialità dominate era la banda. Per cementarla interveniva anche qui il sacro: riti pagani della bevuta, dell'ebbrezza collettiva, riti cristiani del giuramento, della fede giurata. Tra gli «amici» che si raccoglievano così venivano innanzitutto i briganti. Gli storiografi dell'anno mille li designavano come i «giovani», uomini che non erano inseriti nel quadro fondamentale, nella vita coniugale. Poi c'erano tutti quelli che avevano fuggito il mondo per avvicinarsi maggiormente a Dio. Molti si trovavano riuniti in comunità stabili, ma anche queste confraternite monastiche rifiutavano di essere assoggettate, convinte di costituire sulla terra una specie di proiezione di un ordine migliore, più perfetto, celeste. Molti altri, nella loro ricerca spirituale, vagabondavano in piccoli gruppi nei limiti incerti che separavano le credenze giuste dall'eresia. In ultimo, non bisognerebbe collocare nelle zone di assenza del potere maschile tutte le donne complici o (se si deve prestare fede agli uomini dell'epoca preoccupati del loro sapere segreto) dotate di un temibile contropotere magico?

Georges Duby - «Il medioevo. Da Ugo Capeto a Giovanna d'Arco» (1987)


«Tema con Variazioni», Roberto Di Marino, clicca qui se vuoi leggere lo spartito


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