Lettere ad un
bambino già nato

Consapevolezze

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Libera elaborazione di una
immagine fotografica di Franco De Luca.

 

...1997

Non tutto riesco a spiegare.
Ci sono situazioni dove non ho una risposta, perché entrano in conflitto aspetti contraddittori.
All'asilo, ad esempio, ci sono bambini che ricevono, vuoi dal genitore, vuoi da altri,  insegnamenti discutibili. Uno di loro, poniamo Marco, è un bambino esuberante, espressivo, ma molto invadente. Certo, è un bambino! Ha bisogno di aiuto per crescere. Ha bisogno che qualcuno incanali la sua vitalità, la sua energia. Chi?!

Nel frattempo, mio figlio, tornando a casa, racconta:
< Marco fa dispetti a tutti, anche a me. Io ho tanta voglia di dargli un cazzotto sul naso >.
So che il padre di Marco, che conosco, ama dire:
< La vita è dura, io insegno a mio figlio a colpire per primo, di non aspettare, di non tirarsi indietro, di anticipare gli altri, di prendersi quel che è suo >.
Si sta parlando di un bimbo di cinque anni, non di un allievo ad un corso di boxe!
Mio figlio torna a casa ed io non ho una risposta.
Sono cresciuto con il mito di Gandhi, con il senso dell'attesa paziente di un Buddha e con un Vangelo fatto di concetti vivi, e non di parole domenicali.
Come spiegare ad un bimbo il senso della non violenza, della giustizia e nel contempo salvaguardarlo dalla frustrazione, dall'impotenza, dall'insicurezza? Come evitare che la sua personalità in formazione non accumuli sofferenza e ferite alla sensibilità? Come si fa?
Poter essere forte ed altruista, centrato in sé e saggio, evitando la palude della paura: è il programma di una vita. Non è possibile spiegarlo.
So di trovarmi ad un bivio, dove vedo solo una parte della strada, e non so dare la risposta.
E so, terribilmente, come l'insicurezza mini la parte migliore di ciascuno.
Ancora oltre, mio figlio dodicenne, il problema ritorna: era solo stato accantonato.
Torna dal parco, deluso.
< Non mi hanno fatto giocare - racconta - mi hanno offeso. Un ragazzo mi ha dato anche una spinta e solo per mostrare che è lui a comandare. Tu mi dici che non debbo menar le mani, ma io vorrei picchiarlo forte, quello là >.
Ragazzo, sappi oggi - se leggerai - che quella tua frase mi ha messo in crisi per giorni, mi ha fatto soffrire. Mi ha mostrato uno specchio dove ho potuto osservare un uomo senza coraggio. Ma sappi anche che tuttora non ho una risposta. Forse, semplicemente, ci sono cose inconciliabili, dove il prezzo da pagare è il dolore personale, interiore e silenzioso. Forse avresti dovuto reagire, dare a te stesso una prova di dignità, secondo un codice terreno che però non accetterò mai davvero. Forse sarebbe stato bene andarsene ancor prima di venir respinto, sapendo che non è la giusta compagnia. Forse questo o quello, o altro ancora: tutto e nulla. Ma sappi che ciò che davvero conta è che, qualsiasi sia la tua reazione, essa ha il valore relativo dell'esperienza che, come tale, avrà un peso in quel mucchio intrigato di emozioni che chiamiamo personalità.
Personalità! Nel suo nome commettiamo molti errori. Abbiamo paura della "personalità fragile", la vorremmo sempre "forte" e non ci si accorge che troppo spesso si vive al di fuori di sé.
Qualche volta, se ne avrai voglia, fermati in riva al mare. Siediti senza fretta e dopo averlo guardato, nel suo fragore, nell'odore di salsedine che lascia, chiudi gli occhi. Resta in silenzio. Non fare altro, non cercare di capire nulla: semplicemente sei lì, sei parte, sei dentro.
Il mare non ha una personalità, non ha la coscienza di sé: eppure è forte, è bello, è ricco. Addirittura è un simbolo di vita. 
Resta qualche istante in più: né il pensiero degli impegni di lavoro, né quello di una donna o degli amici - per quanti importanti essi possano essere - dovranno metterti fretta. Ci sono cose che hanno bisogno di tempo. Sentirti vivo, ad esempio, ha bisogno di attimi privi di valore apparente.
Apparentemente inutili.

E' tutto quello che riesco a dire.
Non credere mai a coloro che hanno sempre la risposta pronta: probabilmente non si sono mai seduti in solitudine e non hanno mai specchiato la propria presunzione.

 

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