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...1997
Non tutto riesco a spiegare.
Ci sono situazioni dove non ho una risposta, perché entrano in conflitto
aspetti contraddittori.
All'asilo, ad esempio, ci sono bambini che ricevono, vuoi dal genitore,
vuoi da altri, insegnamenti discutibili. Uno di loro, poniamo Marco,
è un bambino esuberante, espressivo, ma molto invadente. Certo, è un
bambino! Ha bisogno di aiuto per crescere. Ha bisogno che qualcuno
incanali la sua vitalità, la sua energia. Chi?!
Nel frattempo, mio figlio, tornando a casa, racconta:
< Marco fa dispetti a tutti, anche a me. Io ho tanta voglia di dargli
un cazzotto sul naso >.
So che il padre di Marco, che conosco, ama dire:
< La vita è dura, io insegno a mio figlio a colpire per primo, di non
aspettare, di non tirarsi indietro, di anticipare gli altri, di prendersi
quel che è suo >.
Si sta parlando di un bimbo di cinque anni, non di un allievo ad un corso
di boxe!
Mio figlio torna a casa ed io non ho una risposta.
Sono cresciuto con il mito di Gandhi, con il senso dell'attesa paziente di
un Buddha e con un Vangelo fatto di concetti vivi, e non di parole
domenicali.
Come spiegare ad un bimbo il senso della non violenza, della giustizia e
nel contempo salvaguardarlo dalla frustrazione, dall'impotenza,
dall'insicurezza? Come evitare che la sua personalità in formazione non
accumuli sofferenza e ferite alla sensibilità? Come si fa?
Poter essere forte ed altruista, centrato in sé e saggio, evitando la
palude della paura: è il programma di una vita. Non è possibile
spiegarlo.
So di trovarmi ad un bivio, dove vedo solo una parte della strada, e non
so dare la risposta.
E so, terribilmente, come l'insicurezza mini la parte migliore di
ciascuno.
Ancora oltre, mio figlio dodicenne, il problema ritorna: era solo stato
accantonato.
Torna dal parco, deluso.
< Non mi hanno fatto giocare - racconta - mi hanno offeso. Un ragazzo
mi ha dato anche una spinta e solo per mostrare che è lui a comandare. Tu
mi dici che non debbo menar le mani, ma io vorrei picchiarlo forte, quello
là >.
Ragazzo, sappi oggi - se leggerai - che quella tua frase mi ha messo in
crisi per giorni, mi ha fatto soffrire. Mi ha mostrato uno specchio dove
ho potuto osservare un uomo senza coraggio. Ma sappi anche che tuttora non
ho una risposta. Forse, semplicemente, ci sono cose inconciliabili, dove
il prezzo da pagare è il dolore personale, interiore e silenzioso. Forse
avresti dovuto reagire, dare a te stesso una prova di dignità, secondo un
codice terreno che però non accetterò mai davvero. Forse sarebbe stato
bene andarsene ancor prima di venir respinto, sapendo che non è la giusta
compagnia. Forse questo o quello, o altro ancora: tutto e nulla. Ma sappi
che ciò che davvero conta è che, qualsiasi sia la tua reazione, essa ha
il valore relativo dell'esperienza che, come tale, avrà un peso in quel
mucchio intrigato di emozioni che chiamiamo personalità.
Personalità! Nel suo nome commettiamo molti errori. Abbiamo paura della
"personalità fragile", la vorremmo sempre "forte" e
non ci si accorge che troppo spesso si vive al di fuori di sé.
Qualche volta, se ne avrai voglia, fermati in riva al mare. Siediti senza
fretta e dopo averlo guardato, nel suo fragore, nell'odore di salsedine
che lascia, chiudi gli occhi. Resta in silenzio. Non fare altro, non
cercare di capire nulla: semplicemente sei lì, sei parte, sei dentro.
Il mare non ha una personalità, non ha la coscienza di sé: eppure è
forte, è bello, è ricco. Addirittura è un simbolo di vita.
Resta qualche istante in più: né il pensiero degli impegni di lavoro,
né quello di una donna o degli amici - per quanti importanti essi possano
essere - dovranno metterti fretta. Ci sono cose che hanno bisogno di
tempo. Sentirti vivo, ad esempio, ha bisogno di attimi privi di valore
apparente.
Apparentemente inutili.
E'
tutto quello che riesco a dire.
Non credere mai a coloro che hanno sempre la risposta pronta:
probabilmente non si sono mai seduti in solitudine e non hanno mai
specchiato la propria presunzione.
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