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Il Quintetto op. 44, stimato ancor oggi uno dei
massimi capolavori di Schumann, godette di grande favore fin dall’inizio:
Un musicista conservatore come Moritz Hauptmann scrive di “apprezzare la grande sicurezza con cui
Schumann si muove nelle grandi forme”[i].
Apprezzamenti vennero pure da Mendelssohn (che suggerì anche
ampie correzioni alla partitura) e da Berlioz. Liszt invece definì il Quintetto
“troppo Leipzigerisch”, ovvero Lipsiano, con evidente riferimento
a Bach (o a Mendelssohn).
Scrive Wagner a Schumann dopo una delle prime esecuzioni del
Quintetto: “Caro Schumann, il Suo quintetto
mi è piaciuto molto; ho chiesto alla sua gentile Signora di suonarmelo due
volte. Ho ancora vivi nel ricordo i due primi movimenti. Avrei voluto ascoltare
per primo, una volta, il quarto movimento, forse mi sarebbe piaciuto di più.
Vedo dove ella vuole arrivare e Le assicuro che anch’io voglio arrivarci: è
l’unica salvezza: bellezza!”[ii]
E venendo al parere di due grandi musicologi:
Nella sua biografia su Schumann, Philipp Spitta scrive sul
Quintetto in Mib:
“Va tributata ad esso la più grande ammirazione, non
solo per la sua brillante immaginazione e la sua innata potenza – che sembra
crescere con ogni movimento, lasciando l’ascoltatore con un senso di incremento
senza fine – ma anche per la sua sfarzosa bellezza sonora e la meravigliosa e
ben bilanciata relazione tra il pianoforte e gli archi”[iii].
E il Tovey: “Nessuna
migliore opportunità per risvegliare in noi stessi un apprezzamento per grandezza
artistica di Schumann, che ascoltare la parte degli archi del quintetto.
Schumann scrive per questi archi anche in maniera più semplice rispetto alle
parti per archi dei suoi concerti, un fatto inconcepibile nella musica da camera
classica: eppure ogni nota parla, e gli strumenti sono vividamente
caratterizzati a dispetto della complessiva preponderanza del pianoforte,
perché tutta questa semplicità di texture è in perfetta armonia con la rigidità
della successione e l’esattezza della ripetizione”[iv].
Il Quintetto è articolato in quattro movimenti:
Allegro brillante:
apre l’opera con irresistibile slancio; costruito in forma di Allegro di Sonata
abbastanza fedele alle norme classiche; il pianoforte guida l’insieme con una
scrittura brillante in stile concertante.
In Modo d’una Marcia
– Un poco largamente: è il centro emotivo dell’opera, costruito su un
tema di marcia funebre. La forma è un ibrido fra una Ternaria composita con
doppio trio e un Rondò ad arco. Qui il discorso viene guidato dagli archi,
mentre il pianoforte funge da supporto armonico.
Scherzo – Molto
vivace: basato su un fitto dialogo tra pianoforte ed archi, rappresenta
il lato umoristico schumanniano, qui unito ad una travolgente ossessività
ritmica. La struttura formale è Ternaria composita con doppio trio e coda finale.
Allegro ma non
troppo: la prima parte è una grande forma parallela, assimilabile a un
Rondò, la seconda una doppia fuga che conclude l’opera in maniera ciclica citando
l’incipit del primo tempo. É il
movimento formalmente ed armonicamente più complesso.
[i] Edler, Arnfried. Schumann e il suo tempo, Torino, EdT 1991
[ii] Edler, Arnfried. Schumann e il suo…
cit.
[iii] Spitta, Philipp. “Schumann” in Grove's
Dictionary (1883-9).
[iv] Tovey, Donald Francis. Essays in Musical Analysis: Chamber Music. London: Oxford,
1944: 149–54.
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