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Recensendo i Preludi e fughe per pianoforte op.
35 di Mendelssohn, nel 1837 Schumann scrive:
“La fuga migliore è sempre quella che il pubblico prende per un valzer di
Strauss... quella che ha l'artificiosa radice coperta come quella d’un fiore,
dimodochè noi vediamo soltanto il fiore.”
E subito prima, riferendo il parere di un collega musicista “testa calda”:
“Una fuga è un pezzo di musica dove una
voce scappa davanti a un'altra e l'uditore davanti a tutte.”
Proprio l'artificiosità doveva essere il maggior timore dello Schumann
compositore, tanto più nel misurarsi con un finale “ricapitolativo” che poteva
ben cadere in toni trionfalistici o ampollosi. Osserviamo dunque con quanta
cura e con quanta ricchezza inventiva affronta la sezione delle fughe,
preparandola in modo tale che essa ci appare necessaria, e concludendo, come
scrive Tovey, “con un'impressione di
supremo equilibrio formale e di finalità”.[i]
[i] Tovey, Donald Francis. Essays in Musical… cit.
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