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Tra Guerra e Terremoto

In quei tragici momenti per i superstiti i disagi che il fronte o il paese natale arrecano fan poca differenza.
Emblematica è, a tal riguardo, la vicenda del quindicenne Secondino Tranquilli, ancora lontano dall'assumere lo pseudonimo di Silone, ma già in grado, con una sua lettera al fratello Romolo, di emozionarci:

Pescina, 25 maggio 1915

Carissimo fratello,
ogni disgrazia è seguita da disgrazie! E il terremoto ha voluto dietro di se la guerra, e la guerra vorrà ancora! ... chi sa cosa vorrà. Ed io per la guerra sono dovuto tornare a Pescina, ché il Seminario di Chieti l'ha requisito il governo come Ospedale Militare. Ahimè! son tornato a Pescina, ho rivisto con le lagrime agli occhi le orride macerie, sono ripassato tra le misere capanne, coperte alcune da pochi cenci come i primi giorni, dove vive con una indistinzione orribile di sesso età e condizione, la povera gente. Ho rivisto anche la nostra casa dove vidi, con gli occhi esausti di piangere, estrarre la nostra madre cera, disfatta. Ora il suo cadavere è seppellito eppure anche là mi parve uscisse una voce. Forse l'ombra di nostra madre ora abita quelle macerie, inconscia della nostra sorte pare che ci chiami a stringerci nel suo seno.
Ho rivisto il luogo dove tu fortunatamente fosti scavato. Ho rivisto tutto ...
Ed ora? ... Ora cosa farò? Gli esami non li potrò fare perché dovrei andare in qualche città e bisognerebbe del denaro che non si trova.
Ma poi, ma poi dove andrò? Come è incerto e forse terribile il mio avvenire! Mi veggo con gli studi interrotti, privo di ogni materiale a morale ... Se tu sapessi qua cosa si patisce! ... " (37).


 


La guerra europea influenzò pesantemente sull'utilizzo a sulla permanenza della truppa nella regione colpita dal sisma: le remore a non trasferire i soldati dalle loro sedi e distoglierli dai loro compiti giocarono infatti un ruolo rilevante nell'opera di soccorso. Il comandante della zona militare di Avezzano, maggiore generale Carlo Guicciardi, si trovò a dirigere, nel momento del massimo sforzo, una "macchina" di 10630 uomini distribuiti in sette sottozone (211: Avezzano e squadra del Fucino 3500 uomini; Tagliacozzo 300 uomini; Monte Velino 1300 uomini; Capistrello 430 uomini; S. Vincenzo Valle Roveto 550 uomini; Luco 500 uomini; Pescina (e San Benedetto dei Marsi) 3600 uomini, ed in tre distaccamenti: Celano 300 uomini; Pescasseroli 30 uomini; Monte Bose a Rocca Cerro 120 uomini.
Si comprende quindi ed è significativa la fretta del Ministero della Guerra nel richiedere il ritorno dei militari alle sedi di appartenenza.
Dal telegramma del Comandante del Settimo Corpo d'Armata Generale Garioni datato 25 gennaio 1915: "Torno ora dall'aver visitato i distaccamenti e senza diminuire o ad attenuare la gratitudine immensa di questa popolazione per l'opera mirabile dell'esercito e che tutto concorra ad accrescere l'aureola che lo circonda a che gli viene sopra tutto dall'eroico suo spirito di sacrificio, sarei d'avviso che la riduzione delle forze militari fosse graduale non solo, ma lentamente e, per quanto possibile, dissimulata: che anche nelle minori zone abitate rimanesse un nucleo di truppe, a difesa degli averi e, in ogni capo, a protezione e conforto degli abitanti; che al ritiro delle truppe non si desse, in apparenza, un carattere definitivo; che a Pescina, a sopra tutto ad Avezzano, rimanesse un contingente di truppe notevole, sufficiente per essere irradiato nelle altre zone quando nuovi o improvvisi bisogni si manifestassero".
Le cause di tanta fretta sono molteplici, anche quella - ufficialmente avanzata -nella salute dei soldati. L'imperversare del freddo, i ritardi nella distribuzione delle baracche infatti rendevano allarmanti a preoccupanti le condizioni di vita non solo della popolazione, ma anche delle stesse truppe dislocate nelle zone sinistrate.
"Qui ormai l'opera per la quale sono state inviate le truppe si può dire in molti casi ultimata a negli altri è per l'inclemenza del clima impedita; perciò preoccupato dalle condizioni della truppa non abituata ai rigori di questo clima, condizioni le quali non potranno che peggiorare, tenuto conto delle condizioni igieniche che si stanno sempre più aggravando a di quelle morali in cui la truppa stessa viene a trovarsi per to stesso fatto di essere costretta a rimanere inoperosa sotto le tende, ritengo doveroso proporre la graduale riduzione dei distaccamenti ed il ritorno delle truppe alle rispettive sedi, prima che le malattie abbiano a far vittime fra i soldati" (z4).


Dal rapporto del Maggior Generale Comandante la zona di Avezzano al Regio Commissario del 29 gennaio 1915: "Le notizie che mi pervengono dai comandanti delle truppe dislocate nei vari paesi di questo circondario sono concordi nel dipingere lo stato di eccessivo disagio in cui si trovano le truppe stesse, ed io, che ho visitato quasi tutte le località della zona, non posso che confermarle. Già si manifestano qua e là malattie che, date le condizioni del clima a l'imperversare del tempo non è assolutamente possibile prevenire a potrebbero da un giorno all'altro destare le più serie preoccupazioni. La neve ricopre ovunque le rovine; ormai purtroppo non vi è più alcuna speranza di estrarre vivi dalle macerie, nè con le costruzioni locali è possibile illudersi di veder coronato da fecondi risultati gli sforzi della truppa addetta ai salvataggi. Le ascoltazioni notturne che ovunque sono state fatte con cura amorosa, da parecchi giorni non danno alcun risultato, a qui come altrove non si estraggono che cadaveri in incipiente, e talvolta ,in avanzata putrefazione. In quasi tutti i piccoli comuni, coloro che vennero travolti dalle rovine sono stati salvati, o estratti cadaveri, sepolti; cosicché l'opera della truppa si limita ormai a quella di scavo per recuperare gli oggetti sepolti che i rappresentanti o gli eredi degli scomparsi, stanno ricercando; ma anche tali lavori sono resi quasi impossibili dall'inclemenza del clima, a la neve che continua a cadere abbondante frustra anche la più tenace volontà di ufficiali e soldati, che nulla hanno tralasciato a tralasciano di fare in sollievo di queste popolazioni, anche nei riguardi del semplice recupero delle cose seppellite. In queste condizioni a data l'impossibilità di attendere a proficuo lavoro in cui si trovano le truppe, parmi che anche per rendere più pronto e completo l'indispensabile ricovero dei soldati sotto baracche sarebbe conveniente ovunque possibile, ridurre sensibilmente gli attuali distaccamenti limitandone la forza allo stretto indispensabile per la sicurezza dei vari paesi ed a impedire che quel poco rimasto nelle case inabitabili e che i superstiti non hanno ancora ritirato vada preda dei mali intenzionati. È opera codesta più di spettanza degli agenti della forza pubblica che non delle truppe; ma tenuto conto delle presenti condizioni di fatto a dell'ampiezza della zona, anche per ragioni ovvie, ritengo non si possa del tutto eliminare il concorso dei soldati, i quali specialmente nei paesi di montagna sono oggi esclusivamente adibiti alla distribuzione di viveri alla popolazione.
Ai superstiti occorre adesso essenzialmente di aver assicurati i viveri per quanto già in alcuni luoghi la popolazione mercé l'opera di tutte le autorità si stia mettendo in condizione di provvedere a se stessa con mezzi propri; nei centri più popolosi occorre la immediata costruzione delle baracche ed a questa attende il corpo Reale del Genio Civile: l'opera della truppa pertanto, è ora meno necessaria, può essere limitata a pochi uomini, a nulla esclude che, migliorate le condizioni del tempo, possano qui far ritorno le truppe per ultimare quei lavori che nella presente stagione sarebbe impossibile proseguire senza esporre gli uomini ad eccessive fatiche con risultati eccessivamente limitati.
Dalle infòrmazioni assunte risulta che in molti comuni la distribuzione dei viveri alla popolazione potrebbe essere affidata a persone del luogo, coadiuvate dalle autorità di P.S. e qualora venisse diminuita la forza dei distaccamenti la distribuzione stessa nei vari comuni potrebbe essere sensibilmente semplificata anche tenuto conto delle abitudini di queste popolazioni per le quali non sarebbe necessario, così come avviene per la truppa, di rifornimenti giornalieri, tanto più che in molti punti si sta riattivando la confezione del pane" (zs).
Lo stato di allerta e l'approssimarsi dell'entrata in guerra dell'Italia - " ... tra un paio di mesi (si calcola verso la metà di Aprile) potremo considerarci come sufficientemente pronti militarmertte" (z6) rendevano sempre più numerosi i solleciti da parte del Ministero della Guerra al Ministero del1'Interno. Quello che segue è il testo di una nota, del Ministero della Guerra, datato 12 febbraio 1915, avente per oggetto il "Ritorno alle sedi delle truppe dislocate nei comuni devastati dal terremoto": "Questo Ministero non ha mancato al momento del bisogno di aderire a tutte le richieste che gli pervennero sia di materiali, sia di truppe, sia di ufficiali isolati per concorrere a sollevare, per quanto era possibile, le popolazioni dei comuni devastati dal terremoto. Ora però l'opera dei militari non risulta più così indispensabile o necessaria come nelle settimane scorse, mentre si fa ognora più urgente il bisogno del ritorno ai propri corpi delle truppe (e in special modo degli ufficiali) a del riordinamento dei materiali, per far fronte alle impellenti necessità di ordine militare derivanti dalla speciale, attuale situazione. Nei luoghi del terremoto, i Regi Commissari hanno già consentito la riduzione delle truppe che gradatamente si sta già operando, permangono però tuttora, com'é noto, oltre un numero di reparti ancora assai considerevole lasciati anche per ausilio morale alle popolazioni, molti ufficiali in servizio isolato (stato rnaggiore genio, medici, commissari) e taluno anche d'arma combattente incaricato di funzioni civili in assenza delle amministrazioni locali. I compiti affidati a molti di essi sono ormai di natura tale che esorbitano dalla loro competenza a possono essere affidati a funzionari civili senza inconvenienti. Così pure per i trasporti di materiali, legnami, etc. e per i lavori vari e per lo sgombero di neve sulle strade, conviene ricorrere ai mezzi privati ed alla mano d'opera locale, urgendo raccogliere e rimettere in perfetto ordine gli autocarri e tutti i materiali militari impiegati e giovando altresì a riattivare le energie e la vita delle popolazioni. al lavoro convenientemente retribuito. È per tali ragioni che si sarebbe vivamente grati a codesto Ministero se volesse compiacersi interessare i Regi Commissari delle regioni di cui trattasi, affinché questi facilitino ed assecondino le richieste dell'autorità militare tendenti al sollecito richiamo alle sedi delle truppe a degli ufficiali ed alla raccolta dei materiali militari tuttora colà dislocati. F.to il Ministro".

 


All'inizio di febbraio le truppe del genio riprendono la via di casa ed a metà mese anche la sanità militare abbandona le zone disastrate, zone che da una più lunga permanenza in loco dei corpi tecnici avrebbero tratto notevoli benefici (si pensi alla riattivazione di impianti, servizi a comunicazioni, alla quale solo in parte si era provveduto).
Significativo il telegramma del 15 marzo 1915 inviato dal Ministero della Guerra al Ministero dell'Interno: " ...onoromi far osservare a codesto Ministero come il distogliere in questo periodo di istruzione intensiva altre truppe dalle loro normali occupazioni (tiri e piccoli campi d'istruzione) per inviarle a Sora, sarebbe oltremodo dannoso. Prego pertanto voler esaminare se non può essere sufficiente, dato anche il ritorno della stagione favorevole, il presidio di circa duecento uomini attualmente a Sora"
Al Ministero dell'Interno non restava che provvedere: " l... nel sol scopo di non creare imbarazzi autorità militare, acconsento che il presidio locale sia limitato a soli 200 uomini"(29). II continuo ritiro delle truppe faceva assottigliare giorno dopo giorno il loro numero nelle zone sinistrate, tanto da rendere la loro presenza "assolutamente insufficiente per il servizio di ordine pubblico"(3°). Continuavano i lavori di scavo e lo sgombero delle macerie; ad Avezzano si continuava ad adibire gli uomini dell'esercito al trasporto dei cadaveri estratti dalle macerie, per cui si rendeva ancora necessario, siamo nel mese di marzo, la presenza delle truppe: " ... poiché continuano i lavori di scavo e sono stati intensificati quelli per lo sgombero delle macerie dalle pubbliche vie a piazze ...non potendosi far conto sui mezzi locali di trasporto, già nella quasi totalità impiegati a servizio di privati, dell'ufficio del Genio Civile, o delle ditte appaltatrici dei lavori di costruzione delle baracche. Sarei grato, pertanto, a codesto On. Ministero se volesse interessarsi presso il Comando del Corpo di Armata, afnché, per ora, non insistesse nella sua richiesta. F.to il R. Commissario Civile di Avezzano" (3t).
Mentre il Regio Commissario Civile pel circondario di Sora in data 22 febbraio 1915 così scriveva: " ... per quanto riguarda i camions militari essi non sono stati finora impiegati, salvo rare eccezioni, se non pel servizio del trasporto dei viveri alla truppa distaccata ed alle popolazioni bisognose a per trasporto di indumenti ed altri soccorsi. Ora che è qui raccolta una sufficiente quantità di legname per distribuirla tra i vari comuni l'opera dei camions riesce più che utile addirittura indispensabile,...)

Ma non era più possibile adibire il personale ed i materiali del 13° artiglieria alla soluzione dei problemi dei sinistrati. Le truppe dovevano fare ritorno a Roma per recarsi alla scuola di tiro (cfr. lettera del comando del IX Corpo d'Armata del 23 marzo 1915 al Ministero dell'Interno). Si cercava ad ogni modo di "accontentare in quanto è possibile" le richieste come quella inoltrata dal Commissario Civile di Sora al Tenente Generale Comandante del IX Corpo d'Armata: "Ho presa conoscenza di quanto codesto Ministero mi ha comunicato ma osservo che a Sora vi sono attualmente più di 100 CC.RR., si che parmi non dovrebbe mancare la forza necessaria al mantenimento dell'ordine pubblico. È anche da notare poi che a Fontana Liri, a pochi chilometri da Sora, vi è una compagnia dell'81 ° fanterza della forza di più di 200 uomini, la quale, in caso di bisogno può sempre accorrere a Sora, in breve tempo. In ogni modo, per accontentare in quanto è possibile i desideri del R. Commissario di Sora si procurerà che la compagnia colà distaccata abbia un aumento effettivo"
La dimensione del ritiro - pure necessario e legittimo una volta terminata l'opera, curata dalla fanteria, del disseppellimento a della inumazione delle migliaia di vittime - è eloquente: ad un mese esatto dal disastro, nella Marsica sono presenti quattromila militi (compresi, nella cifra, i carabinieri). Agli inizi di marzo l'emergenza può considerarsi conclusa, col ritorno a Roma del comandante della zona. Questa la lettera inviata dal Comando del IX Corpo d'Armata di Roma al Ministero dell'Interno, datata 2 marzo 1915: " ... mi risulta che sono stati ridotti in proporzione i vari servizi, a che l'opera dell'autorità civile a della popolazione vanno man mano riprendendo il suo corso, per cui ritornano ad esse molte delle funzioni che erano state assunte dalla autorità militare e dalla truppa. Stando così le cose mi sembra che non sia più necessario mantenere ad Avezzano il Generate Guicciardi, la cui presenza sarebbe invece utilissima alla sede, ove I'opera sua di vigilanza a di direzione è reclamata dalle peculiari condizioni in cui trovansi i reggimenti di artiglieria da campagna da lui dipendenti" (35>.
In seguito al terremoto il Ministero della Guerra concede al VII corpo d'armata di Ancona la facoltà di sospendere, ove lo reputi necessario, la chiamata alla leva delle reclute dei paesi colpiti Alcuni sindaci non hanno nemmeno occasione d' apprendere della disposizione proveniente da Roma - emanata il 14 gennaio 1915 - e decidono, autonomamente, che le reclute rimangano in paese a prestare i primi soccorsi: è il caso di Cappadocia di Tagliacozzo. Da Ancona - che pur non ha più giurisdizione sul circondario di Avezzano, passato, per un più veloce dispiegamento dei soccorsi, al IX corpo d'armata di Roma, giungono presto avvisi in senso contrario, sino al diniego del permesso di trattenere i giovani della classe 1895. Tutto questo a dieci giorni dal sisma quando le reali esigenze dei comuni richiedenti sono spesso praticamente sconosciute, le loro vie ancora impraticabili e Sulmona, sede del distretto, è afflitta da ben altre preoccupazioni. Il sindaco d' Cappadocia si piega, mentre quello di Tagliacozzo "trattiene arbitrariamente le reclute delta classe 1895, che dovevano presentarsi al Distretto Militare di Sulmona il 16 gennaio, facendoli partire soltanto il 18 febbraio, con un mese di ritardo, in seguito a disposizioni perentorie del Comando del Corpo d'Armata giustificando tale azione, illegittima, inspirata al fine di non distrarre braccia valide dall'opera di soccoso" (36).
L'amministrazione centrale non è meno solerte: è del 22 gennaio la richiesta - formulata dalla direzione generate leva e truppa a palazzo Braschi - di accertare le condizioni degli archivi di leva nei comuni danneggiati dal terremoto. Di un eventuate esonero dalla prestazione del servizio militare per gli scampati del disastro non si parla.
Una intera generazione di giovani che ha versato, al terremoto, un altissimo tributo - in termini di vite, affetti, disagi, emigrazione, assenza di tutela statale - viene sottoposta ad un'ulteriore prova dall'intervento italiano in guerra. Da questo punto di vista, il fronte o il paese natale fan poca differenza.
Emblematica è, a tal riguardo, la vicenda del quindicenne Secondino Tranquilli, ancora lontano dall'assumere lo pseudonimo di Silone, ma già in grado, con una sua lettera al fratello Romolo, di emozionarci:

Pescina, 25 maggio 1915

Carissimo fratello,
ogni disgrazia è seguita da disgrazie! E il terremoto ha voluto dietro di se la guerra, e la guerra vorrà ancora! ... chi sa cosa vorrà. Ed io per la guerra sono dovuto tornare a Pescina, ché il Seminario di Chieti l'ha requisito il governo come Ospedale Militare. Ahimè! son tornato a Pescina, ho rivisto con le lagrime agli occhi le orride macerie, sono ripassato tra le misere capanne, coperte alcune da pochi cenci come i primi giorni, dove vive con una indistinzione orribile di sesso età e condizione, la povera gente. Ho rivisto anche la nostra casa dove vidi, con gli occhi esausti di piangere, estrarre la nostra madre cera, disfatta. Ora il suo cadavere è seppellito eppure anche là mi parve uscisse una voce. Forse l'ombra di nostra madre ora abita quelle macerie, inconscia della nostra sorte pare che ci chiami a stringerci nel suo seno.
Ho rivisto il luogo dove tu fortunatamente fosti scavato. Ho rivisto tutto ...
Ed ora? ... Ora cosa farò? Gli esami non li potrò fare perché dovrei andare in qualche città e bisognerebbe del denaro che non si trova.
Ma poi, ma poi dove andrò? Come è incerto e forse terribile il mio avvenire! Mi veggo con gli studi interrotti, privo di ogni materiale a morale ... Se tu sapessi qua cosa si patisce! ... " (37).

 

 

L'assistenza ai superstiti

Nell'emergenza post-terremoto l'intervento prioritario del Governo fu quello di assicurare un ricovero ai superstiti che si trovavano a far fronte ad un inverno freddo e spietato, in critiche condizioni fisiche a morali. La prima soluzione individuata, quella del trasferimento degli scampati in centri di accoglienza a locali disponibili in tutta Italia (esodo richiesto in special modo dalla rappresentanza abruzzese in Parlamento a da alcuni giornali), risultò di difficile attuazione ed il governo, in breve tempo, constatò come l'affluenza in Roma di circa 14 mila profughi avesse già paralizzato la città e assorbita l'intera capacità di assistenza della capitale. Ai profughi feriti, contusi, ammalati e a tutti quelli in genere aventi bisogno di cura ospedaliera provvide il Governo facendoli ricoverare negli ospedali. Quelli validi invece, allo scopo di non distrarre le popolazioni dai propri paesi, furono incoraggiati dal Comitato Centrale di Soccorso a rimpatriare, accordando loro dei sussidi per le più urgenti necessità(381).
Altro gravoso problema, che il Ministero dell'Interno dovette affrontare, fu quello dell'assistenza dei minorenni orfani o abbandonati in seguito al terremoto:
" ... Ecco i bimbi feriti. Non gemono più. Guardano, fra le bende e con gli occhi sbarrati , le facce immobili. Nulla li distrae dalla fissità del loro sguardo, che come quella del loro pensiero deve essere tutta concentrata nelle ore di terrore da essi vissute. Qualcuno, talvolta, interrompe subitaneamente il suo silenzio, invoca i genitori con un grido e scoppia in pianto dirotto...Rifiutano ostinatamente tutto, questi bimbi poveri che non ebbero mai nulla: i cioccolatini e i giocattoli offerti loro dalle signore pietose, alle quali io mi permetto consigliare di venire qui con le loro automobili cariche piuttosto di pane a di coperte" (39).

Avanti!, "Le offerte di soccorsi dall'estero declinate dal Governo italiano", 16 gennaio 1915.
L'Idea Nazionale "Nessun aiuto straniero", 16 gennaio 191

F.Botticchi


Fonti:

" 13 gennaio 1915 il terremoto della Marsica" Agenzia di Protezione Civile- sevizio sismico nazionale edito 1999
(37) ACS - Ministero dell'Interno, Direzione generale Amministrazione Civile, Terremoti (1908-1917). (38) ACS - Ministero dell'Interno, Direzione Generale Amministrazione Civile, Ufficio Servizi Speciali, Terremoto della Marsica 1915, Opera del Comitato Centrale di Soccorso. X39) Avanti!, 18 gennaio 1915.


(z') ACS - Ministero dell'Interno, Direzione Generale Ammistrazione Civile, Ufficio Servizi Speciali, Terremoto della Marsica, 1915, Rapporto inviato il 27 gennaio 1915 dal Commissariato civile per il circondario di Avezzano al Ministro dell'Interno.
(22> ACS - Ministero dell'Interno, Direzione Generale Ammistrazione Civile, Ufficio Servizi Speciali, Terremoto della Marsica, 1915.
ca4> ibidem. case ACS - Ministero dell'Interno, Direzione Generate Amministrazione Civile, Ufficio Servizi Speciali, Terremoto delta Marsica 1915. 060 ACS - PreFettura di Aquila, 13 marzo 1915
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