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Il genitore, in buona sostanza, è una
persona senza una identità, se intesa come rigida ed immutabile.
E' una di quelle frasi che, buttate là a caso, provocano una reazione
avversa e contraria. La risposta più carina, nella sua ovvietà, può
essere: "ma senza identità sarai tu".
Malati di protagonismo, come si è nel mondo occidentale, non ci si
accorge dei cambiamenti e delle inevitabili interazioni.
Il genitore è colui che, fino a qualche tempo prima, aveva obiettivi
personali, determinati interessi e quant'altro: tutta roba solo sua, nella
profondità o nella leggerezza delle intenzioni.
L'arrivo di un figlio, lo sappiamo, è al principio una grande festa, una
fonte di sorrisi e sensazioni: autentica gioia. Tutto sembra più
sopportabile, compreso il dormir poco la notte. Mentre ti giri nel letto
pensi a nuovi progetti. Quando guardi quegli occhietti, e le manine
stringono il solito pupazzetto musicale, subisci un esodo di neuroni.
Tutti i trasmettitori sono attivi.
Sostanzialmente un figlio, a quel periodo, è un carica batterie.
Non a caso i problemi, nelle coppie, arrivano dopo. Il pargoletto, quel
fagottino sgattaiolante e sorridente che al proprio passaggio butta tutto
a terra e che, appena parla, non smette di chiedere, d'un tratto si
trasforma e cambia le regole del gioco: non funge più da carica batterie,
ma da succhia energia.
Non è più una fonte ispiratrice di belle sensazioni gratificanti e buoni
sentimenti, diventa un laboratorio di ricerca, di studio ed esperienza. Il
genitore impreparato è colui che mantiene inalterato tutto il suo
pacchetto di conoscenze, convinzioni, luoghi comuni. Ma nel laboratorio
c'è un gran fermento, una radicale e continua rassegna di ipotesi. Tutto
viene posto al vaglio. E' un gioco che, o ci sei dentro davvero, esposto e
disposto alle conseguenze personali, o nei sei fuori, in modo da
salvaguardare la tua "identità".
Chi è nel laboratorio sa che occorre interagire. Ogni cosa detta o fatta,
tutti gli esempi portati o testimoniati, lasciano un segno che, come
boomerang, torna indietro e può far male.
Devi saperlo leggere, capire le esigenze in formazione, le possibili
inclinazioni. Occorre fornire gli strumenti, le occasioni e le
possibilità.
Fu
così che una sera, io e mia moglie, in un momento di dialogo, si disse:
< E' ora che il piccolo inizi uno sport. Così socializza ed impara a
rapportarsi agli altri. Cresce meglio >. Ecc., ecc.: tutte le cose
stereotipate che si possono dire. Fu iscritto al nuoto.
Per noi era carino vederlo lì, piccolo fantozzino schizzante nell'acqua.
Ma a nostro figlio, del nuoto, non è mai interessato nulla. Per un po' di
tempo si divertì, fintanto che sembrava un gioco. Poi disse che si
annoiava.
Il laboratorio non chiude per ferie: provò la pallavolo, che non riscosse
successo. Approdò al calcio.
Il calcio!
Dire calcio, in casa mia, equivale ad una scomunica. Mai vista una partita
in televisione, né dal vivo. Nulla di personale: semplicemente non
mi interessa, non mi motiva, non mi coinvolge.
Mio figlio, a sei anni, sapeva tutto del mondo calcistico: i nomi delle
squadre con tutti i loro giocatori, attuali e nella storia; i
campionati vinti, i luoghi, i contesti. Insomma, molto materiale da quiz.
Mi sono sempre chiesto dove avesse appreso tanta passione e
conoscenza.
Nel laboratorio non c'è spazio per i pregiudizi: per tre lunghi anni il
ragazzo fece parte di una delle tante "scuola calcio". Poi
la svolta. Sua.
Un giorno cercai l'allenatore. Avevo bisogno di un suo parere. Sembrava
non aspettasse altro:
< Il ragazzo è tecnicamente bravo, è motivato ed intelligente. Fa
gioco di squadra, segue le mie indicazioni. Sarebbe giusto, se ...>
Mi spiegò che agli altri bambini interessava ben poco fare gioco di
squadra. Ognuno va per sé, per il goal, per il genitore che lo vede
campione contro tutti e sopra tutti. Ognuno vede l'agonismo come
competizione che a sua volta è intesa come lotta per un prestigio tutto
egoico. Altro che spirito sportivo! Sarebbe più corretto parlare di gioco
della sopravvivenza degli istinti primordiali. Lo sport ha travalicato la
sua vocazione. E' la fucina del protagonismo malato.
< Mancherebbe un po' di cattiveria - concluse - per andar bene. Se
fosse più aggressivo diventerebbe un buon giocatore >.
Grazie. Avevo capito e, non ci speravo, anche mio figlio si accorse che
qualcosa stonava. La scuola di vita non può sempre passare attraverso
l'affronto.
Fu la volta dell'atletica leggera. Corsa e salto in lungo furono le nuove
passioni. Un bel periodo di due anni, fatto di ampi tramonti sulla pista
d'atletica, di chiacchierate in pineta tra genitori e di gite domenicali
per raggiungere i luoghi di gara. Un periodo di coppe, medaglie, abbracci e sorrisi
grati e gratificanti. Il ragazzo cresceva in altezza, si confrontava con
se stesso, imparava a conoscere il senso effimero del limite e la bellezza
nell'osservarlo, cambiandone i riferimenti.
Credevamo fosse lo "sport giusto", ma si cresce e le
passioni bruciano in fretta, rapidamente sostituite. Fu la volta del
basket, ancora un gioco di squadra, fortemente competitivo. I ragazzi
erano tutti più alti e robusti del nostro. Apparentemente aggressivi e
con scarsa propensione all'accettazione di neofiti, specie se
strutturalmente meno appariscenti.
Ragionai molto con il figlio. Cercavo di spiegargli, razionalmente, che
probabilmente il basket non era adatto a lui. La sua conformazione era
più adatta ad altro. Fu irremovibile.
Il laboratorio, come dicevo, non ha pregiudizio e bisogna che ognuno si
renda conto di persona.
La squadra, al suo arrivo, era già ben organizzata, nei vari ruoli.
Inserirsi davvero, farsi accettare, non sarebbe stato facile. La dose di
pazienza, di sopportazione e di tenacia necessarie sarebbero state
compensate?
Ero sinceramente convinto che sarebbe stata un'esperienza (un capriccio)
di breve/brevissima durata. Fu caparbio: oggi è ancora lì ed è uno dei migliori.
Si è
ritagliato un ruolo, mettendo a frutto proprio quelle caratteristiche che
nel calcio valsero una bocciatura. Il senso della squadra, il lavoro di
gruppo, l'obiettivo comune, l'altruismo sportivo rappresentarono e
rappresentano il suo stile, la sua immagine dello sport. E' stato un
bell'esercizio sulla motivazione, sulla determinazione e sulla fiducia
nelle proprie possibilità.
Per me fu una lezione ed una riconferma: quella che il laboratorio, tutto
sommato, stava ancora funzionando.
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