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Negli anni in cui Schumann e Mendelssohn
raggiungono la loro maturità creativa, la musica da camera viene ad occupare
una posizione intermedia fra intrattenimento privato e destinazione
concertistica "pubblica". Questa dialettica appare in massima evidenza nella
tensione tra elementi testurali di tipo sinfonico e altri più propriamente
cameristici nel finale del Quintetto per pianoforte ed archi, dove il ritorno
del tema del movimento iniziale assume un tono epico che richiama direttamente
la seconda Sinfonia in Do magg. op.61.[i]
La musica da camera con pianoforte dell’epoca manteneva
però una notevole distanza dalla tradizione quartettistica: la si considerava
infatti "musica per pianoforte con accompagnamento". Nelle sue recensioni dei
trii con pianoforte di Philipp, Fesca e Mendelssohn, Schumann espone invece il
suo ideale per la composizione di musica da camera con pianoforte, che per
molti versi coincide con la sua estetica del quartetto d’archi: lo stile sarà
appropriato quando “nessuno strumento
domina, e tutti hanno qualcosa da dire”[ii].
D’altra parte, da questi scritti si evince una
maggiore preponderanza dell’elemento virtuosistico, e quindi “pubblico”, dovuto
alla presenza del pianoforte: proprio parlando del Trio in re- op. 49 di
Mendelssohn, infatti fa notare che, mentre le parti degli archi rimangono alla
portata di buoni esecutori amatoriali, la parte pianistica, in stile
concertante, richiede un professionista della tastiera per suonare adeguatamente.[iii]
Dopo aver esplorato per anni le possibilità del
pianoforte solo, dopo aver dedicato il 1840, l’anno del suo matrimonio,
esclusivamente alla produzione liederistica, e l’anno successivo alla prima
Sinfonia, Schumann decide nel 1842 di approfondire gli studi di contrappunto e
della scrittura quartettistica, presupposti per lui indispensabili per il
raggiungimento del sublime in musica.
“Nello stile da camera, fra quattro
pareti e con pochi strumenti, si mostra il vero musicista. Nell’opera, sulla
scena, quante cose si nascondono dietro alla brillante facciata!”[iv]
Nei suoi scritti critici (cfr. ad es. la
recensione del quartetti per archi op. 6 di J.J.H.Verhulst del 1842), Schumann
enuclea due esigenze fondamentali per un compositore di musica cameristica:
Evitare il “furore
sinfonico”, per puntare piuttosto a un tono "da conversazione, in cui ogni strumento abbia qualcosa da dire”[v].
Il compositore camerista deve possedere una
profonda conoscenza del genere, basata non solo sugli ultimi lavori pubblicati,
ma soprattutto sulle opere di Haydn, Mozart e Beethoven, e deve però sforzarsi
di andare al di là della mera imitazione.
Come rilevano sia Rosen e sia Tovey, Schumann
tende ad organizzare le grandi forme attraverso la giustapposizione di episodi
diversi ma molto omogenei al loro interno: "Schumann
sta scrivendo un nuovo tipo di sonata; una variante che sta alla sonata
classica in qualche modo come meraviglioso ed elaborato mosaico sta ad un
quadro di un paesaggio. Nel mosaico il materiale e la struttura necessitano e
rendono appropriata una altrimenti inusuale semplicità e compattezza di profilo
e di trattamento.”[vi]
Questo fa sì che egli tenti poi di contrastare
il pericolo di disgregazione formale attraverso il collegamento associativo
tematico all’interno di ogni movimento come pure tra i vari movimenti. Come
scrive Rosen, “la forma ciclica era
particolarmente adatta agli stili ottocenteschi, dal momento che poneva
l’enfasi maggiore sui rapporti tematici, che prevalevano sempre più sulla
struttura armonica”[vii].
[i] The New Grove Dictionary
of Music and Musicians, London, Macmillan Press
Limited, 1980
[ii] Schumann, Robert. Gli scritti critici,
a cura di A. Cerocchi Pozzi, Milano, Unicopli-Ricordi, 1991, II, p. 784
[iii] Schumann, R. Gli scritti critici…
cit., p. 784
iv] Schumann, R. Gli scritti critici…
cit., p. 558
[v] Schumann, R. Gli scritti critici…cit.
[vi] Tovey, Donald Francis. Essays in Musical Analysis: Chamber Music. London: Oxford,
1944: 149–54.
[vii] Rosen,
Charles. Le forme sonata, Milano, Feltrinelli 1986
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