Gruppo di lavoro
Docenti: Allegrucci Stefano, Angelini Paola, Sepicacchi Anna, Presciutti Loredana, Gallo Alessandra.
Studenti: Fattorini Lorenzo, Nucci Elena, Anzideo Ilaria, Moratti Gallenga Stuart Cinzia, Chiocci Tiziana, Pambianco Daniele, Torello Valentina, Lai Sara, Caccetta Angelica, Cesarini Ilaria, Cruciati Marta, Barola Carolina, Buonfante Rita, Conti Martina.

ASPETTI
PAESAGGISTICO-
VEGETAZIONALI

L’attività progettuale ha coinvolto varie aree disciplinari:

Ambientale;

Culturale-Storica;

Sportiva

Tutte insieme hanno consentito un’analisi-interpretazione del territorio attuale, un’analisi dell’evoluzione e una progettazione per il futuro.

Nell’analisi del territorio come sistema complesso, si è imposto un approccio multidisciplinare e sistemico che ha fatto emergere la necessità del recupero di una condizione più “naturale” possibile.

IDROGRAFIA

Dal punto di vista idrografico quasi tutta l’Umbria rientra nel Bacino del Fiume Tevere.

Il Tevere, le cui sorgenti scaturiscono in Toscana sulle pendici del Monte Fumaiolo, entra in Umbria in prossimità dell’abitato di S. Giustino, attraversa quindi la piana omonima e si dirige verso sud-est fino alla città di Perugia, dove volta ad occidente assumendo un andamento nord-est- sud-ovest raggiungendo Roma ed il Mar Tirreno.

Il percorso da noi individuato si estende nel tratto medio del fiume esattamente in direzione Nord-Sud da Umbertide a La Bruna, località che segna il confine fra i Comuni di Perugia e quello di Umbertide. In questo tratto il fiume assume un andamento lento e si snoda in meandri che attraversano una zona pianeggiante. 

Il fiume è un ecosistema che scambia energia continuamente con gli altri ambienti terrestri circostanti; è per questo che è considerato un"ecosistema aperto".

I tratti che vanno a costituire la struttura del fiume sono principalmente tre:

·         tratto sorgentizio,

·         tratto montano e collinare,

·         tratto di pianura:

In questo tratto l'acqua ha un elevato contenuto in sali minerali disciolti e quindi una durezza maggiore rispetto ai tratti all’origine. L'alveo diviene progressivamente ghiaioso, sabbioso, limoso, permettendo l'insediamento di piante acquatiche. Aumentano ancora le disponibilità alimentari, sia come apporti terrestri (particellato organico, sostanze disciolte) sia perché la ridotta velocità di corrente consente la sedimentazione della sostanza organica proveniente dai tratti montani. Questo fa sì che gli organismi acquatici siano molto numerosi, anche se la riduzione dell'ossigeno disciolto determina la scomparsa delle specie più esigenti e l'aumento di quelle più tolleranti. La qualità delle acque, la temperatura, la durezza, la turbolenza, i tipi di sedimenti variano da un fiume all'altro e, nello stesso, anche da monte verso valle e da una sponda all'altra.questo motivo lungo un corso d'acqua si succedono differenti organismi, animali e vegetali, ciascun adattato ad un particolare microambiente. Il fiume ha un suo particolare bacino idrografico che è dato dall'area di raccolta delle acque piovane che scorrono tutte convergendo in un unico punto e, nel caso in cui le acque non arrivano al mare, è detto bacino chiuso (endoreismo).

Il limite esterno del bacino idrografico è detto; il bacino idrografico non coincide con il bacino geologico non è quindi delimitato da un preciso limite di colline o di montagne. Il tracciato del bacino idrografico ha notevole importanza sulle piene: un bacino allungato, a forma di spina di pesce, è meno soggetto alle piene di uno con bacino circolare con reticolato a ventaglio.

Il termine bacino imbrifero si riferisce al bilancio idrico tra flussi meteorici (neve, pioggia, ecc…), affluenti e deflussi superficiali o sotterranei e perdite per evaporazione. Esso è delimitato dallo spartiacque.

 

GEOMORFOLOGIA

Il corso del Tevere e dei suoi affluenti principali si sviluppa in corrispondenza delle depressioni tettoniche, che separano aree strutturalmente e geologicamente diverse. L’evoluzione del rilievo del bacino del Tevere, iniziatasi nel Miocene superiore, ha subito un’accelerazione dalla fine del Pleistocene inferiore (700.000 anni fa), quando un brusco sollevamento ha interessato tutta la regione. L’entità del sollevamento, che è stata di diverse centinaia di metri, ha causato un rapido sprofondamento dei solchi vallivi e l’inizio di un’intensa erosione dei rilievi esistenti. Contemporaneamente si succedevano fasi glaciali fredde ed interglaciali calde o temperate perciò il mare, che fino allora aveva ricoperto gran parte dell’Umbria, si restrinse a profonde insenature originando un’enorme lago (il lago Tiberino) che si estendeva da San Sepolcro fino a Terni e Spoleto, dividendosi in due rami all’altezza di Perugia. All’interno del lago si alternarono sedimentazioni di tipo marino a depositi di tipo terrigeno (originati dall’erosione delle aree già emerse) che, progressivamente sollevati, oggi costituiscono i terrazzi del Tevere e dei suoi affluenti. Il risultato di quest’evento ha causato nelle aree umbre più depresse ed occupate per lungo tempo da vasti laghi (ciò che rimaneva dell’antico mare), la deposizione di sedimenti sabbioso-argillosi, (foto 1)che attualmente originano rilievi collinari di modesta altitudine e di forma molto arrotondata. Tra questi sedimenti possono essere distinti due complessi stratigrafici: le sabbie lacustri, che si sedimentarono sul fondo dei bacini lacustri interni (Valle del Tevere), e i sedimenti sabbioso-argilloso, spesso con arenarie grossolane o ciottoli fluvio-deltizi, (foto 2) depositatesi in ambiente marino o salmastro in corrispondenza delle antiche sponde del Mar Tirreno (Monteleone d’Orvieto, Corbara, Amelia, Gioiella).

 

La successione sedimentaria che oggi emerge è costituita prevalentemente da argille grigio bluastre, a volte alternate a strati sabbiosi. Lungo i margini del bacino queste passano a ghiaie e sabbie. L’ambiente lacustre originario era costituito da acque poco profonde e dense, stratificate, inserito in una fascia climatica tropicale o subtropicale, come conseguenza, il fondo lacustre era atossico e privo di comunità animali o vegetali. I sedimenti accumulati nella parte più profonda del sistema lacustre sono prevalentemente argille e mostrano una colorazione scura legata alla presenza di sostanza organica. Sporadicamente sottili strati o lamine di sabbia molto fine, prodotti dalla deposizione di correnti innescate dalla differenza di densità esistenti tra acqua limpida e acqua torbida, s’intercalano alle argille. In conclusione il territorio su cui scorre il fiume Tevere presenta un assetto morfologico piuttosto complesso, pertanto, tutte le unità sedimentarie marine depositatesi sono state soggette a particolari dislocazioni tettoniche, legate alle fasi distensive che hanno fatto emergere rocce sedimentarie incoerenti che si alternano in strati l’uno sopra l’altro (foto 5) con spessori e composizione variabili: argille, limi, sabbie, conglomerati, torbe e ligniti. La Valle del Tevere manca d’uniformità causa forse di un’azione erosiva che s’interpone tra la formazione della valle (corrugamento) e il suo riempimento, la tendenza evolutiva dell’ambiente geomorfologico è quindi fra le cause predisponesti della franosità.  L’azione antagonista e discontinua tra erosione e riempimento lascia come traccia una serie di sedimenti terrazzati, che attualmente originano:

·         morfologie planiziali; in continuità con le pianure circostanti costituite da depositi alluvionali;

·         morfologie corrugate; a formare modeste colline molto dolci come tra Umbertine e Perugia, in corrispondenza della zona di Solfagnano.

Lungo le pianure del Tevere, secondo la frequenza e il tipo delle piene, si alternano la terra renosa del fiume, composta soprattutto da sabbie silicee e depositi limosi, e il sabbione, terreno sabbioso ma ricco d’elementi calcarei; eccellente terreno per qualunque coltura.

Bibliografia e riferimenti.

Bibliografia e collaborazioni:

Società Geologica Italiana: “Appennino Umbro-Marchigiano”;

Quaderni di Scienze della Terra: “Rocce e fossili dell’Umbria”

Dott.sse: P. Angelini e L.Sepicacchi, geologhe della Provincia di Perugia

 

VEGETAZIONE

A causa della morfologia essenzialmente collinare e montana, i paesaggi vegetali più diffusi dell’Umbria sono quelli naturali e seminaturali (pascoli e cespuglieti), mentre quelli antropici (campi, insediamenti urbani ed industriali) sono soprattutto nelle zone planiziali e di bassa collina, dove hanno, però, quasi completamente sostituito il paesaggio originario. Considerando l’insieme delle caratteristiche geomorfologiche, bioclimatiche e fitosociologiche dell’Umbria, è possibile racchiudere le formazioni vegetali in sette principali sistemi paesaggistici, ognuno dei quali coincide con un grande complesso geomorfologico (dei rilievi calcarei, dei rilievi marnoso-arenacei, dei rilievi arenacei, dei rilievi marnoso-calcarei, dei depositi lacustri, dei depositi alluvionali). Molti sono i fattori fisici e chimici che influiscono sulla vita delle piante sia sommerse che parzialmente emerse, quali la velocità del flusso, il pH, il tipo di rocce ed il fondale, l'ampiezza e la profondità del fiume, oltre che la quantità di luce che penetra nell'acqua e la percentuale d’ossigeno disciolto.  Lungo un fiume, le piante sono tante: galleggianti, sommerse, sulle rive (emerse).

I tratti del fiume più ricchi di vegetazione sono quelli in cui l’acqua scorre lentamente. Nei tratti di pianura la vegetazione è particolarmente ricca sia sul fondo sia sulle rive. Le pianure alluvionali formatesi con i detriti trasportati dai fiumi erano, anticamente ricoperte da foreste igrofile a farnie, frassini, olmi, carpini, ontani, salici e pioppi. Queste superbe foreste planiziali sono state progressivamente distrutte per far posto all’agricoltura e agli insediamenti umani; di esse rimangono oggi solo alcuni esemplari tra i campi coltivati, ai margini dei fossi o sulle colline prospicienti. Nel tratto in questione, il corso è relativamente lento ed eutrofico  (ricco di sostanze nutrienti) ciò consente lo sviluppo di specie quali, ad esempio, il ranuncolo fluitante (Ranunculus Fluitane) e il Potamogeton; sulle rive dove si accumulano ghiaie e sabbie fluviali trasportate da regolari inondazioni, si sviluppa una vegetazione arborea ed arbustiva ormai residua costituita prevalentemente da formazioni riparali a salici (Salix diaphnoides, S. elaeagnos, S. purpurea), pioppi (Populus sp.), e ontano nero (Alnus glutinosa) oltre che specie infestanti ormai naturalizzate quali  ailanto e pseudoacacia originarie del America settentrionale.  In queste acque è facile rinvenire anche la cannuccia (Phragmites austrais), spesso associata alla canna comune (Arando donax). Allontanandoci dal fiume in direzione  sud si assiste alla presenza di dolci colline quasi completamente disboscate e poste a coltura. Pertanto si presentano oggi come vaste zone agricole dove sono effettuate soprattutto coltivazioni annuali di tipo intensivo (cereali, girasole, tabacco). Solo in pochissime località il paesaggio vegetale è dato essenzialmente da boschi ed arbusteti. La diversa natura del substrato geologico determina una notevole diversificazione della flora e quindi, dei tipi vegetazionali. Sui substrati calcarei-marnoso, dominano i boschi leccio, sui versanti più soleggiati, e quelli a dominanza di carpino nero su quelli esposti a nord. Nelle zone marnoso-arenacee, invece, si sviluppano cenosi di cerro  e roverella, mentre eccezionalmente in alcuni piccoli lembi si sono conservati boschi a dominanza di farnetto (Quercus frainetto).

 

Questi boschi costituiscono l’ultima testimonianza delle selve che ricoprivano un tempo le colline Umbre. Essi assumono, pertanto, un grande rilievo naturalistico, accresciuto dal fatto che in questi boschi si verifica un interessantissimo fenomeno biogeografico, connesso con l’incontro d’elementi flogistici dell’Europa centrale (che hanno qui il limite meridionale di distribuzione) con altri prettamente mediterranei, che trovano in Umbria il limite nord-occidentale dell’areale.  

Bibliografia

Tin Shreeve: “L’Ecologia” ed. Paoline

Carlo Cappelletti: “Botanica” ed. UTET

F.Venturelli, L. Virli: “Invito alla botanica” ed. Zanichelli

 

L'Indice di funzionalità fluviale

L'introduzione dell'indice di funzionalità fluviale (I.F.F.) ha consentito un salto culturale nell'approccio alla valutazione della qualità dei corsi d'acqua. Dall'esame della goccia d'acqua si è passati all'indagine morfologica dell'alveo, alla sua erosione, alla vegetazione che cresce sulle rive cioè, più in generale, si è passati a considerare l'intero ecosistema fluviale.

Il fiume è un efficiente sistema autodepurante solo se ai protagonisti di questo sistema (periphyton, macroinvertebrati e vertebrati) è assicurato un contesto d’integrità che procede dalle fasce di vegetazione riparia all'ambiente terrestre circostante. Il grado di copertura forestale, ad esempio, condiziona molto il regime idraulico incidendo sull'intensità delle piene come pure l'uso del territorio agrario incide sull’entità dei sali minerali addotti con le concimazioni o con l’effetto-deriva delle somministrazioni di pesticidi.

La metodica I.F.F., messa a punto dall'Azienda Nazionale della Protezione dell'Ambiente-A.N.P.A., consente di prendere in esame tratti omogenei dei corsi d'acqua sotto 14 diversi aspetti strutturati in domande e raccolti in una scheda.

Alle risposte (quattro pre-definite su ogni domanda) sono assegnati pesi numerici raggruppati in 4 classi (con un peso minimo 1 e massimo 30) che esprimono le differenze funzionali tra le singole risposte. Il valore di I.F.F. ottenuto sommando i punteggi parziali d'ogni domanda, può assumere un punteggio minimo di 14 e massimo di 300. Questi valori di I.F.F. sono tradotti in 5 livelli di Funzionalità (I.F.) espressi con numeri romani (dal I che indica la situazione migliore al V che indica quella peggio- re), ai quali corrispondono i relativi giudizi di funzionalità; sono inoltre previsti livelli intermedi, al fine di meglio graduare il passaggio da un livello all’altro. Ad ogni livello è poi associato un colore convenzionale per la rappresentazione cartografica; i livelli intermedi vengono rappresentati con un tratteggio a barre.

 

L'I.F.F. impone una riflessione su tutti gli aspetti della funzionalità di un corso d'acqua; dall'approvvigionamento eterotrofico della sostanza organica, alla produzione autotrofica, alla capacità di ritenzione e ciclizzazione della stessa, alle relazioni trofiche fra tutti gli organismi e le condizioni geomorfologiche e idrauliche di quel tratto. Fra tutti gli ecosistemi oggetto di studio, il fiume è quello più dinamico.