16

  

LA CUCINA DI FRATTA: Confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo

Bisogna andare  ad esplorare il castello di Colloredo per trovare la Cucina di Fratta. Fratta non è Colloredo, il nome è quello di un altro antico castello scomparso 250 anni fa. Ippolito Nievo lo vide già diroccato, usò soltanto il nome del luogo che è vicino a Portogruaro. Il disegno però lo prese a Colloredo, per eternare nelle "Confessioni di un italiano" una cucina acherontica, settecentesca, che intravide sotto le arcate buie del castello dove abitava. Già allora questo leggendario focolare era seminascosto nei sotterranei del castello. Io vissi per molti anni, un secolo dopo lui, nella stessa dimora, abitai la stessa camera e scrissi dove lui scrisse. Così tentai il recupero della "Cucina di Fratta", nel luogo dove lui l'aveva disegnata ma forse mai vista fisicamente. Scavai, sprofondando lentamente ad un piano dove affioravano resti di piedritti, vetri, vasi, alari. E con l'aiuto dell'archeologo Vinicio Tomadin e dei suoi collaboratori, portammo alla superficie la struttura di un focolare secentesco, almeno così è l'impianto, forse in seguito allargato a cucina del 700.                                              

Stanislao Nievo

Ippolito Nievo nacque a Padova il 30 novembre 1831, figlio di Antonio, avvocato di nobili origini mantovane, e di Adele Marin, discendente dai Colloredo di Mont’Albano nel Friuli. Studia a Verona, dove il padre si è trasferito e nel 1847, superati gli esami, torna nella casa di famiglia a Mantova. A Mantova Nievo partecipa al tentativo insurrezionale del 1848, fallito il quale, lascia deluso la città insieme all’amico Attilio Magri. Nel 1852, dopo la laurea a Pavia, inizia infatti la sua attività di pubblicista, che proseguirà sempre accanto al lavoro letterario. Nel 1854 esce presso l’editore Vendrame di Udine il primo volumetto dei Versi, raccolta di poesie pubblicate in precedenza sulla rivista «L’Alchimista friulano». Nello stesso anno Nievo esordisce anche come drammaturgo: viene rappresentato a Padova, in verità con scarso successo, il suo dramma Gli ultimi giorni di Galileo Galilei. Unitosi alle truppe garibaldine, il 5 maggio del 1860, Nievo salpa da Quarto a bordo del Lombardo con Nino Bixio e Giuseppe Cesare Abba; si distinguerà a Calatafimi e a Palermo, e Garibaldi gli affiderà la viceintendenza generale della spedizione. Tornato al Nord tra il 1860 e il 1861, a febbraio Ippolito riceve l’ordine di tornare a Palermo per raccogliere la documentazione necessaria a smentire una campagna di dicerie calunniose montata contro l’amministrazione garibaldina. Il 4 marzo si imbarca sul piroscafo Ercole, di ritorno verso il continente: la nave si inabisserà nel Tirreno, al largo di Napoli. Il relitto non verrà mai ritrovato.

 

Io vissi i miei primi anni nel castello di Fratta, il quale adesso è nulla più d'un mucchio di rovine donde i contadini traggono a lor grado sassi e rottami per le fonde dei gelsi; ma l'era a quei tempi un gran caseggiato con torri e torricelle, un gran ponte levatoio scassinato dalla vecchiaia e i più bei finestroni gotici che si potessero vedere tra il Lemene e il Tagliamento. In tutti i miei viaggi non mi è mai accaduto di veder fabbrica che disegnasse sul terreno una piú bizzarra figura, né che avesse spigoli, cantoni, rientrature e sporgenze da far meglio contenti tutti i punti cardinali ed intermedi della rosa dei venti. Gli angoli poi erano combinati con sí ardita fantasia, che non n'avea uno che vantasse il suo compagno; sicché ad architettarli o non s'era adoperata la squadra, o vi erano stancate tutte quelle che ingombrano lo studio d'un ingegnere…Un’altra anomalia di quel fabbricato era la moltitudine dei fumaiuoli; i quali alla lontana gli davano l'aspetto d'una scacchiera a mezza partita e certo se gli antichi signori contavano un solo armigero per camino, quello doveva essere il castello meglio guernito della Cristianità. …perfino il campanile della cappella portava schiacciata la pigna dai ripetuti saluti del fulmine. Ma la perseveranza va in qualche modo gratificata, e siccome non mugolava mai un temporale senzaché la chioccia campanella del castello non gli desse il benarrivato, cosí era suo dovere il rendergli cortesia con qualche saetta: i villani dicevano che, siccome lo abitava il diavolo, cosí di tratto in tratto gli veniva qualche visita de' suoi buoni compagni; i padroni del sito avvezzi a veder colpito solamente il campanile, s'erano accostumati a crederlo una specie di parafulmine, e cosí volentieri lo abbandonavano all'ira celeste, purché ne andassero salve le tettoie dei granai e la gran cappa del camino di cucina. Ma eccoci giunti ad un punto che richiederebbe di per sé un'assai lunga descrizione.Bastivi il dire che per me che non ho veduto né il colosso di Rodi né le piramidi d'Egitto, la cucina di Fratta ed il suo focolare sono i monumenti più solenni che abbiano mai gravato la superficie della terra. Il Duomo di Milano e il tempio di San Pietro son qualche cosa, ma non hanno di gran lunga l'uguale impronta di grandezza e di solidità: un che di simile non mi ricorda averlo veduto altro che nella Mole Adriana; benché mutata in Castel Sant'Angelo la sembri ora di molto impiccolita.  

La cucina di Fratta era un vasto locale, d'un indefinito numero di lati molto diversi in grandezza, il quale s'alzava verso il cielo come una cupola e si sprofondava dentro terra piú d'una voragine: oscuro anzi nero di una fuliggine secolare, sulla quale splendevano come tanti occhioni diabolici i fondi delle cazzeruole, delle leccarde e delle guastade appese ai loro chiodi; ingombro per tutti i sensi da enormi credenze, da armadi colossali, da tavole sterminate; e solcato in ogni ora del giorno e della notte da una quantità incognita di gatti bigi e neri, che gli davano figura d'un laboratorio di streghe. - Tuttociò per la cucina. - Ma nel canto piú buio e profondo di essa apriva le sue fauci un antro acherontico, una caverna ancor più tetra e spaventosa, dove le tenebre erano rotte dal crepitante rosseggiar dei tizzoni, e da due verdastre finestrelle imprigionate da una doppia inferriata. Là un fumo denso e vorticoso, là un eterno gorgoglio di fagiuoli in mostruose pignatte, là sedente in giro sovra panche scricchiolanti e affumicate un sinedrio di figure gravi arcigne e sonnolente. Quello era il focolare e la curia domestica dei castellani di Fratta. Ma non appena sonava l'Avemaria della sera, ed era cessato il brontolio dell'Angelus Domini, la scena cambiava ad un tratto, e cominciavano per quel piccolo mondo tenebroso le ore della luce. La vecchia cuoca accendeva quattro lampade ad un solo lucignolo; due ne appendeva sotto la cappa del focolare, e due ai lati d'una Madonna di Loreto. Percoteva poi ben bene con un enorme attizzatoio i tizzoni che si erano assopiti nella cenere, e vi buttava sopra una bracciata di rovi e di ginepro. Le lampade si rimandavano l'una all'altra il loro chiarore tranquillo e giallognolo; il foco scoppiettava fumigante e s'ergeva a spire vorticose fino alla spranga trasversale di due alari giganteschi borchiati di ottone, e gli abitanti serali della cucina scoprivano alla luce le loro diverse figure. 

HOME