Federico García Lorca
PENSIERI E FRASI OPERE

Federico García Lorca

LA VITA

 

Federico García Lorca (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, 18 agosto 1936) è stato un poeta e drammaturgo spagnolo appartenente alla cosiddetta generazione del '27, un gruppo di scrittori che affrontò le Avanguardie europee con risultati eccellenti, tanto che la prima metà del Novecento viene definita la Edad de Plata della letteratura spagnola.

Apertamente a favore delle forze repubblicane, scoppiata la Guerra civile spagnola viene per questo ucciso dai falangisti seguaci di Francisco Franco.

L'infanzia

García Lorca, il cui nome completo è in realtà Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca, nasce il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros, un paesino della vega granadina. È figlio di un ricco possidente, Federico García Rodríguez, che aveva sposato in seconde nozze una giovane e sensibile maestra, Vicenta Lorca Romero, donna di salute fragile - al punto che ad allattare Lorca non sarà lei stessa, ma una balia, moglie del capataz del padre - e che tuttavia incide profondamente nella formazione artistica del figlio: lascia infatti presto l'insegnamento per dedicarsi all'educazione del piccolo Federico, al quale trasmette la sua passione per il pianoforte e la musica:

"Canticchiava le canzoni popolari ancor prima di saper parlare e si entusiasmava sentendo suonare una chitarra"

La madre gli trasmetterà altresì quella coscienza profonda della realtà degli indigenti e quel rispetto per il loro dolore che Lorca riverserà all'interno della propria opera letteraria.

Federico trascorre un'infanzia felice nell'ambiente sereno e agreste della casa patriarcale di Fuente Vaqueros fino al 1909, quando la famiglia, che nel frattempo si era accresciuta di altri tre figli - Francisco, Conchita e Isabel, mentre un quarto, Luis, si era purtroppo spento all'età di soli due anni per polmonite - si trasferisce a Granada.

Gli studi e le conoscenze a Granada [modifica]
A Granada frequenta il "Colegio del Sagrado Corazón", che era diretto da un cugino di sua madre, e nel 1914 si iscrive dapprima alla facoltà di giurisprudenza per poi passare a quella di lettere.

Conosce i quartieri gitani della città, che entreranno a far parte della sua poesia, come dimostra il suo Romancero del 1928.

Incontra per la prima volta in questo periodo il letterato Melchor Fernández Almagro e il giurista Fernando de los Ríos, futuro Ministro de Instrucción Pública durante il periodo denominato Seconda Repubblica Spagnola: entrambi aiuteranno in modo concreto la carriera del giovane Federico.

Inizia nel frattempo lo studio del pianoforte sotto la guida del maestro Antonio Segura e diventa un abile esecutore del repertorio classico e di quello del folclore andaluso.

Con il musicista granadino Manuel de Falla, con cui stringe un'intensa amicizia, collabora all'organizzazione della prima Fiesta del Cante jondo (13 - 14 giugno 1922).

Il periodo formativo spirituale

Gli interessi che segnano il periodo formativo spirituale del poeta sono la letteratura, la musica e l'arte che apprende dal professor Martín Domínguez Berrueta che sarà suo compagno nel viaggio di studio in Castiglia, dal quale nascerà la raccolta in prosa Impresíones y paisajes (Impressioni e paesaggi).

L'ingresso alla Residencia de Estudiantes

Nel 1919 il poeta, grazie all'interessamento di Fernando de los Ríos, ottiene l'ingresso nella prestigiosa Residencia de Estudiantes di Madrid, confidenzialmente chiamata dai suoi ospiti "la resi", che era considerata il luogo della nuova cultura e delle giovani promesse del '27.

Nella Residencia Lorca rimane nove anni, tranne i soggiorni estivi alla Huerta de San Vicente, la casa di campagna, e alcuni viaggi a Barcellona e a Cadaqués ospite del pittore Salvador Dalí, a cui lo lega un rapporto di stima e amicizia che coinvolgerà presto anche la sfera sentimentale.

Le prime pubblicazioni

È di questo periodo la pubblicazione del Libro de poemas, la preparazione delle raccolte Canciones e Poema del Cante jondo (Poema del Canto profondo), al quale fa seguito il dramma teatrale El maleficio de la maríposa (Il maleficio della farfalla) nel 1920 e nel 1927 il dramma storico Mariana Pineda per il quale Salvator Dalí disegna la scenografia.

Seguiranno le prose d'impronta surrealista Santa Lucía y san Lázaro, Nadadora sumeringa (La nuotatrice sommersa) e Suicidio en Alejandría, gli atti teatrali El paseo de Buster Keaton (La passeggiata di Buster Keaton) e La doncella, el marinero y el estudiante (La ragazza, il marinaio e lo studente), oltre le raccolte poetiche Primer romancero gitano, Oda a Salvator Dalí e un numero straordinario di articoli, composizioni, pubblicazioni varie, senza contare le letture in casa di amici, le conferenze e la preparazione della rivista granadina "Gallo" e la mostra di disegni a Barcellona.

Il conflitto interiore

Le lettere inviate in questo periodo da Federico agli amici più intimi, confermano che l'attività febbrile improntata ai contatti e alle relazioni sociali che il poeta in quel momento vive nasconde in realtà una intima sofferenza e ricorrenti pensieri di morte, malessere su cui molto incide il non poter vivere serenamente la propria omosessualità. Al critico catalano Sebastián Gasch, in una lettera datata 1927, confessa la sua dolorosa condizione interiore:

"Sto attraversando una grave crisi sentimentale (è così) dalla quale spero di uscire curato".

La depressione

Il conflitto con la cerchia intima di parenti e amici raggiunge il suo climax allorquando i due surrealisti Dalí e Buñuel collaborano alla realizzazione del film Un chien andalou, che García Lorca legge, probabilmente erroneamente, come un attacco nei suoi confronti. Allo stesso tempo, la sua passione, acuta ma sfortunatamente non ricambiata per lo scultore Emilio Aladrén, giunge a una svolta di grande dolore per Lorca nel momento in cui Aladrén inizia la propria relazione con la donna che ne diverrà moglie.

La borsa di studio e il soggiorno a New York

Fernando de los Ríos, il suo amico protettore, venuto a conoscenza dello stato conflittuale del giovane García gli concede una borsa di studio e nella primavera del 1929 il poeta lascia la Spagna e si reca negli Stati Uniti.

L'esperienza statunitense, che dura fino alla primavera del 1930, sarà fondamentale per il poeta, e darà come risultato una delle produzioni lorchiane più riuscite, Poeta en Nueva York, incentrata su quanto Lorca osserva con il suo sguardo partecipe e attento: una società di troppo accesi contrasti tra poveri e ricchi, emarginati e classi dominanti, connotata da razzismo. Si rafforza in Lorca il convincimento della necessità di un Mondo nettamente più equo, non discriminante.

A New York, il poeta frequenta i corsi alla Columbia University, trascorre le vacanze estive, invitato dall'amico Philip Cummings, sulle rive del lago Edem Mills e, poi, presso la casa del critico letterario Angel del Rio e alla fattoria del poeta Federico de Onís nel Newburg.

Al rientro nella metropoli alla fine dell'estate rivede alcuni amici spagnoli tra i quali León Felipe, Andrés Segovia, Dámaso Alonso e il torero Ignacio Sánchez Mejías, che si trovava a New York con la famosa cantante la Argentinita, ma il 5 marzo del 1930, dietro invito della Institucíon hispanocubana de Cultura, Lorca parte per Cuba.

L'esperienza a Cuba

Il periodo trascorso a Cuba è un periodo felice. Il poeta stringe nuove amicizie tra gli scrittori locali, tiene conferenze, recita poesie, partecipa a feste e collabora alle riviste letterarie dell'isola, "Musicalia" e "Revista de Avance", sulla quale pubblica la prosa surrealistica Degollacíon del Bautista (Decapitazione del Battista).

Sempre a Cuba inizia a scrivere i drammi teatrali El público e Así que pasen cinco años (Finché trascorreranno cinque anni) e l'interesse maturato per i motivi e i ritmi afrocubani lo aiuteranno a comporre la famosa lirica Son de negros en Cuba che risulta essere un canto d'amore per l'anima negra d'America.

Il rientro in Spagna

Nel luglio del 1930 il poeta rientra in Spagna che, dopo la caduta della dittatura di Primo de Rivera, sta vivendo una fase di intensa vita democratica e culturale.

La realizzazione del teatro ambulante [modifica]

Con l'aiuto di Fernando de los Ríos, che nel frattempo è diventato Ministro della Pubblica istruzione, Lorca, con attori e interpreti selezionati dall'Istituto Escuela di Madrid con il suo progetto di Museo Pedagocico, realizza il progetto di un teatro popolare ambulante, chiamato La Barraca che, girando per i villaggi, rappresenta il repertorio classico spagnolo.

Conosce in questi anni Rafael Rodríguez Rapún, segretario de La Barraca e studente d'ingegneria a Madrid, che sarà l'amore profondo dei suoi drammi e delle sue poesie e al quale dedicherà i Sonetti dell'amor oscuro, pubblicati postumi.

Lorca, che è l'ideatore, il regista, l'animatore entusiasta della piccola troupe teatrale, vestito con una semplice tuta azzurra a significare ogni rifiuto di divismo, porta in giro negli ambienti rurali e universitari il suo teatro che riscuote grande successo e che svolge senza interruzione la sua attività fino all'aprile del 1936, a pochi mesi dallo scoppia della guerra civile.

Le ultime opere letterarie

L'attività teatrale non impedisce a Lorca di continuare a scrivere e compiere diversi viaggi con gli amici madrileni, nella vecchia Castiglia, nei Paesi Baschi e in Galizia.

Alla morte dell'amico banderillero e torero Ignacio Sánchez Mejías avvenuta l'11 agosto del 1934, il poeta dedica il famoso Llanto (Compianto) e negli anni successivi pubblica Seis poemas galegos (Sei poesie galiziane), progetta la raccolta poetica del Diván del Tamarit e porta a conclusione le opere teatrali Doña Rosita la soltera o El lenguaje de las flores (Donna Rosita nubile o Il linguaggio dei fiori).
All'inizio del 1936 pubblica Bodas de sangre (Nozze di sangue) e il 19 giugno finisce La casa de Bernarda Alba e nel febbraio contribuisce insieme ad Alberti e Bergamín a fondare l'"Associazione degli intellettuali antifascisti".

Lo scoppio della guerra civile

Stanno intanto precipitando gli eventi politici. Tuttavia, García Lorca rifiuta la possibilità di asilo offertagli da Colombia e Messico, i cui ambasciatori prevedono il rischio che il poeta possa esser vittima di un attentato a causa del suo ruolo di funzionario della Repubblica; respinge le offerte, ed il 13 luglio decide di tornare a Granada, nella casa della Huerta de San Vicente, per trascorrervi l’estate.

Rilascia un’ultima intervista, al “Sol” di Madrid, in cui c’è una eco delle motivazioni che l’avevano spinto a rifiutare quelle offerte di vita fuori dalla Spagna appena menzionate, ed in cui tuttavia Lorca chiarisce e ribadisce la propria avversione verso le posizioni di estremismo nazionalistico, tipiche di quella destra che prenderà da lì a poco il potere, instaurando la dittatura:

"Io sono uno Spagnolo integrale e mi sarebbe impossibile vivere fuori dai miei limiti geografici; però odio chi è Spagnolo per essere Spagnolo e nient’altro, io sono fratello di tutti e trovo esecrando l’uomo che si sacrifica per una idea nazionalista, astratta, per il solo fatto di amare la propria Patria con la benda sugli occhi. Il Cinese buono lo sento più prossimo dello spagnolo malvagio. Canto la Spagna e la sento fino al midollo, ma prima viene che sono uomo del Mondo e fratello di tutti. Per questo non credo alla frontiera politica."

Pochi giorni dopo, esplode in Marocco la ribellione franchista che in breve tempo colpisce la città andalusa e instaura un clima di feroce repressione.

L'arresto

Il 16 agosto, il sindaco socialista di Granada (cognato del poeta) viene fucilato. Federico, che si era rifugiato in casa dell'amico poeta falangista Louis Rosales, viene arrestato lo stesso giorno dall'ex rappresentante della CEDA, Ramón Ruiz Alonso.

La fucilazione

Numerosi si levano gli interventi a favore del poeta, soprattutto da parte dei fratelli Rosales e dal maestro de Falla; ma nonostante la promessa fatta allo stesso Luis Rosales che Lorca sarebbe stato rimesso in libertà "se non ci sono denunce contro di lui", il governatore José Valdés Guzmán, con l'appoggio del generale Queipo de Llano, dà ordine, segretamente, di procedere all'esecuzione: a notte fonda, Federico è condotto a Víznar, presso Granada e - è incerto se all'alba del 18 o 19 agosto - viene fucilato sulla strada vicino alla Fuente grande, lungo il cammino che va da Víznar a Alfacar. La sua uccisione provoca riprovazione mondiale: molti intellettuali esprimeranno parole di sdegno, tra le quali spiccano quelle dell'amico Pablo Neruda.

Lorca sotto la dittatura franchista

La dittatura di Franco, instauratasi, impone il bando sulle sue opere, bando in parte rotto nel 1953, quando un Obras completas - si badi bene, pesantemente censurata - viene fatto pubblicare. Quell'edizione tra l'altro non include il suo ultimo Sonetos del amor oscuro, scritto nel Novembre del 1935 e recitato unicamente per gli amici intimi. Quei sonetti, di tema omosessuale, saranno addirittura pubblicati solo a partire dall'anno 1983.

Lorca oggi

Con la morte di Franco nel 1975, García Lorca ha potuto finalmente e giustamente tornare ad essere quell'esponente importantissimo della vita culturale e politica del proprio Paese.

Nel 1986, la traduzione in lingua inglese fatta dal cantante e autore Leonard Cohen della poesia di Lorca "Pequeño vals vienés", e musicata dallo stesso Cohen, raggiunge il primo posto all'interno della classifica dei dischi più venduti in Spagna.

Oggi, la memoria di García Lorca viene solennemente onorata da una statua in Plaza de Santa Ana, a Madrid.

L'opera poetica

Pur esistendo importanti edizioni dell'opera completa di García Lorca non si ha ancora un testo definitivo che metta fine ai dubbi e agli interrogativi nati intorno ai libri annunciati e mai pubblicati e non si è ancora risolta la questione della genesi di alcune raccolte importanti.
Si può comunque dire che la produzione che conosciamo, insieme ai materiali inediti recentemente trovati, è sufficiente ad offrirci una chiara testimonianza della corrispondenza dell'uomo con la sua poesia.

In un primo tempo Lorca manifesta il suo talento come espressione orale seguendo lo stile della tradizione giullaresca. Il poeta infatti recita, legge, interpreta i suoi versi e le sue pièce teatrali davanti agli amici e agli studenti dell'università prima ancora che siano raccolte e stampate.

Ma Lorca, pur essendo un artista geniale ed esuberante, mantiene verso la sua attività creativa un atteggiamento severo chiedendo ad essa due condizioni essenziali: amor y disciplina.

Il periodo andaluso

Impresiones y paisajes

Nella raccolta di prose Impresiones y paisajes che esce nel 1918 dopo il viaggio in Castiglia e Andalusia, Lorca afferma le sue grandi doti d'intuizione e di fantasia. La raccolta è densa di impressioni liriche, di note musicali, annotazioni critiche e realistiche intorno alla vita, la religione, l'arte e la poesia.

Libro de poemas

Nel Libro de poemas, composto dal 1918 al 1920 Lorca documenta il suo grande amore per il canto e la vita. Dialoga con il paesaggio e con gli animali con il tono modernista di un Rubén Darío o un Juan Ramón Jiménez facendo affiorare le sue inquietudini sotto forma di nostalgia, di abbandoni, di angosce e di protesta ponendosi domande di natura esistenziale:

"Che cosa racchiudo in me/ in questi momenti di tristezza?/ Ahi, chi taglia i miei boschi/ dorati e fioriti!/ Che cosa leggo nello specchio/ d'argento commosso/ che l'aurora mi offre/ sull'acqua del fiume?".
In questi versi sembra di sentire il sottofondo musicale che, modulando la pena del cuore, riflette la situazione d'incertezza vissuta e il suo distacco dalla fase dell'adolescenza.

Il periodo che va dal 1921 al 1924 rappresenta un momento molto creativo e di grande entusiasmo anche se molte delle opere prodotte vedranno la luce solo anni dopo.

Poema del Cante jondo

Il Poema del Cante jondo, scritto tra il 1921 e il 1922 uscirà solamente dieci anni dopo. In esso vi sono tutti i motivi del mondo andaluso ritmati sulle modalità musicali del cante jondo a cui il poeta aveva lavorato con il maestro de Falla in occasione della celebrazione della prima Fiesta del Cante jondo al quale Lorca aveva dedicato, nel 1922, la conferenza Importancia histórica y artística del primitivo canto andaluz llamado "cante jondo".

Il libro vuole essere un'interpretazione poetica dei significati legati a questo canto primitivo che esplode nella ripetizione ossessiva di suoni e di ritmi popolari, come nelle canzoni della siguiriya, la soleá, la petenera, la tonáa, la liviana, accompagnate dal suono della chitarra:

"Comincia il pianto/ della chitarra./ Si spezzano le coppe/ dell'alba./ Comincia il pianto/ della chitarra./ È inutile/ tacerla./ È impossibile/ tacerla./ Piange monotona/ come piange l'acqua./ Come piange il vento/ sulla montagna".

Premieras Canciones, Suites - Canciones

In Premiera Canciones ma soprattutto in Canciones, il poeta, su variazioni di tipo musicale espresse con un linguaggio cifrato, dimostra tutta la sua abilità nel cogliere il mondo della tenerezza infantile.
Manca in queste liriche ogni traccia di eloquenza e si nota una maggiore rapidità di sguardo e di sintesi che riesce a cogliere l'immagine di un paesaggio che sembra sospeso tra il sogno e la realtà:

"Albero albero/ secco e verde.// La ragazza dal bel volto/ sta raccogliendo olive./ Il vento, corteggiatore di torri,/ la prende per la cintura".

In questi versi i colori, i suoni del mondo gitano vengono rappresentati attraverso una luce particolare che anima gli oggetti.

Così nella breve poesia Caracola (Conchiglia) in cui il poeta, attraverso gli echi e i ritmi interiori, rivive il tempo lieto della fantasia e dell'infanzia:

" Mi hanno portato una conchiglia.// Dentro canta/ un mare di carta./ Il mio cuore/ si riempie d'acqua/ con pesciolini/ d'ombra e d'argento.// Mi hanno portato una conchiglia".

Romancero gitano

Il successo popolare di García Lorca avviene nel 1928 con Romancero gitano che descrive il sentimento di fatalità, di mistero e di dolore del mondo andaluso.

L'opera è composta da diciotto liriche e comprende quattro nuclei tematici: quello del mondo umano nel quale i gitani lottano contro la Guardia Civil; quello del mondo celeste rappresentato dai romances di iconografia religiosa; quello delle forze oscure e per ultimo quello della realtà di matrice storico-letteraria.

Ad accomunare questi quattro mondi vi è la figura dei gitani con il loro carattere fiero e il loro primitivismo pagano verso i quali Lorca sente di possedere una componente comune che lo rende partecipe della loro sofferenza e della loro ribellione.

Il Romancero si distingue per la ripetizione del verso spagnolo tradizionale (l'estribillo popular) e per le audaci metafore.
richiamando e facendo proprio, innovandolo, l' uso del romance come forma di scrittura ed impostazione per la sua opera. In esso la parola poetica riesce a cogliere, armonicamente con il linguaggio e la psicologia del mondo gitano, l'oggetto in una dimensione mitica:

"Verde ti voglio proprio verde./ Verde vento. Verdi rami./ La barca sul mare/ e il cavallo sulla montagna".

In Romancero, attraverso il vento, i colori, i riferimenti simbolici, è presente tutto l'universo emotivo del giovane Lorca che, con una poesia diretta, fa vibrare la terra d'Andalusia.

La "nueva manera espiritualista"

In seguito al Romancero gitano, accolto con tanto favore popolare ma disapprovato da Salvador Dalí e da Luis Buñuel per l'eccessivo lirismo tradizionalista, vi è un breve periodo nel quale va situata l'esperienza delle prose poetiche di carattere surrealista, tra le quali Oda a Salvador Dalí, insieme ad alcune bozze teatrali nelle quali il poeta cerca di superare l'elemento biografico senza però mai aderire completamente al movimento surrealista.

Oda a Salvador Dalí

Nell'ode all'amico Salvador Dalí, Lorca oppone all'estetica del "fiore asettico della radice quadrata" l'immagine della rosa quotidiana come suo ideale di bellezza e di vita:

"Ma anche la rosa del giardino dove vivi./ Sempre la rosa, sempre, nord e sud di noi stessi!"

e lo invita a non scordare l'importanza del sentimento d'amore e la sua verità umana:

"Non è l'Arte la luce che ci acceca gli occhi./ Prima è l'amore, l'amicizia o la scherma"

Da Poeta en Nueva York ai Sonetos del amor oscuro

Poeta en Nueva York

Il libro Poeta en Nueva York, composto tra il 1929 e il 1930 ma pubblicato postumo nel 1940, e che alcuni identificano come la sua opera più compiuta, comprende dieci gruppi di liriche, tra cui l'Oda a Walt Whitman e le composizioni nate nel periodo cubano, e costituisce un superamento della poetica precedente, arricchita di ardite immagini surrealiste.

Nell'opera si possono individuare due differenti situazioni psicologiche.
Vi è un primo momento che esprime il sentimento di protesta contro la civiltà moderna e la metropoli nella quale Lorca identifica il simbolo dell'angoscia e dell'alienazione umana. Il poeta descrive infatti la città nordamericana come meccanismo stritolante e implacabile, le cui vittime Lorca guarda con occhio commosso e sensibile. In particolare, poesie come "New York oficina y denuncia" o "Panorama ciego de New York" riflettono la sua incendiata critica nei confronti della disumanizzazione, del mancato rispetto nei confronti della natura e dell'emarginazione dei diseredati, che in Romancero gitano erano appunto rappresentati dai gitani, mentre in queste libro sono soprattutto la comunità nera:

"Io credo che il fatto di essere di Granada mi spinga all'umana comprensione dei perseguitati, del gitano, del negro, dell'ebreo... del moro, che noi tutti ci portiamo dentro!"

e un secondo momento improntato a un sentimento di nostalgia del ricordo passato e della felicità perduta:

"Era la mia voce antica/ ignara dei densi succhi amari./ La sento lambire i miei piedi/ sotto le fragili felci bagnate./ Ahi, voce antica del mio amore, /ahi, voce della mia verità,/ ahi, voce del mio aperto costato,/ quando tutte le rose nascevano dalla mia lingua/ e il prato non conosceva l'impassibile dentatura del cavallo!".

A parte i Seis poemas galegos, gli ultimi libri di poesia ripropongono i motivi dell'ultimo itinerario creativo del poeta: la denuncia dell'ingiustizia, il dolore, l'amore impossibile, l'amicizia.

Seis poemas galegos

Seis poemas galegos è un'opera doppiamente unica nel panorama lorchiano: è in galiziano, lingua differente da quella del poeta, e non vi sono altri esempi in tal senso all'interno della sua produzione letteraria.

È per questo particolarmente interessante conoscere come è nata.

García Lorca visita per la prima volta la Galizia nel 1916, in occasione di un viaggio di studi organizzato da uno dei suoi professori: visita Santiago de Compostela, A Coruña, Lugo, Betanzos e Ferrol. Nella Residencia de Estudantes di Madrid conosce il musicologo galiziano Jesús Bal y Gay, con l'aiuto del quale si avvicina al folclore musicale di quella terra, in un periodo turante il quale Lorca sta anche leggendo con grande passione i "cancioneiros galego-portugueses" ed autori galiziani come Rosalía de Castro, Curros Enríquez, Eduardo Pondal, Amado Carballo e Manuel Antonio.

Nel 1931 conosce Ernesto Guerra da Cal, nazionalista galiziano che fin dall'infanzia risiede a Madrid, e che lo introduce all'interno dell'entourage galiziano della capitale spagnola.

Nel maggio del 1932 Lorca realizza il suo secondo viaggio in Galizia, per dare una serie di conferenze. A Santiago de Compostela fa amicizia con Carlos Martínez-Barbeito.

Nell'agosto del 1932, effettua un terzo viaggio in Galizia, viaggio legato al giro di spettacoli che la sua compagnia teatrale, "La Barraca", sta effettuando in varie città e villaggi della regione, e in novembre tiene una serie di conferenze con Xosé Filgueira Valverde, e pubblica nella rivista Yunque di Lugo il primo dei suoi "poemas galegos": Madrigal â cibdá de Santiago, scritto con l'aiuto di Francisco Lamas e Luís Manteiga.

Nel 1933, Lorca incontra Eduardo Blanco Amor, all'epoca corrispondente del quotidiano argentino La Nación; il giornalista si dà da fare affinché Lorca venga conosciuto in Argentina, tanto che, quando Lorca percorre il Paese sudamericano, riceve una calorosa accoglienza da parte della popolazione, soprattutto quella di origine galiziana. Come ringraziamento, Lorca scrive Cántiga do neno da tenda, e una volta tornato in Spagna manterrà con Blanco Amor una intensa relazione di amicizia, il quale trascorrerà varie volte il proprio tempo nella casa di Lorca a Fuente Vaqueros. È sempre grazie all'aiuto di Blanco Amor che Federico García Lorca giunge a pubblicare le sue composizioni in galiziano con il libro Seis poemas galegos del 1935, per i tipi dell'editorial Nós: le poesie sono composizioni che da un lato posseggono le stesse caratteristiche di spontaneità di quelle contenute in Canciones, il libro di Lorca del (1927), ma che allo stesso tempo, hanno ritmi propri della tradizione letteraria della Galizia. Quanto alla difficoltà di Lorca di scrivere in una lingua differente dalla propria, due sono le versioni succedutesi nel corso degli anni: quella di Ernesto Guerra da Cal, che nell'ultimo periodo della propria vita sostenne di essere l'autore della trasposizione in galiziano, affermazione che trovò appoggio da parte di Xosé Luís Franco Grande, e quella, contrapposta, di Eduardo Blanco Amor, secondo la quale le poesie erano sotto tutti i punti di vista da attribuirsi a Lorca. È quest'ultima tesi quella che ha trovato riscontro nelle indagini successive condotte da vari studiosi.

Llanto por Ignacio Sánchez

In seguito alla morte dell'amico torero caduto nell'arena, Lorca scrive il bellissimo Llanto por Ignacio Sánchez, in quattro parti.

Il componimento, dopo l'irrompente inizio della prima parte ("La cogida y la muerte" - Il cozzo e la morte -, introdotta e scandita dalle famose "cinco de la tarde" che suonano in tutti gli orologi del mondo), prende via via un tono più pacato (nella seconda parte, "La sangre derramada" - Il sangue versato - e nella terza parte "Cuerpo presente" - Corpo presente) -, e cede alla fine all'elegia e al rimpianto per l'amico morto levandosi a ricordarne la grandezza al di là della morte (nella quarta e ultima parte "Alma ausente" -Anima assente -, che così termina):

"Io canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia./ La nobile maturità della tua conoscenza./ Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca./ La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.// Passerà molto tempo prima che nasca, se nasce,/ un andaluso così illustre, così ricco d'avventura./ Io canto la sua eleganza con parole che gemono/ e ricordo una brezza triste fra gli olivi".

Diván del Tamarit

Il Diván del Tamarit, scritto nel 1936 e pubblicato postumo nel 1940, rappresenta la fine del lungo monologo interiore per chiudersi nel silenzio del dramma personale con versi ormai privi di ogni scuola o maniera nei quali il poeta cerca la sua verità interiore.

Sonetos del amor oscuro

Il 17 marzo 1984 verranno pubblicati gli undici Sonetos del amor oscuro sul giornale "ABC" che costituiscono il documento della passione privata omosessuale espressi attraverso la forma classica del sonetto.

I sonetti verranno commentati dal poeta Vicente Aleixandre, che nel 1937 ne aveva ascoltato le prime composizioni, come "prodigio di passione, di entusiasmo, di felicità, di tormento, puro e ardente monumento all'amore...".

" Notte alta noi due con luna piena./ Io ruppi in pianto mentre tu ridevi./ Il tuo scherno era un dio,/ le mie lagnanze momenti e poi colombe senza fine.// Notte bassa noi due. Specchio di pena,/ piangevi tu in remote lontananze./ Il mio dolore era un groppo d’agonie/ sopra il tuo cuore fragile d’arena.// L’aurora ci congiunse sopra il letto,/ le bocche contro il gelido fluire/ di uno sbocco di sangue senza fine.// E il sole entrò filtrando dal balcone,/ e aprì il corallo i rami della vita/ sopra il mio cuore avvolto nel sudario".

L'Opera teatrale

Francisco Umbral nel suo saggio Lorca, poeta maldito pubblicato nel 1978 scrive: "... tutta la drammaturgia di Lorca altro non è che la rappresentazione della sua radicale e personale tragicità interiore".

L'opera teatrale di Lorca è infatti la drammatica rappresentazione del conflitto ontologico personale dell'autore vissuta attraverso personaggi che denunciano le sue stesse inquietudini e tentano di ribellarsi agli stessi pregiudizi.

Le prime commedie

Il tema del sogno e dell'evasione che assumerà un ruolo fondamentale nella successiva drammaturgia lorchiana, è affrontato nell'ingenuo dramma giovanile El maleficio de la mariposa un dramma in versi sull'impossibile amore tra uno scarafaggio e una farfalla, che non è però accolto affatto bene dal pubblico e che spiegherebbe il perché Lorca abbia poi sempre dichiarato che è Mariana Pineda, del 1927, il suo primo copione per il teatro.
Anche in quest'ultima opera, comunque, è dominante il tema del desiderio di libertà nel quale Mariana identifica l'amore e la persona amata.

Le commedie da farsa

La zapatera prodigiosa (La calzolaia meravigliosa) e El amor de don Perlimplín con Belisa en su jardín sono due deliziose commedie ritagliate dal teatro di burattini che Lorca amava in modo particolare, e che, insieme a Los títeres de cachiporra (I burattini di legno) e Retablillo de don Cristóbal (Teatrino di don Cristóbal), portano avanti il dialogo intimo del poeta tra lirismo e dramma.

Queste commedie da farsa, come annunciano i sottotitoli, si muovono al ritmo dei ballet con infinita grazia e rappresentano, con il tema predominante dell'evasione dal grigiore della realtà quotidiana, una variante letteraria che si risolve in felice tragicommedia.

Le opere più mature

Bodas de sangre, Yerma, La casa de Bernarda Alba sono opere che rivelano un Lorca maturo e maggiormente attento ai problemi sociali.
In queste opere i personaggi femminili aspirano all'amore e lottano e si ribellano contro le ipocrisie della vita e scelgono in alternativa allo squallore e alla miseria, la disperazione e la morte.

Nella prima tragedia, Bodas de sangre, la promessa sposa fugge il giorno delle nozze con l'amante Leonardo; in Yerma, la protagonista da cui l'opera prende il nome rifiuta il suo stato di sterilità e uccide il marito, simbolo dell'egoismo maschile; nella terza Adela, la figlia minore di Bernarda Alba, preferisce il suicidio alla rinuncia all'amore e intorno a lei si crea il silenzio, quello stesso silenzio che pesa sul personaggio femminile di Doña Rosita la soltera o El lenguaje de las flores, il dramma che venne rappresentato nel 1935.
Rosita è una giovane zitella che vive immersa nella solitudine e nel rimpianto dell'amore mancato, ferma con la fantasia alla promessa d'amore naufragata con gli anni e la lontananza.

La pièce surrealista Así que pasen cinco años (1930-1931), come dice il sottotitolo "Leyenda del tiempo", è un'allegoria del tempo dove risalta il contrasto tra l'ansia di amare e la mancata realizzazione del sentimento.

Le ultime opere

El público, composto nel 1930 e il frammento Comedia sin título (Commedia senza titolo) del 1936 rimasero inedite fino agli anni Ottanta e affrontano, l'una, il tema dell'omosessualità, l'altra, della funzione dell'arte e della rivoluzione sociale.

Lorca si apre ad un teatro simbolico e surreale che viene definito "impossibile" e "irrapresentabile" per il suo tempo e la morale corrente, e nel quale anticipa, con coraggio, problematiche di grande attualità.

 

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Notte dell'amore insonne

Notte alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.

Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.

L'alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.

Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.

 

 

Oh voce occulta dell'amore oscuro

Oh voce occulta dell'amore oscuro!
oh belato senza lana, oh ferita,
camelia sfiorita, ago di fiele,
flusso senz'acqua, città senza mura!

Oh notte immensa di linea sicura,
monte celeste di protesa angoscia!
Cane nel cuore, oh voce inseguita!
Silenzio senza fine, iris maturo!

Voce ardente di gelo, via da me!
Non farmi perdere nella sterpaglia
dove gemono carne e cielo sterili.

Libera il duro avorio della testa,
pietà di me, spezza il mio dolore!
Perché sono natura, sono amore!

 

 

Sonetto del dolce lamento

Temo di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua e la cadenza
che di notte mi posa sulla guancia
la rosa solitaria del respiro.

Temo di essere lungo questa riva
un tronco spoglio, e quel che più m'accora
è non avere fiore, polpa, argilla
per il verme di questa sofferenza.

Se sei tu il mio tesoro seppellito,
la mia croce e il mio fradicio dolore,
se io sono il cane e tu il padrone mio

non farmi perdere ciò che ho raggiunto
e guarisci le acque del tuo fiume
con foghe dell'Autunno mio impazzito.

 

Alberi

Alberi,
eravate frecce
cadute dall'azzurro?
Che terribili guerrieri vi scagliarono?
Sono state le stelle?

Le vostre musiche vengono dall'anima degli uccelli,
dagli occhi di Dio,
da una perfetta passione.
Alberi!
Le vostre radici rozze si accorgeranno
del mio cuore sotto terra?

 

 

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Bordone

Ti vedrò?
Non ti vedrò?

A me importa
soltanto il tuo amore.

Hai sempre il riso di allora
e quel cuore?  

Sera

Sera piovosa in grigio stanco.
Tutto è così.
Gli alberi secchi
la mia stanza solitaria.
E i ritratti vecchi
e il libro intonso…
Trasuda la tristezza dai mobili
e dall'anima.
Forse
la Natura ha per me
il cuore di cristallo.
E mi duole la carne del cuore
e la carne dell'anima.
E parlando
le mie parole restano nell'aria
come sugheri sull'acqua.
Solo per i tuoi occhi
soffro questo male;
tristezze del passato
tristezze che verranno.
Sera piovosa in grigio stanco.
E va la vita.

 

Lo specchio addormentato

Dormi.
Non temere lo sguardo
errante.
Dormi.

Né la farfalla,
né la parola,
né il raggio furtivo
della serratura
ti feriranno.
Dormi.

Come il mio cuore,
così tu,
specchio mio.
Giardino dove l'amore
m'attende.

Dormi senza pensieri,
ma svégliati,
quando morirà l'ultimo
bacio delle mie labbra.

 

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BALLATA DELLA LUNA, LUNA

A Conchita García Lorca

            Giunse la luna alla fucina
con la sua faldiglia di nardi.
Il bimbo la guarda guarda.
E bimbo la sta guardando.
Nell'aria commossa
muove la luna le sue braccia
e mostra, lasciva e pura,
le sue poppe di duro stagno.
Fuggi, luna, luna, luna.
Se venissero i gitani
farebbero del tuo cuore
collane ed anelli bianchi.
Bimbo, lasciami ballare.
Quando verranno i gitani
ti troveranno sull'incudine
con gli occhiettini chiusi.
Fuggi, luna, luna, luna,
sento i loro cavalli.
Bimbo, lasciami, non pestare
il mio candore inamidato.
L'uomo a cavallo s'avvicinava
suonando il tamburo della pianura.
Dentro la fucina il bimbo
ha gli occhi chiusi.
Per l'uliveto venivano,
bronzo e sogno, i gitani.
Erette le teste
e gli occhi socchiusi.
Come canta l'assiolo,
ahi, come canta sull'albero!
Scorre nel cielo la luna
con un bimbo per mano.
Piangono dentro la fucina,
con alte grida, i gitani.
L'aria la vela vela,
l'aria la sta velando.


Potessero le mie mani sfogliare

Pronunzio il tuo nome
nelle notti scure,
quando sorgono gli astri
per bere dalla luna
e dormono le frasche
delle macchie occulte.
E mi sento vuoto
di musica e passione.
Orologio pazzo che suona
antiche ore morte.

Pronunzio il tuo nome
in questa notte scura,
e il tuo nome risuona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle
e più dolente della dolce pioggia.

Ti'amerò come allora
qualche volta?Che colpa
ha mai questo mio cuore?
Se la nebbia svanisce,
quale nuova passione mi attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!

 

Desiderio

Solo il tuo cuore appassionato
e niente più.
Il mio paradiso un campo
senza usignolo
né lire,
con un lento corso d'acqua
e una piccola sorgente.
Senza il fruscio del vento
tra i rami,
né la stella che desidera
esser foglia.
Una immensa luce
che fosse
lucciola
di un'altra,
in un campo
di sguardi evanescenti.
Una limpida quiete
e i nostri baci là
- sonori vezzi
dell'eco -
si schiuderebbero assai lontano.
Il tuo cuore appassionato
e niente più.

 

dal Libro de poemas

 

Come son pesanti i giorni,
A nessun fuoco posso riscaldarmi,
non mi ride ormai nessun sole,
tutto è vuoto,
tutto è freddo e senza pietà,
ed anche le care limpide stelle
mi guardano senza conforto,
da quando ho appreso nel mio cuore,
che anche l'amore può morire.

* * *  

Giaccio da solo nella casa silenziosa,
la lampada è spenta,
e stendo pian piano le mie mani
per afferrare le tue,
e lentamente spingo la mia fervente bocca
verso di te e bacio me fino a stancarmi e ferirmi
- e all'improvviso son sveglio,
ed intorno a me la fredda notte tace,
luccica nella finestra una limpida stella -
o tu, dove sono i tuoi capelli biondi,
dov'è la tua dolce bocca?
Ora bevo in ogni piacere la sofferenza
e veleno in ogni vino;
mai avrei immaginato che fosse tanto amaro
essere solo
essere solo e senza di te!

* * *

Il mio cuscino mi guarda di notte
con durezza come una pietra tombale;
non avevo mai immaginato che tanto amaro fosse
essere solo
e non essere adagiato nei tuoi capelli.

 

Verlaine

La canzone,
che non dirò mai,
dorme sulle mie labbra.
La canzone,
che non dirò mai.
Una lucciola stava
sopra le madreselve,
e la luna pungeva,
con un raggio nell'acqua.

Allora io sognai,
la canzone,
che non dirò mai.

Canzone piena di labbra
e di alvei lontani.

Canzone piena di ore
smarrite nell'ombra.

Canzone di viva stella
sopra un giorno eterno.

 

L'ombra dell'anima mia

L'ombra dell'anima mia
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.
L'ombra dell'anima mia!

Sono giunto alla linea dove cessa
la nostalgia
e la goccia di pianto si trasforma
in alabastro di spirito.
(L'ombra dell'anima mia!)
Il nodo del dolore
finisce,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.
Un torbido labirinto
di stelle affumicate
imprigiona le mie illusioni
quasi appassite.
L'ombra dell'anima mia!
E un'allucinazione
dispone gli sguardi.
Vedo la parola amore
sgretolarsi.
Usignolo!
Usignolo mio!
Canti ancora?

 

Piaghe d'amore

La luce, questo fuoco che divora.
Questo paesaggio grigio che m'attornia.
Questa pena per una sola idea.
Quest'angoscia di cielo, terra e d'ora.

Questo pianto di sangue che decora
lira senza timbro, torcia senza presa
Questo peso del mare che mi frusta.
Questo scorpione che attende entro di me.

Ghirlanda d'amore, letto di ferito
sono e di insonne, sogno la presenza
tua nel fondo in rovina del mio petto;

e se ricerco una vetta di prudenza
il tuo cuore mi dà una valle densa
di cicuta e passione d'aspra scienza.

* * *

Ci sono anime che hanno
stelle azzurre,
mattini secchi
tra le foglie del tempo
e angoli casti
che conservano un vecchio
rumore di nostalgia
e di sogni.

Altre anime hanno
dolenti spettri di passioni.
Frutta con vermi.
Echi di una voce bruciata
che viene da lontano
come una corrente d'ombre.
Ricordi vuoti di pianto
e briciole di baci.

La mia anima e' matura
da molto tempo
e si sgretola
piena di mistero.
Pietre giovanili
rose dal sogno
cadono sull'acqua
dei miei pensieri.
Ogni pietra dice:
"Dio e' molto lontano!"


Alba

Il mio cuore oppresso
con l'alba avverte
il dolore del suo amore
e il sogno delle lontananze.
La luce dell'aurora porta
rimpianti a non finire
e tristezza senza occhi
del midollo dell'anima.
Il sepolcro della notte
distende il nero velo
per nascondere col giorno
l'immensa sommità stellata.
Che farò in questi campi
cogliendo nidi e rami,
circondato dall'aurora
e con un'anima carica di notte!
Che farò se con le chiare luci
i tuoi occhi sono morti
e la mia carne non sentirà
il calore dei tuoi sguardi!

Perchè per sempre ti ho perduta
in quella chiara sera?
Oggi il mio petto è arido
come una stella spenta.

 

Il cozzo e la morte

Alle cinque della sera.
Eran le cinque in punto della sera.
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.

Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
E l’ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Già combatton la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.
E una coscia con un corno desolato
alle cinque della sera.
Cominciarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.
Le campane d’arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Negli angoli gruppi di silenzio
alle cinque della sera.
Solo il toro ha il cuore in alto!
alle cinque della sera.
Quando venne il sudore di neve
alle cinque della sera,
quando l’arena si coperse di iodio
alle cinque della sera,
la morte pose le uova nella ferita
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Alle cinque in punto della sera.

Una bara con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie
alle cinque della sera.
Il toro già mugghiava dalla fronte
alle cinque della sera.
La stanza s’iridava d’agonia
alle cinque della sera.
Da lontano già viene la cancrena
alle cinque della sera.
Tromba di giglio per i verdi inguini
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavan come soli
alle cinque della sera.
E la folla rompeva le finestre
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Ah, che terribili cinque della sera!
Eran le cinque a tutti gli orologi!
Eran le cinque in ombra della sera!

 

 

Amore disperato

La notte non vuole venire
perché tu non venga
e io non possa andare.

Ma io andrò
benché un sole di scorpioni mi mangi la testa.

Ma tu verrai
con la lingua bruciata dalla pioggia di sale.

Il giorno non vuole venire
perché tu non venga
e io non possa andare.

Ma io andrò
portando ai rospi il mio garofano morsicato.

Ma tu verrai
nelle cupe cloache dell'oscurità.

Né la notte né il giorno non vogliono venire
perché io muoia per te
e tu per me.

 

Corpo presente

La pietra è una fronte dove i sogni gemono
senz’aver acqua curva né cipressi ghiacciati.
La pietra è una spalla per portare il tempo
Con alberi di lagrime e nastri e pianeti.

Ho visto piogge grigie correre verso le onde
alzando le tenere braccia crivellate
per non esser prese dalla pietra stesa
che scioglie le loro membra senza bere il sangue.

Perché la pietra coglie semenze e nuvole,
scheletri d’allodole e lupi di penombre,
ma non dà suoni, né cristalli, né fuoco,
ma arene e arene e un’altra arena senza muri.

Ormai sta sulla pietra Ignazio il ben nato.
Ormai è finita. Che c’è? Contemplate la sua figura:
la morte l’ha coperto di pallidi zolfi
e gli ha messo una testa di scuro minotauro.

Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.
Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,
e l’Amore, imbevuto di lacrime di neve,
si riscalda in cima agli allevamenti.

Cosa dicono? Un silenzio putrido riposa.
Siamo con un corpo presente che sfuma,
con una forma chiara che ebbe usignoli
e la vediamo riempirsi di buchi senza fondo.

Chi increspa il sudario? Non è vero quel che dice!
Qui nessuno canta, né piange nell’angolo,
né pianta gli speroni né spaventa il serpente:
qui non voglio altro che gli occhi rotondi
per veder questo corpo senza possibile riposo.

Voglio veder qui gli uomini di voce dura.
Quelli che domano cavalli e dominano i fiumi:
gli uomini cui risuona lo scheletro e cantano
con una bocca piena di sole e di rocce.

Qui li voglio vedere. Davanti alla pietra.
Davanti a questo corpo con le redini spezzate.
Voglio che mi mostrino l’uscita
per questo capitano legato dalla morte.

Voglio che mi insegnino un pianto come un fiume
ch’abbia dolci nebbie e profonde rive
per portar via il corpo di Ignazio e che si perda
senza ascoltare il doppio fiato dei tori.

Si perda nell’arena rotonda della luna
che finge, quando è bimba dolente, bestia immobile;
si perda nella notte senza canto dei pesci
e nel bianco spineto del fumo congelato.

Non voglio che gli copran la faccia con fazzoletti
perché s’abitui alla morte che porta.
Vattene, Ignazio. Non sentire il caldo bramito.
Dormi, vola, riposa. Muore anche il mare!

 


Il sangue versato

Non voglio vederlo!

Di’ alla luna che venga,
ch’io non voglio vedere il sangue
d’Ignazio sopra l’arena.

Non voglio vederlo!

La luna spalancata.
Cavallo di quiete nubi,
e l’arena grigia del sonno
con salici sullo steccato.

Non voglio vederlo!
Il mio ricordo si brucia.
Ditelo ai gelsomini
con il loro piccolo bianco!

Non voglio vederlo!

La vacca del vecchio mondo
passava la sua triste lingua
sopra un muso di sangue
sparso sopra l’arena,
e i tori di Guisando,
quasi morte e quasi pietra,
muggirono come due secoli
stanchi di batter la terra.

No.
Non voglio vederlo!

Sui gradini salì Ignazio
con tutta la sua morte addosso.
Cercava l’alba,
ma l’alba non era.
Cerca il suo dritto profilo,
e il sogno lo disorienta.
Cercava il suo bel corpo
e trovò il suo sangue aperto.
Non ditemi di vederlo!
Non voglio sentir lo zampillo
ogni volta con meno forza:
questo getto che illumina
le gradinate e si rovescia
sopra il velluto e il cuoio
della folla assetata.
Chi mi grida d’affacciarmi?
Non ditemi di vederlo!

Non si chiusero i suoi occhi
quando vide le corna vicino,
ma le madri terribili
alzarono la testa.
E dagli allevamenti
venne un vento di voci segrete
che gridavano ai tori celesti,
mandriani di pallida nebbia.
Non ci fu principe di Siviglia
da poterglisi paragonare,
né spada come la sua spada
né cuore così vero.
Come un fiume di leoni
la sua forza meravigliosa,
e come un torso di marmo
la sua armoniosa prudenza.
Aria di Roma andalusa
gli profumava la testa
dove il suo riso era un nardo
di sale e d’intelligenza.
Che gran torero nell’arena!
Che buon montanaro sulle montagne!
Così delicato con con le spighe!
Così duro con gli speroni!
Così tenero con la rugiada!
Così abbagliante nella fiera!
Così tremendo con le ultime
banderillas di tenebra!

Ma ormai dorme senza fine.
Ormai i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.

Oh, bianco muro di Spagna!
Oh, nero toro di pena!
Oh, sangue forte d’Ignazio!
Oh, usignolo delle sue vene!

No.
Non voglio vederlo!
Non v’è calice che lo contenga,
non rondini che se lo bevano,
non v’è brina di luce che lo ghiacci,
né canto né diluvio di gigli,
non v’è cristallo che lo copra d’argento.
No.
Io non voglio vederlo!!

 

 

Anima assente

Non ti conosce il toro né il fico,
né i cavalli né le formiche di casa tua.
Non ti conosce il bambino né la sera
perché sei morto per sempre.

Non ti conosce il dorso della pietra,
né il raso nero dove ti distruggi.
Non ti conosce il tuo ricordo muto
perché sei morto per sempre.

Verrà l’autunno con conchiglie,
uva di nebbia e monti aggruppati,
ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi
perché sei morto per sempre.

Perché sei morto per sempre,
come tutti i morti della Terra,
come tutti i morti che si scordano
in un mucchio di cani spenti.

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.
L’insigne maturità della tua conoscenza.
Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.
La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

Tarderà molto a nascere, se nasce,
un andaluso così chiaro, così ricco d’avventura.
Io canto la sua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste negli ulivi.

 

 

 


IL DUENDE TEORIA E GIUOCO
(1933)
.
.
SIGNORE E SIGNORI,

Dall’anno 1918, in cui entrai nella Residencia de Estudiantes di Madrid, al 1928, quando la lasciai, terminati gli studi di filosofia e lettere, ho ascoltato in quel raffinato salone, dove accorreva per correggere la propria frivolezza da spiaggia francese la vecchia aristocrazia spagnola, circa un migliaio di conferenze.

Con voglia di aria e di sole, mi sono tanto annoiato che, all’andar via, mi sono sentito coperto da una lieve cenere quasi sul punto di trasformarsi in pepe d’irritazione.

No. Non vorrei che entrasse nella sala quel terribile moscone della noia che infilza tutte le teste con un tenue filo di sonno e mette negli occhi degli ascoltatori minuscoli gruppi di punte di spillo.

In parole povere, con il registro che nella mia voce poetica non ha bagliori di zoccoli, né svolte di cicuta, né pecore che d’un tratto sono coltelli di ironie, cercherò di darvi una semplice lezione sullo spirito occulto della dolorante Spagna.

Chi si trova nella pelle di toro che si estende tra il Júcar, il Guadalete, il Sil o il Pisuerga (non voglio citare le onde di criniera di leone che agita il Plata), sente dire con una certa frequenza: «Questo ha molto duende». Manuel Torres, grande artista del popolo andaluso, diceva a uno che cantava: «Hai voce, conosci gli stili, ma non ce la farai mai, perché non hai duende».

In tutta l’Andalusia, roccia di Jaén e conchiglia di Cadice, la gente parla costantemente del duende e lo scopre appena compare con istinto efficace. Il meraviglioso cantaor El Lebrijano, creatore della debla, diceva: «I giorni che canto con duende non conosco rivali»; un giorno La Malena, la vecchia ballerina gitana, sentendo suonare da Brailowsky un frammento di Bach esclamò: «Olé! Questo sì che ha duende!» e si annoiò con Gluck, con Brahms e con Darius Milhaud. E Manuel Torres, l’uomo di maggior cultura nel sangue che io abbia conosciuto, ascoltando dallo stesso Falla il suo Notturno del Generalife, pronunciò questa splendida frase: «Tutto ciò che ha suoni neri ha duende». Non c’è verità più grande.

Questi suoni neri sono il mistero, le radici che affondano nel limo che tutti noi conosciamo, che tutti ignoriamo, ma da dove proviene ciò che è sostanziale nell’arte. Suoni neri, disse il popolano spagnolo, e in ciò concordò con Goethe che, parlando di Paganini, ci fornisce la definizione del duende: «Potere misterioso che tutti sentono e che nessun filosofo spiega».

Così, dunque, il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare. Ho sentito dire da un vecchio maestro di chitarra: «Il duende non sta nella gola; il duende sale interiormente dalla pianta dei piedi». Vale a dire, non è questione di facoltà, bensì di autentico stile vivo; ovvero di sangue; cioè, di antichissima cultura, di creazione in atto.

Questo «potere misterioso che tutti sentono e nesun filosofo spiega» è, insomma, lo spirito della terra, lo stesso duende che abbracciò il cuore di Nietzsche, il quale lo cercava nelle sue forme esteriori sul ponte di Rialto o nella musica di Bizet, senza trovarlo e senza sapere che il duende da lui inseguito era saltato dai misteriosi greci alle ballerine di Cadice o al dionisiaco grido strozzato della seguiriya di Silverio.

Così, dunque, non voglio che si confonda il duende col demonio teologico del dubbio contro il quale Lutero, a Norimberga, scagliò con sentimento bacchico una bottiglietta d’inchiostro, né col diavolo cattolico, distruttore e poco intelligente, che si traveste da cagna per entrare nei conventi, né con la scimmia parlante che l’astuto turcimanno di Cervantes porta con sé nella commedia della gelosia e delle selve di Andalusia.

No. Il duende di cui parlo - misterioso e trasalito - discende da quell’allegrissimo demonio di Socrate, marmo e sale, che lo graffiò indignato il giorno che prese la cicuta; e dall’altro malinconico diavoletto di Cartesio, piccolo come mandorla verde, il quale, stufo di cerchi e di linee, se ne andò per i canali a sentir cantare i marinai ubriachi.

Ogni uomo, ogni artista, rievocherà Nietzsche; ogni scala che sale nella torre della propria perfezione è il prezzo della lotta che sostiene con un duende, non con un angelo, come si è detto, né con la sua musa. È necessario operare tale fondamentale distinzione per la radice dell’opera.

L’angelo guida e regala come san Raffaele, difende ed evita come san Michele e previene come san Gabriele.

L’angelo abbaglia, ma vola oltre la testa dell’uomo, è al di sopra, dirama la sua grazia e l’uomo, senza sforzo alcuno, realizza la propria opera, la propria simpatia o la propria danza. L’angelo della via di Damasco, quello che entrò per le fessure di un balconcino di Assisi, o quello che segue i passi di Enrico Susson, ordina e non v’è modo di opporsi alla sua luce, perché agita le ali d’acciaio nell’ambiente del predestinato.

La musa detta e, in talune occasioni, soffia. Può abbastanza poco, perché è già lontana e così stanca (io l’ho vista due volte) che dovetti metterle mezzo cuore di marmo. I poeti di musa odono voci e non sanno dove, ma sono della musa che li nutre e, talvolta, se li beve. Come per Apollinaire, gran poeta distrutto dall’orribile musa con cui lo dipinse il divino angelico Rousseau. La musa sveglia l’intelligenza, reca paesaggio di colonne e falso sapore di lauro, e spesso l’intelligenza è nemica della poesia, poiché imita troppo, poiché eleva il poeta su un trono di spighe acute e gli fa dimenticare che all’improvviso se lo possono mangiare le formiche o gli può cadere sul capo una grossa aragosta di arsenico, contro la quale nulla possono le muse che stanno nei monocoli o nel rosa di tiepida lacca del salotto.

Angelo e musa vengono da fuori; l’angelo dà luce e la musa dà forme (da loro apprese Esiodo). Pane d’oro o piega di tuniche, il poeta riceve regole nel suo boschetto di alloro. Di contro, il duende bisogna svegliarlo nelle più recondite stanze del sangue.

E respingere l’angelo e tirare un calcio alla musa, e perdere la paura della fragranza di violette che esala la poesia del Settecento e del gran telescopio nei cui cristalli s’addormenta la musa malata di limiti.

La vera lotta è quella con il duende.

Si conoscono le vie per cercare Dio, dal rude modo dell’eremita a quello sottile del mistico. Con una torre come santa Teresa, o con tre vie come san Giovanni della Croce.

E anche se dovessimo esclamare cn la voce di Isaia: «In verità, tu sei il Dio ascondito!», alla fine Dio invia a chi lo cerca le sue prime spine di fuoco.

Per cercare il duende non v’è mappa né esercizio. Si sa soltanto che brucia il sangue come un topico di vetri, che prosciuga, che respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili, che fa sì che Goya, maestro nei grigi, negli argenti e nei rosa della migliore pittura inglese, dipinga con le ginocchia e i pugni in orribili neri di bitume; o che spoglia Don Cinto Verdaguer con il freddo dei Pirenei, o porta Jorge Manrique ad attendere la morte nella landa di Ocaña, o copre con un vestito verde da saltimbanco il delicato corpo di Rimbaud, o mette gli occhi da pesce morto al conte di Lautréamont nell’alba del boulevard.

I grandi artisti della Spagna meridionale, gitani o flamenchi, sia che cantino, ballino o suonino, sanno che non è possibile nessuna emozione senza l’arrivo del duende. Essi ingannano la gente e possono dare sensazioni di duende senza averlo, come vi ingannano tutti i giorni autori o pittori o stilisti letterari privi di duende; basta, però, prestare un minimo di attenzione, e non lasciarsi guidare dall’indifferenza, per scoprire la trappola e metterli in fuga col loro rozzo artificio.

Una volta, la cantaora andalusa Pastora Pavón, «La bambina dei pettini», cupo genio ispanico, pari in capacità fantastica a Goya o a Rafael il Gallo, cantava in una taverna di Cadice. Giocava con la sua voce d’ombra, con la sua voce di stagno fuso, con la sua voce coperta di muschio, e se la intrecciava nella chioma o la bagnava nella camomilla o la perdeva in gineprai oscuri e lontanissimi. Ma niente; era inutile. Gli ascoltatori restavano zitti.

Era presente Ignacio Espeleta, bello come una testuggine romana, cui una volta domandarono: «Come mai non lavori?»; ed egli, con un sorriso degno di Argantonio, rispose: «Come posso lavorare se sono di Cadice?».

Era presente Eloisa, la calda aristocratica, meretrice di Siviglia, discendente diretta di Soledad Vargas, che nel Trenta non volle sposare un Rothschild perché non le era eguale per sangue. Erano presenti i Floridas, che tutti credono macellai ma che, in realtà, sono sacerdoti millenari che continuano a sacrificare tori a Gerione; e, in un angolo, l’imponente allevatore di bestiame don Pablo Murube con l’aria di una maschera cretese. Pastora Pavón finì di cantare nel silenzio. Solo, e con sarcasmo, un uomo piccolino, di quegli ometti ballerini che escono all’improvviso dalle bottigliette di acquavite, disse con voce grave: «Viva Parigi!», come a dire: «Qui non ci interessano le capacità, né la tecnica, né la maestria. È altro ciò che ci interessa».

Allora La bambina dei pettini si alzò come una folle, gobba come una prefica medievale, trangugiò d’un sol sorso un gran bicchiere d’acquavite come fuoco, e si sedette a cantare senza voce, senza fiato, senza sfumature, con la gola riarsa, ma… con duende. Era riuscita a uccidere l’intera impalcatura della canzone per cedere il posto a un duende furioso e rovente, amico dei venti carichi di sabbia, che induceva gli ascoltatori a stracciarsi le vesti quasi al medesimo ritmo dei negri antillani del rito ammassati dinnanzi all’immagine di santa Barbara.

La bambina dei pettini dovette squarciarsi la voce, perché sapeva che gli ascoltatori erano dei raffinati che non chiedevano forme, bensì midollo di forme, musica pura dal corpo leggero per potersi mantenere in aria. Dovette privarsi di facoltà e di sicurezze; ossia, allontanare la sua musa e rimanere indifesa, affinché il suo duende venisse e si degnasse di lottare a viva forza. E come cantò! La sua voce non giocava più, era un fiotto di sangue degno del suo dolore e della sua sincerità, e si apriva come una mano di dieci dita sui piedi inchiodati, ma pieni di tempesta, di un Cristo di Juan de Juni.

Il sopraggiungere del duende presuppone sempre un cambiamento radicale di ogni forma rispetto a vecchi piani, dà sensazioni di freschezza del tutto inedite, con una qualità di rosa appena creata, di miracolo, che produce un entusiasmo quasi religioso.

In tutta la musica araba, danza, canzone o elegia, il sopraggiungere del duende viene salutato con energici «Allah! Allah!», «Dio! Dio!», tanto vicini all’«Olé!» della corrida che chissà che non siano la stessa cosa; e in tutti i canti della Spagna meridionale l’apparizione del duende è seguita da sincere grida di «Viva Dios!», profondo, umano, tenero grido di una comunicazione con Dio per mezzo dei cinque sensi, grazie al duende che agita la voce e il corpo della ballerina, evasione poetica e reale da questo mondo, pura come quella raggiunta dallo stranissimo poeta del secolo XVII Pedro Soto de Rojas attraverso sette giardini, o quella di Juan Clímaco per una tremolante scala di pianto.

Naturalmente, quando si raggiunge tale evasione ciascuno ne avverte gli effetti: l’iniziato, vedendo come lo stile vince una materia povera, e l’ignorante, in quel ‘non so che’ di un’emozione autentica. Anni fa, in un concorso di ballo a Jerez de la Frontera, una vecchia di ottant’anni in gara con donne splendide e ragazze con un vitino di vespa, si portò via il premio per il semplice fatto di aver sollevato le braccia, eretto il capo e dato un colpo con il piede sul tabladillo; ma a quella riunione di muse e di angeli che stava avendo luogo, bellezze di forma e bellezze di sorriso, non poteva che vincere, e vinse, quel duende moribondo che trascinava per terra le sue ali di coltelli ossidati.

Il duende può comparire in tutte le arti, ma dove lo si trova con maggiore facilità, com’è naturale, è nella musica, nella danza e nella poesia recitata, giacché queste necessitano di un corpo vivo che le interpreti, poiché sono forme che nascono e muoiono di continuo ed elevano i propri contorni su di un preciso presente.

Spesso il duende di un musicista passa al duende dell’interprete e, altre volte, quando il musicista o il poeta non sono tali, il duende dell’interprete, e ciò è interessante, crea una nuova meraviglia che, all’apparenza, altro non è se non la forma primitiva. È il caso della induendata Eleonora Duse, la quale cercava opere fallite per portarle al successo grazie alla sua capacità inventiva, o il caso di Paganini, riferito da Goethe, che sapeva trarre melodie profonde da autentiche volgarità, o il caso di una deliziosa ragazza di Puerto de Santa María, che io vidi cantare e ballare l’orribile canzonetta italiana Ohi Marí!, con dei ritmi e dei silenzi e un’intenzione che trasformavano la paccottiglia italiana in un duro, eretto serpente d’oro. Ciò che in realtà avveniva in quei casi era un qualcosa di nuovo che nulla aveva a vedere con quanto esisteva prima; veniva immesso sangue vivo e scienza in corpi vuoti d’ogni espressione.

Tutte le arti, come pure i paesi, sono capaci di duende, di angelo e di musa; e se la Germania, salvo eccezioni, ha musa e l’Italia un angelo permanente, la Spagna è in tutti i tempi mossa dal duende, come paese di musica e danze millenarie, dove il duende spreme limoni all’alba, e come paese di morte, come paese aperto alla morte.

In tutti i paesi la morte è un fine. Giunge e si chiudono le tende. In Spagna, no. In Spagna si aprono. Lì la gente vive tra mura fino al giorno in cui muore e viene portata fuori al sole. Un morto in Spagna è più vivo come morto che in qualsiasi altro posto al mondo: il suo profilo ferisce come il filo di un rasoio.

Gli scherzi sulla morte e la sua contemplazione silenziosa sono familiari agli spagnoli. Da El sueño de las calaveras di Quevedo al Obispo podrido di Valdés Leal, e dalla Marbella del secolo XVII, morta di parto in mezzo alla strada, che dice:

Il sangue delle mie viscere
copre il cavallo a poco a poco
Le zampe del tuo cavallo
or di catrame gettan fuoco…

al recente ragazzo di Salamanca, ucciso dal toro, che invoca:

Amici, ecco che muoio,
amici, son molto malato.
Dentro ho già tre fazzoletti
e questo che metto son quattro…

v’è una balaustra di fiori di salnitro, dove si affaccia un popolo di contemplatori della morte, con versetti di Geremia dal lato più aspro, o con cipresso fragrante da quello più lirico, ma un paese dove la cosa più importante di tutte ha un ultimo valore metallico di morte.

La coltella e la ruota del carro, e il rasoio e le barbe spinose dei pastori, e la luna pelata, e la mosca, e le dispense umide, e le macerie, e i santi coperti di pizzo, e la calce, e la linea tagliente di gronde e terrazze hanno in Spagna piccole erbe di morte, allusioni e voci percettibili per uno spirito desto, che la memoria ci richiama con l’aria irrigidita del nostro proprio trapasso. Non è frutto del caso tutta l’arte spagnola legata con la nostra terra di cardi e pietre di confine, non è un esempio isolato il lamento di Pleberio o le danze del maestro Josef María de Valdivielso, non è un caso che tra tutte le ballate europee spicchi questa amata spagnola:

Se tu sei la mia bella amica,
a non guardarmi, dí, come fai?
Occhi con cui ti guardavo
io all’ombra li donai.
Se tu sei la mia bella amica,
a non baciarmi, dí, come fai?
Labbra con cui ti baciavo
alla terra le donai.
Se tu sei la mia bella amica,
a non abbracciarmi, dí, come fai?
Braccia con cui ti abbracciavo
con i vermi le velai.

Né è strano che agli albori della nostra lirica suoni questa canzone:

Dentro il verziere
morirò,
dentro il roseto
ucciso sarò.
Io me ne andavo, madre mia,
a coglier rose,
la morte ad incontrar
dentro il verziere.
Io me ne andavo, madre mia,
a tagliar rose,
la morte ad incontrar
dentro il roseto.
Dentro il verziere
morirò,
dentro il roseto
ucciso sarò.

Le teste gelate dalla luna che dipinse Zurbarán, il giallo burro con il giallo fulmine del Greco, il racconto di padre Sigüenza, tutte le opere di Goya, l’abside della chiesa di El Escorial, tutta la scultura policroma, la cripta della casa ducale di Osuna, la morte con la chitarra della cappella dei Benaventes a Medina de Rioseco, equivalgono, sul piano cólto, alle sagre di San Andrés de Teixido, dove i morti hanno un posto nella processione, ai canti funebri intonati dalle donne delle Asturie con lanterne piene di fiamme nella notte di novembre, al canto e danza della sibilla nelle cattedrali di Maiorca e Toledo, all’oscuro In recort tortosino e agli innumerevoli riti del venerdì santo che, con la coltissima festa della corrida, formano il trionfo popolare della morte spagnola. Nel mondo, solamente il Messico può andare a braccetto con il mio Paese.

Quando la musa vede giungere la morte chiude la porta o innalza un plinto o si porta in giro un’urna e scrive un epitaffio con mano di cera, ma subito torna a stracciare il suo lauro con un silenzio che vacilla tra due brezze. Sotto l’arco troncato dell’ode ella unisce con senso funebre i medesimi fiori che dipinsero gli italiani del Quattrocento e chiama l’impavido gallo di Lucrezio affinché spaventi ombre impreviste.

Quando vede giungere la morte, l’angelo vola in cerchi lenti e tesse con lacrime di ghiaccio e narciso l’elegia che abbiamo visto tremare nelle mani di Keats, e in quelle di Villasandino, e in quelle di Herrera, e in quelle di Béquer e in quelle di Juan Ramón Jiménez. Ma che terrore prende l’angelo quando sente un ragno, per piccolo che sia, sul suo tenero piede rosato!

Il duende, invece, non giunge se non coglie possibilità di morte, se non sa che deve far la ronda alla sua casa, se non è sicuro di dover cullare quei rami che tutti portiamo e che non hanno, che non avranno consolazione.

Con un’idea, con un suono o con un gesto, il duende si compiace dei bordi del pozzo in aperta lotta con il creatore. Angelo e musa scappano con violino o ritmo, e il duende ferisce, e nella guarigione di questa ferita, che mai rimargina, risiede l’insolito, l’inventato dell’opera umana.

La virtù magica del componimento poetico consiste nell’essere sempre induendato per battezzare con acqua oscura tutti coloro che lo guardano, poiché con duende è più facile amare, comprendere, ed è una certezza l’essere amati, l’essere compresi, e questa lotta per l’espressione e per la comunicazione dell’espressione a volte acquisisce, in poesia, caratteri mortali.

Ricordate il caso della flamenchissima e induendata santa Teresa, flamenca non per aver legato un toro furioso e averlo passato con tre figure [da torero, ndt] magnifiche, cosa che fece; non per essersi pavoneggiata davanti a fra Juan de la Miseria, né per aver mollato un ceffone al nunzio di Sua Santità, bensì per essere una delle poche creature il cui duende (non il cui angelo, poiché l’angelo non attacca mai) la trapassa con un dardo, volendo ucciderla perché gli ha carpito il suo ultimo segreto, il ponte sottile che unisce i cinque sensi a quel centro di carne viva, di nube viva, di mare vivo, che è l’Amore liberato dal Tempo.

Coraggiosissima vincitrice del duende, a differenza di Filippo d’Austria che, bramando di trovare musa e angelo nella teologia, si ritrovò prigioniero del duende dagli ardori freddi in quell’opera di El Escorial, dove la geometria confina con il sogno e dove il duende si maschera da musa a eterno castigo del gran re.

Abbiamo detto che il duende ama il bordo, la ferita, e si avvicina ai luoghi dove le forme si fondono in un anelito superiore alle loro espressioni visibili.

In Spagna (come nei popoli orientali, per i quali la danza è espressione religiosa) il duende ha un potere illimitato sui corpi delle ballerine di Cadice, elogiate da Marziale, sui petti di coloro che cantano, elogiati da Giovenale, e in tutta la liturgia della corrida, autentico dramma religioso in cui, al pari della messa, si adora, e ci si sacrifica, a un Dio.

Sembra come se l’intero duende del mondo classico si radunasse in questa festa perfetta, esponente della cultura e della grande sensibilità di un popolo che scopre nell’uomo le sue migliori ire, le sue migliori bili, il suo miglior pianto. Né nel ballo spagnolo né nella corrida si diverte alcuno; il duende s’incarica di far soffrire per mezzo del dramma, su forme vive, e prepara le scale per un’evasione dalla realtà che ci circonda.

Il duende opera sul corpo della ballerina come il vento sulla sabbia. Trasforma con magico potere una ragazza in paralitica della luna, o riempie di rossori verginali un vecchio straccione che chiede l’elemosina per le osterie, dà con una chioma odore di porto notturno, e in ogni momento opera sulle braccia con espressioni che sono madri della danza di tutti i tempi.

Ma mai è possibile ripetersi, ed è molto interessante sottolinearlo. Il duende non si ripete, come non si ripetono le forme del mare in burrasca.

Nella corrida assume gli accenti più impressionanti, perché da un lato deve lottare con la morte che può distruggerlo, dall’altro con la geometria, con la misura, fondamento della fiesta.

Il toro ha la propria orbita, il torero la sua, e fra orbita e orbita un punto di pericolo: il vertice del terribile giuoco.

Si può avere musa con le muletas e angelo con le banderillas e passare per buon torero, ma nei passagi di capa, con il toro ancora privo di ferite, e poi nel momento di uccidere, occorre l’aiuto del duende per colpire nel segno della verità artistica.

Il torero che spaventa il pubblico nell’arena con la sua temerarietà non torea, bensì assume quell’atteggiamento ridicolo, alla portata di qualsiasi uomo, di giocarsi la vita: il torero morso dal duende, invece, impartisce una lezione di musica pitagorica e fa dimenticare che scaglia costantemente il cuore sopra le corna.

Lagartijo col suo duende romano, Joselito col suo duende ebraico, Belmonte col suo duende barocco e Cagancho col suo duende gitano, mostrano, dal crepuscolo dell’arena, a poeti, pittori e musicisti, quattro grandi strade della tradizione spagnola.

La Spagna è l’unico paese dove la morte è lo spettacolo nazionale, dove la morte suona lunghi clarini al sopraggiungere della primavera, e la sua arte è sempre retta da un duende acuto che le ha conferito differenza e qualità d’invenzione.

Il duende che riempie di sangue, per la prima volta nella scultura, le gote dei santi del maestro Matteo di Compostela, è lo stesso che fa gemere san Giovanni della Croce, e che brucia ninfe nude nei sonetti religiosi di Lope.

Il duende che innalza la torre di Sahagún o lavora caldi mattoni a Calatayud e Teruel è il medesimo che squarcia le nubi del Greco e allontana a pedate le guardie di Quevedo e le chimere di Goya.

Quando piove tira fuori Velazquez induendato in segreto dietro i suoi grigi monarchici; quando nevica fa uscire Herrera nudo per dimostrare che il freddo non uccide; quando arde mette nelle proprie fiamme Berruguete e gli fa inventare un nuovo spazio per la scultura.

La musa di Góngora e l’angelo di Garcilaso devono cedere la ghirlanda di lauro quando passa il duende di san Giovanni della Croce, quando

Il cervo vulnerato
di sopra il colle appare.

La musa di Gonzalo de Berceo e l’angelo dell’arciprete di Hita devono cedere il passo a Jorge Manrique quando, ferito a morte, giunge alle porte del castello di Belmonte. La musa di Gregorio Hernández e l’angelo di José de Mora devono allontanarsi per lasciar attraversare il duende che piange lacrime di sangue di Mena e il duende con testa di toro assiro di Martínez Montañés, come la malinconica musa della Catalogna e l’angelo bagnato della Galizia devono guardare, con amoroso stupore, il duende della Castiglia, tanto lontani dal pane caldo e dalla dolcissima vacca che si pasce di scampoli di cielo spazzato e terra secca.

Duende di Quevedo e duende di Cervantes, con verdi anemoni di fosforo l’uno, e fior di gesso di Ruidera l’altro, coronano il quadro del duende di Spagna.

Ogni arte ha, com’è naturale, un duende di forma e modo diversi, ma tutti affondano le radici in un punto da cui sgorgano i suoni neri di Manuel Torres, materia ultima e fondo comune scosso da brivido incontrollabile di legno, suono, tela e vocabolo.

Suoni neri dietro i quali stanno da tempo in tenera intimità i vulcani, le formiche, gli zefiri e la grande notte che si cinge la vita con la via lattea.

Signore e signori, ho innalzato tre archi e con mano incerta ho messo in essi la musa, l’angelo e il duende.

La musa rimane tranquilla; può avere la tunica a piccole pieghe o gli occhi di vacca che guardano, di Pompei, oppure il nasone a quattro facce con cui l’ha dipinta il suo grande amico Picasso. L’angelo può agitare capelli di Antonello da Messina, tunica di Lippi e violino di Masolino e di Rousseau.

Il duende… Ma dov’è il duende? Dall’arco vuoto entra un’aria mentale che soffia con insistenza sulle teste dei morti, alla ricerca di nuovi paesaggi e accenti ignorati; un’aria con odor di saliva di bimbo, di erba pesta e velo di medusa che annuncia il costante battesimo delle cose appena create.

 

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OPERE DI GARCIA LORCA

Poesia

Libro de poemas, Maroto, Madrid, 1921.
Oda a Salvador Dalí, in «Revista de Occidente», ivi, aprile 1926.
Canciones (1921-24), Litoral, Málaga, 1927.
Romancero gitano (1924-27), in «Revista de Occidente», Madrid, 1928.
Poema del cante jondo (1921-22), CIAP, ivi, 1931.
Oda a Walt Whitman, México, 1933.
Llanto por Ignacio Sánchez Mejías, Cruz y Raya, ivi, 1935.
Seis poemas galegos, Ed. Nos., Santiago de Compostela, 1935.
Primeras canciones (1922), Ed. Héroe, Madrid, 1936.
Poeta en Nueva York (1929-30), Séneca, México, 1940.
Diván del Tamarit, Losada, Buenos Aires, 1940.

Prosa

Impresiones y paisajes, Traveset, Granada, 1918.

A queste opere, integrate spesso da quanto si è venuto stampando separatamente, come è il caso di «Crucifixión» («Planas de Poesía» IX, Las Palmas, 1950) e «Pequeño poema infinito» (Cobalto, Barcelona, 1950) facenti parte di Poeta en Nueva York, vanno aggiunti poemas sueltos, disegni, musiche di canzoni, conferenze, interviste a giornali, lettere, cioè tutti quegli scritti o pubblicati dal poeta stesso su riviste o rimasti inediti tra le cartas di amici che via via vedono la luce in diverse pubblicazioni tra le quali vanno segnalate:
Dibujos, a cura di G. Prieto, Aguado, Madrid, 1949.
Cartas a sus amigos, a cura di S. Gasch, Cobalto, Barcelona, 1950. 
Surtidores, a cura di P. Rogers, Ed. Patria, México, 1957.
Cartas, postales,  poemas y dibujos, a cura di A. Gallego Morell, Moneda y Crédito, Madrid, 1968.
Lorca en color, a cura di G. Prieto, Ed. Nacional, ivi, 1969.
Textes inédits et documents critiques, a cura di J. Comincioli, Rencontre, Losanna, 1970.
Autógrafos I: Facsimiles de ochenta y siete poemas y tres prosas, a cura di
R. Martínez Nadal, The Dolphin Book, Oxford, 1975. 
Suites, a cura di A. Belamich, Barcelona, 1983.
Sonetos, a cura di M. García Posada, in «ABC», Madrid 17-3-1984.

Teatro

El paseo de Buster Keaton; La doncella, el marinero y el estudiante, in «Gallo», Granada, 9 marzo 1928.
Mariana Pineda, in «La Farsa», Madrid, n. 52, 1928.
El  publico, in «Los Cuatro Vientos», ivi, n. 3, giugno 1934 (nuova ed. ampliata, The Dolphin Book, Oxford, 1975).
Bodas de sangre, Cruz y Raya, ivi, 1935.
Yerma, Anaconda, Buenos Aires, 1037.
Así que pasen cinco años, in «Hora de España», Valencia, novembre 1937.
Retablillo de don Cristóbal, Comisario General de Guerra, ivi, 1938.
La zapatera prodigiosa, Losada, Buenos Aires, 1938.
Amor de don Perlimplín con Belisa en su jardín, ivi, 1938.
Dona Rosita la Soltera o el lenguaje de las flores, ivi, 1938.
Quimera, in «Revista Hispaníca Moderna», New York, nn. 3-4, 1940.
La casa de Bernarda Alba, Losada, Buenos Aires, 1945.
Tragicomedia de don Cristóbal y la seña Rosita, Facultad de Filosofia y Letras, Madrid, 1948-49.
El maleficio de la mariposa, Aguilar, ivi, 1954.

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L'ombra dell'anima mia

L'ombra dell'anima mia
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.
L'ombra dell'anima mia!

Sono giunto alla linea dove cessa
la nostalgia
e la goccia di pianto si trasforma
in alabastro di spirito.
(L'ombra dell'anima mia!)
Il nodo del dolore
finisce,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.
Un torbido labirinto
di stelle affumicate
imprigiona le mie illusioni
quasi appassite.
L'ombra dell'anima mia!
E un'allucinazione
dispone gli sguardi.
Vedo la parola amore
sgretolarsi.
Usignolo!
Usignolo mio!
Canti ancora?

Desiderio

Solo il tuo cuore appassionato
e niente più.
Il mio paradiso un campo
senza usignolo
né lire,
con un lento corso d'acqua
e una piccola sorgente.
Senza il fruscio del vento
tra i rami,
né la stella che desidera
esser foglia.
Una immensa luce
che fosse
lucciola
di un'altra,
in un campo
di sguardi evanescenti.
Una limpida quiete
e i nostri baci là
- sonori vezzi
dell'eco -
si schiuderebbero assai lontano.
Il tuo cuore appassionato
e niente più.

Alba

Il mio cuore oppresso
con l'alba avverte
il dolore del suo amore
e il sogno delle lontananze.
La luce dell'aurora porta
rimpianti a non finire
e tristezza senza occhi
del midollo dell'anima.
Il sepolcro della notte
distende il nero velo
per nascondere col giorno
l'immensa sommità stellata.
Che farò in questi campi
cogliendo nidi e rami,
circondato dall'aurora
e con un'anima carica di notte!
Che farò se con le chiare luci
i tuoi occhi sono morti
e la mia carne non sentirà
il calore dei tuoi sguardi!

Perchè per sempre ti ho perduta
in quella chiara sera?
Oggi il mio petto è arido
come una stella spenta.

Sonetto

Lungo spettro d'argento commosso
il vento della notte che sospira
aprí con mano grigia la mia ferita antica
e fuggi via: io desideravo.

Piaga d'amore che mi darà la vita
con sangue perpetuo e pura luce.
Crepa dove Filomena ammutolita
metterà bosco, dolore e tenero nido.

Ah, che dolce rumore nella mia testa!
Mi coricherò vicino al fiore semplice
dove ondeggia senz'anima la tua bellezza.

E l'acqua errante diventerà gialla
mentre scorre il mio sangue nella macchia
odorosa e bagnata della riva.

Casida della donna coricata

Vederti nuda è ricordare la terra.
La terra liscia, libera di cavalli.
La terra senza un giunco, forma pura
chiusa all'avvenire: confine d'argento.

Vederti nuda è comprendere l'ansia
della pioggia che cerca un debole stelo
o la febbre del mare dall'immenso volto
che non incontra la luce della sua guancia.

Il sangue risuonerà nelle alcove
e verrà con spada folgorante,
ma tu non saprai dove si nascondono
il cuore di rospo e la viola.

Il tuo ventre è una lotta di radici,
le tue labbra sono un'alba senza contorno,
sotto le rose tepide del letto
i morti gemono aspettando il loro turno.

Il poeta chiede al suo amore di scrivergli

Amor delle mie viscere, viva morte,
invano aspetto tue parole scritte
e penso, con il fiore che appassisce,
che se vivo senza di me voglio perderti.

Il vento è immortale. La pietra inerte
non conosce l'ombra né la vita.
Cuore interiore non ha bisogno
del miele gelato che la luna versa.

Ma ti ho sopportato. Tagliai le mie vene,
tigre e colomba sulla mia cintura
in un duello di morsi e di gigli.

Calma, dunque, con parole la mia follia
o lasciami vivere nella mia serena
notte dell'anima ormai per sempre oscura

Gazzella dell'amore imprevisto

Nessuno capiva il profumo
dell'oscura magnolia del tuo ventre.
Nessuno sapeva che martirizzavi
un colibrí d'amore fra i tuoi denti.

Mille cavallini persiani dormivano
sulla piazza con la luna della tua fronte,
mentre per quattro notti io stringevo
la tua vita, nemica della neve.

Fra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
era un pallido ramo di sementi.
Cercai, per darti, nel mio cuore
le lettere d'avorio che dicono sempre,

sempre, sempre: giardino della mia agonia,
il tuo corpo fuggitivo per sempre,
il sangue delle tue vene nella mia bocca,
la tua bocca senza luce per la mia morte.

Sera

Sera piovosa in grigio stanco.
Tutto è così.
Gli alberi secchi
la mia stanza solitaria.
E i ritratti vecchi
e il libro intonso…
Trasuda la tristezza dai mobili
e dall'anima.
Forse
la Natura ha per me
il cuore di cristallo.
E mi duole la carne del cuore
e la carne dell'anima.
E parlando
le mie parole restano nell'aria
come sugheri sull'acqua.
Solo per i tuoi occhi
soffro questo male;
tristezze del passato
tristezze che verranno.
Sera piovosa in grigio stanco.
E va la vita.

Potessero le mie mani sfogliare

Pronunzio il tuo nome
nelle notti scure,
quando sorgono gli astri
per bere dalla luna
e dormono le frasche
delle macchie occulte.
E mi sento vuoto
di musica e passione.
Orologio pazzo che suona
antiche ore morte.
Pronunzio il tuo nome
in questa notte scura,
e il tuo nome risuona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle
e più dolente della dolce pioggia.
t'amerò come allora
qualche volta? Che colpa
ha mai questo mio cuore?
Se la nebbia svanisce,
quale nuova passione mi attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!

La chitarra

Incomincia il pianto
della chitarra.
Si rompono le coppe dell'alba.
Incomincia il pianto
della chitarra.
È inutile
farla tacere.
È impossibile
farla tacere.
Piange monotona
come piange l'acqua,
come piange il vento
sulla neve.
È impossibile
farla tacere.
Piange per cose
lontane.
Arena del caldo meridione
che chiede camelie bianche.
Piange freccia senza bersaglio
la sera senza domani
e il primo uccello morto
sul ramo.
Oh, chitarra,
cuore trafitto
da cinque spade!

SERENATA

(Omaggio a Lope de Vega)

 

Lungo le rive del fiume
la notte si sta bagnando
e sui seni di Lolita
muoiono d'amore i rami.

Muoiono d'amore i rami.

La notte nuda
canta sui ponti di marzo.
Lolita lava il suo corpo
con acqua salmastra e nardi.

Muoiono d'amore i rami.

Luccica in alto sui tetti
la notte d'argento e d'anice.
Argento di rivi e specchi.
Anice di cosce candide.

Muoiono d'amore i rami.

GAELA III - DELL'AMORE DISPERATO

 

La notte non vuole arrivare
in modo che tu non arrivi,
e io non possa andare.

Ma io andrò,
anche con tempie rose da un sole di scorpioni.

Ma tu verrai
con la lingua bruciata dalla pioggia di sale.

Il giorno non vuole arrivare
in modo che tu non arrivi
e io non possa andare.

Ma io andrò
dando in consegna ai rospi il mio morso garofano.

Ma tu verrai
per le fosche cloache dell'oscurità.

Né la notte né il giorno vogliono arrivare
perché per te io muoia
e tu muoia per me.

CASIDA IV - DELLA DONNA DISTESA

Vederti nuda rievoca la Terra,
la Terra liscia, sgombra di cavalli.
La Terra senza un giunco, forma pura
chiusa al futuro: limite d'argento.

Vederti nuda è capire l'ansia
della pioggia che cerca esile vita,
la febbre del mare dall'immenso volto
che non trova la luce della guancia.

Il sangue, risuonando nelle alcove,
giungerà con le spade sfolgoranti,
tu però non saprai dove si celano
il cuore di rospo o la violetta.

Il tuo ventre una lotta di radici,
alba senza contorno le tue labbra.
Sotto le rose tiepide del letto
i morti gemono aspettando il turno.

SONETTO

Lungo spettro d'argento impietosito,
il vento della notte sospirante
la vecchia piaga aprì con mano grigia
e se ne andò, lasciandomi anelante.

Piaga d'amore, mi darà la vita
versando luce pura e sangue eterno.
Crepa in cui Filomela ammutolita
avrà bosco, dolore e un nido tenero.

Ah, che dolce brusio nella mia testa!
Mi allungherò vicino al fiore semplice;
la tua bellezza ondeggia lì senz'anima.

E gialla diverrà l'acqua raminga,
mentre scorre il mio sangue nella macchia
odorosa e bagnata della riva.

SONETTO DEL DOLCE LAMENTO

Ho paura di perdere il prodigio
dei tuoi occhi di statua, e quella nota
che di notte depone sul mio viso
il tuo respiro, solitaria rosa.

Ho dolore a vedermi in questa sponda
albero senza rami: e più mi angoscia
non possedere fiore, polpa o argilla,
da dare al verme della mia agonia.

Se tu sei il mio nascosto tesoro,
se mi sei croce e spasimo bagnato,
se sono il cane e tu sei il mio signore,

non mi togliere ciò che ho conquistato
e le acque del tuo fiume siano adorne
di foglie del mio autunno stralunato.

L'AMORE DORME SUL PETTO DEL POETA

Tu mai potrai capire quanto ti amo
perché in me dormi e resti addormentato.
Io ti nascondo in lacrime, braccato
da una voce di penetrante acciaio.

Norma che scuote insieme carne e stella
trapassa già il mio petto addolorato
e le fosche parole hanno addentato
le ali della tua anima severa.

Gruppo di gente salta nei giardini
e attende il corpo tuo, la mia agonia
su cavalli di luce e verdi crini.

Ma continua a dormire, vita mia,
Senti il mio sangue rotto nei violini!
Attento, ché c'è ancora chi ci spia!

All'orecchio di una ragazza

Non volli.
Non volli dirti nulla.
Vidi nei tuoi occhi
due alberelli folli.

Di brezza, di riso e d'oro.
Oscillavano.
Non volli.
Non volli dirti nulla

Canzoncina del primo desiderio

 

Nella mattina verde,
volevo essere cuore.
Cuore.

E nella sera matura
volevo essere usignolo.
Usignolo.

(Cuore, diventa color arancio.
Cuore,
diventa color d'amore.)

Nella mattina viva,
volevo essere io.
Cuore.

E nella sera tramontata
volevo essere la mia voce.
Usignolo.

Cuore, diventa color d'arancio!
Cuore,
diventa color d'amore!

 

Canzone castana

Mi perderei
nel tuo paese castano,
Maria del Carmen.

Mi perderei
nei tuoi occhi disabitati,
suonando la tastiera
della tua ineffabile bocca.

Nel tuo abbraccio perpetuo
sarebbe castano il vento
e avrebbe la brezza
il velluto del tuo volto.

Mi perderei
nei tuoi seni palpitanti,
nelle profonde oscurità
del tuo corpo soave.

Mi perderei
nel tuo paese castano,
Maria del Carmen.

 

Casida della donna distesa

Vederti nuda è rievocare la terra.
La terra piana e priva di cavalli.
La terra senza un giunco, forma pura
chiusa al futuro: confine d'argento.

Vederti nuda è comprendere l'ansia
della pioggia che cerca fragili fianchi,
o la febbre del mare dal volto immenso
che non trova la luce della sua guancia.

Il sangue risuonerà nelle alcove
e verrà con spada di folgore,
ma tu non saprai dove si celano
il cuore di rospo o la violetta.

Il tuo ventre è uno scontro di radici,
le tue labbra un'alba senza profilo,
e sotto le tiepide rose del letto gemono
i morti, in attesa del loro turno.

 

Cuore nuovo

Il mio cuore come una serpe
si è spogliato della sua pelle
e la tengo fra le mie dita
piena di ferite e di miele.

I pensieri annidati
nelle tue rughe, dove sono?
Dove le rose che profumavano
di Gesù Cristo e di Satana?

Povero involucro che opprimevi
la mia stella fantastica!
Grigia pergamena indolenzita
di ciò che volli e ora non amo più.

Vedo in te embrioni di scienze,
mummie di versi e scheletri
di antiche mie innocenze
e di miei romantici segreti.

Ti appenderò ai muri
del mio museo sentimentale,
vicino ai gelidi e oscuri
gigli dormienti del muio male?

O ti metterò sopra i pini
libro dolente del mio amore
perché tu conosca i trilli
dell'usignolo all'alba?

Desiderio

Solo il tuo cuore ardente
e niente più.
Il mio paradiso un campo
senza usignolo
né lire,
con un fiume discreto
e una fontanella.

Senza lo sprone del vento
sopra le fronde
né la stella che vuole
essere foglia.
Una grandissima luce
che fosse
lucciola
di un'altra,
in un campo di
sguardi viziosi.

Un riposo chiaro
e lì i nostri baci,
nèi sonori
dell'eco,
si aprirebbero molto lontano.
Il tuo cuore ardente,
niente più.

 

E dopo

I labirinti
creati dal tempo
svaniscono.

(Rimane solo
il deserto.)

Il cuore,
fonte del desiderio,
svanisce.

(Rimane solo
il deserto.)

L'illusione dell'aurora
e i baci
svaniscono.

Rimane solo
il deserto;
l'onduloso
deserto.

 

È vero

Ahi, che fatica mi costa
amarti come ti amo!
Per il tuo amore mi duole l'aria,
il cuore
e il cappello.

Chi mi compra
questo nastrino
e questa tristezza di filo
bianco, per tessere fazzoletti?
Ahi, che fatica mi costa
amarti come ti amo!

Gazzella dell'amore disperato

La notte non vuole venire
perché tu non venga
e io non possa andare.

Ma io andrò
benché un sole di scorpioni mi mangi la testa.
Ma tu verrai
con la lingua bruciata dalla pioggia di sale.
Il giorno non vuole venire
perché tu non venga
e io non possa andare.

Ma io andrò
portando ai rospi il mio garofano morsicato.
Ma tu verrai
nelle cupe cloache dell'oscurità.

Né la notte né il giorno non vogliono venire
perché io muoia per te
e tu per me.

Il mare

Il mare
è il Lucifero dell'azzurro.
Il cielo caduto
per voler essere la luce.
Povero mare condannato
a eterno movimento
dopo aver conosciuto
la calma del firmamento!

Ma nella tua amarezza
ti redense l'amore.
Partoristi Venere pura
e la tua profondità
restò vergine, senza dolore.
Le tue tristezze sono belle,
mare di spasimi gloriosi.
Ma oggi invece di stelle
hai verdi polipi.

Sopporta la tua sofferenza,
formidabile Satana.
Cristo camminò sopra di te
e lo fece anche Pan.
La stella Venere è
l'armonia del mondo.
Taccia l'Ecclesiaste!

Venere è il profondo
dell'anima...
...E l'uomo miserabile
è un angelo caduto.
La terra è il probabile
Paradiso perduto.

 

 

Il canto del miele

Il miele è la parola di Cristo,
l'oro colato del suo amore.
Il meglio del nettare,
la mummia della luce di paradiso.

L'alveare è una stella pura,
pozzo d'ambra che alimenta il ritmo
delle api. Seno dei campi
tremulo d'aromi e di ronzii.

Il miele è l'epopea dell'amore,
la materialità dell'infinito.
Anima e sangue dolente di fiori
condensati attraverso un altro spirito.

(Così il miele dell'uomo è la poesia
che emana dal suo petto addolorato,
da un favo con la cera del ricordo
creato dall'ape nell'intimità.)

Il miele è la bucolica lontana
del pastore, la zampogna e l'olivo,
fratello del latte e delle ghiande,
regine supreme dell'età dell'oro.

Il miele è come il sole del mattino,
con tutta la grazia dell'estate
e il fresco antico dell'autunno.
È la foglia appassita ed è il frumento.

Oh divino liquore dell'umiltà,
sereno come un verso primitivo!
Tu sei l'armonia incarnata,
lo spirito geniale di liricità.

In te dorme la malinconia,
il segreto del bacio e del grido.
Dolcissimo. Dolce.
Questo è il tuo aggettivo.

Dolce come il ventre di una donna.
Dolce come gli occhi dei bimbi.
Dolce come le ombre della notte.
Dolce come una voce.

O come un giglio.
Per chi ha in sè la pena e la lira
tu sei il sole che illumina il cammino.
Equivali a tutte le bellezze, al colore, alla luce, ai suoni.

Oh liquore divino della speranza,
dove anima e materia unite
trovano il perfetto equilibrio
come nell'ostia corpo e luce di Cristo.

È la superiore anima dei fiori.
Oh liquore che hai unito queste anime!
Chi ti gusta non sa che inghiotte
lo spirito d'oro di liricità.

Gazzella dell'amore meraviglioso

Con tutto il gesso
dei campi malvagi,
eri giunco d'amore, gelsomino bagnato.
Con austro e fiamma
dei cieli malvagi
eri brusio di neve dentro il mio petto.

Cieli e campi
stringevano catene alle mie mani.
Campi e cieli
frustavano le piaghe del mio corpo.

 

 

Gazzella del ricordo d'amore

Non portar via il tuo ricordo.
Lascialo solo nel mio cuore,
tremore di bianco ciliegio
nel martirio di gennaio.

Mi separa dai morti
un muro di brutti sogni.
Soffro pene di giglio fresco
per un cuore di gesso.

Tutta la notte nell'orto
i miei occhi come due cani.
Tutta la notte, mangiando
le cotogne di veleno.

A volte il vento
è un tulipano di paura.
È un tulipano malato
l'alba d'inverno.

Un muro di brutti sogni
mi separa dai morti.
L'erba copre in silenzio
la valle grigia del tuo corpo.

Incontro

Né tu né io
siamo pronti
a incontraci.
Tu... per quello che sai.
L'ho amata tanto!

Segui quella stradina.
Nelle mani
ho i buchi
dei chiodi.
Non vedi come
mi dissanguo?

Non guardare mai indietro.
Vai adagio
e prega con me
San Gaetano
che né tu né io
siamo pronti
ad incontrarci.

Maria

Maria,
con la tua mantiglia di blonda
dal culo basso e malinconica.
Io possiedo la rosa
per il bottone scuro dei tuoi seni.

A che ora?
La notte
è troppo breve.
Sì.
Oh, Maria,
dal culo basso e malinconica!

 

 

 

Nacchera

 

Nacchera
nacchera
nacchera
scarabeo sonoro.

Nel ragno
della mano
arricci l'aria
calda
e ti strozzi nel tuo trillo
di legno.

Nacchera
nacchera
nacchera
scarabeo sonoro.

Piaghe d'amore

 

La luce, questo fuoco che divora.
Questo paesaggio grigio che m'attornia.
Questa pena per una sola idea.
Quest'angoscia di cielo, terra e d'ora.

Questo pianto di sangue che decora
lira senza timbro, torcia senza presa
Questo peso del mare che mi frusta.
Questo scorpione che attende entro di me.

Ghirlanda d'amore, letto di ferito
sono e di insonne, sogno la presenza
tua nel fondo in rovina del mio petto;

e se ricerco una vetta di prudenza
il tuo cuore mi dà una valle densa
di cicuta e passione d'aspra scienza.

Lucìa Martìnez

Lucìa Martìnez.
Penombra di seta rossa.
Le tue cosce, come la sera,
vanno dalla luce all'ombra.

Recondite ambre nere
oscurano le tue magnolie.
Eccomi qui, Lucìa Martìnez.
Vengo a consumarti la bocca

e a trascinarti per i capelli
in un'aurora di conchiglie.
Perché voglio, e perché posso.
Penombra di seta rossa.

 

Notte dell'amore insonne

Notte alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.

Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.

L'alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.

Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.

 

 

 

Oh voce occulta dell'amore oscuro

Oh voce occulta dell'amore oscuro!
Oh belato senza lana, oh ferita,
camelia sfiorita, ago di fiele,
flusso senz'acqua, città senza mura!

Oh notte immensa di linea sicura,
monte celeste di protesa angoscia!
Cane nel cuore, oh voce inseguita!
Silenzio senza fine, iris maturo!

Voce ardente di gelo, via da me!
Non farmi perdere nella sterpaglia
dove gemono carne e cielo sterili.

Libera il duro avorio della testa,
pietà di me, spezza il mio dolore!
Perché sono natura, sono amore!

Serenata

Sulla riva del fiume
la notte si sta bagnando
e nei seni di Lolita
muoiono d'amore i rami.
Muoiono d'amore i rami.

Nuda, la notte canta
sui ponti di marzo.
Lolita si lava il corpo
con acqua salmastra e nardi.
Muoiono d'amore i rami.

La notte d'anice e d'argento
risplende sopra i tetti.
Argento di rivi e specchi
Anice delle tue cosce bianche.
Muoiono d'amore i rami.

Sonetto della ghirlanda di rose

Quella ghirlanda! Presto, che muoio!
Intrecciala in fretta! Canta! Gemi! Canta!
Già l'ombra mi stringe la gola, e una volta
e mille altre ancora la luce di gennaio.

Tra l'amor tuo per me ed il mio per te,
vento di stelle e tremore di pianta,
un intrico di anemoni innalza
con gemere oscuro un anno intero.

Godi il fresco paesaggio della mia ferita,
spezza giunchi e ruscelli delicati.
Bevi sangue versato in coscia di miele.

Ma fa' presto, perché uniti, avvinti,
la bocca rotta d'amore e l'anima morsa,
il tempo ci sorprenda affranti entrambi.

Venere

 

La giovane morta
nella conchiglia del letto,
nuda di fiori e di brezza
sorgeva in luce perenne.

Indugiava il mondo
giglio di cotone e d'ombra,
affacciato alla finestra,
dinanzi al transito infinito.

La giovane morta
solcava l'amore addentro.
Tra la spuma delle lenzuola
si perdeva la sua chioma.

Variazione

Lo stagno dell'aria
sotto il ramo dell'eco.
Lo stagno dell'acqua
sotto fronde di stelle.
Lo stagno della tua bocca
sotto una pioggia di baci.

 

 

Pugnale

 

Il pugnale
entra nel cuore,
come il vomere dell'aratro
nella terra.

No.
Non pugnalarmi.
No.

Il pugnale,
come un raggio di sole,
incendia le terribili
profondità.

No.
Non pugnalarmi.
No.

 

Madrigale

Il mio bacio era una melagrana,
profonda e aperta;
la tua bocca era una rosa
di carta.
Lo sfondo un campo di neve.

Le mie mani erano ferri
buoni per le incudini;
il tuo corpo era il tramonto
di un rintocco di campana.
Lo sfondo un campo di neve.

Nello sforacchiato
teschio blu
fecero stalattiti
i miei ti amo.
Lo sfondo un campo di neve.

Si riempirono di muffa
i miei sogni infantili,
il mio dolore tortile
trapanò la luna.
Lo sfondo un campo di neve.

Adesso ammaestro grave
l'alta scuola,
il mio amore, i miei sogni
(cavallucci senza occhi).
E lo sfondo è un campo di neve.

Ninnananna.
Dormi.
Non temere lo sguardo
errante.
Dormi.
Né la farfalla
né la parola
né il raggio furtivo
della serrature
ti feriranno.
Dormi.
Come il mio cuore,
così tu,
specchio mio,
giardino dove l'amore
mi aspetta.
Addormentati senza affanni,
ma svegliati
quando morirà l'ultimo
bacio delle mie labbra.

 

Madrigale d'estate

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Sotto l'ora solare del mezzogiorno
morderò la Mela.

Fra i verdi ulivi della collina
c'è una torre moresca,
colore della tua carne agreste
che sa di miele e d'aurora.

Mi offri nel tuo corpo ardente
il divino nutrimento
che dà fiori al ruscello quieto
e stelle al vento.

Come ti donasti a me, luce bruna?
perché mi desti pieni
d'amore il sesso di giglio
e la sonorità dei tuoi seni?

Fu per la mia tristezza?
(Oh, miei goffi passi!)
Forse destò pietà in te
la mia vita spenta di canti?

Perché non hai preferito ai miei lamenti
le cosce sudate
di un San Cristoforo contadino
pesanti in amore e belle?

Danaide del piacere sei con me.
Femminile Silvano.
I tuoi baci odorano come il grano
secco dall'estate.

Oscurami la vista col tuo canto.
Sciogli la tua chioma
dispiegata e solenne come un manto
d'ombra sopra i prati.

Dipingi con la bocca insanguinata
un cielo d'amore,
su un fondo di carne, la stella
violetta del dolore.

Prigioniero è il mio cavallo Andaluso
dei tuoi occhi aperti,
e volerà desolato e assorto
quando li vedrà morti.

Se tu non m'amassi t'amerei
per il tuo sguardo cupo
come l'allodola ama il giorno nuovo
per la rugiada.

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Lasciami sotto il giorno chiaro
consumare la mela.

Meditazione sotto la pioggia

La pioggia ha baciato il giardino provinciale
con profonde cadenze sulle foglie.
L'aroma sereno della terra bagnata
inonda il cuore di tristezza remota.

Si lacerano nubi grigie nel muto orizzonte.
Sull'acqua addormentata della fonte, le gocce
cadono sollevando chiare perle di spuma.
Fuochi fatui che spegne il tremolio delle onde.

La pena della sera raggela la mia pena.
Il giardino si è riempito di monotona tenerezza.
Devo perdere tutta la mia sofferenza. Mio Dio,
come si perde il dolce suono delle fronde?

Tutta l'eco di stelle che c'è nella mia anima
mi aiuterà a lottare con la mia forma?
E l'anima vera si sveglia nella morte?
E ciò che ora pensiamo lo inghiottirà l'ombra?

O com'è tranquillo il giardino sotto la pioggia!
Il mio cuore è trasformato dal casto paesaggio,
in un rumore di idee umili e tristi
che dà nel mio petto un battito di colombe.

Nasce il sole. Il giardino sanguina giallo.
C'è intorno una pena che soffoca,
sento la nostalgia della mia infanzia inquieta,
il desiderio d'essere grande in amore, le ore
passate come questa a contemplare la pioggia
con tristezza.

Capuccetto rosso andava per il sentiero...
Addio mie favole, oggi medito, confuso,
davanti alla fonte torbida che dall'amore mi nasce.

Dovrò perdere tutte le mie sofferenze, mio Dio,
come si perde il dolce rumore delle fronde?
Riprende a piovere. Il vento riporta le ombre.

Piccolo valzer viennese

A Vienna ci sono dieci ragazze,
una spalla dove piange la morte
e un bosco di colombe disseccate.
C'è un frammento del mattino
nel museo della brina.
C'è un salone con mille vetrate.
Ahi! Ahi! Ahi! Ahi!

Prendi questo valzer con la bocca chiusa.
Questo valzer, questo valzer, questo valzer,
di sì, di morte e di cognac
che si bagna la coda nel mare.
Io ti amo, io ti amo, io ti amo
con la poltrona e con il libro morto,
nel malinconico corridoio,
nell'oscura soffitta del giglio,
nel nostro letto della luna,
nella danza che sogna la tartaruga.
Ahi! Ahi! Ahi! Ahi!

Prendi questo valzer dalla spezzata cintura.
A Vienna ci sono quattro specchi,
vi giocano la tua bocca e gli echi.
C'è una morte per pianoforte
che tinge d'azzurro i giovanotti.
Ci sono mendichi sui terrazzi.
E fresche ghirlande di pianto.
Ahi! Ahi! Ahi! Ahi!

Prendi questo valzer che spira fra le mie braccia.
Perché io ti amo, ti amo, amore mio,
nella soffitta dove giocano i bambini,
sognando vecchie luci d'Ungheria
nel mormorio di una sera mite,
vedendo agnelli e gigli di neve
nell'oscuro silenzio delle tue tempie.
Ahi! Ahi! Ahi! Ahi!

Prendi questo valzer del "Ti amo per sempre".
A Vienna ballerò con te
con un costume
che abbia la testa di fiume.
Guarda queste mie rive di giacinti!
Lascerò la mia bocca tra le tue gambe,
la mia anima in foto e fiordalisi,
e nelle onde oscure del tuo passo
io voglio, amore mio, amore mio, lasciare,
violino e sepolcro, i nastri del valzer.

 

OPERE DI GARCIA LORCA

Poesia

Libro de poemas, Maroto, Madrid, 1921.
Oda a Salvador Dalí, in «Revista de Occidente», ivi, aprile 1926.
Canciones (1921-24), Litoral, Málaga, 1927.
Romancero gitano (1924-27), in «Revista de Occidente», Madrid, 1928.
Poema del cante jondo (1921-22), CIAP, ivi, 1931.
Oda a Walt Whitman, México, 1933.
Llanto por Ignacio Sánchez Mejías, Cruz y Raya, ivi, 1935.
Seis poemas galegos, Ed. Nos., Santiago de Compostela, 1935.
Primeras canciones (1922), Ed. Héroe, Madrid, 1936.
Poeta en Nueva York (1929-30), Séneca, México, 1940.
Diván del Tamarit, Losada, Buenos Aires, 1940.

Prosa

Impresiones y paisajes, Traveset, Granada, 1918.

A queste opere, integrate spesso da quanto si è venuto stampando separatamente, come è il caso di «Crucifixión» («Planas de Poesía» IX, Las Palmas, 1950) e «Pequeño poema infinito» (Cobalto, Barcelona, 1950) facenti parte di Poeta en Nueva York, vanno aggiunti poemas sueltos, disegni, musiche di canzoni, conferenze, interviste a giornali, lettere, cioè tutti quegli scritti o pubblicati dal poeta stesso su riviste o rimasti inediti tra le cartas di amici che via via vedono la luce in diverse pubblicazioni tra le quali vanno segnalate:
Dibujos, a cura di G. Prieto, Aguado, Madrid, 1949.
Cartas a sus amigos, a cura di S. Gasch, Cobalto, Barcelona, 1950. 
Surtidores, a cura di P. Rogers, Ed. Patria, México, 1957.
Cartas, postales,  poemas y dibujos, a cura di A. Gallego Morell, Moneda y Crédito, Madrid, 1968.
Lorca en color, a cura di G. Prieto, Ed. Nacional, ivi, 1969.
Textes inédits et documents critiques, a cura di J. Comincioli, Rencontre, Losanna, 1970.
Autógrafos I: Facsimiles de ochenta y siete poemas y tres prosas, a cura di
R. Martínez Nadal, The Dolphin Book, Oxford, 1975. 
Suites, a cura di A. Belamich, Barcelona, 1983.
Sonetos, a cura di M. García Posada, in «ABC», Madrid 17-3-1984.

Teatro

El paseo de Buster Keaton; La doncella, el marinero y el estudiante, in «Gallo», Granada, 9 marzo 1928.
Mariana Pineda, in «La Farsa», Madrid, n. 52, 1928.
El  publico, in «Los Cuatro Vientos», ivi, n. 3, giugno 1934 (nuova ed. ampliata, The Dolphin Book, Oxford, 1975).
Bodas de sangre, Cruz y Raya, ivi, 1935.
Yerma, Anaconda, Buenos Aires, 1037.
Así que pasen cinco años, in «Hora de España», Valencia, novembre 1937.
Retablillo de don Cristóbal, Comisario General de Guerra, ivi, 1938.
La zapatera prodigiosa, Losada, Buenos Aires, 1938.
Amor de don Perlimplín con Belisa en su jardín, ivi, 1938.
Dona Rosita la Soltera o el lenguaje de las flores, ivi, 1938.
Quimera, in «Revista Hispaníca Moderna», New York, nn. 3-4, 1940.
La casa de Bernarda Alba, Losada, Buenos Aires, 1945.
Tragicomedia de don Cristóbal y la seña Rosita, Facultad de Filosofia y Letras, Madrid, 1948-49.
El maleficio de la mariposa, Aguilar, ivi, 1954.

TORNA ALL'INIZIO

 

 

PENSIERI E FRASI DI Federico García Lorca

Il mio sguardo si stupisce, si inchina, il mio cuore chiude tutti i suoi cancelli, per meditare di nascosto sul miracolo. Sei tanto bella.

Ah che fatica mi costa, amarti come ti amo!

Il mio sguardo si stupisce, si inchina, il mio cuore chiude tutti i suoi cancelli, per meditare di nascosto sul miracolo - sei tanto bella!

Vederti nuda è come ricordare la Terra.

La poesia non cerca seguaci, cerca amanti.

Oltre all'arte dei neri, c'è solo l'automazione e la meccanizzazione.

Il denaro abbellisce.

 

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